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lunedì 23 novembre 2020

Risposte al video di L. Giovannone sull'economia delle Due sicilie

https://www.youtube.com/watch?v=yvMtvxJ-pew

Vi sarebbe molto da dire in proposito. Per ora mi limito a confutare quanto quel signore scrive sulla finanza. Ricorre con relativa frequenza nella storiografia dilettantesca o nella pubblicistica il richiamo a quanto ebbe a scrivere Francesco Saverio Nitti in un suo saggio pubblicato nell’anno 1900, “Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897”, ripubblicato successivamente in “Scritti sulla questione meridionale”. Ciò che asseriva il Nitti è noto, cosicché non è necessario riprenderlo per esteso: in pratica egli sosteneva che il Mezzogiorno fosse stato svantaggiato dalle politiche economiche dello stato italiano per quasi un quarantennio, versando in tasse ed imposte più di quanto ricevesse come investimenti ed in generale risorse. Questa ipotesi era il cardine di quella, più ampia ed articolata, secondo cui la causa principale del dualismo economico nord/sud sarebbe stato proprio il drenaggio di risorse finanziarie dal mezzogiorno al settentrione. Il sociologo, economista e statistico Corrado Gini, conosciuto in tutto il mondo per il suo “coefficiente di Gini” tutt’ora utilizzato per misurare le disuguaglianze socio-economiche, analizzò l’ipotesi di Nitti nel suo saggio “L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni”, pubblicato nel 1910. Il Gini esaminò e smontò, pezzo a pezzo e con argomentazioni serrate di ordine matematico, quanto aveva sostenuto il Nitti. Questo illustre statistico ebbe modo di provare inoltre che lo scritto dell’importante politico e storico meridionalista era stato viziato da manipolazioni, per non dire falsificazioni. In ogni caso, il Gini poteva concludere che, dati statistici alla mano, il Mezzogiorno non aveva ricevuto dallo stato meno di quanto avesse versato nel periodo 1862-1897, anzi era avvenuto il contrario. Quanto sostenuto sul punto suddetto ne “L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni” non ricevette nessuna replica o contestazione, neppure dal Nitti stesso. Di fatto, chiuse la questione per quanto riguardava la distribuzione regionale delle risorse dello stato italiano nel suo primo quarantennio di vita. A distanza di oltre un secolo, si ritrovano però persone che riprendono i contenuti de “Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897”, ignorando del tutto il successivo studio del Gini del 1910. Zitara ad esempio, che è stato il tramite fra divulgatori puri e semplice quale Aprile o Del Boca ed il dibattito fra Nitti e Gini, si limitava ad osservare in modo sibillino (in “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”) che gli era difficile stabilire chi fra i due avesse ragione, perché l’argomento non era più stato ripreso da specialisti di storia delle finanze (sic!). Questo pubblicista gramsciano non si rendeva conto, o fingeva di non rendersi conto, che nessuno aveva più esaminato di nuovo la questione poiché il Gini aveva detto la parola definitiva, giacché i dati ed i calcoli da egli presentati sono apparsi umanamente incontestabili e difatti sono rimasti da allora incontestati. Non è neppure vero che il liquido posseduto dal regno delle Due Sicilie fosse pari ai 2/3 dell’intero capitale italiano. Basti un semplice dato statistico riferito alle società in accomandita italiane al momento dell’Unità. Esse erano 377, di cui 325 nel centro-nord, escludendo dal computo quelle esistenti nel Lazio, nel Veneto, del Trentino, nel Friuli e nella Venezia Giulia. Comunque, il capitale sociale di queste società vedeva un totale di un miliardo e 353 milioni, di cui un miliardo e 127 milioni nelle società del centro-nord (sempre prescindendo da Lazio, Veneto, Trentino, Friuli, Venezia Giulia!) e soltanto 225 milioni nel Mezzogiorno. Per fare un paragone, il totale della riserva finanziaria dello stato borbonico era pari a 443,2 milioni di lire; praticamente un terzo del capitale delle società per in accomandita del centro-nord. Le sole società in accomandita del regno di Sardegna avevano un capitale totale che era quasi doppio di quello dello stato borbonico: 755,776 milioni contro 443,2 milioni. Si tenga conto sempre poi che in questo calcolo sono escluse tutte le società per azioni del nord-est, poiché non era incluso nel 1861 nel regno d’Italia. Dati relativi alle società commerciali e industriali tratti dall'Annnario statistico italiano del 1864. 
Le 377 società anonime ed in accomandita censite in quegli anni per un capitale di 1 miliardo e 353 milioni erano così ripartite per numero e per capitale tra i vari Stati italiani:
 Antiche province - Numero - Capitale (Stati sardi)----------------- 157---------- 755.776 Toscana--------------------- 75 ----------- 425.047 Regno delle Due Sicilie -- 52 ----------- 225.052 Emilia----------------------- 39 ------------ 117.846 Lombardia ----------------- 56 ------------- 59.435 

Il divario è ancora più abissale se si considerano gli istituti di credito e commerciali, naturalmente privati: nel 1859 ne esistevano 377 nel regno di Sardegna contro i 56 del regno delle Due Sicilie. Il numero di questi istituti del reame borbonico era identico a quello della Lombardia (però diverse volte più piccola, sia geograficamente, sia demograficamente) ed inferiore a quello della Toscana (73). Complessivamente, gli istituti di credito e commerciali, nel 1860, vedevano nella sola area compresa fra Piemonte, Liguria, Lombardia e Toscana un numero quasi dieci volte superiore a quello dell’intero Mezzogiorno: 506 contro 56! La storiografia si ripartisce in quattro correnti principali nell’interpretazione delle cause del divario nord-sud. Le motivazioni principali sono: la politica economica; la geografia; la cultura; le istituzioni locali. La teoria della politica economica si ripartisce a sua volte in tre rami: l’eredità del malgoverno borbonico; l’ipotesi dello sfruttamento; cause congiunturali dovute a scelte sbagliate della classe dirigente. L’eredità negativa del malgoverno borbonico è riconosciuta in maniera pressoché unanime ed ha avuto fra i suoi sostenitori già Giustino Fortunato e Benedetto Croce. La spiegazione del divario quale presunto sfruttamento del nord sul sud è una teoria anacronistica, che è stata esaminata e superata da decenni, per merito anzitutto di Corrado Gini (il maggior statistico italiano) e specialmente di Rosario Romeo (ritenuto il maggior storico del Risorgimento). Coloro che ancora si focalizzano sulla politica economica nazionale quale causa, o meglio quale una delle cause del divario, non sostengono che essa sia stata mossa dall’intento di favorire regioni a scapito di altre, bensì ritengono che errori di scelta (del genere di quelli della Sinistra storica, classe dirigente per lo più meridionale, presi nella politica doganale) abbiano finito con l’avvantaggiare lo sviluppo settentrionale. Un altro esempio di questo viene portato dai sostenitori di questa corrente riguardo alla Cassa del Mezzogiorno ed in generale sulle politiche di intervento con leggi speciali e trasferimento di ingenti risorse dal nord al sud. Alcuni studiosi ritengono che questa tipologia di azioni, che ha cercato di favorire il Meridione e che è stato portato avanti sin quasi dall’Unità, abbia finito con il danneggiare il sud. La spiegazione di ordine geografico si può dire la prima ad essere avanzata assieme a quella del malgoverno borbonico, avendo avuto come suo primo teorico Giustino Fortunato patriarca del meridionalismo. Essa si sofferma su dati di fatto inoppugnabili: la minore presenza in percentuale di terre di pianura e fertili rispetto al centro-nord; la minora presenza di corsi d’acqua, che ha determinato minori risorse energetiche negli anni (fine Ottocento ed inizio Novecento) in cui l’impiego dell’acqua quale fonte energetica era assai importante per l’industria (è quanto afferma, fra gli altri, Luciano Cafagna); la posizione più decentrata e periferica rispetto ai centri della rivoluzione industriale. Questa spiegazione trova ampi consensi anche in anni recenti. Ad esempio, Vittorio Daniele e Paolo Malanima chiudono il loro libro sul divario Nord-Sud: «La Rivoluzione industriale e l’industrializzazione sono avvenute in Inghilterra e poi nell’Europa occidentale. Se fossero avvenute in Africa, le cose, per il nostro Mezzogiorno (e non solo per il Mezzogiorno!) sarebbero certamente state diverse». Anche fra studiosi stranieri questa interpretazione viene accolta, come ad esempio da Brian A’Hearn ed Anthony Venables. Il condizionamento negativo indotto dalla geografia appare quindi riconosciuto, in un modo od in un altro, sebbene esso non sia considerato quale l’unico fattore del dislivello di sviluppo. Le spiegazioni del divario quale dovuto a differenze nel capitale sociale e nelle istituzioni locali sono al contempo diverse fra di loro ma intrecciate. Esse hanno il merito di consentire un’analisi di lunga durata storica. La base comune di entrambe è la presenza, incontestabile, di una struttura sociale plurisecolare segnata dal sistema agrario latifondista e da un feudalesimo particolarmente radicato e persistente (formalmente, è scomparso solo con Murat), che ha portato sia ad un capitale sociale minore rispetto al centro-nord, sia ad una mentalità differente nelle istituzioni. La teoria che si sofferma principalmente sulla mentalità ha avuto quale suoi maggiori teorici due sociologi stranieri, Robert Putnam ed Edward Banfield. Il primo si è concentrato sul ruolo delle istituzioni politiche del centro-nord e del sud nel Medioevo e nell’era moderna, con la minore partecipazione consentita ai meridionali nella vita politica. Il Banfield con “The Moral Basis of a Backward Society” (New York 1958) invece ha esaminato principalmente la funzione delle strutture familiari e di clientela nella formazione di una mentalità determinata. La teoria che invece si focalizza sulle istituzioni locali, politiche ed economiche, trova anch’essa largo consenso in campo internazionale, con autori come Acemoglu e Robinson (D. Acemoglu D., J. A. Robinson, Why Nations Fail. The Origins of Power, Prosperity, and Poverty, London, 2012), oppure S. Engerman, K. Sokoloff , Institutions, Factor Endowments, and Paths of Development in the New World, «Journal of Economic Perspectives», 2000, 14 (3), pp. 217-232. Beninteso, l’elenco di autori che sostengono questa interpretazione è ben più lungo e comprende anche autori italiani, come Emanuele Felice. Le istituzioni politiche ed economiche locali sono il frutto di un processo storico ed influiscono in maniera diretta sulla crescita economica. Anche se la cornice istituzionale è dal 1861 la medesima, le istituzioni locali hanno funzionato e funzionano in maniera diversa, poiché nel Mezzogiorno la vita politica si fonda su un sistema clientelare molto più radicato che nel Centro-Nord (sebbene questo non ne sia esente), e di ciò se ne ha abbondante notizia sin dall’epoca borbonica. L’impostazione clientelare è in parte eredità della precedente amministrazione borbonica, in parte ed ad un livello più profondo e per un periodo di tempo più lungo, della struttura socio-economica meridionale. Il ruolo delle mafie è l’aspetto più appariscente e grave di un fenomeno che attraversa storicamente buona parte della società meridionale. Emanuele Felice nell’articolo “Italy's North-South divide (1861-2011): the state of the art” (pubblicato nel 2015), in cui riassume per sommi capi lo status quaestionis sulla questione meridionale non si sofferma neppure ad esaminare l’ipotesi «dello sfruttamento − del Sud da parte del Nord» che egli ritiene «il meno fondato fra quelli proposti (anche se forse il più popolare, perché meglio si presta a essere strumentalizzato per fini politici). La mia tesi è che vi sia stata un’alleanza fra le classi dirigenti del Sud e quelle del Nord e che la grande maggioranza dei cittadini meridionali è stata sfruttata, in primo luogo, dalle loro stesse classi dirigenti.» Questa ipotesi, vecchia e superata, è già stata confutata da Corrado Gini (il massimo statistico italiano, le cui analisi nell’ambito della ripartizione delle risorse da parte dello stato italiano nel primo cinquantennio rimangono a tutt’oggi incontestate) e da Rosario Romeo (il maggior storico del Risorgimento, che ha stroncato l’ipotesi marxista sulla genesi del divario nord-sud). Dopo il Romeo questa interpretazione difatti è stata praticamente abbandonata. Sono invece vive e vitali e trovano largo consenso altre spiegazioni: 1) il fattore geografico; 2) l’eredità del malgoverno borbonico; 3) la differenza di mentalità ovvero il capitale sociale; 4) il ruolo delle istituzioni politiche ed economiche locali, condizionate dal notabilato e dalla struttura clientelare, che affondano le loro radici nel ruolo del latifondo e del feudalesimo nel Mezzogiono; 5) fattori di ordine congiunturale ed endogeno, ossia legate all’economia internazionale; Si può ancora aggiungere che il Mezzogiorno ha sicuramente ricevuto dallo stato nazionale con investimenti molto più di quanto abbia dato con il prelievo fiscale, senza possibile dubbio. Esistono al riguardo le analisi di due sociologi ed economisti del calibro di Luciano Gallino e Luca Ricolfi, ma si tratta di un fatto noto e provato. In quanto agli istituti bancari del regno delle Due Sicilie, ossia il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia (erano due distinti) essi non scomparvero e non furono espropriati. L’unificazione finanziaria dello stato italiano fu più lenta che in altri settori. L’accorpamento di tutti i debiti pubblici avvenne già nel 1861 con “Il gran libro del debito pubblico”, mentre la moneta unica, la lira italiana, fu creata con la legge Pepoli nel 1862. Tuttavia quasi tutti i vecchi istituti bancari pubblici degli stati preunitari continuarono ad operare, ad avere la facoltà di stampare moneta valida per il nuovo regno ed anche ad esercitare concorrenza reciproca. Esistevano nel 1861: la Banca Nazionale, che derivava dalla fusione della Banca di Genova e della Banca di Torino; la Banca Nazionale Toscana; il Banco di Napoli; il Banco di Sicilia. Nel 1863 si aggiunse la Banca Toscana di Credito e nel 1870 la vecchia Banca degli stati pontifici divenne Banca Romana. Questa situazione fu regolamentata nel 1874 con una legge che attribuiva esplicitamente a questi sei istituti la facoltà di stampare moneta. La scelta di conservare in vita queste diverse banche non fu dovuta ad esigenze di pubblica utilità quanto alle pressioni degli azionisti ed ai gruppi di pressione regionali che non volevano perdere la loro banca di riferimento nel territorio locale. Il famoso scandalo della Banca Romana, dovuto in parte ad una estesa corruzione della classe politica in parte ad una specie di guerra finanziaria mossa dal papato contro l’Italia, condusse alla soppressione ed all’accorpamento di quasi tutti gli istituti autorizzati a stampare moneta. Nel 1893 nasceva così la Banca d’Italia dalla fusione della Banca Nazionale piemontese, della Banca Nazionale Toscana, della Banca Toscana di Credito, mentre la screditata Banca Romana di fatto fallita venne liquidata. Rimanevano attive ed autonome fra le vecchie banche derivanti dagli stati preunitari proprio il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia, che furono accorpati anch’essi nella Banca d’Italia soltanto nel 1933. L’unico importante cambiamento subito dal Banco di Napoli nei primi anni dopo l’Unità (per quanto mi risulta) è il suo passaggio da privato (di fatto) a pubblico, con la nazionalizzazione della quota azionaria di controllo che era in mano al ramo dei Rothschild di Napoli. L’accaduto è anzi piuttosto conosciuta dai biografia del casato dei Rothschild, poiché rappresentò una delle maggiori perdite finanziarie della loro storia e praticamente segnò la fine della loro attività in Italia. Il Risorgimento italiano condusse infatti alla nazionalizzazione della quota di controllo dei Rothschild sul Banco di Napoli, quindi al loro controllo delle finanze dell’Italia meridionale, ed all’espulsione dell’Austria dal Lombardo-Veneto, in cui sempre questa famiglia aveva avuto offerte ampie possibilità. Dopo il 1866, era rimasto ai Rothschild il rapporto privilegiato col papa, tanto che rappresentanti della famiglia d’ebrei viennesi cenavano assieme al cardinale Antonelli, ministro degli esteri vaticano ed autentica eminenza grigia del pontefice. Non è per nulla casuale che i Rothschild fossero in affari con tutti gli stati ostili all’Unità d’Italia. Il regno delle Due Sicilie aveva avuto le proprie finanze controllate dalla famiglia Rothschild, quindi da una famiglia di privati d’origine austriaca, sin dal 1821. In quell’anno, come è noto, un’invasione austriaca pose termine alla costituzione partenopea, da poco concessa. L’operazione militare fu richiesta a Lubiana direttamente dal sovrano Ferdinando I, d’idee assolutiste e del tutto illiberali ed incostituzionali. In cambio della restaurazione del potere assoluto del sovrano borbonico, l’Austria chiese ed ottenne il controllo indiretto delle finanze del regno. Di fatto, la spedizione militare fu finanziata dai Rothschild, i banchieri della casa d’Asburgo, e poi le spese così compiute ed i debiti della guerra furono addebitati al Banco di Napoli, ovvero al regno delle Due Sicilie. Insomma, re Ferdinando I chiese aiuto agli austriaci per abolire la costituzione (che aveva giurato di rispettare e difendere!) ed in cambio accettò che le spese dell’operazione militare con cui l’Austria invase il suo stato combattendo contro le forze liberali dell’esercito costituzionale fossero addebitate al regno delle Due Sicilie stesso. Questo contribuisce a spiegare perché la politica estera borbonica sia sempre stata da allora filo-austriaca: le loro finanze erano in mano ai Rothschild, legatissimi nei loro interessi economici agli Asburgo. Nel 1860, l’austriaco Adolf von Rothschild era il titolare del ramo “napoletano” della famiglia e si trovava a Napoli per i suoi affari. Fu colto alla sprovvista dall’avanzata di Garibaldi e scappò in fretta con Francesco II a Gaeta, ma si vide nazionalizzare tutta la propria quota al Banco di Napoli. Queste avvenne sia perché von Rothschild era legato a filo doppio all’Austria (quindi ad uno stato ostile all’Italia), sia perché le azioni possedute da questo speculatore a Napoli derivavano dall’invasione austriaca del 1821 e dall’imposizione del debito derivante al Banco stesso. Restavano a questo banchiere altre proprietà private in Italia meridionale, ma la perdita del legame privilegiato col reame borbonico e della quota di controllo del Banco partenopeo (che derivava dall’invasione austriaca del 1821) lo convinsero a venderle ed ad andarsene (1863). Sulla vicenda dei Rothschild a Napoli, cfr. F. Morton, The Rothschilds; a Family Portrait, Boston 1962; N. Ferguson, “The House of Rothschild: The World's Banker: 1849-1999”, New York 1999. Invece, una panoramica d’ampio respiro sulla storia della finanza pubblica in Italia si ritrova in F. A. Repaci, “La finanza pubblica italiana” (Zanichelli, Bologna 1962) I Rothschild operavano anche nello stato pontificio, a partire da papa Gregorio XVI che si era servito di questi banchieri per fronteggiare i pesanti deficit di bilancio. Furono specialmente, di questa famiglia, James Rothschild (della casa di Parigi) e Charles Rothschild (della casa di Napoli). Quest’ultimo ottenne anche un’alta onorificenza pontificia. Sul ruolo dei Rothschild nello stato pontificio D. Felisini, Le finanze pontificie e i Rothschild. 1830-1870, Napoli 1990; N. Ferguson, The World banker. The History of the House of Rothschild, London 1998.

giovedì 26 gennaio 2017

Speciale Risorgimento: il presunto saccheggio del sud e il brigantaggio (parte III)

Roma, 26 gen – Terza e ultima puntata di questo speciale dedicato al Risorgimento e alla critica delle teorie anti-italiane. Prima parte: Quando banchieri e inglesi facevano affari con i Borbone. Seconda parte: La spedizione dei Mille e le bufale antitaliane(IPN)


Risorgimento

L’economia e il divario Nord-Sud


Secondo il revisionismo anti-risorgimentale, l’unificazione avrebbe prodotto uno spostamento di ricchezza dal Sud al Nord, che avrebbe generato uno sviluppo economico ottenuto dalle regioni settentrionali a discapito di quelle meridionali. Il punto di partenza è l’ammontare doppio del debito pubblico del Regno di Sardegna rispetto a quello del Regno delle Due Sicilie. Alla formazione del debito pubblico del neonato Regno d’Italia concorsero rispettivamente nella misura del 60% il debito sardo e del 30% il debito duosiciliano, mentre il restante 10% proveniva dagli altri Stati annessi nel 1861.  Il tasso d’interesse con cui venivano remunerati i titoli di Stato del Regno di Sardegna, come ricordato dalla studiosa Stéphanie Collet, era conseguentemente più alto[1].
In realtà, come chiarì autorevolmente Luigi Einaudi, il deficit di bilancio delle finanze del Regno di Sardegna si spiega agevolmente alla luce dell’adozione da parte del governo di Torino di una politica che si potrebbe definire keynesiana ante litteramCavour intraprese investimenti infrastrutturali pubblici per la modernizzazione del paese e per la sua crescita economicaIl “pareggio di bilancio” borbonico (che tanto somiglia alla sciagurata “austerità” dei nostri giorni) era invece sintomo di una politica immobilista che lasciò il Meridione, fatta eccezione per poche realtà, in uno stato di sostanziale arretratezza:
 «La finanza borbonica provvedeva alle opere pubbliche atte a dare un incremento all’economia del paese entro i limiti dell’andamento spontaneo delle entrate al di sopra delle esigenze delle spese ordinarie, sì da far credere che l’opera fosse dovuta a generosità del sovrano; la finanza cavourriana non temeva di anticipare con prestiti l’incremento del gettito tributario o lo provocava con opere di ferrovie, di canali, di navigazione atte ad accrescere la produttività del lavoro nazionale»[2].
I “revisionisti” portano a supporto della loro tesi l’esistenza nel Regno delle Due Sicilie di alcune realtà industriali, tutto sommato isolate all’interno di un contesto economico arretrato e semi-feudale e rette unicamente sulle commesse statali. Esse erano il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, il Polo siderurgico e la fabbrica d’armi di Mongiana in Calabria, l’industria tessile di San Leucio presso Caserta, la Reale Fabbrica d’armi di Torre Annunziata, le Ferriere Fieramosca e la Fonderia Ferdinandea in Calabria, la fabbrica metalmeccanica e le Officine ferroviarie di Pietrarsa a Napoli, il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, le Fonderie Pisano a Salerno, la Fonderia Oretea e le Flotte Riunite Florio a Palermo. Tuttavia gli addetti dell’industria metalmeccanica nell’Italia del 1861 erano 11.177, concentrati per il 38% nel Regno di Sardegna, per il 24% nel Lombardo-Veneto e solo per il 21% nel Regno delle Due Sicilie. La produzione di cotone si concentrava per il 43% nel Regno di Sardegna, per il 34% nel Lombardo-Veneto e solo per il 15% nel Regno delle Due Sicilie. La lavorazione della seta si concentrava per l’88% nell’Italia settentrionale e solo per il 3,3% nel Regno delle Due Sicilie[3]. Gli studi di Angelo Massafra Domenico Demarco confermano in ultima analisi che il Mezzogiorno era meno sviluppato rispetto al resto d’Italia[4].
Abbastanza risibile è il presunto e decantato primato ferroviario del Regno delle Due Sicilie, costituito dal fatto che la prima ferrovia in Italia fu la Napoli-Portici del 1839. Si trattò a dire il vero di un’infrastruttura isolata e destinata essenzialmente non al servizio pubblico ma alle esigenze della corte borbonica («giocattolo del Re» l’ha definita Ernesto Galli della Loggia). Pochi anni dopo (1844) il Regno di Sardegna intraprese un ben più serio e organico piano ferroviario. Alla vigilia dell’unificazione (1860) il Regno di Sardegna aveva 850 km di strade ferrate, contro 607 del Lombardo-Veneto, 323 del Granducato di Toscana, 132 dello Stato Pontificio e solo 99 del Regno delle Due Sicilie, alla pari con il piccolo ducato di Parma e Piacenza. La rete ferroviaria borbonica si limitava ai soli centri di Napoli, Capua, Caserta, Castellammare di Stabia, Mercato San Severino e Vietri sul Mare. Dopo soli nove anni di unità nazionale, nel 1870, il governo unitario aveva decuplicato la rete ferroviaria meridionale, estendendola al Sannio (Benevento) e attraverso esso al Molise (Termoli), a sua volta collegato con la costa adriatica settentrionale, alla Puglia (Foggia, Candela, Barletta, Taranto, Bari, Brindisi, Lecce, Maglie) e alla Calabria (Rossano, Cariati). Furono inoltre costruite le linee Reggio-Bianconovo in Calabria e Palermo-Lercara, Leonforte-Catania-Messina e Lentini-Catania. Per quanto riguarda la rete stradale, alla vigilia dell’Unità quella del Centro-Nord era stimata approssimativamente in 75.500 km rispetto ai 14.700 km del Regno delle Due Sicilie.
Gli economisti Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (Consiglio Nazionale delle Ricerche) sono giunti alla conclusione che le economie del Nord e del Sud,  per oltre trent’anni dopo l’unificazione, hanno avuto un divario costante stimato in cinque punti percentuali a favore del Nord[5]Nessun fantomatico “trasferimento di ricchezze” dal Sud al Nord e nessuna “sperequazione” avvennero all’indomani dell’unificazione nazionale, che lasciò le cose come stavano. Solo negli anni ’90 del secolo XIX le due economie del Nord e del Sud cominciarono a divergere a vantaggio del Nord a causa della rivoluzione industriale che interessò in particolare il triangolo Torino-Milano-Genova, favorito dalla vicinanza dei mercati e dei rifornimenti di materie prime dell’Europa settentrionale e centrale. La teoria secondo cui il triangolo industriale Torino-Milano-Genova si sarebbe sviluppato economicamente sottraendo risorse al Sud negli anni successivi all’unificazione, oltre a essere confutato dalle ricerche degli economisti sopra nominati, non spiega peraltro come altre regioni come il Veneto o le Marche siano riuscite a svilupparsi economicamente, come testimoniano i dati ISTAT, fino a raggiungere e anche a superare le città del triangolo industriale.
Un ambito nel quale il divario Nord-Sud era particolarmente marcato fu quello dell’istruzione. Nel 1861, il tasso di alfabetizzazione era del 14% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 37% nell’Italia centro-settentrionale. Sempre nel 1861 il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era del 17% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 67% nell’Italia centro-settentrionale. A testimonianza dei forti investimenti nella scuola pubblica effettuati nel Meridione dal Regno d’Italia, dopo 10 anni di unità (1871) il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era raddoppiato nell’ex Regno delle Due Sicilie, salendo al 35%[6]. Un’altra dimostrazione di come l’unificazione, pur non riuscendo a risolvere tutti gli atavici problemi del Sud, segnò comunque un progresso per le popolazioni meridionali.
Il brigantaggio
Nell’Italia meridionale dei secoli XVIII e XIX il brigantaggio era un fenomeno endemico, come ricordò Francesco Saverio Nitti: «Ogni parte d’Europa ha avuto banditi e delinquenti, che in periodi di guerra e di sventura hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge […] ma vi è stato un solo paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire da sempre […] un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odi […] un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo paese è l’Italia del Mezzodì»[7]. Al brigantaggio «si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell’assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento»[8]Il governo del Regno delle Due Sicilie fu costretto ad adottare leggi speciali durissime per la repressione del brigantaggio. Il Decreto di Re Ferdinando I n. 110 del 30 agosto 1821 prevedeva, per la «punizione ed esterminio dei briganti» l’istituzione di quattro corti marziali, la pubblicazione degli elenchi dei banditi che potevano essere uccisi da chiunque dietro pagamento di un premio in denaro e pene draconiane e sommarie per varie fattispecie di reato. Il Decreto di Re Francesco II n. 424 del 24 ottobre 1859 conferiva ai tribunali di guerra delle guarnigioni di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria il potere di processare e condannare secondo le leggi di guerra coloro che si macchiavano dei reati di comitiva armata, resistenza alla forza pubblica, brigantaggio e favoreggiamento al brigantaggio.
I briganti del periodo post-unitario erano dunque in massima parte delinquenti comuni già attivi come tali sotto il precedente governo borbonico, oltre che ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie, renitenti alla leva e persino ex appartenenti all’esercito garibaldino. Le cause politiche e sociali del brigantaggio furono numerose, ma certamente la rivolta fu promossa e finanziata dal governo borbonico in esilio, con il sostegno economico dello Stato Pontificio, delle potenze cattoliche straniere e del banchiere Adolf von Rothschild. Non mancarono le trame di un ambiguo agente di Napoleone III di nome Augustin De Langlois, miranti a destabilizzare il Regno d’Italia appena costituito per collocare sul trono di Napoli un esponente della famiglia Murat. Il brigante più famoso fu senz’altro il lucano Carmine Crocco di Rionero in Vulture, delinquente abituale già condannato dalla giustizia borbonica a 19 anni di detenzione e protagonista di vari voltafaccia tra causa garibaldina e causa borbonica.
Una ricostruzione fuorviante e falsificata del fenomeno del brigantaggio lo ha dipinto quasi come un moto di popolo ferocemente represso dai “piemontesi”, intendendo con questo termine le autorità del neo-costituito Regno d’Italia. In realtà, i briganti vessarono e saccheggiarono le popolazioni civili per sostentarsi e si resero responsabili di numerosi eccidi nei centri abitati del Mezzogiorno che ebbero la sventura di subire le loro scorrerie. Come ha ben evidenziato Alessandro Barberoi funzionari civili, i militari, le Guardie Nazionali e soprattutto i normali cittadini che si contrapposero al brigantaggio non erano certo “piemontesi”, ma salvo rare eccezioni meridionali fedeli al nuovo Stato unitario. La durezza della lotta al brigantaggio non deve tuttavia far dimenticare che i presunti “eccidi” sono riferibili a un numero molto limitato di episodi (quattro per l’esattezza quelli degni di nota: Pontelandolfo e Casalduni, Auletta, Montefalcione, Ruvo del Monte), peraltro sempre consistiti in legittime – e talvolta necessariamente cruente – attività repressive di orrendi crimini, caratterizzati da efferate atrocità e sevizie, commessi dai briganti ai danni di militari o civili.
Il 7 agosto 1861 furono catturate e uccise dai briganti alcune Guardie Nazionali a Pontelandolfo (Benevento). A Casalduni (Benevento) il tenente dell’Esercito Italiano Bracci fu torturato per otto ore, ucciso a colpi di pietra e decapitato. I soldati del suo reparto furono dilaniati a colpi di scure o di mazza, immobilizzati e calpestati vivi da briganti a cavallo e le loro membra appese come trofei per tutto il paese. Il 14 agosto 1861 seguì l’inevitabile repressione da parte dell’Esercito Italiano, che però consistette, contrariamente a fantasiose e non documentate esagerazioni che parlano di centinaia di morti, a soli tredici morti, di cui due in modo accidentale a seguito di incendi sviluppatisi durante la repressione. Il numero di tredici morti, sulla base di documentazione archivistica, è stato stabilito dal ricercatore Davide Fernando Panella e confermato dalla  rivista Frammenti del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio con sede in Campolattaro (Benevento). Si registra l’esecuzione di quarantacinque tra banditi e fiancheggiatori dopo la riconquista da parte del Regio Esercito di Auletta (Salerno) il 30 luglio 1861. In Irpinia, nel settembre 1860, ad Ariano Irpino e Montemiletto, alcuni criminali avevano ucciso e seviziato alcune decine di cittadini delle due località. I responsabili dell’eccidio si diedero alla macchia e dopo alcuni mesi di clandestinità, occuparono il 5 luglio 1861 Montefalcione e l’8 luglio 1861 Montemiletto, dove sterminarono numerose famiglie di cittadini liberali, tra cui numerose donne e bambini. Il 9 luglio 1861 l’Esercito riconquistò Montefalcione, dove persero la vita un centinaio di banditi e fiancheggiatori tra uccisi in combattimento e fucilati. Anche a Ruvo del Monte (Potenza) la repressione da parte del Regio Esercito scaturì dai crimini commessi dai briganti di Carmine Crocco, che il 10 agosto 1861 massacrarono e decapitarono tredici cittadini e stuprarono numerose donne. Anche in questo caso, trenta tra banditi e fiancheggiatori furono giustiziati.
Il 15 agosto 1863 fu approvata la legge n. 1409 (Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette), chiamata legge Pica dal nome del deputato abruzzese che ne fu il promotore. Il suo campo d’applicazione era l’intero Meridione continentale d’Italia (senza quindi la Sicilia), con l’eccezione delle province di Napoli, Reggio Calabria, Bari e “Terra d’Otranto” (comprendente le odierne province di Lecce e Taranto). Secondo lo storico Salvatore Lupo, la pur severa legge Pica del 1863 ebbe il merito di impedire le fucilazioni sommarie dei briganti e offrì a questi ultimi alcune garanzie di diritto penale sostanziale e processuale seppur nel quadro dell’eccezionalità della situazione, prevedendo peraltro l’esecuzione capitale soltanto nei confronti di coloro che opponevano resistenza armata all’arresto. La legge rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865, raggiungendo con efficacia e rapidità gli obiettivi prefissi.
Un episodio poco noto del brigantaggio anti-unitario fu la spedizione legittimista e filo-borbonica guidata dal generale catalano José Borjes nel Meridione d’Italia, sbarcata a Brancaleone in Calabria il 13 settembre 1861 al fine di suscitare una sollevazione contro il Regno d’Italia. La spedizione partì da Malta con la scoperta tolleranza delle autorità britanniche, nonostante le rimostranze delle autorità diplomatiche italiane e con l’incidente diplomatico dell’arresto di due ufficiali della Regia Marina italiana a seguito di un alterco con i redattori di un giornale filo-borbonico pubblicato a Malta. Questo episodio fa giustizia del luogo comune secondo cui la conquista del Regno delle Due Sicilie sarebbe stata favorita dal Regno Unito.
La natura delinquenziale del brigantaggio meridionale è peraltro confermata da Cesare Carletti nel suo libro L’esercito pontificio dal 1860 al 1870 (1904), dove si dà conto dei furti, delle rapine e degli stupri commessi nel Lazio meridionale dalle bande di briganti provenienti dall’ex Regno delle Due Sicilie che, per sfuggire alla repressione dell’Esercito Italiano, varcavano il confine con lo Stato Pontificio, che dovette istituire il corpo speciale degli “Squadriglieri” per reprimerle.
Conclusione
La mistificazione anti-risorgimentale e anti-unitaria, oltre a essere una costruzione piuttosto recente, si dissolve come neve al sole di fronte a una corretta e documentata analisi storica. La denigrazione del periodo più importante della nostra storia nazionale, peraltro, non costituisce certamente un fatto innocente o casuale in un periodo in cui il grande capitale finanziario apolide ha puntato sul superamento degli Stati nazionali e sovrani a favore di organismi sovranazionali controllati dalle élites finanziarie. Non è un caso che, nei venticinque anni successivi al famigerato Trattato di Maastricht, una bassa informazione politico-giornalistica, assolutamente priva di pregio scientifico, abbia tentato di denigrare il processo storico attraverso il quale l’Italia conquistò la sua unità e la sua indipendenza. Gli Italiani del Mezzogiorno devono riscoprire la gloriosa storia del Risorgimento, che tra mille sacrifici ed eroismi ricongiunse i loro avi ai fratelli del Settentrione in una Patria comune. Il modo migliore per riscoprire la sola, autentica e spendibile tradizione politica nazionale, che è quella risorgimentale, consiste nel coltivare la memoria dei grandi patrioti meridionali che con il pensiero e con l’azione parteciparono alla costruzione dello Stato nazionale unitario. Tra loro ricordiamo qui i siciliani Ruggero Settimo, Francesco Bentivegna, Francesco Crispi, Rosolino Pilo e Michele Amari; i calabresi Michele Morelli, Domenico Romeo e Giovanni Nicotera; i lucani Domenico Corrado, Francesco e Giuseppe Venita e Francesco Petruccelli della Gattina; i pugliesi Nicolò Mignogna, Giuseppe Massari, Giuseppe Libertini e Giuseppe Fanelli; i campani Florestano e Guglielmo Pepe, Giuseppe Silvati, Luigi Settembrini, Carlo Pisacane, Carlo Poerio, Giacinto Albini, Francesco De Sanctis, Pasquale Stanislao Mancini, Carlo e Luigi Mezzacapo; gli abruzzesi Gabriele Rossetti, Cesare De Horatiis, Bertrando e Silvio Spaventa; i molisani Leopoldo Pilla e Francesco De Feo. Al loro fianco stanno i 30.000 anonimi e gloriosi volontari meridionali che nel 1860 marciarono vittoriosi dalla Sicilia al Volturno e tutti coloro che prima di loro credettero nell’Italia una e indipendente.
Luca Cancelliere
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Note
[2] L. Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria, Torino 19592, p. 274.
[3] Cfr. A. Caprarica, C’era una volta in Italia, Milano 2010.
[4] Cfr. A. Massafra (a cura di), Il Mezzogiorno preunitario: economia, società e istituzioni, Bari 1988; D. Demarco, Il crollo delle Regno delle Due Sicilie. La struttura sociale (1960), Napoli 2000.
[5] Cfr. V. Daniele – P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia (1861-2011), Soveria Mannelli 2011.
[6] Cfr. E. Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna 2013.
[7] F. S. Nitti, Eroi e briganti (1899), Venosa 1987, p. 9.
[8] A. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna 2008, p. 222.



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mercoledì 25 gennaio 2017

L’economia e il divario Nord-Sud

 L’economia e il divario Nord-Sud

Secondo il revisionismo anti-risorgimentale, l’unificazione avrebbe prodotto uno spostamento di ricchezza dal Sud al Nord, che avrebbe generato uno sviluppo economico ottenuto dalle regioni settentrionali a discapito di quelle meridionali. Il punto di partenza è l’ammontare doppio del debito pubblico del Regno di Sardegna rispetto a quello del Regno delle Due Sicilie. Alla formazione del debito pubblico del neonato Regno d’Italia concorsero rispettivamente nella misura del 60% il debito sardo e del 30% il debito duosiciliano, mentre il restante 10% proveniva dagli altri Stati annessi nel 1861.  Il tasso d’interesse con cui venivano remunerati i titoli di Stato del Regno di Sardegna, come ricordato dalla studiosa Stéphanie Collet, era conseguentemente più alto[1].

In realtà, come chiarì autorevolmente Luigi Einaudi, il deficit di bilancio delle finanze del Regno di Sardegna si spiega agevolmente alla luce dell’adozione da parte del governo di Torino di una politica che si potrebbe definire keynesiana ante litteramCavour intraprese investimenti infrastrutturali pubblici per la modernizzazione del paese e per la sua crescita economicaIl “pareggio di bilancio” borbonico (che tanto somiglia alla sciagurata “austerità” dei nostri giorni) era invece sintomo di una politica immobilista che lasciò il Meridione, fatta eccezione per poche realtà, in uno stato di sostanziale arretratezza: «La finanza borbonica provvedeva alle opere pubbliche atte a dare un incremento all’economia del paese entro i limiti dell’andamento spontaneo delle entrate al di sopra delle esigenze delle spese ordinarie, sì da far credere che l’opera fosse dovuta a generosità del sovrano; la finanza cavourriana non temeva di anticipare con prestiti l’incremento del gettito tributario o lo provocava con opere di ferrovie, di canali, di navigazione atte ad accrescere la produttività del lavoro nazionale»[2].

I “revisionisti” portano a supporto della loro tesi l’esistenza nel Regno delle Due Sicilie di alcune realtà industriali, tutto sommato isolate all’interno di un contesto economico arretrato e semi-feudale e rette unicamente sulle commesse statali. Esse erano il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, il Polo siderurgico e la fabbrica d’armi di Mongiana in Calabria, l’industria tessile di San Leucio presso Caserta, la Reale Fabbrica d’armi di Torre Annunziata, le Ferriere Fieramosca e la Fonderia Ferdinandea in Calabria, la fabbrica metalmeccanica e le Officine ferroviarie di Pietrarsa a Napoli, il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, le Fonderie Pisano a Salerno, la Fonderia Oretea e le Flotte Riunite Florio a Palermo. Tuttavia gli addetti dell’industria metalmeccanica nell’Italia del 1861 erano 11.177, concentrati per il 38% nel Regno di Sardegna, per il 24% nel Lombardo-Veneto e solo per il 21% nel Regno delle Due Sicilie. La produzione di cotone si concentrava per il 43% nel Regno di Sardegna, per il 34% nel Lombardo-Veneto e solo per il 15% nel Regno delle Due Sicilie. La lavorazione della seta si concentrava per l’88% nell’Italia settentrionale e solo per il 3,3% nel Regno delle Due Sicilie[3]. Gli studi di Angelo Massafra e Domenico Demarco confermano in ultima analisi che il Mezzogiorno era meno sviluppato rispetto al resto d’Italia[4].

Abbastanza risibile è il presunto e decantato primato ferroviario del Regno delle Due Sicilie, costituito dal fatto che la prima ferrovia in Italia fu la Napoli-Portici del 1839. Si trattò a dire il vero di un’infrastruttura isolata e destinata essenzialmente non al servizio pubblico ma alle esigenze della corte borbonica («giocattolo del Re» l’ha definita Ernesto Galli della Loggia). Pochi anni dopo (1844) il Regno di Sardegna intraprese un ben più serio e organico piano ferroviario. Alla vigilia dell’unificazione (1860) il Regno di Sardegna aveva 850 km di strade ferrate, contro 607 del Lombardo-Veneto, 323 del Granducato di Toscana, 132 dello Stato Pontificio e solo 99 del Regno delle Due Sicilie, alla pari con il piccolo ducato di Parma e Piacenza. La rete ferroviaria borbonica si limitava ai soli centri di Napoli, Capua, Caserta, Castellammare di Stabia, Mercato San Severino e Vietri sul Mare. Dopo soli nove anni di unità nazionale, nel 1870, il governo unitario aveva decuplicato la rete ferroviaria meridionale, estendendola al Sannio (Benevento) e attraverso esso al Molise (Termoli), a sua volta collegato con la costa adriatica settentrionale, alla Puglia (Foggia, Candela, Barletta, Taranto, Bari, Brindisi, Lecce, Maglie) e alla Calabria (Rossano, Cariati). Furono inoltre costruite le linee Reggio-Bianconovo in Calabria e Palermo-Lercara, Leonforte-Catania-Messina e Lentini-Catania. Per quanto riguarda la rete stradale, alla vigilia dell’Unità quella del Centro-Nord era stimata approssimativamente in 75.500 km rispetto ai 14.700 km del Regno delle Due Sicilie.

Gli economisti Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (Consiglio Nazionale delle Ricerche) sono giunti alla conclusione che le economie del Nord e del Sud,  per oltre trent’anni dopo l’unificazione, hanno avuto un divario costante stimato in cinque punti percentuali a favore del Nord[5]Nessun fantomatico “trasferimento di ricchezze” dal Sud al Nord e nessuna “sperequazione” avvennero all’indomani dell’unificazione nazionale, che lasciò le cose come stavano. Solo negli anni ’90 del secolo XIX le due economie del Nord e del Sud cominciarono a divergere a vantaggio del Nord a causa della rivoluzione industriale che interessò in particolare il triangolo Torino-Milano-Genova, favorito dalla vicinanza dei mercati e dei rifornimenti di materie prime dell’Europa settentrionale e centrale. La teoria secondo cui il triangolo industriale Torino-Milano-Genova si sarebbe sviluppato economicamente sottraendo risorse al Sud negli anni successivi all’unificazione, oltre a essere confutato dalle ricerche degli economisti sopra nominati, non spiega peraltro come altre regioni come il Veneto o le Marche siano riuscite a svilupparsi economicamente, come testimoniano i dati ISTAT, fino a raggiungere e anche a superare le città del triangolo industriale.

Un ambito nel quale il divario Nord-Sud era particolarmente marcato fu quello dell’istruzione. Nel 1861, il tasso di alfabetizzazione era del 14% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 37% nell’Italia centro-settentrionale. Sempre nel 1861 il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era del 17% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 67% nell’Italia centro-settentrionale. A testimonianza dei forti investimenti nella scuola pubblica effettuati nel Meridione dal Regno d’Italia, dopo 10 anni di unità (1871) il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era raddoppiato nell’ex Regno delle Due Sicilie, salendo al 35%[6]. Un’altra dimostrazione di come l’unificazione, pur non riuscendo a risolvere tutti gli atavici problemi del Sud, segnò comunque un progresso per le popolazioni meridionali.

Il brigantaggio

Nell’Italia meridionale dei secoli XVIII e XIX il brigantaggio era un fenomeno endemico, come ricordò Francesco Saverio Nitti: «Ogni parte d’Europa ha avuto banditi e delinquenti, che in periodi di guerra e di sventura hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge […] ma vi è stato un solo paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire da sempre […] un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odi […] un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo paese è l’Italia del Mezzodì»[7]. Al brigantaggio «si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell’assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento»[8]Il governo del Regno delle Due Sicilie fu costretto ad adottare leggi speciali durissime per la repressione del brigantaggio. Il Decreto di Re Ferdinando I n. 110 del 30 agosto 1821 prevedeva, per la «punizione ed esterminio dei briganti» l’istituzione di quattro corti marziali, la pubblicazione degli elenchi dei banditi che potevano essere uccisi da chiunque dietro pagamento di un premio in denaro e pene draconiane e sommarie per varie fattispecie di reato. Il Decreto di Re Francesco II n. 424 del 24 ottobre 1859 conferiva ai tribunali di guerra delle guarnigioni di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria il potere di processare e condannare secondo le leggi di guerra coloro che si macchiavano dei reati di comitiva armata, resistenza alla forza pubblica, brigantaggio e favoreggiamento al brigantaggio.

I briganti del periodo post-unitario erano dunque in massima parte delinquenti comuni già attivi come tali sotto il precedente governo borbonico, oltre che ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie, renitenti alla leva e persino ex appartenenti all’esercito garibaldino. Le cause politiche e sociali del brigantaggio furono numerose, ma certamente la rivolta fu promossa e finanziata dal governo borbonico in esilio, con il sostegno economico dello Stato Pontificio, delle potenze cattoliche straniere e del banchiere Adolf von Rothschild. Non mancarono le trame di un ambiguo agente di Napoleone III di nome Augustin De Langlois, miranti a destabilizzare il Regno d’Italia appena costituito per collocare sul trono di Napoli un esponente della famiglia Murat. Il brigante più famoso fu senz’altro il lucano Carmine Crocco di Rionero in Vulture, delinquente abituale già condannato dalla giustizia borbonica a 19 anni di detenzione e protagonista di vari voltafaccia tra causa garibaldina e causa borbonica.

Una ricostruzione fuorviante e falsificata del fenomeno del brigantaggio lo ha dipinto quasi come un moto di popolo ferocemente represso dai “piemontesi”, intendendo con questo termine le autorità del neo-costituito Regno d’Italia. In realtà, i briganti vessarono e saccheggiarono le popolazioni civili per sostentarsi e si resero responsabili di numerosi eccidi nei centri abitati del Mezzogiorno che ebbero la sventura di subire le loro scorrerie. Come ha ben evidenziato Alessandro Barberoi funzionari civili, i militari, le Guardie Nazionali e soprattutto i normali cittadini che si contrapposero al brigantaggio non erano certo “piemontesi”, ma salvo rare eccezioni meridionali fedeli al nuovo Stato unitario. La durezza della lotta al brigantaggio non deve tuttavia far dimenticare che i presunti “eccidi” sono riferibili a un numero molto limitato di episodi (quattro per l’esattezza quelli degni di nota: Pontelandolfo e Casalduni, Auletta, Montefalcione, Ruvo del Monte), peraltro sempre consistiti in legittime – e talvolta necessariamente cruente – attività repressive di orrendi crimini, caratterizzati da efferate atrocità e sevizie, commessi dai briganti ai danni di militari o civili.

Il 7 agosto 1861 furono catturate e uccise dai briganti alcune Guardie Nazionali a Pontelandolfo (Benevento). A Casalduni (Benevento) il tenente dell’Esercito Italiano Bracci fu torturato per otto ore, ucciso a colpi di pietra e decapitato. I soldati del suo reparto furono dilaniati a colpi di scure o di mazza, immobilizzati e calpestati vivi da briganti a cavallo e le loro membra appese come trofei per tutto il paese. Il 14 agosto 1861 seguì l’inevitabile repressione da parte dell’Esercito Italiano, che però consistette, contrariamente a fantasiose e non documentate esagerazioni che parlano di centinaia di morti, a soli tredici morti, di cui due in modo accidentale a seguito di incendi sviluppatisi durante la repressione. Il numero di tredici morti, sulla base di documentazione archivistica, è stato stabilito dal ricercatore Davide Fernando Panella e confermato dalla  rivista Frammenti del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio con sede in Campolattaro (Benevento). Si registra l’esecuzione di quarantacinque tra banditi e fiancheggiatori dopo la riconquista da parte del Regio Esercito di Auletta (Salerno) il 30 luglio 1861. In Irpinia, nel settembre 1860, ad Ariano Irpino e Montemiletto, alcuni criminali avevano ucciso e seviziato alcune decine di cittadini delle due località. I responsabili dell’eccidio si diedero alla macchia e dopo alcuni mesi di clandestinità, occuparono il 5 luglio 1861 Montefalcione e l’8 luglio 1861 Montemiletto, dove sterminarono numerose famiglie di cittadini liberali, tra cui numerose donne e bambini. Il 9 luglio 1861 l’Esercito riconquistò Montefalcione, dove persero la vita un centinaio di banditi e fiancheggiatori tra uccisi in combattimento e fucilati. Anche a Ruvo del Monte (Potenza) la repressione da parte del Regio Esercito scaturì dai crimini commessi dai briganti di Carmine Crocco, che il 10 agosto 1861 massacrarono e decapitarono tredici cittadini e stuprarono numerose donne. Anche in questo caso, trenta tra banditi e fiancheggiatori furono giustiziati.

Il 15 agosto 1863 fu approvata la legge n. 1409 (Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette), chiamata legge Pica dal nome del deputato abruzzese che ne fu il promotore. Il suo campo d’applicazione era l’intero Meridione continentale d’Italia (senza quindi la Sicilia), con l’eccezione delle province di Napoli, Reggio Calabria, Bari e “Terra d’Otranto” (comprendente le odierne province di Lecce e Taranto). Secondo lo storico Salvatore Lupo, la pur severa legge Pica del 1863 ebbe il merito di impedire le fucilazioni sommarie dei briganti e offrì a questi ultimi alcune garanzie di diritto penale sostanziale e processuale seppur nel quadro dell’eccezionalità della situazione, prevedendo peraltro l’esecuzione capitale soltanto nei confronti di coloro che opponevano resistenza armata all’arresto. La legge rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865, raggiungendo con efficacia e rapidità gli obiettivi prefissi.

Un episodio poco noto del brigantaggio anti-unitario fu la spedizione legittimista e filo-borbonica guidata dal generale catalano José Borjes nel Meridione d’Italia, sbarcata a Brancaleone in Calabria il 13 settembre 1861 al fine di suscitare una sollevazione contro il Regno d’Italia. La spedizione partì da Malta con la scoperta tolleranza delle autorità britanniche, nonostante le rimostranze delle autorità diplomatiche italiane e con l’incidente diplomatico dell’arresto di due ufficiali della Regia Marina italiana a seguito di un alterco con i redattori di un giornale filo-borbonico pubblicato a Malta. Questo episodio fa giustizia del luogo comune secondo cui la conquista del Regno delle Due Sicilie sarebbe stata favorita dal Regno Unito.

La natura delinquenziale del brigantaggio meridionale è peraltro confermata da Cesare Carletti nel suo libro L’esercito pontificio dal 1860 al 1870 (1904), dove si dà conto dei furti, delle rapine e degli stupri commessi nel Lazio meridionale dalle bande di briganti provenienti dall’ex Regno delle Due Sicilie che, per sfuggire alla repressione dell’Esercito Italiano, varcavano il confine con lo Stato Pontificio, che dovette istituire il corpo speciale degli “Squadriglieri” per reprimerle.

Conclusione

La mistificazione anti-risorgimentale e anti-unitaria, oltre a essere una costruzione piuttosto recente, si dissolve come neve al sole di fronte a una corretta e documentata analisi storica. La denigrazione del periodo più importante della nostra storia nazionale, peraltro, non costituisce certamente un fatto innocente o casuale in un periodo in cui il grande capitale finanziario apolide ha puntato sul superamento degli Stati nazionali e sovrani a favore di organismi sovranazionali controllati dalle élites finanziarie. Non è un caso che, nei venticinque anni successivi al famigerato Trattato di Maastricht, una bassa informazione politico-giornalistica, assolutamente priva di pregio scientifico, abbia tentato di denigrare il processo storico attraverso il quale l’Italia conquistò la sua unità e la sua indipendenza. Gli Italiani del Mezzogiorno devono riscoprire la gloriosa storia del Risorgimento, che tra mille sacrifici ed eroismi ricongiunse i loro avi ai fratelli del Settentrione in una Patria comune. Il modo migliore per riscoprire la sola, autentica e spendibile tradizione politica nazionale, che è quella risorgimentale, consiste nel coltivare la memoria dei grandi patrioti meridionali che con il pensiero e con l’azione parteciparono alla costruzione dello Stato nazionale unitario. Tra loro ricordiamo qui i siciliani Ruggero Settimo, Francesco Bentivegna, Francesco Crispi, Rosolino Pilo e Michele Amari; i calabresi Michele Morelli, Domenico Romeo e Giovanni Nicotera; i lucani Domenico Corrado, Francesco e Giuseppe Venita e Francesco Petruccelli della Gattina; i pugliesi Nicolò Mignogna, Giuseppe Massari, Giuseppe Libertini e Giuseppe Fanelli; i campani Florestano e Guglielmo Pepe, Giuseppe Silvati, Luigi Settembrini, Carlo Pisacane, Carlo Poerio, Giacinto Albini, Francesco De Sanctis, Pasquale Stanislao Mancini, Carlo e Luigi Mezzacapo; gli abruzzesi Gabriele Rossetti, Cesare De Horatiis, Bertrando e Silvio Spaventa; i molisani Leopoldo Pilla e Francesco De Feo. Al loro fianco stanno i 30.000 anonimi e gloriosi volontari meridionali che nel 1860 marciarono vittoriosi dalla Sicilia al Volturno e tutti coloro che prima di loro credettero nell’Italia una e indipendente.

Luca Cancelliere

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Note

[1] Cfr. S. ColletA Unified Italy? The Investor Scepticism, 2012.

[2] L. Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria, Torino 19592, p. 274.

[3] Cfr. A. Caprarica, C’era una volta in Italia, Milano 2010.

[4] Cfr. A. Massafra (a cura di), Il Mezzogiorno preunitario: economia, società e istituzioni, Bari 1988; D. Demarco, Il crollo delle Regno delle Due Sicilie. La struttura sociale (1960), Napoli 2000.

[5] Cfr. V. Daniele – P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia (1861-2011), Soveria Mannelli 2011.

[6] Cfr. E. Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna 2013.

[7] F. S. Nitti, Eroi e briganti (1899), Venosa 1987, p. 9.

[8] A. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna 2008, p. 222.