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mercoledì 25 gennaio 2017

Speciale Risorgimento: la spedizione dei Mille e le bufale antitaliane (parte II)

Risorgimento


Roma, 25 gen – Seconda puntata di questo speciale dedicato al Risorgimento e alla critica delle teorie anti-italiane. 



La spedizione dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie
La prima e più nota accusa riguardante la spedizione dei Mille consiste nel presunto appoggio britannico. Come tuttavia ha ricordato la storica irlandese Lucy Riall: «Non vi è alcuna prova che il governo della Gran Bretagna avesse cospirato con Garibaldi per rovesciare la monarchia borbonica»[1]. Nella seduta parlamentare del 21 maggio 1860, il Ministro degli Esteri Lord Russell chiarì che la presenza dei due vascelli inglesi Argus e Intrepid a Marsala tre ore prima della comparsa delle navi garibaldine Piemonte e Lombardo il 12 maggio 1860 (noto “cavallo di battaglia” dagli scrittori revisionisti) era stata ordinata dalla Royal Navy per corrispondere alle richieste di protezione provenienti dai numerosi sudditi britannici aventi magazzini e attività commerciali a Marsala – ciò è assolutamente verosimile e corrispondente alla normale prassi delle relazioni internazionali in casi analoghi. Lo storico inglese George Macaulay Trevelyan conferma che le due navi britanniche non presero alcuna iniziativa in favore di Garibaldi né avrebbero potuto farlo, poiché perché avevano le caldaie spente ed erano ormeggiate al largo, con i loro comandanti a terra assieme a parte dell’equipaggio. La stretta neutralità britannica è confermata anche dal fatto che durante l’assedio di Palermo Giuseppe Garibaldi, rimasto quasi privo di munizioni, ricevette un diniego alla richiesta di polvere da sparo formulata ai comandanti delle navi britanniche ormeggiate al largo della costa.
Sulla presunta influenza britannica sul Risorgimento nazionale e in particolare sulla conquista del Sud devono essere formulate due obiezioni, la prima metodologica e la seconda di merito. L’obiezione metodologica è che la storia delle relazioni internazionali insegna che un processo di liberazione nazionale, sia esso condotto da un movimento rivoluzionario (come in Grecia nel 1821) o da una piccola potenza (come il Regno di Sardegna nel Risorgimento), deve necessariamente inserirsi nel gioco diplomatico delle grandi potenze. Questo fecero Cavour e i suoi successori interagendo ora con l’una, ora con l’altra potenza dell’epoca, in continuità con la tradizionale diplomazia sabauda dei secoli precedenti. L’obiezione di merito è che il Regno Unito, tra le potenze europee dell’epoca, ha dato un contributo all’unificazione italiana sicuramente inferiore, tanto per fare un esempio, alla Francia (alleata militare dell’Italia nella Seconda Guerra d’Indipendenza del 1859) e alla Prussia (alleata militare dell’Italia nella Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 e alleata de facto nel 1870). L’atteggiamento delle potenze straniere verso le aspirazioni italiane è stato inoltre molto variabile durante il Risorgimento. Basti pensare alla Francia, che nella Prima Guerra d’Indipendenza (1848-1849) ha condotto una spedizione contro la Repubblica Romana, durante la Seconda Guerra d’Indipendenza (1859) è stata alleata militare del Regno di Sardegna, per poi essere sostanzialmente ostile al movimento nazionale italiano, come si vedrà dopo, a partire dalla spedizione dei Mille (1860) e fino alla Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 (passando per Aspromonte e Mentana).  Il Regno Unito osteggiò decisamente la guerra franco-sarda contro l’Austria nel 1859, tanto che la Regina Vittoria scrisse il 9 dicembre 1858 al Ministro degli Esteri Malmesbury: «Tutto ciò che si può fare per distogliere il pensiero dell’Imperatore da un simile disegno, dovrebbe essere fatto». Successivamente, nel 1861 il Regno Unito agevolò da Malta la partenza della spedizione filo-borbonica e legittimista di Borjes nell’Italia meridionale, nonostante le rimostranze italiane. La Russia mantenne invece una posizione favorevole al Regno di Sardegna e poi al Regno d’Italia, a partire dalla proposta del 18 marzo 1859 di una conferenza internazionale per risolvere la questione italiana. Della Prussia si è già detto. La Realpolitik procede in modo completamente diverso dalle fantasiose ricostruzioni dei complottisti.
Un’analisi organica della spedizione garibaldina in Sicilia porta alla conclusione che ridurre la medesima alla sola “spedizione dei Mille” (in realtà 1089), partiti da Quarto (Genova) il 5 maggio 1860 e sbarcati a Marsala il 12 maggio 1860, è assai riduttiva. La rivoluzione in Sicilia era stata accuratamente preparata dai mazziniani Francesco Crispi e Rosolino Pilo. Il 4 aprile 1860 si era avuto il prologo della “rivolta della Gancia” a Palermo. Nello stesso mese vi erano state insurrezioni a Bagheria, Misilmeri, Capaci, Carini (epicentro della rivolta) e Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi). Nelle campagne numerose bande di “picciotti” erano in armi e pronte a intervenire a seguito dello sbarco garibaldino. Inoltre dal 24 maggio al 3 settembre 1860 arrivarono in Sicilia ben 40 spedizioni navali provenienti dai porti di Genova e Livorno, che sbarcarono circa 20.000 volontari garibaldini. A questi si aggiunsero, nel corso della spedizione, quasi 30.000 insorti reclutati in Sicilia e, dopo che l’insurrezione lucana del 18 agosto 1860 consentì ai garibaldini il passaggio dello stretto di Messina (Melito di Porto Salvo, 19 agosto 1860), nel Mezzogiorno continentale. Alla vigilia della battaglia del Volturno l’esercito garibaldino, secondo Trevelyan, contava 50.000 uomini di cui 7.000 presidiavano la Sicilia, mentre gli altri 43.000 per metà presidiavano i territori appena conquistati e per metà si apprestavano a fronteggiare i borbonici nella battaglia finale del Volturno (26 settembre – 2 ottobre 1860).
L’altro “cavallo di battaglia” degli scrittori revisionisti è il presunto tradimento degli ufficiali del Regno delle Due Sicilie di fronte ai Mille. A riguardo è appena il caso di rammentare che, ammesso e non concesso che tale tradimento possa essere concretamente dimostrato (Angela Pellicciari e Gigi Di Fiore hanno potuto formulare solo illazioni prive di riscontri documentali), esso sarebbe semmai un’ulteriore dimostrazione dello stato di totale disfacimento e corruzione dell’amministrazione borbonica, elementi che sicuramente hanno rivestito un ruolo nella fine dell’ormai decrepito Regno delle Due Sicilie.
Secondo un’altra accusa revisionista, l’ingresso dei garibaldini a Napoli sarebbe stato favorito dalla camorra. Dopo la Restaurazione (1815), la debolezza del regime borbonico costrinse il Ministro di Polizia Francesco Saverio Del Carretto ad appoggiarsi alla criminalità organizzata, nella quale furono reclutati gli appartenenti alla setta reazionaria dei “Calderari”. Come ricorda Marc Monnier, la camorra «formava una specie di polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che occupavasi soltanto dei delitti politici»[2]Francesco Barbagallo ricorda che anche dopo il 1848 «la polizia borbonica, nella tutela dell’ordine pubblico, non mancò di servirsi dell’organizzazione camorristica»[3]Salvatore Lupo ricorda il patto intercorso tra la mafia e Salvatore Maniscalco, capo della polizia borbonica in Sicilia dal 1849 al 1860[4]. Lo stesso scrittore revisionista Gigi Di Fiore ammette che «sotto i Borboni la camorra era un’organizzazione tollerata in piena luce e richiesta di servigi non infrequenti. Ai tempi del cardinale Ruffo era lo stato maggiore delle orde reazionarie. Ai tempi del Del Carretto, capo della polizia, era l’alleato politico e poliziesco del governo. Là dove la sagacia dei commissarii e il braccio rude dei feroci non riusciva a colpire, riusciva la camorra» (1993). È peraltro ben nota l’accusa di William Gladstone contro il sistema giudiziario e penale borbonico: «Non descrivo severità accidentali, ma la violazione incessante, sistematica, premeditata delle leggi umane e divine; la persecuzione della virtù, quand’è congiunta a intelligenza, la profanazione della religione, la violazione di ogni morale, sospinte da paure e vendette, la prostituzione della magistratura per condannare uomini i più virtuosi ed elevati e intelligenti e distinti e culti; un vile selvaggio sistema di torture fisiche e morali. Effetto di tutto questo è il rovesciamento di ogni idea sociale, è la negazione di Dio eretta a sistema di governo». Nelle sue Memorie Giuseppe Garibaldi scrisse: «Dopo la ritirata di Francesco II il 6 settembre, e quella dell’esercito Borbonico da Napoli, la fiducia principale dei Sanfedisti, nella capitale, fondavasi sulla camorra». Ammissioni in tal senso da parte borbonica si rinvengono ad esempio nella lettera di Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa e fratello del Re Ferdinando II di Borbone, scritta da Parigi alla madre il 16 febbraio 1848: «Carissima mamma (…) Il nome di Borboni, grazie alle inutili e barbare esecuzioni e grazie all’eccidio di tante centinaia di vittime sacrificate ad un principio che non è certo quello del bene dell’umanità, risveglia un’idea di orrore in tutti, siano italiani siano esteri».
Del resto, se lo stesso Liborio Romano, prefetto di polizia borbonico di Napoli, era un personaggio ambiguo, certo di questo dev’essere rimproverato Francesco II  che gli conferì tale incarico in tempo di pace, non chi ve lo trovò in tempo di guerra e pragmaticamente lo utilizzò per assicurare un ordinato passaggio di consegne una situazione di straordinaria necessità e urgenza. Del resto, è cosa nota che il capo della camorra napoletana Salvatore De Crescenzo fu arrestato nel 1862 e dopo di lui altri mille camorristi furono arrestati tra il 1863 e il 1864.
Un’ulteriore critica relativa alle modalità di annessione delle province meridionali è quella espressa a suo tempo da Antonio Gramsci, secondo cui la conquista del Sud sarebbe stata viziata dalla mancata riforma agraria attesa dalle popolazioni contadine. Detta interpretazione è stata organicamente confutata dallo storico Rosario Romeo. La prima obiezione alla teoria di Gramsci è metodologica. Gramsci sarebbe caduto in un anacronismo, attribuendo aspirazioni di tipo socialista e marxista ai contadini siciliani di metà Ottocento. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, inoltre, una rivoluzione contadina avrebbe provocato l’intervento delle grandi potenze. Dal punto di vista prettamente economico, infine, la formazione di una piccola proprietà contadina, priva di risorse e competenze tecniche, avrebbe inibito lo sviluppo capitalistico delle aziende agrarie e l’accumulazione originaria del capitale necessaria al progresso economico.
Legata alla questione agraria in Sicilia è la jacquerie contadina di Bronte dell’agosto 1860. È questo un cavallo di battaglia tanto della storiografia marxista che della polemica revisionista anti-unitaria, a riguardo del quale è stata esercitato quel rovesciamento della verità tipico di certa falsificatrice propaganda pseudo-storica. Nel corso della rivolta furono bruciate decine di case, il teatro civico e la casa comunale. Furono massacrate sedici persone appartenenti a famiglie di proprietari terrieri, incluse donne e bambini. Seguì l’intervento dei reparti garibaldini guidati da Nino Bixio e, dopo sommario processo, l’inevitabile condanna ed esecuzione dei cinque responsabili. Con un’evidente manipolazione della realtà, tuttavia, quando si parla di “eccidio” di Bronte non ci si riferisce alla strage dei sedici cittadini di Bronte, ma all’esecuzione capitale dei responsabili dell’efferata strage.
Un cenno infine alla presunta vicenda del “Lager dei Savoia” di Fenestrelle in Piemonte, dove secondo la propaganda anti-risorgimentale sarebbero morti di stenti addirittura 8.000 prigionieri dell’esercito delle Due Sicilie ivi deportati dopo la resa del novembre 1860, i cui cadaveri sarebbero stati gettati nella calce viva. Di tali fatti, semplicemente, non esiste traccia nella pubblicistica ottocentesca di parte sia risorgimentale che legittimistaAlessandro Barbero ha ricostruito minuziosamente la vicenda dei prigionieri borbonici[5]. La stragrande maggioranza dei militari borbonici (60.000 uomini) fu arruolata nelle forze armate del Regno d’Italia. I prigionieri reclusi a Fenestrelle erano solo 1168, di cui solo quattro morirono durante la detenzione. Gli altri ebbero varie vicende dopo la liberazione, rientrando a casa o venendo arruolati nell’esercito del Regno d’Italia. (Continua)
Luca Cancelliere
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Note
[1] L. Riall, Il Sud e i conflitti sociali, in L’Unificazione, Treccani, Roma 2011.
[2] M. Monnier, La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, Firenze 18633, p. 84.
[3] F. Barbagallo, Storia della camorra, Roma-Bari 2010, p. 12.
[4] Cfr. S. Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Roma 1993.
[5] Cfr. A. Barbero, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, Roma-Bari 2012.

venerdì 4 aprile 2014

Fenestrelle lager dei Savoia? Non esattamente.


Faccia a faccia con il Prof.Alessandro Barbero
Immagine articolo - Il sito d'Italia
Da qualche tempo sembra tornato alla ribalta nel nostro Paese il revisionismo di matrice antirisorgimentale, fenomeno a ben vedere mai completamente sopito. Libri, articoli di giornale e , soprattutto, discussioni nel variopinto mondo della rete in cui i lunghi ed articolati processi che condussero l'Italia all'Unità vanno incontro ad una rilettura e ad una una riscrizione. Ecco allora che Garibaldi da “Eroe dei Due Mondi” può diventare un “ladro di cavalli” ed un “assassino”, i Savoia si trasformano nei “Saboia” e l'antica fortezza di Fenetsrelle è raccontata come un campo di concentramento dove trovarono la morte schiere di soldati duosiciliani dopo la definitiva sconfitta del loro Paese. Ma le cose stanno davvero così? Cosa c'è di vero? E che cosa di falso? Ne abbiamo parlato con il Prof.Alessandro Barbero, uno dei maggiori storici italiani ed autore del best seller “I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle”.


-Professore, perché un libro su argomento come il carcere di Fenestrelle?

-Perché nel 2011, durante le celebrazioni dell'Unità d'Italia, mi sono imbattuto, per caso, nella storia dello sterminio di Fenestrelle, e mi sono accorto che non ne sapevo niente; e mentre mi pareva abbastanza probabile che si trattasse di una mistificazione, mi seccava però molto non esserne sicuro. Non si può mai sapere, nella storia sono successe così tante cose che uno non avrebbe mai creduto possibili. Così sono andato in archivio a vedere cos'era successo davvero, e mi sono appassionato scoprendo la ricchezza straordinaria della documentazione.

-Ma che cosa fu in realtà Fenestrelle? E che cosa fu il Risorgimento?
-Fenestrelle era tante cose, e nessuna particolarmente strana. Era un forte nato per difendere la frontiera con la Francia; era stato, in passato, luogo di detenzione per prigionieri politici; era la caserma del Corpo Franco, ovvero il corpo di punizione disciplinare dell'esercito piemontese prima e italiano poi; fu uno dei luoghi in cui nel 1859-60 vennero brevemente detenuti prigionieri di guerra austriaci, pontifici e napoletani; e fu uno dei luoghi in cui nel 1860 transitarono i contingenti di disertori alla leva arrestati nel Sud e trasferiti al Nord per essere incorporati nell'esercito. Dopodiché , siccome queste cose accadevano nell'Ottocento, età che credeva al progresso, alla civiltà e ai diritti umani, e accadevano sotto gli occhi dell'opinione pubblica, della stampa, del parlamento e della Chiesa, e non nell'epoca di Conan il Barbaro o del Trono di Spade, Fenestrelle in tutte queste sue diverse incarnazioni non fu mai teatro di niente di particolarmente oscuro o sinistro, con buona pace di chi sostiene il contrario senza uno straccio di documento a cui appigliarsi.

Quanto alla seconda domanda, che cosa fu il Risorgimento, non crederete davvero che si possa rispondere così in poche righe? Se permettete mi accontenterà di dire che fu una pagina decisiva della storia italiana; e come ogni pagina di storia (specialmente italiana, verrebbe da dire) fu intrecciato di contraddizioni, di errori e di momenti poco chiari; e tuttavia fu una modernizzazione decisiva per il paese, e come ogni modernizzazione ebbe i suoi oppositori e anche le sue vittime; e finalmente, che fu uno dei pochi momenti della nostra storia recente in cui l'Italia e gli italiani furono al centro dell'attenzione mondiale e suscitarono affetto e ammirazione in tutto il mondo, cosa che magari sarebbe bene non dimenticare...

-Non sono state poche le critiche (anche ai limiti dell'educazione del buongusto) che hanno interessato la sua persona, dopo la pubblicazione del libro. Come se lo spiega?
-Il movimento neoborbonico ha costruito una versione alternativa della storia, totalmente immaginaria, ma molto seducente, e ha attirato molte persone in buona fede, ma anche molti fanatici, che non hanno voglia di discutere, né saprebbero farlo, ma solo di urlare e insultare. La rete ha fatto il resto, dal momento che fra chi interviene in rete,  su qualunque argomento, la tendenza a trascendere nella volgarità e nell'insulto sembra essere irresistibile.
 
-Il nostro Meridione sta conoscendo negli ultimi anni una certa rivalutazione del passato duosiciliano, contestualmente ad un rigetto della memoria risorgimentale. Secondo lei qual è la ragione del fenomeno?
-C'è la disperazione di chi al Sud non crede più di poter colmare il ritardo strutturale del paese, e preferisce rifugiarsi in un sogno consolatorio, e anche nella voglia di dare la colpa a qualcun altro - che siano i piemontesi, i massoni, i Savoia o chicchessia. E c'è l'ignoranza profonda di un paese - e parlo dell'Italia tutta - dove lo spirito critico sta a zero, e alla gente si può far bere tutto quello che si vuole, anche le panzane più enormi, quando si parla del passato...

-Che cosa c'è di vero nel revisionismo “neoborbonico”? E di falso?
-Per come si presenta, non c'è niente di vero, è tutto falso. Perché , beninteso, che l'unità d'Italia sia stata fatta male, lo si è sempre detto, si è cominciato a discuterne nel 1861 e non si è mai smesso. Che per il Sud l'unificazione sia stata particolarmente traumatica, che la grande speranza sollevata da Garibaldi fra i contadini sia stata delusa, che il brigantaggio abbia anche espresso un malessere profondo del mondo contadino e abbia dato origine a una vera guerra civile fra meridionali, che la repressione del brigantaggio da parte dell'esercito italiano sia stata feroce, tutte queste cose si sono sempre sapute e discusse - solo chi non ha mai avuto voglia di cercare dei libri e informarsi può strillare, come molti fanno oggi, che queste cose "sono state tenute nascoste". Ma il revisionismo neoborbonico non dice queste cose: dice che c'è stata l'invasione piemontese, che i briganti erano eroi che difendevano il loro paese e il loro re dagli invasori, che c'è stato un milione di morti, e che prima di allora il regno borbonico era prospero e felice, era la terza potenza industriale d'Europa, aveva cento primati, ecc. ecc. - tutte queste sono frottole così grosse che c'è da vergognarsi perfino di doverle discutere, e che ci possa essere qualcuno che ci crede.