lunedì 23 agosto 2010

Groviglio Meridionale - parte nona -

Gli Sforzi di Sturzo
di Rodolfo de Mattei
 
   E' ancora presto per lumeggiare quel che il P.P.I. ha fatto nell'interesse del Mezzogiorno, ma non si può negare che esso ha affrontato delicate questioni, quali quella del Credito Agrario, del latifondo, ecc. senza parlare della Proporzionale che si ispirò alla necessità di rompere i circoli chiusi  dei collegi onda dar possibilità di affiatamento agli interessi distanti.  Ma lo sforzo dello Sturzo, apprezzabilisimo, fu di affrontare il problema senza darsi l'aria di lavorare pro domo sua: egli invoca il decenrramento per tutta l'Italia  e non solo pel Mezzodì, ma è chiaro che il Meggiogiorno ne ha più bisogno e il Continente meno.
    Quasi nello stesso tempo (1920) il Partito socialista s'interessiò del Mezzogiorno, pubblicando sull'"Avanti!" un manifesto per un prestito comunista necessario alla "Bonifica Rivoluzionaria" del Sud: "Abbiamo troppo dimenticato i nostri fratelli del sud perchè oggi possiamo indugiare ancora nell'adempimento del nostro preciso doivere. Sappiamo che il Mezzogiorno ci darà le guardie rosse più fedeli ed ardtite..." Ma, venuto dall'alto, questo tentativo non attecchì; lo spirito essenzialmente critico diffidente, pratico dei meridionali, non fece buon viso alla rivoluzione. Piuttosto si fece strada a quell'epoca, una corrente  di cui è utile tener conto, come buon indice di un principio di risveglio e di confidenza nelle proprie forze: la corrente separatista che preoccupò il ministro Nitti, e interessò anche la Massoneria, si da rendere necessaria una visita raffreddatrice di Torrigiani in Sicilia. Questa corrente, che richiamava lo spirito siciliano a quella tradizione e vocazione autonomisita mantenutasi incorrotta fino all'unificazione, fu troppo vaga e sotterranea per denunziare i suoi precisi criteri di assestamento economico: ma era già un richiamo  all'iniziativa e al buon senso locale: elemento non trascurabile di resurrezione politica.
    Quanto al partitofascista, è ancora troppo presto per parlame. E necessario tuttavia stabilire che scarsa è stata la sua penetrazione del Mezzodì. per varie già rilevate ragioni (mancanza del sovversivismo, apatia politica, ecc.), ma sopratrutto 'per la non rilevata ed essenziale ragione psicologica della ripugnanza nativa dei meridionali, specie isolani, all'irregimentazione di partito, all'abdicazione della propria personalità e libertà. S'e detto avanti quanto questo popolo sia, per natura, individualista. Non si dà, mani e piedi legati. Vuole libera la critica e la mossa. Dove andrà a finire, con tale temperamento, è inutile prevedere:  importante
è il fatto. Sono, però, assai promettenti i discorsi dell'on. Mussolini a proposito del Mezzogiomo. Il nuovo govemo sembra animato da precise intenzioni a pro del Sud, ed è indubitabile che molto esso potrà fare e farà. I Gruppi di Competerza, organismi creati con squisito intuito pratico, sarebbero stati singolarmente adatti ad integrare l'opera dei Capo del Governo se non fossero falliti sul nascere.  Pregevole è la Relazione Rocca sui problemi economici siciliani, ma non priva di qualche lacuna, imputabile alla sommarietà dei contatti che il Relatore tenne sul posto. Pure, dai Gruppi di Competenza, se sul serio operanti, molto il Mezzogiorno.avrebbe potuto avvantaggiarsi specie se essi avessero fatto appello sul posto allo spirito e alla cooperazione locale. Qui sta appunto la chiave del problema: scuotere i meridionali dall'aspettazione passiva di taumarurgiche soluzioni del loro problema vitale, e dar loro la sensazione, la convinzione, la volontà di risolverlo direttamente. Ma già un nuovo impulso è sorto in Sicilia - terra caratteristica ripetiamo, che sarà bene avvezzarsi a considerare con interesse negli svolgimenti della vita meridionale e nazionale - un impulso
di cui e necessario prender nota: le Leghe economiche che vanno formandosi fra le classi produttive dell'isola; leghe che hanno, anche se destinate a rnancare, il loro significato, quale spontaunea  espressione di un sentimento ormai desamente acquisito dai siciliani: quello delle possibilità della loro regione e del valore del contributo economico siciliano nel bilancio della nazione.
Fine della puntata
9.Continua

domenica 22 agosto 2010

Il Groviglio Meridionale - parte ottava -

Borghesia e Proletariato
di Rodolfo de Mattei

   Il Mezzogiorno, dunque, non presentò per lungo tempo distinti caratteri politici, anche perché non ne presentò di economici. Il proletariato agricolo che sorse in Sicilia dopo la liquidazione dell'asse ecclesiastico  avrebbe potuto entrare in lotta politica e, denunziando nuove esigenze economiche, impostare e risolvere da sé e sul posto il problema terriero. Ma questo proletariato  non riuscì a diventare un partito: nato e vissuto alle costole della borghesia, ne assunse come poté l'abito e la vocazione; e anziché differenziarsi da essa cercò di sostituirla; ove non poté, cercò di venire a patti, che furono i noti patti agrari.
   L'atteggiamento che le classi povere assunsero dinanzi alle ricche fu perfettamente analogo a quello che la regione e il Mezzogiorno tutto assunse dinanzi allo Stato; atteggiamento di reverenza mistica e di aspettazione passiva. Le classi umili non cercarono di risolvere per conto proprio il problema particolare,
come il Mezzogiorno non cercò di risolvere per conto suo il problema generale. Così non si ebbe un vero partito proletario, come non si ebbe un partito meridionale: non si ebbe, insomma, una franca impostazione di volontà.  Restano da spiegare i Fasci siciliani del 1893, interessante e caratteristico momento della vita meridionale.
   Ma i Fasci dei lavoratori, su cui specularono   minoranze desiderose di conquistare sotto nuova etichetta i municipi, non seppero sufficientemente interessare il proletariato agricolo, che in alcune province non partecipò affatto al movimento, lasciandolo ai ferrovieri e agli zolfatai, sicché la questione del latifondo non fu seriamente posta: né i Fasci disdegnarono, ma carezzarono, l'amicizia dei radicali e d'ogni sorta di democratici. Fatto sta che i risultati delle elezioni politiche del marzo 1897 (cioè dopo l'incendio), segnarono in tutte le regioni d'Italia un aumento dei voti raccolti dai socialisti del doppio e del triplo (di fronte a quelli del '95) mentre in Sicilia i voti da 4.420 si ridussero a 2.378. Insomma, e in genere, durante il quindicennio anteriore alla guerra europea, le correnti politiche meridionali furono essenzialmente statali e costituzionali, per quanto a base democratica, e appunto per opera dei pubblicisti meridionali (Arcoleo, Majorana, Orlando, Salandra, Mosca, Chimienti, Villari, ecc.), l'idea di Stato, come supremo ente superindividuale, trovava la sua dottrina. Negli anni successivi alla pace europea, le formazioni politiche siciliane (insistiamo a considerare in ispecie la Sicilia, significativo  esponente della vita meridionale) assumono un particolare interesse. In questi anni densi, che ancora è impossibile guardare con la distanza  occorrente a un'obiettiva raccolta di somme. Il problema meridionale è nettamente e successivamente proposto da tre partiti, il popolare, il socialista, il fascista, e da correnti caratteristicamente locali: il partito separatista e le varie leghe economiche.
   Assume senza dubbio un interesse storico l'appello del Partito Popolare, coi suoi decisi  programmi di decentramento, da cui le regioni meridionali avrebbero tratto largo beneficio. Non è possibile né giusto dimenticare che questo partito esce dalle mani di un siciliano ed ha per patria d'origine la Sicilia. È con la visione prima e diretta delle possibilità e necessita meridionali che il prof. Sturzo, fin dal 1919, propugna il decentramento a base regionale. Egli si rende conto che solo da uno sviluppo della vita e iniziativa locale (lavori pubblici, porti, scuole, beneficenza, igiene, lavoro, agricoltura, ecc., regionali) il Mezzogiorno può risorgere. Importante è, a tal proposito, l'ordine del giorno deliberato nel luglio 1920 dai depurati popolari del Meridione. Comprende, Don Sturzo, che dando alla regione vita propria, automaticamente sarà ottenuta la soluzione dell'eterno problema. Si può affermare che lo Sturzo ha, primo, fissato categoricamente questo punto, e così facendo ha francamente e direttamente inserito il problema meridionale nel problema nazionale.
Fine Ottava parte.
8. Continua

sabato 21 agosto 2010

Il groviglio Meridionale - settima parte

I PARTITI POLITICI
di Rodolfo De Mattei

   Esaminare in qual modo il Mezzogiorno, come forza del pensiero, si sia irserito nella vita politica della nazione, è ancora un mezzo onde ricercare per quali vie esso abbia prospettato il suo problerut e ne abbia cercato, istintivamente, la soluzione. Forse il segreto, la chiave di studio del problema meridionale, sta qui: guardare a quali espressioni politiche il Sud ha dato la sua adesione, - se bisogno politico è tutt'uno con bisogno economico e spirituale, - appurare quali partiti hanno fatto fortuna nelle sue regioni, sotto quali aspetti ed esigenza - insomma - il Mezzogiorno si è manifestato. Questo è ancora un mezzo di approfondire il problema intimo della sua vita. Ma appunto da questa ricerca emerge come il Mezzogiorno abbia metodicamente mantenuto un costume di abdicazione della propria personalità e individualità a favore del principio statale, riserbandosi un posto di deferente solitudine contemplativa e studiosa. E' necessario ricordare che fu il Mezzogiomo a dare all'Italia la filosofia della destra liberale, una dottrina cioè che aflermando energicamente l'autorità dello Stato approvava la pratica della burocrazia e dell'accentramento, che doveva risolversi a danno dello stesso Mezzogiorno. Dal pensiero meridionale lo Stato fu divinizzato. Tramite fra questo Stato e le masse furono in maggior parte quei rappresentanti delle classi alte, alle spalle delle quali le masse avevano sempre vissuto: indistinti gli interessi, si ebbero dunque uomini e non partiti. D'altronde, popolo profondamente individualista, il meridionale, è infatti storicamente sprovvvisto di una casta militare, esso era legato a qualsiasi organizzazione ideale che raccogliesse gli intelletti in una uniforme posizione politica. Una dedizione generale al socialismo avrebbe risolto il suo problema: a suo modo, ma l'avrebbe risolto, e Colajanrri vi credette fermamente. Ma Colajanni fu un solitario, e solitario fu ogni deputato che il Mezzogiorno espresse. Tutto il Mezzogiomo è una serie di solitari che non riescono a diventare folla. Dal '60 in giù per lungo tempo, i deputati, i politici che il Mezzogiorno diede alla nazione, e non furono podri,  furono onesti e severi uomini che si affacciarono, senza amalgamarsi, nell'agone parlamentare, recando ognuno la stretta resporìsabilita e voce del proprio collegio (tipico è il caso del socialista De Felice, sciovinista rappresentante di  Catania), depositari ed eredi di quello spirito municipale che fin dal'67 l'Amico aveva segnalato nella proverbiale inimicizia fra Messina e Palermo, Catania e Acireale, Giarre e Riposto, ecc. Un problema economico totale, un interesse regionale, non fu visto, per esempio, dei Siciliani, ma sì un interesse particolare di questo o quel circondario. Di codesto sentimento campanilistico ed egoistico è indispensabile tenere rigorissimo conto, allacciandolo al difetto di spirito di associazione e di cooperazione, onde comprendere il mancato verificarsi in Sicilia, e nel Sud in generale, dei grandi passi economici altrove compiuti dalle indigene facolta di affiatamento, promotrici di imprese industriali ed agricole.

venerdì 20 agosto 2010

Groviglio Meridionale - sesta parte

Teoria e Pratica
di Rodolfo De Mattei

  Trascurati questi due essenziiali capisaldi,  i meridionali si metton tutti su una posizione falsa quanto pietosa di implorazione. Occorre che lo Stato pensi al Sud, dia opere pubblìche, mutui  bonifiche, carabinieri e leggine. Si invocò la legislazione speciale, e non si comprese che così si rimpicciolivano e tradivano i veri termini del problema. E' manifesta in tutti gli scritti, una coscienza di inferioirà materiale e spiriruale che solo l'intervento diretto ed efficace del governo centrale può guarire. Non si dice: decentrate, lasciate far noi che sappiamo il fatto nostro: ma controllateci, non trascurateci, non dimenticateci, soccorreteci. Linguaggio, anche se polemico e minaccioso, da colonia. Ed è quello che ancora dura. Di fronte a questo linguaggio, che fu anche usato da alcuni fra i più autorevoli meridionali, è naturale che i vari governi non avessero obbligo di vedere un problema totale, nazionale, e ne profittassero per sbriciolare le loro beneficenze contentando i deputati e rimandando sempre la soluzione integrale della questione. Altro errore, gravissimo, fu quello di far dei problemi del Sud questioni a parte, di interesse, cioè, su una "questione meridionale" e mai,  chiaramente, su una "questione nazionale". Si parlo sempre, lagrimosamente, di bisogni del Mezzogiorno, mai, recisamente, di bisogni della Nazione. Errore fondamentale, che spostando il punto di vista si risolveva in tutto danno per il meezzodì e l'Italia insieme. Poichè se differibile poteva ritenersi un bisogno d'alcune regioni, non così sarebbe apparso di un bisogno dellla Nazione tutta. Sopravvive ancora l'impressione di una questione tutta a se, e questa persuasione diede per lungo tempo all'Italia la sciagurata sensazione di aver due polmoni, uno vivo e uno atrofizzato,  il Settentrione e il Mezzogiorno, e la conseguente convinzione  di poter ciònondimeno vivere benone con quel vitale, facendo a meno dell'altro. Solo così può spiegarsi come il Mezzoggiorno che apprestò numerossissimi uomini alla direzione dell Stato, non vedesse ne pur da costoro, nonché riosolto, mai avviato il problema verso la soluzione.Ma è necessario aggiungere che la posizione dei meridionali rispondeva e risponde all'esigenza dello spirito locale. Qual diverso atteggiamento  poteva assumere un popolo privo d'iniziativa, di spirito di associazione, di slancio industriale, contento di adagiare la sua vitalità nella tranquilla tabella dell'organico, - un popolo che se diede l'assalto allo Stato fu solo dalla parte dei concorsi di impiego amministrativo? In una regione del Nord le cose sarebbero andate diversamente. Ma nel Sud, per costituirsi in fecondo Consorzio, gli interessati debbono esservi costretti da imposizione governativa. 
   Tutto il periodo, ed è ben lungo, che corrisponde a tale atteggiamento è contrassegnato da un apprezzamento massimo della provviderza statale e minimo dell'iniziativa individuale. L'utilità del decentramento non fu sentita appunto pel mistico concetto che il Mezzogiomo ebbe del Govemo centrale.
    Quanto alla questione doganale la difficoltà dell'argomento, non fatto per la dominante mentalità tribunizia, si opponeva a una più generale comprersione e difesa, sicché le isolate implorazioni poco contarono di fronte alla pressione settentrionale che indubbiamente aveva programmi definiti, né rivelarono un sentimento e movimento di massa. I casi di Salvemini, Ghisleri,  Acerbo sono isolati; come isolato è il caso di A. Distaso,
attuale paziente divulgatore (in "Rivoluzione liberale") della necessità antiprotezionistica del Mezzodì. La maggioranza dei meridionali colti inaridì per lunghissimo tempo l'agitazione del problema in piccole polemiche di partito, in schermaglie preconcettualistiche (piccola proprieta o collettivismo?, Cultura estensiva o cultura intensiva? Sviluppo agricolo o industriale? Strade ferrate o strade rotabili?, ecc.) a cui il Governo centrale non poteva tener dietro, e che in conseguenza eran destinate a rimanere sterili, caduche e mutevoli. Così il problema enorme restava, ma tutto fuor della teoria. 
   Si aggiunga che l'assillo delle cifre e degli interessi materiali fece perder di vista il problema essenzialissimo, l'educativo, a cui in fondo gli altri problemi facevan capo. Coscienza industriale, liquidazione del brigantaggio, cooperazione agricola ecc., son tutte questioni che si riconnettono fondamentalmente a un caposaldo di rigenerazione intellettuale. L'economia progredisce con l'istruzione.
Anche qui la prima intuizione è di un osservatore non meridionale, di L. Franchetti promotore di quell'"Associaeione Nazionale pergli interessi del Mezzogiomo". a cui  oggi è affidata l'"Opera contro l'analfihetismo". Ma  chi gitò codesto puno, chi si occupò di quest'opera   fra i meridionali? E' un piemontese, Zanotti Bianco, che attualmente anmima l'associazione. Nè può giovar di regolai l caso del Lombardo Radice, apostolo ma sul serio del problema educativo, infaticabile siciliano che ha compreso come il problema meridionale sia in sosotanza problema di educazione, e s'è fatto autore e divulgatore di preziosi libricini, che non loderemo abasstanza, pel popolo della sua isola. C'è soltanto uno stolfi, che chiede scuole per la Basicilacata. Ma poi? comunque, l'Associazione riprende vita: speriamo bene.
   Ugualmente lascia a sperare bene l'"Opera Nazionale per il mezzogionbo d'Italia " sorta nel 1921, e a cui lavorano con cuore Padre Semeria (altro settentrionale) e D. Minozzi. "Il  problema del Meuzzogiorno è nazionale. Ma noi insistiamo a credere cfu è problema di educazione".
Questo, il perlsiero del Semeria, e questo il concetto informatore dell'Opera, la quale, occupandosi degli orfani di guerra, costruisce edifici scolastici, istituisce asili, scuole professionali, botteghe d'arte. Non sarà mai soverdriamente appîezzat^l'importarza di tale ultima iniziativa (cui lavora anche l'associazione), che si propone di sviluppare nelle maestranze il gusto dell'arte locale, promuovere cioè una rinascita dell'artigianato artistico meridionale, inspirato alle caratteristiche tradizioni paesane. Ma l'Opera non trascura l'educazione agricola, e al di fuori delle cattedre d'agricoltura né molte né progredite del Sud, e libera dall'.,ossessione granaria", si propone di sviluppare caso per caso le varie culture ridrieste dai vari luoghi, di ossigenare la vita delle classi rurali, di assistere gli emigranti. Ora, certo, il prograrnma è solo in piccola parte atruato.
Ma l'Opera lavora con volontiì, ed è diretta da gente che non fi.da nella politica ma solo in se stessa ed ha i piedi ben piantati nella realta; vi si può contare. Ma anche qui: dove sono, chi sono, toltine un paio, i meridio
nali che sul serio confortano e dirigono l'Opera e l'Associazione?

Fine Sesta parte.
6.Continua

giovedì 19 agosto 2010

Il Groviglio Meridionale - quinta parte

I meridionali e il Sud
di Rodolfo De Mattei

  
   Certo, si comprende come da lontano il quadro potesse e possa cogliersi meglio. Ma v'era anche l'incultura politica ed economica, l'impreparazione, l'inesperienza storica, che impediva ai meridionali di assumere posizioni teoriche. Essi dovevano ricorrere al "grido di dolore": solo più tardi venne lo studio, e fu sempre studio laterale, limitato, contingente. Gli esami e le inchieste vennero dal centro. Per lungo tempo, infatti, non si ebbero che singoli gridi di dolore dalle varie regioni, e quindi singoli "provvedimenti speciali" da parte del Governo: legge speciale per la Basilicata, legge speciale per la Calabria, Commissariato per la Sicilia, ecc. I meridionali si esaurirono in articoli, discorsi elettorali, libelli. A questo genere e a quest'epoca comiziale appartiene la loro difesa, a questo genere appartiene l'eloquenza, pur degna, di Colajanni e di Ciccotti. Si fa questione di politica corruttrice, si fa questione di disparita di trattamento fra Nord e Sud; è la verità, ma il problema è altrove. Il problema sta nella tutela del Sud dinanzi alla politica economica nazionale e internazionale, oltre che in una necessilà di progresso spirituale. Si ebbe torto, altresì, di non fare dell'intricatissima serie di questioni che costituiscono il complesso problema, una graduatoria, un ordine, un quadro sistematico: tutti i guai furono affacciati tumultuosamente, in blocco, in massa. Due sole grandi questioni dovevano preliminarmente farsi: una, relativa all'invocazione di una politica di decentramento  che agevolasse la soluzione metodica e locale dei minori problemi regionali (sicurezza, monti frumentari, credito agrario, scuole, lavori pubblici, ecc.); Un'altra, relativa alla tutela degli interessi del Sud nella politica doganale della nazione. Delle due questioni fu agitata negli ultimi tempi solo la seconda (Salvemini, Nitti, De Viti, De Marco), ma senza grandi risultati. La prima, urgente ed essenziale non raccolse unità di consensi. Se vi fu chi caldeggio il decentramento, e chi arzi parlo di autonomia (Colajanni), non mancò chi autorevolmente se ne dichiarò contrario (Fortunato), temendo ne venisse compromesso l'edificio unitario: e al centro, effettivamente,  qualunque concessione all'attività  regionale dovette sembrar preoccupante e pericolosa. Ne a tutto rigore vi fu unità di consensi per la seconda medesima: occorre non dimenticare, infatti, che lo stesso Colajanni, strenuo paladino della causa meridionale, pensò e sostenne essere il protezionismo "...necessario all'Italia in genere e ai principali rami della produzione agraria del Mezzogiorno..." ("Fronte interno", Luglio 1917). Fine quinta parte.

mercoledì 18 agosto 2010

Il Groviglio Meridionale - quarta parte

Ottimismo e Pessimismo.
di Rodolfo De Mattei


 
   È l'epoca delle inchieste e degli stati d'assedio. Si hà la sensazione che v'ha del marcio nel Sud. Ma già, in sede antropologica, il Sergi (siciliano, al quale del resto faceva eco, in sede sociologica, un altro siciliano, il Niceforo) aveva rilevata la inferiorità naturale della razza meridionale rispetto alla settentrionale. Colajanni ne prende lo spunto per accusare il governo e la sua politica corruttrice e corrosiva. Si accendono 1e polemiche. Villari, Bauer, Basile, Fortunato, levano la voce. Di San Giuliano sciorina le tristi condizioni della Sicilia. Nitti denunzia la politica finanziaria condotta a danno del Sud. Ciccotti svela i guai della Basilicata, ecc. Man mano che i singoli guai vengono denunziati, la questione si dilata, si complica, diventa impressionante. I singoli mail si ricongiungono  in un teorizzante problema totale. Il mezzogiorno diviene quasi staccato., estraneo alla vita nazionale, peso morto, polmone atrofizzato, "palla di piombo", ecc. Ogni provvidenza statale assume pertanto caratteristiche di beneficenza. di elargizione, di concessione a fondo perduto. Il Sud appare un paese caratteristico, per folklore, ove non v'ha che lazzaroni, mafiosi, teatri di marionette, ruderi di templi e immondizie; terra di prefetti in castigo e di penitenziari. La terra promessa si appalesava squallida, miserevole, malarica, accidentata. La natura e l'uomo vi si rivelavano  maligni;  e gli studi di sociologia criminale applicati al Sud avvaloravano tale idea. Epoca  di pessimismo. Quest'epoca si può, all'ingrosso, contenere tra le soglie della XVI legislatura, e quelle della guerra europea.
Ma a un rinnovato tono di ottimismo sembrano improntati i nuovi studi. Se si sta alle recenti ricerche e conclusioni di tecnici, economisti e studiosi, il diavolo non è poi così brutto come si dipinge.
Del latifondo cominciano a esaminarsi aspetti e risultati non orridi. Dell'emigrazione si scorgono i benefici indiretti. Della ricchezza siciliana si correggono favorevolmente le cifre: (Zingali). Anzi, a proposito di ricchezza, nella recente relazione sulla questione meridionale fatta al Congresso di Napoli dal Partito Nazionale Fascista si è sentito affermare (ma forse si è corso troppo) che "il Mezzogíorno è ricchissimo di denaro". Inoltre, i nuovi studi di climatologia dimostrano che il regime di piovosità meridionale non è in realtà allarmante e disperante come si riteneva; fanno ugualmente sperar bene gli studi dell'Ulpiani, e così le nuove ricerche di chimica agraria che vedono nella caratteristica di "poca acqua e molta luce", del Sud maggiori vantaggi de"poca luce  e molt'acqua", del Nord; e le recenti conclusioni dell'Omodeo, che vede il Sud ricco di specialissime risorse idrauliche, e le nuove emergenze circa i vari problemi commerciali. Da parte sua l'Arias non esita a dichiarare "erronea" la "credenza, della fatale inferiorità del Mezzogiorno imposta da ragioni fisiche".
   Va perdendo credito, infine, oltre l'assunto degli antroposociologi, il goffo e abusato cliché del lazzarone napoletano, del grassatore calabrese, del mafioso siciliano, mentre vanno maggiormente lumeggiandosi i singolarissimi attributi morali dello spirito meridionale, e il valore etico del Sud. È vero che tale migliore valutazione coincide con l'affacciarsi di altri grandi problemi sull'orizzonte politico, ma sia concesso non rilevare la coincidenza.
   Un fatto sta, importante: la "questione meridionale" perde i caratteri di tragicità.
   E' suggestivo, a questo punto, esaminare la posizione teorica dei meridionali dinanzi al problema meridionale. Riesce spiegabile come sul tappeto nazionale la questione fosse stata posta prima dai settentrionali (che da essi: le prime avvisaglie concrete sono di Sonnino e Franchetti e anche, sì, di un siciliano,  ma vissuto in Toscana, certo Gaspare Amico che già nel '67, cioè appena sette anni dopo l'annessione fu in grado di riassumere in ottanta pagine la sostanza della questione(1). Ed e un settentrionale. il senatore Maggiorino Ferraris, parlamentare carissimo ai meridionali, che si occupa, a preferenza di costoro, degli interessi del Sud. Ed è pure su una rivista fiorentina, "La Voce", che il problema viene spesso e con elevatezza agitato, come nel Mezzodì non si seppe fare. Infine, l'ultimo  e più formidabile e amoroso esame viene da uno studioso non meridionale, da Gino Arias, che nella sua poderosa opera, vincitrice del premio "Villari," affrontò con definitiva analisi il complesso problema(2).
Fine quarta parte

martedì 17 agosto 2010

Groviglio Meridionale - terza parte

Carenza di Programmi
di Rodolfo De Mattei


Il problema meridionale, pertanto, fu agitato, come ancor oggi avviene, solo in mancanza d'altri programmi politici e problemi nazionali. Esso apparve, dunque, saltuariamente sull'orizzonte italiano, non sempre con chiarezza e sincerità. D'altronde, vasto qual è, esso non avrebbe potuto essere prospettato d'un tratto, intero. Occorreva vario sforzo e varia competenza, dunque del tempo, perché ogni lato fosse affrontato: lavoro minuzioso d'impostazione e svisceramento che, grosso modo, può considerarsi svolto dalla fine della prima guerra d'Africa alla fine della guerra europea.

Fasi alterative di ottimismo pessimismo caratterizzarono il tono di quanti dall'unità in giù si occuparono del problema del Sud. Appare naturale che le parole degli uomini dell'unità fossero ispirate a un frettoloso ottimismo che se appalesava una inevitabile superficialità, è facile spiegare come giustificazione e difesa del fatto compiuto. I mali, di cui al centro giungevano sì e no notizie, non sembrarono fatali. Ma è giusto aggiungere che il vero malessere si acutizzò alquanto dopo l'unificazione, allorché decisamente la politica e l'economia  nazionale ferirono gravemente le tradizioni e gli interessi del Sud. D'altro canto non si aveva tempo di pensare quanto quelle che sembrarono esigenze di vita unitaria (formazione di un esercito nazionale, e quindi leva obbligatoria; liquidazione delle propaggini vaticanesche, e quindi dell'asse ecclesiastico; unicità di ordinamento finanziario, e quindi fiscalità; accentramento, e quindi soppressione di vita locale; e via dicendo) fossero circostanze concomitanti a creare ed acutizzare il disagio nel Sud. L'unita si formava, sacrifici erano necessari. La presunta ricchezza del Sud avrebbe compensato tutto. Il Mezzodì effettivamente, appariva, come una terra promessa che solo l'ignoranza dei re fannulloni aveva potuto lasciare inesplorata. D'altronde, gli uomini maggiori di Stato avevano sì e no passato Napoli: il viaggio in Sicilia di Sonnino e Franchetti rimase storico; quanto a Minghetti, egli venne in Sicilia in periodo eccezionalmente prospero. Ed occorse il laboriosissimo guado del fiume Sinni perché gli occhi di Zanardelli si aprissero improvvisamente, e venisse fuori la legge 31 marzo 1904 per la Basilicata. Ottimismo, dunque, alimentato dai ricordi del periodo romano e arabo. Nei discorsi parlamentari del primo periodo dell'Unita non si trovano accenni seri ed espliciti ad una vera e propria questione meridionale.
  La questione si configura e s'impone in un secondo tempo, diventando adattissimo pretesto per dibattiti sociali, istituzionali e scientifici. Periodo interessantissimo che resta da ben fissare nella storia psicologica del Regno. Sviluppandosi la questione sociale è naturale che la questione meridionale si precisi e prenda rilievo; il Sud, per le caratteristiche di miseria, di vizioso ordinamento terriero e malgoverno, si presta ottimamente  a campo di battaglie economiche e istituzionali. In Sicilia viene attuato, coi Fasci, il primo esperimento di rivolta economica.
Fine terza parte.