Visualizzazione post con etichetta Elisabetta Farnese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elisabetta Farnese. Mostra tutti i post

sabato 6 luglio 2013

Il Regno di Napoli, tra i Vicerè e i Borbone

Scritto da Antonella Orefice


Sabato 06 Luglio 2013 14:19
Dopo due secoli in cui l’operato dei viceré Spagnoli si era distinto per immobilismo e malgoverno, nel  Settecento il Regno di Napoli visse un risveglio culturale, artistico ed economico.
I vicerè  avevano considerato Napoli un territorio di conquista, una colonia da cui trarre ricchezze, in gran parte sperperate da una burocrazia corrotta ed avida.
Il sistema sociale si era fondato  su una aristocrazia estranea al potere politico ed impegnata solo a conservare gli atavici privilegi, e su una potente borghesia formata da un consistente numero di giudici, notai, medici ed avvocati, che di fatto deteneva il potere amministrativo, perché professionalmente mediava tra interessi dei nobili e del clero e la condizione sociale di un popolo, sempre più oppresso da imposizioni e tributi vari.
Napoli era la città degli opposti eccessi e la sua popolazione si ripartiva, in linea generale, in due gruppi numericamente molto disuguali: i privilegiati, clero e nobiltà da una parte, e dall’altra i non privilegiati, popolino e plebe.
Il popolo avrebbe lavorato se avesse potuto trovare lavoro: Napoli attirava tutti i poveri del regno, ma non dava loro una occupazione.
L’insensata politica del periodo dei viceré aveva distrutto il commercio e l’industria ed inoltre il sistema fiscale colpiva e stroncava i veri lavoratori.
Soltanto il parassita era onorato e protetto. In un tale stato di cose la legge della facilità, del minor sforzo era divenuta una legge fondamentale della popolazione: procacciarsi i mezzi di sostentamento con il minor  lavoro, anche senza lavoro, era la regola di condotta alla quale si uniformava la maggior parte dei napoletani e che essi applicavano con modalità diverse, a seconda della loro categoria sociale.
Ingannare, truffare, era dunque il principio dell’attività del napoletano: non trovava in ciò nulla di male, era la regola del gioco.
Così la parola buscare, che aveva una significato che stava tra guadagnare e rubare, era una delle parole più correnti del vocabolario popolare tutt’ora in uso.
C’erano mille maniere di buscare: una delle più singolari e molto fiorente era l’industria della falsa testimonianza.
Pullulava a Napoli una schiera di uomini rapaci di ogni genere, che provocavano l’imbroglio e la giustizia si vendeva. Il diritto napoletano era dunque una foresta inestricabile e, come la foresta favorisce il brigantaggio, così il diritto napoletano, con i suoi inghippi offriva il mezzo più propizio per qualsiasi azione disonesta.
La città contava un avvocato o un notaio ogni centocinquanta abitanti, proporzione superiore a quella di tutte le altre città d’Italia.
Tutti erano dottori in legge, ma questa laurea, il più delle volte comprata a buon denaro contante al Collegio dei Dottori e non concessa dall’Università, non era affatto una garanzia di competenza. Tuttavia si univano ad essa dei vantaggi fiscali ed onorifici: una tale laurea conferiva una specie di dignità che permetteva al beneficiario di bazzicare con la nobiltà.
Gli uomini di legge vestivano secondo la moda spagnola: giacca nera con le maniche strette, calzoni neri, un lungo mantello ed il cappello senza fregi.
Poi conservarono il vestito nero per i giorni feriali ed adottarono per quelli festivi e di gala la moda francese al fine di confondersi con la nobiltà.
La Vicaria era il dominio di questo mondo del tranello dove lanciavano urla spaventose nel proferire ingiurie più grossolane. Da lì un altro modo di dire ancora in uso nel vocabolario popolare per indicare chi con toni alti prevarica gli interlocutori: voce da tribunale.
Il soprannome di paglia o paglietta, proveniente dal cappello di paglia che gli avvocati usavano portare d’estate, fu il nomignolo che il popolo diede a questa corporazione ignorante, venale ed odiata.
Tuttavia, si trovavano tra costoro anche persone amabili e colte che, sotto l’aspetto esteriore grezzo che avevano contratto a Napoli, nascondevano uno spirito sottile e cortese ed un cuore eccellente.
L’arrivo nella capitale il 10 maggio del 1734 di Carlo di Borbone, dopo un breve periodo di occupazione austriaca (1707- 1734 ) segnò l’inizio della rifondazione morale ed istituzionale del Regno.
Carlo di Borbone riuscì a dare un nuovo impulso economico e politico al Regno grazie alla collaborazione dello spagnolo Josè Joaquin Guzman del Montealegre, nominato Segretario di Stato, di formazione culturale riformatrice e convinto estimatore dei nuovi indirizzi economici che si stavano affermando in Europa.
Il nuovo Segretario di Stato per attuare le sue idee si circondò di numerosi esperti, alcuni dei quali provenienti dalla Toscana, tra cui Bartolomeo Intieri e Bernardo Tanucci, ed altri presenti nel mondo accademico del Regno, come Celestino Galiani e Antonio Genovesi.
Tutto ciò venne favorito principalmente dal pieno appoggio e dal consenso di Elisabetta Farnese, conosciuta anche come Isabel de Farnesio, moglie di Filippo V, il primo re di Spagna della dinastia dei Borbone, che inviò direttamente dalla Spagna cospicue risorse finanziarie indispensabili per creare un nuovo esercito, per la costruzione in breve tempo della strada per la Calabria, del teatro San Carlo, dei palazzi reali di Portici, Caserta e Capodimonte dell’Albergo dei Poveri e per dare inizio agli scavi archeologici di Ercolano e Pompei, che destarono l’ammirazione e l’invidia delle altre corti europee.
Dal punto di vista culturale, grazie all’impegno di Celestino Galiani si diede un nuovo impulso all’Università degli studi con l’istituzione di nuovi insegnamenti a carattere scientifico e, grazie a Bartolomeo Intieri, venne introdotta la cultura illuministica.
Gli intellettuali plaudivano al nuovo principe che era riuscito a ricostruire ed a dare dignità ad un Regno, per il quale valeva fornire il massimo impegno per l’attuazione di soluzioni scientifiche moderne nell’attività amministrativa, nel campo economico ed in quello legislativo.
Questo processo di sviluppo sociale ed economico ebbe però un’inversione di tendenza a partire dal 1759, quando Carlo di Borbone, dopo la morte del fratello Ferdinando IV, si trasferì sul tono di Spagna col titolo di Carlo III ed affidò il Regno di Napoli al suo terzo figlio, Ferdinando IV che,  per la sua giovanissima età venne affiancato da un Consiglio di Reggenza in cui spiccava la figura del ministro Bernardo Tanucci.
La parte di Ferdinando IV nel risveglio intellettuale di Napoli fu del tutto  insignificante: per quanto egli avesse il buon senso di rendersi conto della sua nullità e di rendere omaggio alla scienza, in fatto di cultura dovette lasciare campo libero alle fantasie intellettuali della consorte Maria Carolina d’Austria, così come approvò più tardi costei quando consacrò l’intelligenza al sacrificio.
Maledetti furono nei secoli tutto coloro che avrebbero riportato alla luce i sei mesi della Repubblica Napoletana, un momento indimenticabile nella storia di Napoli che ci pose all'avanguardia in fatto di cività in tutta l'Europa.
La maledizione di Maria Carolina oggi onora tutti noi ricercatori di verità. Nonostante l'ondata controrivoluzionaria che ancora opera per metterci a tacere e manipolare la storia, noi continuiamo nel nostro impegno, affinchè la memoria degli eroi del 1799 sia ricordata, compresa e conservata, quale bene inestimabile ed esempio per tutta l'umanità.



A.A.VV., Il Settecento, a cura di G. Pugliese Caratelli, Napoli 1994, p. 42 e ss.
R. Bouvier A. Laffargue,  Vita napoletana del XVIII sec., Napoli, 2006, p.31 e ss.
B. Croce, Storia del Regno  di Napoli, ristampa a cura di G. Galasso, Milano, 1992, p.259.
A. Orefice, Giorgio Vincenzio Pigliacelli, Avvocato tra Massoneria e Rivoluzione, Ministro e Martire della Repubblica Napoeltana del 1799, Napoli, 2010
http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1250:il-regno-di-napoli-tra-i-vicere-e-i-borbone&catid=86:storia-xviii-sec&Itemid=28

giovedì 12 aprile 2012

Il riformismo borbone

Scritto da Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro  

Giovedì 12 Aprile 2012 16:56
Ferdinando IV e famiglia
Durante il regno di Carlo III ( 1734-1759) e di suo figlio Ferdinando IV (1759-1806), anche la monarchia borbonica, emulando quelle europee ed italiane, intraprese a conformarsi alle nuove trasformazioni, inserendosi nella evoluta cerchia dei monarcati assoluti illuminati.
Padre e figlio, avvalendosi delle straordinarie capacità del Primo Ministro Bernardo Tanucci e Ministro delle Finanze Giuseppe Zurlo, quest'ultimo operò in seguito anche con i napoleonidi, cominciarono le opere di modernizzazione sociali ed economiche nel regno di Napoli.
Carlo III, figlio del re di Spagna Filippo V e dell'italiana Elisabetta Farnese, nel 1734, durante la guerra di successione polacca, essendo la Francia e la Spagna in conflitto con l'Austria, spinto dalla madre, da Parma mosse, ancora diciottenne, alla testa di un numeroso esercito, numerato maggiormente da truppe spagnole, alla conquista dell'Italia Meridionale, costituente, in quel periodo, un vicereame sottoposto al dominio degli Asburgo.
Con l'entrata in Napoli di questo giovane ed intraprendente principe, nipote del Re Sole, iniziò una nuova fase storica, politica e sociale per l'Italia meridionale ed insulare ( la Sicilia ), infatti nasceva la dinastia dei Borbone di Napoli, sotto i quali, dopo secoli di dominazioni straniere, veniva a consolidarsi un regno unitario ed autonomo, anche se agli inizi ci fu la ingerenza spagnola, con un personale coinvolgimento di governo del monarca.
Formatosi, Carlo, alla colta corte di Francia e in quella cattolicissima spagnola, ben presto venne apprezzato dalle altre monarchie europee per saggezza e cultura riformista. Conscio delle condizioni di arretratezza del suo nuovo regno, rispetto agli altri Stati del veccchio continente, circondandosi di valenti illuministi napoletani, quali il Filangieri, il Genovesi ed altri e avvalendosi , come prima notato, del superbo stile di destreggiamento nei rapporti sociali e politici nonchè dell'acuta visione riformatrice del suo Primo Ministro Bernardo Tanucci, si elevò a capo dei principi, dando lustro e rinomanza al suo nuovo regno. Soleva egli sostenere, da quanto scritto dal fiornalista Aldo Canale, che il suo "opus rei" si basava sulla felicità del popolo: "Le ricchezze dei re sono fatte dai poveri, diamo lavoro e diamo da vivere".
Ma tutto ciò veniva da lui espresso, forse, da come annotato dallo storico Armando Oriolo, solo per giustificare le pazze spese affrontate per la costruzione delle reggie di Capodimonte, Portici e Caserta.
In realtà, molte opere pubbliche vennero portate a termine, come acquedotti, strade, riomdernamenti di porti e nuove architetture. Tra i più significativi provvedimenti risultò essere quella della introduzione della lingua italiana come "uffficiale" del regno, in sostituzione di quella latina e spagnola, dando così un'impronta di stabile nazionalismo al nuovo monarcato. Ma per l'attuazione delle riforme era necessario attingere dal patrimonio finanziario pubblico, che per la precedente politica smodata dei vicerè, si rivelò inesistente. 
La disponibilità del giovane re e il genio del suo primo minstro, tutto fecero per risistemare la caotica situazione ereditata dal passato, ma a frenare i loro disegni, si interposero due secolari endoparassiti: la Chiesa e il potere baronale laico.
La Chiesa, da parte sua, vantava privilegi feudali sul regno di Napoli fin dal periodo normanno e Carlo d'Angiò nel 1625, accentuando lo stato di vassallagio istituì la "Chinea o Acchinea", un tributo di 7000 ducati da versare alla Chiesa di Roma come segno di omaggio e sottomissione.
La Chiesa veniva così ad essere indenne da ogni tributo, con ampi poteri su tutto ciò gravitasse nella sua sfera.
Il potere feudale laico, male endemico nelle aree meridionali, costituiva la barricata centrale, sia per lo sviluppo della società sia per la sovrantà personale del monarca, infatti, in Sicilia, il re era coadiuvato, in maniera rilevante, da un parlamento formato dai feudatari dell'isola.
Nonostante tutti questi fattori concorsero al rallentamento del processo delle riforme, la ferrea volontà e la lucida visione nella propugnazione della Ragion di Stato del Tanucci, portarono, anche se parzialmente, accorti rimedi alla manovra innovativa.
Indispensabile ed urgente si prospettò l'esigenza di un riordino fiscale basato su solide perequazioni esattoriali ed in cosiderazione di questa, venne istituito il catasto onciario o carolino ( dal  nome del monarca, Carlo III ).
La sua istituzione, tutt'oggi, viene cosiderata come un'opera di ingegneria finanziaria, infatti la maggior parte dei moderni catasti sono improntati, in linea di massima, su quello carolino.
Esso venne denominato "onciario", in quanto, i patrimoni fondiari venivano valutati in once, unità di misura utilizzata in quasi tutta Europa, prima dell'adozione del sistema metrico decimale;  l'oncia, inoltre,  nel periodo della Roma repubblicana, era una moneta di bronzo equivalente la dodicesima parte dell'asse e, probabilmente, anche per questo motivo, Carlo III la fece coniare nel 1749. Il 17 marzo del 1741, con la Prammatica Reale " De Catastis", affidata,per l'approvazione nel regno, alla Regia Camera della Sommaria, inizio per il mezzogiorno d'italia una nuova era.
Non vi erano più gli agenti feudali, laici ed ecclesiastici,  ad esigere i tributi, ma agenti fiscali incaricati dal re; ad acquisire e produrre gli atti preliminari, questa fu eccellente cosa, furono incaricat i Sindaci delle Università ( attuali comuni) e i capo eletti del posto. Il catasto era prettamente descrittivo, non essendoci stato tempo disponibile per consolidarne le forme, era privo di mappature dei luoghi, ma come trampolino di lancio per la perequazione fiscale, si rivelò abbastanza efficace. 
Ferdinando IV
Tutto questo, sicuramente, non è stato gradito dai feudatari laici e dagli ecclesiastici, in quanto molti privilegi, da loro acquisiti in passato decaddero e fu proprio in questo periodo che i loro ribaldi soprusi fuoriscirono dagli argini del vivere civile.
Lo stato fu laicizzato, le tasse da pagare alla Curia Romana furono diminuite e le secolari prerogative feudali della nobiltà e del clero decisamente ridimensionate. Con il concordato del 1741 raggiunto con la Santa Sede, la giuridizione dei vescovi venne limitata e quest'ultimi, non più come in passato, venivano sì, nel regno, ordinati dalla Curia Romana, ma la loro nomina ufficiale era divenuta prerogativa del re che avvaleva di una commissione speciale da lui presieduta: il Sacro Regio Consiglio).
Quando, nel 1759, Carlo III venne incoronato sovrano di Spagna, salì al suo posto al trono del regno di Napoli il suo terzogenito Ferdinando.
Avendo egli appena nove anni, suo amministratore fu nominato il Tanucci e anche quando il piccolo re raggiunse la maggiore età, lascio il governo nelle mani dell'abile statista senese, che aveva l'onere, però,  di rendere conto del suo operato alla corona spagnola. Bernardo Tanucci era un tenace sostenitore della "Ragion di Stato", riformista determinato, ingegno politico; uno statista di razza che intuì che solo attraverso le innovazioni nella politica sociale, era possibile  porre il regno napoletano su un podio dove  gareggiare, in seguito, con le maggiori potenze del vecchio continente.
Fu proprio durante il periodo della reggenza tanucciana che il riformismo borbone raggiunse maggiore attuazione, infatti in quel periodo, 1767, su sollecitazione del sovrano di Spagna fece espellere i gesuiti dal regno.
I vuoti lasciati dai Gesuiti, in tutto il regno, furono prontamente occupati da uomini di cultura, laici e religiosi, che si ispiravano, anche se in maniera moderata, a Voltaire,Diderot e D'Alembert.
Con l'espulsione dei Gesuiti e la conseguente confisca del loro considerevole patrimonio ( 42.000 ettari di terreno agricolo in Sicilia e 18.500 nel continente, innumerevoli chiese e scuole, biblioteche ecc..) il Tanucci, su consiglio di Antonio Genovesi, professore di economia all'Università di Napoli, con saggia decisione, preferì non incamerare al regio demanio i fondi agricoli confiscati, ma di parcellizzarli e concederli in uso alle classi meno abbienti, ponendo così le basi per la creazione di una classe operaia contadina fino allora emarginata ed oscurata dal prepotente regime feudale.
Altra grande riforma, per luogo-tempo, attuata per effetto della espulsione gesuitica, fu la istituzione della scuola pubblica, sostituente quella privata, quest'ultima retta prevalentemente dalla casta religiosa. L'innovazione non ebbe molta fortuna, in quanto i costi di mantenimento si erano rivelati consistenti e quindi il più delle volte, l'accesso all'istruzione, per i figli delle popolazioni meno agiate, veniva precluso. 
Con l'entrata in scena di Maria Carolina, tratta in moglie da Ferdinando IV, la politica del regno di Napoli mutò direzione politica.
La nuova regina, all'inizio della sua attività di governo, si interessò analiticamente delle riforme in atto, avendo premure, particolarmente di realizzare opere pubbliche e militari; tutto ciò che mirassee alla elevazione del popolo, veniva da lei considerato inutile e dispendioso.
Cercando di allontanarsi dalla sfera politica spagnola, ben presto si trovò in attrito con il Tanucci, il quale nel 1776, per volere di lei, fu sollevato dall'incarico di Primo Ministro e sostituito dal siciliano Giuseppe Beccadelli, marchese della Sambuca, uomo, più cortigiano che politico e con vedute meno ampie del validissimo toscano.
Con l'ingerenza della politca asburgica nel regno di Napoli vennero a cessare quegli intenti atti alle riforme. Il processo di riformismo intrapreso dal Tanucci non si interruppe del tutto, dopo la sua estromissione, anche negli ultimi anni del secolo decimo nono, non mancò la volontà di " cambiare in meglio": esemplare fu la battaglia che Domenico Caracciolo, vicerè di Sicilia, mosse contro lo strapotere baronale e gli abusi signorili.
L'età dello splendore finì con la politica filo asburgica.
Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Aprile 2012 07:39