Visualizzazione post con etichetta briganti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta briganti. Mostra tutti i post

domenica 12 giugno 2016

Giuseppe Decina, prigioniero dei briganti

Dalla biografia del patriota Luigi Toro ed il libro del suo discepolo Nicola Borrelli, emerge quanto  il brigantaggio fosse una piaga endemica nel territorio di Terra di Lavoro, ai confini con lo Stato Pontificio, dove operavano le bande di Francesco Guerra e Domenico Fuoco.
Fa riflettere la triste vicenda del tredicenne Giuseppe Decina rapito dai briganti e costretto a vivere con loro fino alla consegna del riscatto da parte della famiglia .
Era un giorno di fine estate del 1865 quando, al calar della sera, il ragazzo fu catturato, mentre con il suo garzone conducevano le bestie a Pescasseroli. Una ventina di briganti con a capo Domenico Fuoco intimarono al garzone di recarsi dalla famiglia Decina per chiedere un riscatto di mille ducati. “La via che percorremmo non saprei indicarla perché fatta di notte . Camminammo molte ore ascendendo una montagna e ci fermammo ad una grotta dove trovammo altri briganti, tra cui Guerra con la moglie”- dichiarò in seguito Giuseppe al Comandante della Frontiera Pontificia, presso il distaccamento di Sora, come riportato nel verbale dell’ 11 novembre 1865 , avente per oggetto “Liberazione di Decina Giuseppe , prigioniero dei Briganti” e inviato al Comandante del Dipartimento Militare – Ufficio Territoriale di Napoli.

L’ampio verbale costituisce una preziosa testimonianza storica in relazione anche al modo di vivere dei briganti capeggiati da Francesco Guerra e Domenico Fuoco, essendo il ragazzo stato con loro per ben due mesi, tempo impiegato dalla famiglia per racimolare il denaro richiesto. Il ragazzo fu fortemente impressionato dalla vita promiscua dei briganti che, anche facendo venire sulla montagna “qualche malafemmina”, consumavano libere oscenità sessuali a cui volevano costringere a partecipare lo stesso ragazzino che ogni volta si era rifiutato  sdegnosamente.
Tra altri particolari Giuseppe raccontò come fosse costretto in quella grotta a leggere ai suoi carcerieri  le avventure di  Guerrin Meschino, un'opera letteraria  a metà strada fra la favola e il romanzo cavalleresco, la cui prima edizione era stata scritta intorno al 1410 dal trovatore italiano Andrea da Barberino. Guerrino era una sorta di condottiero dei poveri e le sue avventure  piacevano tanto al brigante Francesco Guerra la cui compagna, Michelina De Cesare , “si sgravò in quella grotta di un maschio che chiamò Michelangelo”.
Giuseppe raccontò come la lettura del Guerrin Meschino, lo avesse salvato dalle minacce di Domenico Fuoco di recidergli le orecchie. Più volte era stato difeso da Francesco Guerra solo perché quella lettura gli  era particolarmente gradita.
Il verbale aggiunge che “Fuoco raccontava di essere stato nominato Aiutante con decreto del Borbone e di avere avuto assicurazioni che presto gli sarebbe giunto il decreto di Capitano”.
E’ questa un’ulteriore conferma di quanto i briganti si sentissero graduati borbonici autorizzati ad entrare nei paesi sventolando la bandiera gigliata ed  inneggiando a Francesco II, alla Regina Maria Sofia e a Pio IX.
Portavano anelli di zinco fatti distribuire dai Borbone ed ogni sorta di oggetto che credevano li proteggesse dal malocchio e dalla malasorte come anche filtri e porzioni per unire o dividere. Una vita, la loro,  intrisa di superstizione ed egregiamente descritta dall’antropologo Ernesto De Martino nel suo testo “Sud e Magia”. La parte finale dell’ampio verbale redatto riporta la descrizione dei banditi Guerra e Fuoco fornita dal tredicenne rapito, che si soffermò  anche nella descrizione degli orecchini indossati dai briganti. Quando arrivò la somma del riscatto “pagato in Lire 900 circa” il giovanissimo Decima fu trattenuto ancora per due giorni,  il tempo necessario per finire la lettura del Guerrin Meschino.


Categoria principale: Storia
Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Ultima modifica il Domenica, 12 Giugno 2016 19:10
Pubblicato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Scritto da Angelo Martino

Bibliografia
M. Lunardelli, Guardie e ladri. L'unità d'Italia e la lotta al brigantaggio, Torino, 2010

martedì 23 febbraio 2016

Briganti nel carcere borbonico di S. Stefano


Carcere di S. StefanoL’isola di Santo Stefano, di fronte a quella di Ventotene e nell’arcipelago delle isole Pontine, fu adibita a carcere per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Questi aveva deciso di deportare gli ergastolani in colonie penali nettamente separate anche a livello geografico dal resto della popolazione. L’incarico di realizzarlo fu dato all’ufficiale del genio Antonio Winspeare ed all’architetto Francesco Carpi.

Il carcere fu ufficialmente inaugurato nel 1795 quando vi furono rinchiusi circa 200 ergastolani. Le dimensioni della colonia carceraria crebbero rapidamente, poiché già nel 1797 a santo Stefano si trovavano 600 detenuti, saliti quasi a mille nel secolo XIX.
Una minuziosa descrizione della vita nella prigione si ritrova nell’autobiografia “Ricordanze della mia vita” dell’intellettuale e politico Luigi Settembrini, che era stato incarcerato per motivi politici sotto Ferdinando II. A Santo Stefano i detenuti politici erano mescolati ai moltissimi comuni, fra cui si trovavano numerosi briganti, attivi sotto la dinastia borbonica.  Settembrini ne riporta vividi ritratti.
«C'è un vecchio di 89 anni, nato in Itri, seguace de’ briganti Pronio e fra Diavolo, condannato alla galera sin dal 1800, sta da trentadue anni nell'ergastolo: c'è un altro calabrese di 75 anni, stupratore ed omicida il 1797, brigante col cardinal Ruffo, dannato alla galera in vita il 1802, poi uscito per le vicende politiche, poi capo di scherani, infine gettato nell'ergastolo nel 1825; si vanta di avere uccisi trentacinque uomini. Ci sono molti altri antichi briganti, che ebbero parte ne' terribili fatti narrati dalla nostra storia; ed alcuni di essi portano ancora sui fieri volti e sui corpi le cicatrici avute nei combattimenti, i quali essi narrano a modo loro. Qui dove tutti hanno delitti, nessuno vergogna o teme di confessare i suoi, anzi li dice con orgoglio per mostrarsi maggiore degli altri.»

Costoro, racconta il Settembrini, «s'irritano e s'inviperiscono per la più lieve cagione, per uno sguardo, per una parola, per nulla: e decidono loro contese con le armi. Tutti hanno loro coltelli, che chiamano tagliapane, spesso lunghi quanto una spada».
Non vi erano però coraggio o lealtà: «I loro combattimenti non sono forti, e direi generosamente scellerati, ma traditori e vigliacchi: molti s'avventano su di uno che siede o che dorme, e lo feriscon di dietro; o mentre passa innanzi una porta gli cacciano un pugnale nel fianco.»
Questi briganti e criminali comuni si odiavano ferocemente fra di loro anche per pure rivalità regionali: «le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l'arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.»
La vendetta cadeva anche su uomini incolpevoli: «se un uomo della tua provincia, che tu neppure conosci, si rissa con un altro; costui ed i suoi paesani se per caso t'incontrano su la loggia, nel loro cieco furore, ti corrono addosso perché sei paesano del loro nemico, e ti uccidono.»
Fra questi delinquenti compariva anche tale Moscariello: «Questo brigante detto Moscariello, narra i suoi casi ridendo e schiettamente nel suo nasale ed ispido dialetto. Fu soldato, disertò, prese moglie, e lasciata la zappa si diede con altri a rubare».
La sua attività brigantesca non aveva naturalmente nessun carattere politico od ideale, consistendo unicamente in furti, rapine, sequestri di persona: «narra ad uno ad uno i furti che fece, le persone che egli spogliò, i denari e le robe che prese, e ritenne per sé o diede ai suoi protettori; come una volta essendo nascosto con altri in un macchione per attendere uno che dovevano svaligiare, un povero contadino per caso li vide e conobbe alcuni, i quali tosto lo presero, lo legarono, e condottolo sul monte, egli lo uccise per non essere scoperto; come altra volta uccise quelli che rubò»
Infatti Moscariello ricordava «come è bella la vita del brigante, padrone di tutto, temuto da tutti».
La professione di brigante aveva però i suoi inconvenienti, non ultimo la slealtà che si ritrovava fra i banditi. Moscariello fu infatti tradito da suoi compagni:  «come un dì egli dormiva in una grotta, e due compagni, sperando impunità, gli tirarono un colpo di fucile, che gli spezzò l'osso dell'omero sinistro e gli fece larga ferita su la mammella; come egli inseguì i traditori che fuggirono e non osarono finirlo; come stette sei giorni senza curar la ferita che lo ardeva; come ricoverato da un romito invece di vedere un chirurgo, vide i gendarmi che legatelo su di un asino, e messogli sul berretto un cartello dove era scritto “II famoso Moscariello”, lo menarono prigione in Cosenza.»
Anche se incarcerato, Moscariello conservava il suo carattere feroce: «Una mattina svegliandosi sa che la notte è stato ucciso un ergastolano, che gli aveva rubate alcune salsicce: egli si leva, e con feroce sorriso dice: “Ora manderò l'acquavite a chi lo ha ucciso; ed oggi io mi voglio ubbriacare”.»

Articolo scritto da Marco Vigna per il Nuovo Monitore Napoletano.

lunedì 22 settembre 2014

La verità sul brigantaggio. I crimini dei briganti




Cannibalismo brigantesco nel califfato delle due Sicilie e nel brigantaggio post unitario



Oltre gli orribili, noti fenomeni cannibaleschi della plebe napoletana filoborbonica, filosanfedista e rapinatrice contro i sacri corpi dei repubblicani liberaldemocratici del 1799, sono da richiamare i poco noti fenomeni di cannibalismo briganteschi postunitari, che rivelano il volto atroce disumano dei nuovi filoborbonici foraggiati da Roma clericale pontificia, in particolare nel periodo 1861-1864, luogo di rifugio e di regìa dei salvi Francesco II e la tedesca sua consorte Maria Sofia, dopo aver inutilmente esposto la città di Gaeta a bombardamenti, che potevano e dovevano essere evitati, che tentarono, questa volta senza successo, di ripetere il sanfedismo del 1799.

Uno di quegli episodi orrendi, che mostrano la natura di mostri dell'umanità dei briganti borbonici, è riportato nel processo che si tenne presso la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere dal febbraio al marzo 1864 contro i capi di una delle bande che infestò soprattutto l'area della Valle Caudina, tra il Partenio e il Taburno,facente capo ai fratelli Giona e Cipriano La Gala, nativi di Nola.
Uno dei delitti più efferati per i quali furono condannati a morte, pena poi tramutata dal Regno d'Italia liberale, in carcere a vita, fu quello dell'uccisione e del successivo atto cannibalesco compiuto dai due infami fratelli contro un loro vecchio compagno di galera, Francesco De Cesare, al quale imputarono di averli presi a schiaffi durante il periodo di pena.
Con inganno lo invitarono ad un incontro, lo catturarono, lo legarono con una fune, lo ammazzarono, gli recisero la testa, mettendogli una pipa in bocca, le braccia e le gambe, collocate sugli alberi, e arrostirono le altre parti del corpo, mangiandole impunemente con altri compagni. I loro genitali furono portati per alcuni giorni come trofeo da uno della banda.
Chi onora e ammira oggi questi mostri dell'umanità deve per lo meno profondamente riflettere.
Fonte:
Processo dei briganti borbonici Cipriano e Giona La Gala, Domenico Papa e Giovanni D'Avanzo, Reggio Emilia, Tipografia della Gazzetta, 1864, pp.176-187 (letto su internet).
Sulla vicenda e sulle violente, assassine, disumane gesta dei due fratelli vi è un analitico romanzo dell'avv. Antonio Vismara, Un banchetto di carne umana (Scene dell'Italia meridionale), Milano, Editore Pagnoni, in due volumi, scritti intorno al 1870, di cui uno su internet.
http://www.braidense.it/dire/banchetto1.pdf

Categoria principale: Libere Riflessioni Pubblicato Lunedì, 22 Settembre 2014 22:28 Scritto da Nicola Terracciano per il Nuovo Monitote Napoletano

venerdì 20 giugno 2014

Le memorie del brigante Jose' Borjes

Uno dei pochi ufficiali che si mise al servizio di franceschiello e che realizzò, tropo tardi e sulla sua pelle, che i " patrioti " erano una ciurma di assassini.


Josè Borjes
Stupri, razzie, violenze e tradimenti. Le nefandezze dei briganti raccontate dall'eroe filoborbonico José Borjes.

All'indomani del crollo del Regno delle due Sicilie, un generale e hidalgo spagnolo decise di mettere la sua spada al servizio di Francesco II, così da riportare il vecchio sovrano sul trono di Napoli. 

Quest'uomo audace rispondeva al nome di José Borjes, e aveva già avuto modo di dar prova del suo valore sui campi di battaglia, in Spagna, combattendo per i carlisti. Adesso, il suo compito era quello di sbarcare nelle Calabrie e di risalire gli ex territori del Regno, conquistandoli a poco a poco con l'aiuto delle bande di briganti realisti che imperversavano nel Meridione.

Tuttavia, Borjes si rese ben presto conto della malafede dei suoi compagni di avventura (specialmente delle bande di Crocco e Ninco nanco), più interessati a compiere stupri, violenze e razzie che non al trionfo della causa legittimista. Deluso e abbandonato, decise allora di riparare nello Stato Pontifico, così da avvertire il sovrano in esilio della condotta dei suoi ex commilitoni, ma venne catturato dall'esercito italiano e fucilato nei pressi di Tagliacozzo.

Quelli che proporremo sono alcuni brani del suo diario, scritto nel 1861 durante quella tragica spedizione; potremo notare che, mentre l'hidalgo ha sovente parole di stima e rispetto per garibaldini e piemontesi (“è morto da eroe”, scriverà di un luogotenente piemontese, ucciso dalle sue truppe il 10 novembre), ai briganti riserva soltanto note di biasimo e indignazione.

23 ottobre: Il Signor De Langlais* giunge con tre ufficiali: si spaccia come un generale e agisce come un imbecille. Lo lascio fare per vedere se la sua nascita lo ricondurrà al dovere.

*Augustin De Langlais. Francese, agente legittimista al servizio dei Borbone.

26 ottobre: Crocco, che è assai astuto, guadagna tempo e non mantiene la promessa di organizzare da lui fattami. Non posso intendere quest'uomo, che, a dire il vero, raccoglie molto danaro: cerca l'oro con avidità

28 ottobre: De Langlais, uomo che temo assai intrigante, mi narra che ieri sera ha avuto una conferenza di più di due ore con Crocco, e che questi gli ha detto: “Se io ammetto una organizzazione, non sarò più nulla; mentre restando in questi boschi sono onnipotente, nessuno li conosce meglio di me: se entriamo in campagna, ciò non accadrà più. Del resto i soldati mi hanno nominato generale, ed io ho eletto i colonnelli e i maggiori e gli altri ufficiali, i quali nulla più sarebbero, de cadessi. Del resto io non sono che un caporale, lo che vuol dire che di cose militari non me ne intendo! Da che ne segue che non avrò più preponderanza il giorno in cui si agirà militarmente”

29 ottobre: De Langlais mi riferisce quanto segue: “Ieri sera ho avuto un colloquio col nipote Bosco, il cui solo cui Crocco si confidi. Egli pretende, e mi ha incaricato di dirvelo, un brevetto di generale sottoscritto sa SM e altre promesse che non specifica per il futuro, una somma corrispondente di danaro, e non so che altro ancora”. De Langlais avrebbe risposto che non può garantire tutto, ma che il modo di regolarizzare queste faccende era quello di riconoscere i capi. Crocco e i suoi hanno rubato molto , e quindi hanno molto danaro che vogliono conservare ed aumentare.; se vedono che si aderisce a questo intendimento, consentiranno a lavorare per la causa di Sua Maestà, ma in caso contrario non si adopereranno per loro medesimi, come hanno fatto fin qui.

3 novembre: Dopo un combattimento di oltre un'ora, ci impadroniamo della città*; ma, debbo dirlo con rammarico, il disordine più completo regna tra i nostri. , cominciando dai capi stessi. Furti, eccidii e altri fatti biasimevoli furono la conseguenza di questo assalto. La mia autorità è nulla.

*La cittadina di Trevigno

4 novembre: ci mettiamo in marcia dirigendoci verso il bosco di Cognato, ove giungiamo alle 7. Alle 8 e ½ sono informato che Crocco, Langlais e Serravalle hanno commesso a Trevigno le più grandi violenze. L'aristocrazia del luogo erasi nascosta in casa del sindaco, e i sopracitati individui, che hanno ivi preso alloggio, l'hanno ignobilmente sottoposta a riscatto. Più: percorrevano la città, minacciavano di bruciare le case de' privati, se non davano loro danaro.

9 novembre: Giungiamo ad Alliano, dove la popolazione ci riceve con il prete e colla croce alla testa, alle grida di viva Francesco II; ciò non impedisce che il maggior disordine non regni durante la notte. Sarebbe cosa da recar sorpresa, se il capo della banda e i suoi satelliti non fossero i primi ladri che io abbia mai conosciuto.

16 novembre : Compiuto il fatto, abbiamo preso alloggio* , per non essere testimonio di un disordine contro il quale sono impotente, perché mi manca la forza per far rispettare la mia autorità. Temo che Crocco, il quale ha molto rubato, non commetta qualche tradimento.

*A Potenza, dopo la presa della città

17 novembre: Ci riuniamo per accamparci nel bosco di Lagopesole, ove giungiamo a quattro ore della sera. Crocco ci lascia con il pretesto di andare a cercare del pane, ma temo che sia piuttosto per nascondere il danaro e le gioie che ha rubato durante questa spedizione.

23 novembre: Arrivo al culmine della sera e vedo la nostra gente dispersa. Alcuni colpi di fucile si scambiano contro una capanna: vi vado a veder di che si trattava. A mezza strada trovo Crocco e Ninco Nanco che fuggono a spron battuto.

24 novembre: I disordini più inauditi avvennero in questa città*; non voglio darne particolari, tanto sono orribili sotto ogni aspetto.
*Balbano, conquistata da Borjes insieme alle bande legittimiste

giovedì 20 marzo 2014

Considerazioni sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni

Pontelandolfo - veduta panoramica 
I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente sfruttati da certi propagandisti e pubblicisti con intenti politici di critica all’Unità d’Italia. 
Come insegnava fra gli altri il grande Max Weber, le scienze umane devono escludere ogni considerazione ideologica, estetica, etica ecc., limitandosi a fornire un’analisi obiettiva dell’oggetto esaminato. Il sottoscritto pertanto non si prefigge d’esprimere qui un giudizio morale o politico sugli accadimenti suddetti, ma solo e più modestamente di provare a riportarne una sintesi con meri fini divulgativi, essendo già stati trattati esaurientemente da alcuni studiosi.


Si può premettere che queste vicende, contrariamente a ciò che sostengono taluni, non sono per nulla rimaste “nascoste” ossia “occultate”. Al contrario, dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni parlarono già nel secolo XIX studi sul brigantaggio, come ad esempio quello celebre di Marc Monnier, nostalgici del regno borbonico quale Giacinto De Sivo, memorie autobiografiche, articoli di giornale d’ogni tendenza ecc. L’onorevole Giuseppe Ferrari ne discusse in Parlamento, nella seduta alla Camera del 2 dicembre 1861, dopo aver visitato personalmente Pontelandolfo il 1 novembre dello stesso anno. Praticamente in contemporanea a questi accadimenti e negli anni immediatamente posteriori, mentre la lotta al brigantaggio continuava, questi fatti erano conosciuti, liberamente divulgati, discussi in prospettive differenti. Naturalmente, anche la storiografia scientifica del Novecento li ha affrontati. Ad esempio, lo storico Franco Molfese li riferisce nella sua opera “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, pubblicata a Milano nel 1964 e che viene ritenuta tutt’ora, per quantità delle fonti esaminate e per bravura e capacità nel comporre un quadro complessivo ed equilibrato, il miglior saggio mai scritto sulla repressione del fenomeno brigantesco dopo il 1860. È sufficiente conoscere le fonti primarie ottocentesche, oppure la storiografica accademica novecentesca, per sapere che di quel che accadde in questi due paesi del Beneventano si è sempre scritto pubblicamente e liberamente. Non ci si trova dinanzi ad un evento tenuto segreto ed infine smascherato in anni recenti, ma di un avvenimento conosciuto e studiato praticamente dal momento in cui si compì fino ad oggi. Ciò premesso, si può passare ora a fornire una rapida sintesi delle vicende. 

Il 7 agosto del 1861 un gruppo di briganti, aventi per capobanda Cosimo Giordano, fece irruzione a Pontelandolfo, approfittando dell’allontanamento di volontari della Guardia nazionale. Secondo alcune fonti, sarebbero stati invitati dall’arciprete Epifanio De Gregorio e da un gruppo di canonici. In ogni caso, dopo il loro ingresso in paese si diedero al saccheggio, incendiarono abitazioni e pubblici registri e devastarono uffici ed edifici dell’amministrazione. Furono bruciati gli archivi comunali e la biblioteca e venne gravemente danneggiata la grande collezione d’arte del giudice Giosuè De Agostini, ospitata nel suo palazzo signorile. Fu assalita la corriera postale e vennero derubati i suoi passeggeri. Si ebbero anche diversi assassini d’abitanti. Fra la cittadinanza, parte simpatizzò con i briganti, parte fuggì o fu vittima delle violenze, parte ancora rimase neutrale ovvero non ebbe alcun ruolo attivo. 

Le autorità, avvisate dell’accaduto ma ignare delle dimensioni della banda brigantesca e dell’appoggio datole da parte della popolazione, decisero d’inviare un reparto di militari in perlustrazione. L’11 agosto 1861 giunse così a Pontelandolfo il luogotenente Luigi Augusto Bracci alla testa di 40 bersaglieri del 36° reggimento, con il rinforzo di 4 carabinieri. Entrati in paese senza aver compiuto alcun gesto ostile, anzi inalberando una bandiera bianca in segno di pace e cercando solo d’acquistare viveri, furono assaliti dai briganti e da alcuni cittadini. I soldati, dinanzi ad un numero soverchiante di nemici, ripiegarono prima all’interno d’una torre medievale (il simbolo di Pontelandolfo, ultimo resto d’un castello del Trecento), poi cercarono scampo in direzione di Casalduni. Durante tale ritirata finirono però in un’imboscata e, serrati da ogni direzione da forze preponderanti, s’arresero. Cinque erano caduti in combattimento, un sesto era stato ucciso in precedenza, due erano riusciti provvisoriamente a nascondersi. Nonostante avessero alzato bandiera bianca, i militari superstiti vennero tutti trucidati, tranne un sergente che venne risparmiato perché aveva promesso che non avrebbe più combattuto contro Francesco II. Il tenente Bracci fu torturato per circa otto ore, prima di venire ucciso a colpi di pietra. La testa gli fu tagliata e venne infilzata su d’una croce, posta nella chiesa di Pontelandolfo. Una sorte analoga toccò a tutto il suo reparto, i cui soldati finirono uccisi a colpi di scure, di mazza, dilaniati dagli zoccoli di cavalli ecc. Sei militari, già gravemente feriti, furono massacrati a colpi di mazza. Un cocchiere si segnalò per il suo comportamento, facendo passare e ripassare dei cavalli al galoppo sopra i corpi dei soldati, alcuni moribondi, altri solo feriti ma impossibilitati a muoversi perché legati. 
Fu allora inviato un altro reparto militare, questa volta di ben maggiore forza, comandato dal tenente colonnello Pier Eleonoro Negri e costituito da 400 bersaglieri. Quando entrarono a Pontelandolfo, il 14 agosto del 1861, questi soldati, che già sapevano della strage dei propri commilitoni arresisi, videro che i loro stessi corpi erano stati smembrati ed appesi dai briganti come trofei in diverse parti della località, con il capo mozzo del tenente Bracci che era stato conficcato su d’una croce, come si è detto sopra. A questo punto iniziò la rappresaglia, che coinvolse certamente persone innocenti e vide l’incendio d’entrambi i paesi, Pontelandolfo e Casalduni.
Rimangono da precisare le dimensioni della rappresaglia, con il numero delle vittime e gli stessi danni materiali. Questo deve essere fatto sulla base di ciò che è possibile provare dalle fonti, altrimenti cessa d’essere storia e diventa romanzo ovvero pseudostoria. Esistono analitici studi di storia locale, dedicati proprio a queste tragiche vicende, che forniscono una stima precisa delle perdite di vite umane. 
Si può ricordare anzitutto il saggio “Storia dei fatti di Pontelandolfo”, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni.

Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio “L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861”, Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.).

Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime. 
Panella poi confronta il totale di decessi avvenuto a Pontelandolfo nell’intero 1861 (furono 291) con quelli del 1860 (furono 142) e del 1862 (furono 171). L’ipotesi di questo ricercatore è che l’aumento della mortalità sia stato condizionato dall’incendio delle case e dalle sue conseguenze indirette, tanto che nei mesi d’agosto e di settembre del 1861 dopo la rappresaglia si registrò una insolita crescita della frequenza dei trapassi. Egli però constata che, anche attribuendo all’incendio ed ai suoi effetti a posteriori questi decessi, si resterebbe comunque ben lontani dalle cifre che alcuni hanno ipotizzato. Il Panella difatti conta dal 15 agosto al 15 settembre (quindi dopo la rappresaglia) un totale di 74 morti, che sono per lo più deceduti nelle proprie case e per il resto in abitazioni di campagna, comunque non a causa d’atti di violenza. 
Il totale di vittime della rappresaglia a Pontelandolfo, quale può essere calcolato con precisione sulla base del minuziosissimo archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, è pertanto di tredici persone. A questi, secondo l’ipotesi di Panella, si potrebbero aggiungere altri decessi ancora, che si ebbero nel mese d’agosto e di settembre e che potrebbero (tale è il parere di questo studioso, ma non è possibile provarlo con certezza) essere stati dovuti in parte alle conseguenze dell’incendio. Questo ricercatore può quindi concludere osservando che il totale di vittime risulta senz’altro di molto inferiore alle stime che erano state precedentemente proposte, facendo notare che i testi che presentavano questo episodio parlavano in maniera generica d’un numero ritenuto elevato di morti, ma senza fornire un computo preciso ed appunto in modo vago ed approssimativo.
Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti.
Un altro caso è stato riferito da questo studioso durante un convegno dedicato al tema “Il brigantaggio nell’Alto Tammaro”, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo “Terroni”, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata, prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione.
Appare evidente da questi due semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati. 
È possibile ora trarre alcune conclusioni da questa breve sintesi. Gli eventi dell’agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni sono stati conosciuti e studiati in pratica dal momento in cui avvennero sino ai giorni nostri: non ci si trova dinanzi ad un fatto storico ignoto, segreto o tenuto celato. La dinamica degli accadimenti è certa: dapprima vi fu un’irruzione di briganti, con saccheggi, incendi ed assassini; poi il massacro d’un reparto di militari caduto prigioniero; infine la rappresaglia dei bersaglieri, con uccisioni ed incendi.
Per ciò che concerne appunto questa rappresaglia, il totale di vittime accertate per Pontelandolfo è di tredici, cifra su cui concordano sia il Pulzella, sia il Panella. È probabile che vi siano stati anche altri decessi in conseguenza dell’azione dei militari, principalmente a causa dell’incendio. Non è però possibile dimostrare ovvero sapere quanti fra i decessi indicati nel registro dei defunti nel mese successivo ai fatti fossero dovuti a cause naturali e quanti al fuoco. In ogni caso, il totale potenziale rimane inferiore al centinaio. I due paesi non furono interamente distrutti dalle fiamme, poiché gli abitanti, in gran parte allontanatisi al momento dell’arrivo dei soldati, una volta ritornati provvidero a spegnere i fuochi. Alcune case certamente bruciarono, ma altre rimasero solo danneggiate. Si continuò a vivere ed ad abitare a Pontelandolfo e Casalduni anche dopo la rappresaglia, tanto che le fonti utilizzate dal Panella segnalano la continuità della presenza abitativa in entrambe le città.
La descrizione che taluni hanno proposto d’una distruzione intera delle due città e dello sterminio degli abitanti è quindi certamente erronea: la rappresaglia è avvenuta, ma con dimensioni di gran lunga inferiori rispetto a quelle ipotizzate senza prove da una certa pubblicistica antirisorgimentale. Il totale delle vittime si può calcolare al massimo nell’ordine delle decine, sicuramente non delle centinaia o migliaia, mentre i danni inferti all’abitato non furono uniformi e non impedirono che molti cittadini continuassero ad abitare in questi due paesi sin da subito. Non si dimentichi poi che i briganti si comportarono esattamente allo stesso modo quando fecero irruzione, uccidendo alcuni cittadini e dando fuoco ad edifici.
È altrettanto sbagliato inoltre tentare d’interpretare questi accadimenti come un contrasto fra un esercito “straniero” ed una popolazione insorta contro di esso. I reparti militari coinvolti appartenevano all’esercito italiano, che comprendeva membri d’ogni parte d’Italia: Cialdini era di Modena, Pier Eleonoro Negri era di Vicenza, Carlo Melegari di Genova, Luigi Augusto Bracci di Livorno ecc. Inoltre i cittadini locali erano divisi fra i fautori del nuovo stato ed i nostalgici del vecchio, tanto che prima i briganti, poi i soldati esercitarono le loro vendette sugli abitanti. 
Ciò che avvenne nel 1861 a Pontelandolfo ed a Casalduni deve pertanto essere considerato un cruento episodio di guerra civile, in cui una popolazione, che era a favore in parte dell’Italia, in parte del sovrano borbonico, si trovò presa in mezzo ai due contendenti armati, subendo alternativamente le violenze d’entrambi. Gli eccidi furono tre, del 7, 11 e 14 agosto, e videro come vittime rispettivamente cittadini fedeli allo stato italiano, i bersaglieri e carabinieri fatti prigionieri, infine i civili caduti nella rappresaglia. Nel totale di morti accertati la netta maggioranza, circa dei 2/3, è costituita dai militari trucidati dopo la resa.
Prof. Marco Vigna, dottore di ricerca in storia


martedì 7 gennaio 2014

Una storia di delinquenza comune. La banda del “sergente Romano”

L’operato essenzialmente criminale dei briganti, inclusi quelli attivi dopo il 1860, finì con l’essere apertamente denunciato a partire dal 1863 dagli stessi pubblicisti borbonici e clericali, che d’altronde già in precedenza s’erano trovati in forte imbarazzo nel dover spiegare la totale assenza di legittimisti alla testa delle bande, che non fossero i pochissimi nobiluomini stranieri al soldo di Francesco II, quali Borjes o Tristany, che comunque ebbero davvero scarso e breve ruolo nel brigantaggio. (1)
L’unica eccezione d’un legittimista meridionale a capo di una banda di briganti è quella di Pasquale Romano, oggigiorno conosciuto come “sergente Romano” poiché aveva ottenuto questo grado nell’esercito borbonico.
Egli però pretendeva di farsi chiamare dai suoi seguaci come “maggiore”, grado che si era attribuito da sé, e col soprannome retorico di “Enrico La Morte”.
Comunque, avendo la particolarità d’essere stato in pratica l’unico capobrigante ad essere un autentico legittimista politico, Pasquale Romano alias Enrico La Morte ha ricevuto dalla propaganda separatista attuale molta attenzione, perché si è preteso poter individuare in lui un brigante il cui operato sarebbe stato interamente estraneo ad atteggiamenti delinquenziali e riconducibile all’ipotesi (assurda e totalmente priva di fondamento) d’una sorta di “guerra nazionale” contro un presunto invasore straniero.
In questo tentativo compiuto da una certa pubblicistica si deve anzitutto segnalare l’errore di voler redimere un intero fenomeno, quello del brigantaggio, sulla base di uno dei suoi membri, che d’altronde fu l’eccezione e non la regola. Bisogna già rimarcare il fatto che, delle molte centinaia di bande attive dopo il 1860, soltanto una si può considerare come capitanata da un vero e proprio legittimista e non da un puro criminale comune.
In ogni caso, lo stesso “sergente Romano” tenne comportamenti non dissimili da quelli di altri capibanda dell’epoca, come si può provare da una rapida sintesi delle sue principali azioni. (2)
Si deve dare un’avvertenza preliminare. La sintesi sotto riportata ricorda unicamente, in forma molto abbreviata, l’operato della “banda Romano” in senso stretto. È stata quindi esclusa dalla narrazione il ricordo dell’assalto condotto da una turba disordinata di borbonici, capitanati però sempre da Pasquale Romano, alla città di Gioia il 28 luglio 1861.
Nel tumulto che ne seguì avvennero diversi assassini, fra cui quello di un bambino d’otto anni, ammazzato a colpi d’ascia perché “colpevole” d’aver detto che voleva Vittorio Emanuele II per re.
Vi furono anche casi di cannibalismo (frequente fra i briganti ed affini), con donne che bevvero il sangue di un garibaldino massacrato dalla plebaglia, che poi infierì sul corpo fino a smembrarlo.
È pertanto possibile così riassumere gli accadimenti principali della banda Romano:
-Fine luglio 1862. La banda diede un assalto al quartiere guardie nazionali di Alberobello. Una guardia nazionale, di nome Curri, fu uccisa, altre tre ferite. I briganti derubarono il cadavere dell’assassinato, portandogli anche via le scarpe.
-6 agosto 1862. L’ex sergente Romano condusse la sua banda a sequestrare ed assassinare due contadini della zona nei pressi di Alberobello, precisamente Riccardo Tanzarelli di Ostuni ed Oronzo Terruli.
Il primo era “colpevole” d’aver invitato a consegnare alle autorità un paio di briganti che erano stati arrestati di propria iniziativa da un gruppo di contadini (episodio che prova, casomai ve ne fosse bisogno, che i banditi non godevano affatto del consenso universale della popolazione).
Il secondo invece era “reo” soltanto d’avere idee liberali e d’aver denunciato un brigante. Tanzarelli fu rapito dalla sua abitazione (un tipico “trullo”), legato e trascinato nei pressi della masseria di tale Marangiuli, in cui si trovava anche Oronzo Terruli.
Ivi Tanzarelli fu fucilato per ordine di Pasquale Romano stesso. Terruli invece venne massacrato dopo aver tentato di nascondersi, ricevendo diversi colpi d’arma da fuoco e 27 pugnalate. Durante l’aggressione fu ucciso anche l’anziano Marangiuli, sebbene fosse del tutto estraneo alla vicenda.
-Metà agosto 1862 circa. La banda sequestrò il contadino Vito Angelini di Putignano, perché d’idee liberali. Rapito e legato, fu trascinato sino nel bosco e sottoposto dal “sergente Romano” ad una farsa di processo, al termine del quale fu condannato a morte e fucilato. Il contadino riuscì però a sopravvivere ed a trascinarsi sino ad una masseria vicina, dove fu curato.
-Settembre ed ottobre 1862. La banda Romano si trasferì nella penisola salentina, dedicandosi a bruciare i raccolti e le masserie dei contadini e dei proprietari ritenuti liberali.
-23 ottobre 1862. Un gruppo di guardie nazionali s’imbatté nei briganti e fuggì. La banda rincorse i fuggiaschi e ne catturò dodici. Tre di questi, legati, furono fucilati.
I restanti ebbero le orecchie mozzate: soltanto due fra questi scamparono alla mutilazione ed unicamente perché avevano le teste fasciate per le ferite.
Un brigante, Francesco Monaco di Ceglie Messapica, amputò il mento ad un cadavere, lo fece seccare e lo portò con sé come trofeo. Anche le orecchie tagliate furono conservate dai membri della banda del “sergente Romano” ed usate per intimidire i contadini.
-14 novembre 1862. Pasquale Romano fece fucilare tre suoi briganti, i fratelli Montanaro di Latiano.
-21 novembre 1862. La banda irruppe in un paese indifeso, Carovigno, saccheggiando e devastando abitazioni private e negozi.
-21 novembre 1862. Subito dopo il saccheggio di Carovigno la banda ebbe uno scontro a fuoco con un reparto di carabinieri e di guardie nazionali. Essa venne respinta e sconfitta, ma riuscì a fare un prigioniero, la guardia nazionale Michele Catamarò, che venne condannato a morte. Il carnefice fu il brigante Antonio Briante, che gli recise la gola con un coltellaccio.
-22 novembre 1862. La banda rapì l’agricoltore De Biase, un patriota italiano.
Dopo il sequestro, il “sergente Romano” chiese alla famiglia 1000 piastre per restituirlo.
I familiari però non disponevano di una somma simile e si offrivano di pagare subito 300 piastre ed il resto in seguito. De Biase fu così portato via dai briganti e poi assassinato.
-2 dicembre 1862. In tale data, per la prima volta la banda Romano si trovò a combattere con un reparto di fanteria dell’esercito regolare.
I briganti furono colti di sorpresa nelle vicinanze della masseria dei Monaci di san Domenico dalla 16° compagnia del 10° reggimento di fanteria.
Il loro comandante, il sedicente “maggiore Enrico La Morte” ovvero Pasquale Romano, non era neppure presente al momento dell’attacco. Giunto infine durante il combattimento, pensò bene di gettare via le insegne del suo comando e fuggire travestendosi da semplice gregario, con in testa il berretto di un altro brigante.
Visto scappare il loro capo, anche gli altri briganti si diedero alla fuga, subendo gravi perdite.
Dopo la sconfitta, i superstiti si riunirono e si insultarono pesantemente, accusandosi reciprocamente di vigliaccheria ed incapacità. Buona parte dei banditi decise d’abbandonare il “sergente Romano”, che al primo vero scontro aveva dato così cattiva prova di sé.
Rimasero con lui circa una cinquantina di briganti.
-Dicembre 1862. La banda si dedicò a saccheggiare le masserie della zona di Alberobello e d’altri comuni vicini. Ad esempio, nella notte del 23 dicembre i briganti depredarono la masseria Barsiento.
-30 dicembre 1862. La banda del “sergente Romano” venne intercettata da un reparto di cavalleggeri del “Saluzzo Cavalleria” e fu posta in fuga subendo notevoli perdite. Dopo quest’altra sconfitta, i banditi, scoraggiati, si separarono in due gruppi e con “Enrico La Morte” restarono ancor meno uomini.
-4 gennaio 1863. La banda tese un agguato ad un drappello della guardia nazionale di Altamura, che perse il sergente Arcangelo de Stasi.
Questo patriota fu torturato, mentre si trovava in agonia, dal brigante Giuseppe de Caro da Fasano, che gli troncò l’estremità del mento, ornata da pizzo, conservando poi il trofeo sotto sale.
-5. Gennaio 1863. La banda Romano fu nuovamente attaccata dai cavalieri del reggimento “Saluzzo” e quasi interamente distrutta. Il suo comandante perì nello scontro.

Presentata sinteticamente l’attività della banda nei suoi eventi principali, si possono sviluppare alcune considerazioni su questa vicenda:
1) l’attività della “banda Romano” è stata davvero di scarsa rilevanza sul piano militare. Essa ebbe tre scontri con reparti regolari, venendo sconfitta in tutti e tre i casi senza difficoltà.
È degno di nota altresì che questo gruppo di briganti cercava d’evitare le unità militari dell’esercito e che, quando le affrontò, fu perché attaccato e costretto a combattere.
Gli altri combattimenti coinvolsero le guardie nazionali, ossia reparti volontari di civili. L’ex sergente Pasquale Romano non dimostrò certo particolari doti militari.
Basti dire che egli si fece per ben tre volte cogliere di sorpresa dai suoi nemici e che in una circostanza, anziché cercare di rianimare i suoi, scappò dopo aver gettato le insegne del proprio grado, così determinando la rotta dell’orda brigantesca.
2) l’operato di questa banda non differì da quello degli altri gruppi di banditi attivi nel Mezzogiorno: assassini, sequestri di persona, saccheggi, torture e mutilazioni sui prigionieri ed i morti.
Ciò fu inevitabile, poiché i suoi componenti erano di delinquenti. Quali uomini componevano la banda di questo ex sergente borbonico?
Egli stesso lo racconta in suo testo sgrammaticato. Pasquale Romano così scriveva dei suoi briganti: «Ma siccome in questi esistea il solo sentimento di Rubbare e non mai quello di farsi onore di eguaglianza al mio, incominciavano ad agitarsi contro di me, permettendosi dire fra di lori stessi, noi siamo uscito in campagna e siamo chiamati Ladri e dobbiamo Rubbare e se il nostro Capo non fa come diciami, mala morte farà oppure resterà solo».
Malgrado i molti errori grammaticali, il senso del passo è chiaro: si trattava di criminali comuni interessati al furto e disposti anche ad uccidere il loro capo se avesse cercato d’impedirne le attività delinquenziali.
Tra gli accoliti di “Enrico La Morte” si trovavano personaggi come Francesco Monaco di Ceglie Messapica, colpevole di violenza carnale e sequestro di persona, avendo violentato e rapito Rosa Martinelli, una contadina, che fu da egli costretta ad unirsi alla banda.
Può aiutare a comprendere ulteriormente la natura dei componenti di tale compagnia il fatto che questo Monaco fu assassinato da altri due briganti suoi commilitoni, tali Elia e De Martini, per ragioni di gelosia amorosa.
3) coloro contro cui combatté il “sergente Romano”, mitizzato ed immaginario campione di una fantomatica “guerra nazionale”, furono in realtà quasi tutti meridionali. Furono i suoi conterranei le vittime del suo operato, dei saccheggi che egli compì, degli assassini e sequestri di persona.
Anche i membri della guardia nazionale altro non erano che civili residenti in loco, che prestavano volontariamente il proprio servizio armato nella lotta contro i briganti.
Soltanto i reparti dell’esercito avevano italiani provenienti da altre regioni, ma si noti che questo borbonico cercava sistematicamente d’evitarli. Il suo bersaglio erano proprio i suoi corregionali.

Si può pertanto concludere che la “banda Romano” non abbia concretamente operato né con finalità sociali (le sue vittime appartenevano in larga misura ai ceti poveri) né con finalità politiche (essendosi dedicata principalmente o quasi esclusivamente ad attività criminali di bassa lega) e che neppure abbia espresso una qualche rilevanza militare, venendo sconfitta con facilità in ogni confronto dall’esercito regolare italiano.
Questo è il curriculum vitae di quella che è stata presentata da alcuni nostalgici come la comitiva brigantesca maggiormente mossa da ideali!

Note Bibliografiche 
1) Lo studio senz’altro più documentato sull’argomento è il classico di Franco Molfese,  Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1962; sulla questione specifica dei mercenari stranieri al soldo del sovrano borbonico in esilio come strumenti della sovversione e del terrorismo nel Mezzogiorno, cfr. Aldo Albonico, “La mobilitazione legittimista contro il Regno d'Italia: la Spagna e il brigantaggio meridionale postunitario”, Milano 1979.
2) Il riferimento storiografico principale per tale ricostruzione naturalmente sono i fondamentali studi dello storico Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico nelle Puglie dopo il 1860. Il sergente Romano, Laterza, Bari 1946; Il sergente Romano: notizie e documenti riguardanti la reazione e il brigantaggio pugliese del 1860, Soc. Tip. Pugliese, Bari 1922 (prima edizione).

martedì 26 novembre 2013

Un caso di vergogna e tradimento dei Borbone nella lotta al Brigantaggio


Lo storico Enzo Ciconte definisce l’assassinio del brigante Gaetano Vardarelli da parte dell ‘esercito borbonico nel 1818 “un omicidio di Stato, criminale , a sangue freddo”. 
Come abbiamo evidenziato, tornato nel 1815 sul trono, il re Borbone si era ritrovato già nel 1816 , con una lista di “fuorbandi”, scorridori armati” in Calabria, Basilicata, Molise e Campania, i cui principali esponenti erano i briganti Vito Caligiuri, Carlo Cironti, Paolo Negro detto Pecora, Emanuele Greco e i fratelli Vardarelli. 
La banda dei Vardarelli era così chiamata perché la famiglia dei capi esercitava l’arte del “vardaro “ che in dialetto indica gli artigiani che producono o riparano basti, selle. Il vero cognome dei Vardarelli era Meomartino e nell’ atto di nascita in Celenza Valfortore Gaetano è iscritto infatti come nato il 13 gennaio 1780 da Pietro Meomartino e Donata Iannantoni. La banda era formata anche i suoi due fratelli Geremia di anni 29 e Giovanni di anni 25, due donne, di cui una era sua sorella, e complessivamente erano 50 elementi. La compagnia aveva disciplina militare, vestiva una divisa, ognuno era armato di sciabola, fucile, baionetta. La banda si mostrava attiva e aveva sempre la meglio contro l’esercito borbonico al punto che viene mandato in Puglia Filippo Cancellier , ispettore della gendarmeria reale con poteri eccezionali. Intanto si fa strada la convinzione che la distruzione della banda per via militare è impossibile e, per suggerimento degli stessi alti ufficiali che avevano comandato le truppe, il governo borbonico , confessando la propria incapacità di sconfiggere la banda, approva il 6 luglio 1817 un patto col quale si concordava che tutti i membri della banda godessero di uno stipendio con il compito di agire contro i malviventi del Regno. L’accordo, accettato dai Vadarelli previa una Santa Messa e discorso d’occasione alla presenza delle autorità militari, fu giurato l’11 luglio 1817 nella Chiesa della Masseria Carignani. 
Tuttavia il fatto che il Valdarelli “sia diventato da brigante in sbirro al soldo dei Borbone pone più problemi di quanti ne risolva “ scrive Enzo Ciconte, facendo riferimento ad una somma ingente pagata dal governo borbonico. Il partito contrario ai Vardarelli faceva capo al generale Amato, acerrimo loro nemico e influente presso il Governo e la Corte reale. Così a Gaetano Vardarelli fu riservato un tranello ben congegnato su ordine del generale Amato e aventi quali esecutori il tenente Campofreda e Paolo Antonio Grimaldi , un ricco signorotto del luogo che lo riteneva responsabile dello strupro di una sua sorella. Il Gen. Amato, ordina al Vardarelli di recarsi in Larino , particolarmente infestato dal brigantaggio e Il 2 aprile 1918 i Vardarelli sono a S. Martino in Pensilis e qui il capo Gaetano, la compagna Annamaria Durante e il segretario particolare, sono ospiti del sindaco Antonio Sassi. La mattina dell’ 8 aprile la Durante con 12 armati si trasferì in Ururi ove prese alloggio nella casa del compare Emanuele Occhionero. D’accordo col sindaco Giovanni Musacchio si provvide agli alloggi per la notte e il capo Gaetano Vardarelli ordinò ai suoi di trovarsi pronti all’appello alle ore 8 del mattino successivo in Piazza della Porta ed egli stesso cenò e pernottò in casa degli Occhionero. E la mattina di domenica 9 aprile e Gaetano Vardarelli stava passando in rassegna i suoi tra una calca di popolo riunitosi per assistere. Il Vardarelli aveva terminato l’appello e il trombettista aveva dato il segnale di partenza, quando dalle finestre della casa Grimaldi e dal palazzo Vescovile tutti gli appostati, al segnale fatto con un panno bianco da una delle finestre dei Grimaldi , scaricarono contemporaneamente i fucili sui fratelli Vardarelli che caddero insieme con altri tre loro fedeli. Grande fu lo scompiglio tra la popolazione che provocò solo qualche ferito e nel trambusto la banda riuscì a fuggire. Si è scritto che ad uccidere Gaetano Vardarelli fosse stato lo stesso signorotto Paolo Antonio Grimaldi il quale, scese in piazza e sì lavò le mani e il volto col sangue della vittima agonizzante gridando a gran voce “ l’ho lavata “ con evidente allusione ad una offesa patita dalla sorella.. Nei libri parrocchiali di Ururi si legge indata 9 aprile 1818:” Gaetano De Martino figlio di Pietro e Donataannantoni del Comune di Celenza, domiciliato in Castelnuovo è morto ammazzato a colpi di schioppettate, in età di 40 anni circa, senza ricevere alcun sacramento, verso le ore 15 di detto giorno. Ilsuo cadavere è stato seppellito nella Congregazione dei morti di questo suddetto Comune. In tal modo si attua ciò che lo storico Enzo Ciconte definisce “vergogna e tradimento borbonico” 
Angelo Martino.

sabato 27 novembre 2010

Il «generale dei briganti» che tenne in scacco il Nord


DAL MOVENTE POLITICO FILO-BORBONICO ALLA CRIMINALITÀ COMUNE. FINÌ ALL’ERGASTOLO E MORÌ IN CELLA

Carmine Crocco instaurò a Melfi un governo provvisorio


Carmine Crocco Donatelli non era un ufficiale dell’ultimo re di Napoli, bensì un umilissimo pastore di Rionero in Vulture, che aveva disertato nel 1852 dall’esercito borbonico dandosi alla vita brigantesca. Perché l’avesse fatto, non è chiaro: con ogni probabilità, in seguito all’uccisione da parte sua d’un commilitone (o d’un superiore) per ragioni che ignoriamo. Nessun fondamento ha invece la storiella (da lui narrata nell’autobiografia e ancor oggi ripetuta da molti) del delitto d’onore, ch’egli avrebbe commesso per salvare la sorella Rosina, insidiata da un signorotto locale. Già nel 1903 Eugenio Massa, pubblicando le memorie del brigante, dimostrò che a Rionero non aveva avuto luogo nessun omicidio all’epoca e nelle circostanze indicate da Crocco.
Un gruppo di briganti


Pur non avendo mai ottenuto un grado superiore a quello di caporale, nel 1861 Crocco si faceva chiamare «generale di Francesco II» e assegnava galloni militari ai suoi più fidi collaboratori (tra cui Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco-Nanco). Né si trattava solo del frutto del suo temperamento megalomane, ché per davvero Crocco seppe dirigere con ferma disciplina militare e con abile visione strategica la formidabile masnada brigantesca, da lui creata con il sostegno e il finanziamento dei comitati borbonici. Nel giro di pochi giorni, Crocco conquistò militarmente numerosi paesi della regione del Vulture (il maestoso vulcano spento della Basilicata nord-occidentale), facendo il suo trionfale ingresso a Melfi la sera del 15 aprile 1861, acclamato dalla plebe e dai notabili del posto. Anche se la «reazione » non durò che poche settimane, presto domata dall’arrivo di truppe regolari e di guardie nazionali, il rivolgimento politico d’aprile segnò l’avvio d’una lunga sequela di furiose sollevazioni popolari contro il nuovo governo in altre province meridionali. La «reazione» nel Melfese fu l’inizio della sanguinosa guerra civile, che funestò il neonato Regno d’Italia, e diede l’abbrivio al «grande brigantaggio», protrattosi fino al 1865.

I fatti clamorosi della primavera 1861 mostrarono quanto fragili fossero, nel Mezzogiorno, le basi politiche dello Stato italiano appena sorto. Ma solo pochi mesi prima, alla vigilia dello sbarco di Garibaldi in Calabria, la Basilicata era stata teatro di ben altri avvenimenti, con la vittoriosa insurrezione contro i Borboni. Ancorché pochissimo nota, la rivoluzione lucana del 1860 fu una delle pagine più belle del Risorgimento. Il centro politico e l’anima del movimento risorgimentale in Basilicata, all’epoca della spedizione dei Mille, fu la cittadina di Corleto Perticara. Oggi questo nome non dice granché agli storici del Risorgimento. Eppure, in un articolo apparso il 21 settembre 1860 nella New-York Daily Tribune, Friedrich Engels seppe individuare proprio in «Carletto Perticara» (com’egli scriveva erroneamente) il centro del movimento insurrezionale in Lucania, basandosi sulle scarne notizie a sua disposizione.
Briganti in una stampa d’epoca


A Corleto, Carmine Senise e Domenico De Pietro reggevano le fila della cospirazione antiborbonica, tenendo i contatti con i liberali di Potenza e delle altre cittadine, nonché con i patrioti napoletani. Se l’obiettivo politico del comitato di Corleto s’ispirava al liberalismo moderato, i mezzi di lotta da esso scelti erano invece rivoluzionari. La provincia di Basilicata venne suddivisa in 10 gruppi operativi, ciascuno dei quali guidato da un responsabile. Grazie alla vasta rete organizzativa costruita dai patrioti lucani, tra luglio e agosto il regime borbonico cominciò a dissolversi in Basilicata dove, qua e là, venne a formarsi un doppio potere (quello ufficiale dei rappresentanti di Francesco II, e il nuovo, dei cospiratori liberali). Il 18 agosto, a Potenza, ebbe luogo l’insurrezione da tempo programmata: nel capoluogo di provincia, a dare man forte ai rivoltosi, confluirono le colonne di armati provenienti dagli altri paesi. Il giorno successivo venne formato, in nome di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi, un governo prodittatoriale, guidato da Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Un tratto peculiare della rivoluzione lucana fu la partecipazione di non pochi esponenti del clero al moto risorgimentale. Quando, a settembre, la brigata lucana sfilò a Napoli lungo la via Toledo assieme alle camicie rosse garibaldine, ai cittadini partenopei si offrì un bizzarro spettacolo: come narra il cronista, «fra gl’insorti spiccavano moltissimi frati e preti, portando la tricolore bandiera, ed avendo il Crocifisso ed il pugnale alla cintura».

L’avviso di taglia per Crocco (20 mila lire)


Crocco il quale, al momento dell’insurrezione d’agosto, era un piccolo bandito di strada, decise d’unirsi al movimento garibaldino, nella speranza di redimersi e di cominciare una nuova vita. Divenne guardia del corpo del nuovo sottintendente di Melfi, ed eseguì con zelo le missioni affidategli. Ma fu tutto vano. Il perdono promessogli non giunse; ed egli, deluso e incattivito, si diede ancora una volta «alla campagna».

La situazione generale era, nel frattempo, mutata. La mancata assegnazione delle terre demaniali ai nullatenenti e l’introduzione dell’invisa coscrizione obbligatoria disamorarono la povera gente dal nuovo governo; e la stolida e brutale reazione dei funzionari piemontesi al crescente malcontento popolare diede alimento alla propaganda borbonica. Anche il basso clero, che aveva simpatizzato per il moto risorgimentale, mutò atteggiamento in seguito alla improvvida legislazione antiecclesiastica del 17 febbraio 1861. Nella primavera 1861 i notabili filoborbonici trovarono il loro capitano di ventura in Crocco, vellicandone lo smisurato amor proprio e usandolo per i loro fini. Sulle prime, il pastore di Rionero, stregato dagli onori ricevuti e dalle mirabolanti promesse, credette davvero nel suo ruolo di «generale di Francesco II». Ma, ben presto, dopo la sconfitta della «reazione», egli prese ad agire per conto proprio, mirando soprattutto a salvare e consolidare il suo esercito brigantesco.
Crocco eroe popolare nelle tavole dei cantastorie (Immagini del museo «La Taverna R Crocc»)


Cessato il brigantaggio cosiddetto «politico»(ma il termine è improprio), le masnade di Crocco non furono animate da nessun ideale, neppure sociale. Solo nelle bande minori troviamo, a volte, forme di simbiosi con il mondo contadino; ma si trattava, per lo più, di frammenti dell’antico brigantaggio, fenomeno endemico delle province meridionali. Il nuovo e apocalittico brigantaggio postunitario, pur traendo anch’esso origine dalla secolare tragedia sociale del Mezzogiorno, trovò alimento nell’atteggiamento dei nuovi funzionari venuti dal Nord, incapaci di comprendere ragioni e mentalità locali. I piccoli focolai briganteschi, da sempre presenti, poterono così moltiplicarsi e ingrandirsi a dismisura, grazie al malcontento popolare e alla propaganda borbonica.

Condannato all’ergastolo nel 1872, Crocco morì nel 1905 nel bagno penale di Portoferraio. In carcere egli tenne una condotta irreprensibile, nella speranza di poter rivedere un giorno la sua Rionero. Non gli fu concesso. Lo Stato unitario, la cui insana politica era stata per molti versi responsabile della grande mattanza, mostrò con lui il suo volto più implacabile e ferrigno. Lo psichiatra Pasquale Penta, il quale visitò Crocco in carcere, scrisse di lui nel 1901 che non era un «folle morale» né un «delinquente nato»: era «capace di bene e di male, di generosità e di malvagità, di affetto e di collera cieca, che potevano mostrarsi o prevalere, a seconda le circostanze e gli uomini». Il professor Penta vide giusto: furono le circostanze storiche a fare di Crocco il più famoso e temuto masnadiero dell’Italia unita.
Autore del volume Carmine Crocco. 
Un brigante nella grande storia

Ettore Cinnella


27 novembre 2010