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domenica 14 agosto 2016

I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente impiegati come argomenti contro il Risorgimento e l’Unità d’Italia, anche da pubblicisti e giornalisti che hanno parlato di molte centinaia di morti per mano dei bersaglieri.
In realtà, la documentazione archivistica ricostruisce un quadro assai lontano. Esistono studi di storia locale che hanno esaminato analiticamente le vicende suddette. Si può ricordare anzitutto il saggio “Storia dei fatti di Pontelandolfo”, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni, 
Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio “L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861”, Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.).
Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime.

Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti.
La documentazione degli archivi contrasta nettamente con quanto sostiene, fra gli altri, il signor Luigi Di Fiore nel suo ultimo libro, “La nazione napoletana”. Costui sostiene, servendosi dello suo stile che lo accomuna ad altri autori della sua medesima corrente, che a Pontelandolfo vi sarebbe stato: 
«Un eccidio spaventoso e violento, con 164 morti dichiarati, tutti civili di ogni sesso ed età. Tanti corpi non furono mai censiti, perche rimasti sotto le case bruciate. Il paese fu infatti completamente raso al suolo, fatta eccezione per tre case di riconosciuti liberali. Un episodio che ricorda i massacri delle giubbe blu americane nei villaggi di pellerossa. Gli stupri, le fucilazioni, i furti dei soldati non si contarono.»
A prescindere dall’inverosimile paragone fra episodi delle “guerre indiane” nell’Ovest americano e la campagna contro il brigantaggio in Italia meridionale, i morti accertati non risultano 164, ma 13, secondo quanto può asserire Panella sulla base dell’archivio locale.

Inoltre il paese non fu affatto raso al suolo per intero tranne tre case, come dimostrano già solo gli edifici risalenti al Medioevo od all’era moderna che tutt’ora esistono, fra cui l’archivio parrocchiale vulnerabilissimo agli incendi per il suo contenuto. Infatti, una volta partiti i soldati, gli abitanti allontanatasi ritornarono in paese e riuscirono a spegnere la maggioranza degli incendi appiccati. Il paese subì danni materiali, ma non fu cancellato, tanto che il censimento del 1861 gli attribuiva 4375 abitanti, saliti a 5079 nel 1871.
Restando a Di Fiore, egli giunge a citare, nel tentativo di supportare l’idea di un eccidio di grandi dimensioni, quel che scrive Gabriele Palladino, presentato come “funzionario e addetto stampa del comune di Pontelandolfo.
”Questo impiegato comunale aveva parlato “di una cripta nella chiesa dell’Annunziata in paese, oggi sconsacrata e diventata tempio dell’Annunziata, dove vennero ritrovati migliaia di resti umani. Ricorda Palladino: «Intorno agli anni ’80 del secolo scorso, e io ero presente a quelle operazioni, fu scoperta una sorta di montagna di ossa, di teschi.»

La chiesa dell’Annunziata esisteva già nel 1525, prima data in cui viene attestata la sua esistenza che era però certamente anteriore. Accanto ad essa esisteva l’ospedale ossia il lazzaretto. Lo storico locale Daniele Perugini afferma che, secondo l’uso diffuso in tutta Europa prima del secolo XVIII, all’interno della chiesa erano seppelliti i defunti, nella fattispecie quelli delle molte pestilenze che colpirono la città nei secoli. Sono pertanto questi i corpi che erano stati ritrovati alla fine del secolo XIX in una chiesa che era stata impiegata per almeno trecento anni, dal Cinquecento al Settecento, quale luogo di sepoltura.

Un altro caso di imprecisione storica su Pontelandolfo è stato riferito dal Panella durante un convegno dedicato al tema “Il brigantaggio nell’Alto Tammaro”, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo “Terroni”, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata, prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione.
Appare evidente da questi cinque semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati; i 13 morti accertati diventano 164 ed oltre; una cripta usata come cimitero per secoli e secoli è considerata quale luogo di sepoltura delle sole vittime della rappresaglia; Pontelandolfo è descritto quale un paese raso al suolo, mentre invece ha continuato ad esistere ed ad essere abitato senza soluzione di continuità, pur avendo subito danni dagli incendi.


giovedì 20 marzo 2014

Considerazioni sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni

Pontelandolfo - veduta panoramica 
I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente sfruttati da certi propagandisti e pubblicisti con intenti politici di critica all’Unità d’Italia. 
Come insegnava fra gli altri il grande Max Weber, le scienze umane devono escludere ogni considerazione ideologica, estetica, etica ecc., limitandosi a fornire un’analisi obiettiva dell’oggetto esaminato. Il sottoscritto pertanto non si prefigge d’esprimere qui un giudizio morale o politico sugli accadimenti suddetti, ma solo e più modestamente di provare a riportarne una sintesi con meri fini divulgativi, essendo già stati trattati esaurientemente da alcuni studiosi.


Si può premettere che queste vicende, contrariamente a ciò che sostengono taluni, non sono per nulla rimaste “nascoste” ossia “occultate”. Al contrario, dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni parlarono già nel secolo XIX studi sul brigantaggio, come ad esempio quello celebre di Marc Monnier, nostalgici del regno borbonico quale Giacinto De Sivo, memorie autobiografiche, articoli di giornale d’ogni tendenza ecc. L’onorevole Giuseppe Ferrari ne discusse in Parlamento, nella seduta alla Camera del 2 dicembre 1861, dopo aver visitato personalmente Pontelandolfo il 1 novembre dello stesso anno. Praticamente in contemporanea a questi accadimenti e negli anni immediatamente posteriori, mentre la lotta al brigantaggio continuava, questi fatti erano conosciuti, liberamente divulgati, discussi in prospettive differenti. Naturalmente, anche la storiografia scientifica del Novecento li ha affrontati. Ad esempio, lo storico Franco Molfese li riferisce nella sua opera “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, pubblicata a Milano nel 1964 e che viene ritenuta tutt’ora, per quantità delle fonti esaminate e per bravura e capacità nel comporre un quadro complessivo ed equilibrato, il miglior saggio mai scritto sulla repressione del fenomeno brigantesco dopo il 1860. È sufficiente conoscere le fonti primarie ottocentesche, oppure la storiografica accademica novecentesca, per sapere che di quel che accadde in questi due paesi del Beneventano si è sempre scritto pubblicamente e liberamente. Non ci si trova dinanzi ad un evento tenuto segreto ed infine smascherato in anni recenti, ma di un avvenimento conosciuto e studiato praticamente dal momento in cui si compì fino ad oggi. Ciò premesso, si può passare ora a fornire una rapida sintesi delle vicende. 

Il 7 agosto del 1861 un gruppo di briganti, aventi per capobanda Cosimo Giordano, fece irruzione a Pontelandolfo, approfittando dell’allontanamento di volontari della Guardia nazionale. Secondo alcune fonti, sarebbero stati invitati dall’arciprete Epifanio De Gregorio e da un gruppo di canonici. In ogni caso, dopo il loro ingresso in paese si diedero al saccheggio, incendiarono abitazioni e pubblici registri e devastarono uffici ed edifici dell’amministrazione. Furono bruciati gli archivi comunali e la biblioteca e venne gravemente danneggiata la grande collezione d’arte del giudice Giosuè De Agostini, ospitata nel suo palazzo signorile. Fu assalita la corriera postale e vennero derubati i suoi passeggeri. Si ebbero anche diversi assassini d’abitanti. Fra la cittadinanza, parte simpatizzò con i briganti, parte fuggì o fu vittima delle violenze, parte ancora rimase neutrale ovvero non ebbe alcun ruolo attivo. 

Le autorità, avvisate dell’accaduto ma ignare delle dimensioni della banda brigantesca e dell’appoggio datole da parte della popolazione, decisero d’inviare un reparto di militari in perlustrazione. L’11 agosto 1861 giunse così a Pontelandolfo il luogotenente Luigi Augusto Bracci alla testa di 40 bersaglieri del 36° reggimento, con il rinforzo di 4 carabinieri. Entrati in paese senza aver compiuto alcun gesto ostile, anzi inalberando una bandiera bianca in segno di pace e cercando solo d’acquistare viveri, furono assaliti dai briganti e da alcuni cittadini. I soldati, dinanzi ad un numero soverchiante di nemici, ripiegarono prima all’interno d’una torre medievale (il simbolo di Pontelandolfo, ultimo resto d’un castello del Trecento), poi cercarono scampo in direzione di Casalduni. Durante tale ritirata finirono però in un’imboscata e, serrati da ogni direzione da forze preponderanti, s’arresero. Cinque erano caduti in combattimento, un sesto era stato ucciso in precedenza, due erano riusciti provvisoriamente a nascondersi. Nonostante avessero alzato bandiera bianca, i militari superstiti vennero tutti trucidati, tranne un sergente che venne risparmiato perché aveva promesso che non avrebbe più combattuto contro Francesco II. Il tenente Bracci fu torturato per circa otto ore, prima di venire ucciso a colpi di pietra. La testa gli fu tagliata e venne infilzata su d’una croce, posta nella chiesa di Pontelandolfo. Una sorte analoga toccò a tutto il suo reparto, i cui soldati finirono uccisi a colpi di scure, di mazza, dilaniati dagli zoccoli di cavalli ecc. Sei militari, già gravemente feriti, furono massacrati a colpi di mazza. Un cocchiere si segnalò per il suo comportamento, facendo passare e ripassare dei cavalli al galoppo sopra i corpi dei soldati, alcuni moribondi, altri solo feriti ma impossibilitati a muoversi perché legati. 
Fu allora inviato un altro reparto militare, questa volta di ben maggiore forza, comandato dal tenente colonnello Pier Eleonoro Negri e costituito da 400 bersaglieri. Quando entrarono a Pontelandolfo, il 14 agosto del 1861, questi soldati, che già sapevano della strage dei propri commilitoni arresisi, videro che i loro stessi corpi erano stati smembrati ed appesi dai briganti come trofei in diverse parti della località, con il capo mozzo del tenente Bracci che era stato conficcato su d’una croce, come si è detto sopra. A questo punto iniziò la rappresaglia, che coinvolse certamente persone innocenti e vide l’incendio d’entrambi i paesi, Pontelandolfo e Casalduni.
Rimangono da precisare le dimensioni della rappresaglia, con il numero delle vittime e gli stessi danni materiali. Questo deve essere fatto sulla base di ciò che è possibile provare dalle fonti, altrimenti cessa d’essere storia e diventa romanzo ovvero pseudostoria. Esistono analitici studi di storia locale, dedicati proprio a queste tragiche vicende, che forniscono una stima precisa delle perdite di vite umane. 
Si può ricordare anzitutto il saggio “Storia dei fatti di Pontelandolfo”, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni.

Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio “L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861”, Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.).

Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime. 
Panella poi confronta il totale di decessi avvenuto a Pontelandolfo nell’intero 1861 (furono 291) con quelli del 1860 (furono 142) e del 1862 (furono 171). L’ipotesi di questo ricercatore è che l’aumento della mortalità sia stato condizionato dall’incendio delle case e dalle sue conseguenze indirette, tanto che nei mesi d’agosto e di settembre del 1861 dopo la rappresaglia si registrò una insolita crescita della frequenza dei trapassi. Egli però constata che, anche attribuendo all’incendio ed ai suoi effetti a posteriori questi decessi, si resterebbe comunque ben lontani dalle cifre che alcuni hanno ipotizzato. Il Panella difatti conta dal 15 agosto al 15 settembre (quindi dopo la rappresaglia) un totale di 74 morti, che sono per lo più deceduti nelle proprie case e per il resto in abitazioni di campagna, comunque non a causa d’atti di violenza. 
Il totale di vittime della rappresaglia a Pontelandolfo, quale può essere calcolato con precisione sulla base del minuziosissimo archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, è pertanto di tredici persone. A questi, secondo l’ipotesi di Panella, si potrebbero aggiungere altri decessi ancora, che si ebbero nel mese d’agosto e di settembre e che potrebbero (tale è il parere di questo studioso, ma non è possibile provarlo con certezza) essere stati dovuti in parte alle conseguenze dell’incendio. Questo ricercatore può quindi concludere osservando che il totale di vittime risulta senz’altro di molto inferiore alle stime che erano state precedentemente proposte, facendo notare che i testi che presentavano questo episodio parlavano in maniera generica d’un numero ritenuto elevato di morti, ma senza fornire un computo preciso ed appunto in modo vago ed approssimativo.
Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti.
Un altro caso è stato riferito da questo studioso durante un convegno dedicato al tema “Il brigantaggio nell’Alto Tammaro”, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo “Terroni”, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata, prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione.
Appare evidente da questi due semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati. 
È possibile ora trarre alcune conclusioni da questa breve sintesi. Gli eventi dell’agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni sono stati conosciuti e studiati in pratica dal momento in cui avvennero sino ai giorni nostri: non ci si trova dinanzi ad un fatto storico ignoto, segreto o tenuto celato. La dinamica degli accadimenti è certa: dapprima vi fu un’irruzione di briganti, con saccheggi, incendi ed assassini; poi il massacro d’un reparto di militari caduto prigioniero; infine la rappresaglia dei bersaglieri, con uccisioni ed incendi.
Per ciò che concerne appunto questa rappresaglia, il totale di vittime accertate per Pontelandolfo è di tredici, cifra su cui concordano sia il Pulzella, sia il Panella. È probabile che vi siano stati anche altri decessi in conseguenza dell’azione dei militari, principalmente a causa dell’incendio. Non è però possibile dimostrare ovvero sapere quanti fra i decessi indicati nel registro dei defunti nel mese successivo ai fatti fossero dovuti a cause naturali e quanti al fuoco. In ogni caso, il totale potenziale rimane inferiore al centinaio. I due paesi non furono interamente distrutti dalle fiamme, poiché gli abitanti, in gran parte allontanatisi al momento dell’arrivo dei soldati, una volta ritornati provvidero a spegnere i fuochi. Alcune case certamente bruciarono, ma altre rimasero solo danneggiate. Si continuò a vivere ed ad abitare a Pontelandolfo e Casalduni anche dopo la rappresaglia, tanto che le fonti utilizzate dal Panella segnalano la continuità della presenza abitativa in entrambe le città.
La descrizione che taluni hanno proposto d’una distruzione intera delle due città e dello sterminio degli abitanti è quindi certamente erronea: la rappresaglia è avvenuta, ma con dimensioni di gran lunga inferiori rispetto a quelle ipotizzate senza prove da una certa pubblicistica antirisorgimentale. Il totale delle vittime si può calcolare al massimo nell’ordine delle decine, sicuramente non delle centinaia o migliaia, mentre i danni inferti all’abitato non furono uniformi e non impedirono che molti cittadini continuassero ad abitare in questi due paesi sin da subito. Non si dimentichi poi che i briganti si comportarono esattamente allo stesso modo quando fecero irruzione, uccidendo alcuni cittadini e dando fuoco ad edifici.
È altrettanto sbagliato inoltre tentare d’interpretare questi accadimenti come un contrasto fra un esercito “straniero” ed una popolazione insorta contro di esso. I reparti militari coinvolti appartenevano all’esercito italiano, che comprendeva membri d’ogni parte d’Italia: Cialdini era di Modena, Pier Eleonoro Negri era di Vicenza, Carlo Melegari di Genova, Luigi Augusto Bracci di Livorno ecc. Inoltre i cittadini locali erano divisi fra i fautori del nuovo stato ed i nostalgici del vecchio, tanto che prima i briganti, poi i soldati esercitarono le loro vendette sugli abitanti. 
Ciò che avvenne nel 1861 a Pontelandolfo ed a Casalduni deve pertanto essere considerato un cruento episodio di guerra civile, in cui una popolazione, che era a favore in parte dell’Italia, in parte del sovrano borbonico, si trovò presa in mezzo ai due contendenti armati, subendo alternativamente le violenze d’entrambi. Gli eccidi furono tre, del 7, 11 e 14 agosto, e videro come vittime rispettivamente cittadini fedeli allo stato italiano, i bersaglieri e carabinieri fatti prigionieri, infine i civili caduti nella rappresaglia. Nel totale di morti accertati la netta maggioranza, circa dei 2/3, è costituita dai militari trucidati dopo la resa.
Prof. Marco Vigna, dottore di ricerca in storia


mercoledì 22 settembre 2010

Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare

32. pontelandolfo

Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861

Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare
Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861
Da ventisette interminabili anni, gli stessi trascorsi ad aspettare sul molo dal vecchio ufficiale a riposo di Gabriel García Márquez, a Pontelandolfo aspettano una lettera. Dal capo dello Stato, dal presidente del Consiglio, dal ministro della Difesa, da qualcuno...
E da ventisette interminabili anni, come nel libro Nessuno scrive al colonnello, quella lettera non arriva. E più tempo passa, più diventa insopportabile l'attesa. Incomprensibile. Offensiva. Perché in questo paese arroccato intorno a un'antica torre una ventina di chilometri a nord di Benevento non strillano che Garibaldi era un assassino nazista, non sventolano le bandiere borboniche grondanti di stemmi nobiliari, non celebrano messe nel nome del re Franceschiello, non distribuiscono cartoline raccontando sciocchezze come quella che «il regno delle due Sicilie era una delle prime tre potenze mondiali». Chiedono solo che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconoscono, riconosca infine a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861. Un gesto che nessuno ha ancora avuto il coraggio di fare. Al punto da far nascere una disputa storica, culturale e toponomastica con la lontana Vicenza. E non fra guardiani un po' fanatici dell'onore terrone e dell'onore polentone. Ma tra due sindaci dello stesso Pd.
Ma partiamo dall'inizio. Dal diario lasciato da un uomo che quel giorno era lì, il filatore di seta valtellinese Carlo Margolfo. Un documento prezioso. Che dopo essere stato casualmente ritrovato ed edito a cura di Laura Meli Bassi e Gino Fistolera, squarcia il velo di ipocrisie, silenzi e menzogne steso sulla carneficina:  

«Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l'ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Difatti un po' prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi. Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti».  
«Quale desolazione!», ricorda il bersagliere con raccapriccio: «Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa. Fu successo tutto questo in seguito a diverse barbarie commesse dal paese di Pontelandolfo: sentirete, un nido di briganti…»
Come andassero intesi questi «briganti», com'è noto, è una questione che divide da un secolo e mezzo gli studiosi. Banditi? Patrioti? L'uno e l'altro? Come ha ricordato sul Corriere Giuseppe Galasso, il brigantaggio «non nacque affatto nel 1861. Era un grave problema, endemico e storico, del Mezzogiorno. Nel 1817 e nel 1821 con dure campagne di guerra il governo borbonico ne attenuò la portata, e in seguito cercò di controllarlo, ma non riuscì mai a eliminarlo, come dimostrano le sue cronache giudiziarie fino al 1860».
Né si può affermare fosse un fenomeno «solo» meridionale. Leggiamo «O soldi o vita » di Luigi Piva, che parla del Veneto e della Bassa padovana: «Bande armate formate da disertori degli eserciti austriaco o del Regno Italico e da gente miserabile, letteralmente piena di fame, scorrazzavano in cerca di pane, provocando disordini e seminando terrore con assalti, incendi, distruzioni e violenze ». Il tribunale statario istituito dalle autorità austriache, allarmatissime per una serie di episodi nei dintorni di Este, nelle «sue due sezioni veneta e lombarda» istruì «dal Giugno 1850 al Giugno 1853» in provincia «di Padova, Venezia, Rovigo e Mantova» 3.400 processi emettendo «1.144 sentenze di morte di cui 409 eseguite». Quasi tutte per assalti e rapine in casa. Il tutto «prima» dell'Unità.
Che i «briganti» che infestavano la zona di Pontelandolfo fossero banditi comuni, patrioti borbonici, contadini affamati ed eccitati dai parroci, o tutto questo insieme, è materia che lasciamo agli storici. Così come lasciamo loro la ricostruzione dell'episodio all'origine della spaventosa rappresaglia. Basti sapere che, come racconta in una relazione al governo qualche giorno dopo la strage l’allora sindaco di Pontelandolfo Salvatore Golino e come conferma il sindaco di oggi Cosimo Testa, una quarantina di soldati «piemontesi» e quattro carabinieri mandati a riportare l'ordine nella zona erano stati massacrati. Scrisse Rocco Boccaccino nel libro Memorie dei giorni roventi dell'agosto 1861: «E' indescrivibile l'eccidio che ne seguì con tutte le sevizie, a cui uomini e donne, inferociti e privi di ogni senso di pietà, brutalmente si abbandonarono». La spedizione punitiva, decisa dal generale Enrico Cialdini, fu però spropositata. «Alle prime luci dell’alba» e «mentre gli ignari abitanti dormivano ancora», spiega la delibera comunale che in questi giorni dovrebbe riconoscere al paese lo status di «città martire», i bersaglieri «assalirono il Paese con scariche di fucili, abbattimento di porte e finestre: uccisero bambini, giovani, vecchi, donne e fanciulle, molte di esse dapprima stuprate. Molti soldati si impossessarono di danaro, oro e altri oggetti di valore. Profanarono anche la Chiesa Madre rubando i doni votivi e finanche la corona d’oro della Madonna. Poi il paese dopo la mattanza fu dato alle fiamme, facendo abbrustolire i morti e quanti, ancora feriti o infermi, nelle proprie case imploravano vanamente e cristianamente aiuto!»
Ma quanti furono i morti? «Il conteggio delle vittime —, risponde Pino Aprile nel suo bestseller Terroni,—è difficile, mutevole, e porta a cifre sempre più alte: nell’immediato, dai registri parrocchiali risultano solo tredici “morti e sepolti”; ma uno studio comparato di don Davide Fernando Panella, sulla mortalità nei cinque anni prima e dopo il massacro, fatto sui registri di Pontelandolfo (a Casalduni erano bruciati), rivela che fra agosto e settembre 1861 ci furono 112 morti, contro i 29 dell’anno prima; e fra 1861 e 1862, nonostante la popolazione fosse diminuita, se ne ebbero 462, contro i 285 dei due anni prima (non tutti i feriti e gli ustionati perirono subito). E ancora non basta».
«Il Popolo d’Italia, giornale filo-governativo interessato a minimizzare — spiega il documento consiliare — scrisse che i morti «erano stati soltanto 164, provocando l’indignazione del giornale francese La Patrie e dell’opinione pubblica europea. Da ricerche effettuate negli archivi parrocchiali, essendo stato distrutto nell’incendio quello municipale, si calcola che le vittime civili superarono il numero di 400, qualcuno ipotizza siano state più di 1.000, alle quali bisogna aggiungere i morti nei mesi successivi per le ferite riportate».
Certo, c'è ancora molto da approfondire. Molto. Come scrive Galasso, non ha senso dire che tutto è stato nascosto per un secolo al popolo bue («Come si fa a credere che tutte queste siano “scoperte” e coraggiose “rivelazioni” che ora finalmente vengono fatte emergere? ») perché «il Risorgimento non era neppure terminato, e già si iniziò a processarlo». E lo stesso eccidio di Pontelandolfo pochi mesi dopo era già il nocciolo di una furente invettiva del deputato milanese Giuseppe Ferrari. Che nella seduta del 2 dicembre 1861 denunciò di aver visto e sentito cose da gelare il sangue: «Mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto nella persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione. Appena osai mormorare che non così s'intendeva da noi la libertà italiana, Nulla io chiedo, disse egli, e noi ammutimmo tutti. Aveva due figli, l'uno avvocato, l'altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all'udire che approssimavansi i Piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l'oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione».
Però è altrettanto vero che la strage, sulla quale un appassionato storico locale, Renato Rinaldi, ha accumulato in anni di lavoro una mole di documenti messi online (pontelandolfonews. com), è stata per troppo tempo così rimossa dalla memoria degli abitanti stessi («La vivevamo come una colpa, come se in qualche modo ce la fossimo meritata», sospira il sindaco) e così poco studiata dagli specialisti che la lapide del 1973 sul muro della chiesa dedicata agli «ignari inermi innocenti» travolti dall’«inconsulto sterminio» elenca ancora «solo» 17 vittime.
Una rimozione gravissima. Inaccettabile. Come ha scritto Bernard-Henri Levy a proposito del genocidio degli armeni, «si crede che i negazionisti esprimano un’opinione: no, essi perpetuano il crimine. E pretendendo d’essere liberi pensatori, apostoli del dubbio e del sospetto, completano l’opera di morte». Eppure, subito dopo quell'apocalittica alba d'agosto, un certo Girolamo Gentile, in una lettera al Governatore di Benevento, aveva tutto chiaro: qualunque cosa fosse successa e avesse scatenato la reazione «la pena doveva esercitarsi contro i singoli colpevoli e non contro la città».
Parole sacrosante: scatenando una rappresaglia così feroce a Pontelandolfo e Casalduni (sia pure con meno vittime, qui), il governo si era comportato come se non considerasse quelle terre appenniniche un pezzo di patria ma una terra straniera. Occupata. Non si distrugge un «proprio» paese. Mai.
E mette i brividi rileggere la lucida preveggenza di Ferrari che (come se indovinasse i guasti che avrebbe causato la scelta di rimuovere alcuni errori piuttosto che riconoscerli come tali per salvare il Risorgimento nel suo insieme) disse a un Parlamento ottuso e sordo: «Io vi proposi di fare un'inchiesta affinché una metà della nazione conoscesse appieno l'altra metà, e le due parti della Penisola si unissero fraternamente». Macché.
Un secolo emezzo dopo, al comune di Pontelandolfo aspettano ancora. Soprattutto una risposta alle lettere mandate in questi 27 anni. Cominciò a spedirle l’allora sindaco Giuseppe Perugini nel 1973, quando il paese, ridotto alla metà della popolazione d’un tempo dall'emigrazione (ci sono più paesani a Waterbury, nel Connecticut, che qui), organizzò con Carlo Alianello, autore de La conquista del Sud, un convegno per denunciare per la prima volta la strage. Un piccolo convegno di nicchia accompagnato da piccoli gesti di cortesia meridionale: «Al termine si avrà un vermouth d'onore nella torre medievale alla cui ombra si svolsero i tragici eventi».
«Per 112 anni l'Italia ufficiale non ha avuto una sola parola di ricordo, un solo palpito di pietà per le nostre povere vittime: 112 anni non sono stati bastevoli per costruire per Pontelandolfo e la sua gente una sola azione riparatrice», tuonò il sindaco. E scrisse all'allora presidente Giovanni Leone invocando «un atto ufficiale di riconoscimento». Nessuna risposta.
Da allora, è andata sempre così. Nessuna risposta. E mano a mano, negli ultimi anni, a ridosso del centocinquantenario dell'Unità d'Italia, il silenzio si è fatto più pesante. Tanto più che Cosimo Testa e la sua giunta non solo sono estranei al più scriteriato revanscismo neoborbonico («Noi siamo italiani, ci sentiamo italiani, vogliamo celebrare l'unità d'Italia. Quando i nostalgici dei Borboni hanno cercato di mettere il cappello sulla nostra cerimonia annuale a ricordo dei nostri morti, li abbiamo mandati via») ma sono partiti da richieste sensate. Moderate. Modeste.
Hanno scritto a Silvio Berlusconi, a Giorgio Napolitano, a Carlo Azeglio Ciampi. Dicendo che bastava loro un convegno nazionale che ricordasse l'eccidio e analizzasse il fenomeno del brigantaggio post unitario perché Pontelandolfo «non sia più nominata terra di briganti bensì città martire e simbolo della sofferta eppur amata Unità d'Italia». Nessuna risposta. Hanno scritto al ministero dello Sviluppo economico chiedendo di valutare «la possibilità di emissione di un francobollo celebrativo». Nessuna risposta. Hanno scritto a Stefano Caldoro, il governatore della Campania, chiedendo un po' di soldi per mettere un monumento in piazza in memoria dei morti. Nessuna risposta. Hanno scritto a Ignazio La Russa per dirgli che un secolo e mezzo dopo era giusto «ammettere che quei cosiddetti bersaglieri (...) lerciarono le loro divise di delitti infamanti» anche «per rendere onore a tutti quei bersaglieri d'Italia che si sono ricoperti di gloria con atti di vero eroismo ». Nessuna risposta.
Hanno scritto al sindaco di Vicenza, Achille Variati, per manifestare il loro stupore alla scoperta, tardiva ma scioccante, che Pier Eleonoro Negri, l'alto ufficiale che comandava la spedizione punitiva, era considerato nella città berica «un eroe» e non un uomo che a Pontelandolfo «si comportò da macellaio della peggiore risma». E hanno chiesto la cancellazione del Negri da una targa celebrativa sul palazzo di famiglia, dalla toponomastica e dalla intestazione d’una scuola elementare. «Approfondirò», ha risposto Variati. Poi ha deciso: «Non posso farlo. Non credo che queste questioni vadano affrontate così. Le guerre sono guerre. Si accompagnano sempre a lutti, errori… Ma le valutazioni devono farle gli storici. Forse invece che rimuovere le lapidi val la pena di riflettere insieme. Vogliamo fare un convegno? Benissimo. Ma è una storia controversa. Posso io assumermi la responsabilità di cancellare la prima medaglia d’oro dei bersaglieri?» Quanto all'associazione del corpo «piumato», il presidente vicentino Antonio Miotello ha detto ad Antonio Trentin, del Giornale di Vicenza, che non se ne parla neanche: «Era in zona di guerra. Eseguì degli ordini».
E rieccoci punto e a capo. L'unica cosa che hanno portato a casa, i nipoti di quegli italiani massacrati per rappresaglia, dopo un secolo emezzo di silenzi e ventisette anni di lettere, è una concessione di Mauro Della Giovanpaola, che prima di essere arrestato per lo scandalo del G8 alla Maddalena, era anche il coordinatore dell'unità tecnica di missione del centocinquantenario. Nessun inserimento, neppure postumo e in ritardo, nel lunghissimo elenco di 371 luoghi della memoria, tra i quali figura ad esempio Sorrento per una «statua a Torquato Tasso inaugurata nel 1870». E manco un euro. Ma via libera (crepi l'avarizia) al permesso a usare il logo ufficiale delle celebrazioni. Un regalone. Concesso soltanto ad alcune centinaia di altre entità: le auto della Ferrari in Formula1, il «Centenario del primo sorvolo delle Alpi», la fiera VinItaly 2011 di Verona, la manifestazione culturale e politica «Cortina InConTra»…
Tutto in regola, per carità. Ma il giorno che dovesse divampare un leghismo meridionale rancoroso, per favore, risparmiateci lo stupore.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
22 settembre 2010