Chi sostiene che i viaggi nel tempo non esistono non conosce Antonella Orefice. I suoi libri sono scrigni magici che superano ogni confine visibile, sono contenitori di memoria, odori, pensieri, intenzioni, lacrime, dolori, gioie, amori, sentimenti confusi e nascosti dallo scorrere inesorabile di un tempo frettoloso.
Con rispetto e in punta di piedi Antonella racconta pagina dopo pagina, in un libro che è il vero testamento delle tante esistenze dimenticate, sentimenti potenti e strazianti. Quanti giustiziati innocenti o spietatamente colpevoli …quanti pensieri…quanti segreti … quanti cuori battono ancora in quelle umide carte di archivio consultate e tradotte in silenzio e commozione dalla storica partenopea che regala, con passione e generosità, la sua voce a chi voce non ne ha più.
“Registro dopo registro, pagina dopo pagina, quelle anime si sono sprigionate, presentandosi al cospetto della storia dell’umanità con il loro drammatico vissuto, materializzando epoche, volti, emozioni. Sono tornate in punta di piedi, senza pretese, senza vanità, umili e ignude, sperando solo d’essere vestite di memoria. Da ogni nome si è levato uno sguardo, uno stralcio di vita, una voce afona capace di trasmettere mille pensieri in una manciata di parole…”.
E ti ritrovi, semplicemente girando la pagina di un libro, ad ascoltare e rivivere lo strazio di un frate gracile e mingherlino di cui ignoravi l’esistenza, Tommaso Pignatelli, la cui unica colpa era quella di essere seguace del filosofo Tommaso Campanella, pronto ad affrontare tortura e morte con dignità e dolcezza infinita solo perché ritenute giusta punizione per il suo peccato.
A piangere per la sua detenzione lunghissima e ingiusta passata in una fossa buia e profonda di Castel Nuovo e terminata con la morte avvenuta per strozzamento all’interno della stessa fossa per mano dei ministri di giustizia e davanti a guardie e preti commossi fino alle lacrime.
Ti ritrovi a respirare l’aria fetida della peste che nel 1656 invase Napoli impossessandosi di case e strade, di corpi e anime e a sdegnarti di fronte alla presunzione di un potere ottuso e sordo.
Ti ritrovi ad ascoltare i sussurri della congiura di Macchia e ad assistere alla persecuzione e uccisione di tanti nobili napoletani e alla decapitazione del marchese Carlo de Sangro che, impossibilitato a camminare perché nella fuga si era rotto i reni, affrontò il suo destino con dignità, “seduto su una sedia di paglia in giamberga da laccheo e sentimenti di vero cavaliere cristiano”
Ti ritrovi a scoprire una grande storia d’amore e di morte …quella di Giulia della Torre e Geronimo Esposito, nobile e plebeo, assassini per amore, che commosse e zittì preti e popolo. La loro fine viene descritta così dai pietosi Bianchi della Giustizia: “Fu appiccata prima la donna perché non pareva bene che l’altro la vedesse così pendente quando si giustiziava, giudicò il Padre Superiore che si calasse la donna prima che s’eseguisse la giustizia dell’huomo e così fu fatto e poi morto il secondo fu di nuovo appiccata la donna”
Ti ritrovi a visitare una terribile storia di peccato e violenza, quella di Giuditta Guastamacchia e del suo amante prete, che diabolicamente uccisero, senza il minimo pentimento, il giovanissimo sposo di lei, con l’istinto di voler chiudere gli occhi davanti a tanto orrore.
Ti ritrovi a sfiorare gli ultimi istanti di vita di troppe donne, giustamente o ingiustamente condannate, e a osservare, nella lunga fila di anime aiutate a “ben morire” dai frati, nomi sconosciuti di assassine come Geronima Ruta- Rebecca della Cava- Anna Mileto Montalto- Agnese Sorrentino- mischiarsi ai nomi delle uniche due donne ree di stato condannate alla pena capitale, Luigia Sanfelice e Eleonora Pimentel Fonseca.
Girando semplicemente le pagine di un libro ti ritrovi ad ascoltare il rumore potente di una moltitudine di voci, flebili e potenti, delicate e prepotenti, colpevoli e innocenti, fermate nella memoria da frati compassionevoli e raccontate con amore infinito da una donna che non dimentica mai di mettere il battito del suo cuore in ogni parola scritta.
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A. Orefice, I giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862. Nella documentazione dei Bianchi della Giustizia, Prefaz. Antonio Illibato, M. D’Auria Editore, Napoli 2015, pp.370.
Il volume è stato pubblicato con il patrocinio dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli in edizione limitata. Per info e richieste:
M. D'AURIA EDITORE s.a.s. - Calata Trinità Maggiore 52-53 - 80134 - Napoli (NA) - Italia
Tel: (+39) 081.5518963 - Fax: (+39) 081.19577695 –
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giovedì 3 marzo 2016
I giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862
martedì 23 febbraio 2016
Briganti nel carcere borbonico di S. Stefano
L’isola di Santo Stefano, di fronte a quella di Ventotene e nell’arcipelago delle isole Pontine, fu adibita a carcere per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Questi aveva deciso di deportare gli ergastolani in colonie penali nettamente separate anche a livello geografico dal resto della popolazione. L’incarico di realizzarlo fu dato all’ufficiale del genio Antonio Winspeare ed all’architetto Francesco Carpi.
Il carcere fu ufficialmente inaugurato nel 1795 quando vi furono rinchiusi circa 200 ergastolani. Le dimensioni della colonia carceraria crebbero rapidamente, poiché già nel 1797 a santo Stefano si trovavano 600 detenuti, saliti quasi a mille nel secolo XIX.
Una minuziosa descrizione della vita nella prigione si ritrova nell’autobiografia “Ricordanze della mia vita” dell’intellettuale e politico Luigi Settembrini, che era stato incarcerato per motivi politici sotto Ferdinando II. A Santo Stefano i detenuti politici erano mescolati ai moltissimi comuni, fra cui si trovavano numerosi briganti, attivi sotto la dinastia borbonica. Settembrini ne riporta vividi ritratti.
«C'è un vecchio di 89 anni, nato in Itri, seguace de’ briganti Pronio e fra Diavolo, condannato alla galera sin dal 1800, sta da trentadue anni nell'ergastolo: c'è un altro calabrese di 75 anni, stupratore ed omicida il 1797, brigante col cardinal Ruffo, dannato alla galera in vita il 1802, poi uscito per le vicende politiche, poi capo di scherani, infine gettato nell'ergastolo nel 1825; si vanta di avere uccisi trentacinque uomini. Ci sono molti altri antichi briganti, che ebbero parte ne' terribili fatti narrati dalla nostra storia; ed alcuni di essi portano ancora sui fieri volti e sui corpi le cicatrici avute nei combattimenti, i quali essi narrano a modo loro. Qui dove tutti hanno delitti, nessuno vergogna o teme di confessare i suoi, anzi li dice con orgoglio per mostrarsi maggiore degli altri.»
Costoro, racconta il Settembrini, «s'irritano e s'inviperiscono per la più lieve cagione, per uno sguardo, per una parola, per nulla: e decidono loro contese con le armi. Tutti hanno loro coltelli, che chiamano tagliapane, spesso lunghi quanto una spada».
Non vi erano però coraggio o lealtà: «I loro combattimenti non sono forti, e direi generosamente scellerati, ma traditori e vigliacchi: molti s'avventano su di uno che siede o che dorme, e lo feriscon di dietro; o mentre passa innanzi una porta gli cacciano un pugnale nel fianco.»
Questi briganti e criminali comuni si odiavano ferocemente fra di loro anche per pure rivalità regionali: «le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l'arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.»
La vendetta cadeva anche su uomini incolpevoli: «se un uomo della tua provincia, che tu neppure conosci, si rissa con un altro; costui ed i suoi paesani se per caso t'incontrano su la loggia, nel loro cieco furore, ti corrono addosso perché sei paesano del loro nemico, e ti uccidono.»
Fra questi delinquenti compariva anche tale Moscariello: «Questo brigante detto Moscariello, narra i suoi casi ridendo e schiettamente nel suo nasale ed ispido dialetto. Fu soldato, disertò, prese moglie, e lasciata la zappa si diede con altri a rubare».
La sua attività brigantesca non aveva naturalmente nessun carattere politico od ideale, consistendo unicamente in furti, rapine, sequestri di persona: «narra ad uno ad uno i furti che fece, le persone che egli spogliò, i denari e le robe che prese, e ritenne per sé o diede ai suoi protettori; come una volta essendo nascosto con altri in un macchione per attendere uno che dovevano svaligiare, un povero contadino per caso li vide e conobbe alcuni, i quali tosto lo presero, lo legarono, e condottolo sul monte, egli lo uccise per non essere scoperto; come altra volta uccise quelli che rubò»
Infatti Moscariello ricordava «come è bella la vita del brigante, padrone di tutto, temuto da tutti».
La professione di brigante aveva però i suoi inconvenienti, non ultimo la slealtà che si ritrovava fra i banditi. Moscariello fu infatti tradito da suoi compagni: «come un dì egli dormiva in una grotta, e due compagni, sperando impunità, gli tirarono un colpo di fucile, che gli spezzò l'osso dell'omero sinistro e gli fece larga ferita su la mammella; come egli inseguì i traditori che fuggirono e non osarono finirlo; come stette sei giorni senza curar la ferita che lo ardeva; come ricoverato da un romito invece di vedere un chirurgo, vide i gendarmi che legatelo su di un asino, e messogli sul berretto un cartello dove era scritto “II famoso Moscariello”, lo menarono prigione in Cosenza.»
Anche se incarcerato, Moscariello conservava il suo carattere feroce: «Una mattina svegliandosi sa che la notte è stato ucciso un ergastolano, che gli aveva rubate alcune salsicce: egli si leva, e con feroce sorriso dice: “Ora manderò l'acquavite a chi lo ha ucciso; ed oggi io mi voglio ubbriacare”.»
Articolo scritto da Marco Vigna per il Nuovo Monitore Napoletano.
Articolo scritto da Marco Vigna per il Nuovo Monitore Napoletano.
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martedì 7 ottobre 2014
Montefusco, il lager dei Borbone
“Quello era l'elevato ed alpestre patibolo dei Normanni, già definito Spielberg–Borbonico dell'Irpinia. Al romito luogo, soventemente si giungeva in ginocchio e in catene, oppure strisciando e con le carni lacerate e sanguinanti; tutto questo avveniva, perché si era legati ai possenti cavalli dei gendarmi del Re. E persino quei muscolosi destrieri, nonostante fossero abituati a tale travaglio, assai spesso erano provati per le fatiche dovute a quelle impervie mulattiere che, per tutta l'epoca dell'ancien régime, mai videro rotolar su di esse il legno tondo e raggiato d'una qualsiasi “ruota”.
Le strade per Montefusco (AV) in realtà non c'erano, e quei pochi sentieri che fin sopra vi giungevano, erano così stretti che, i cavalli dovevano viaggiare in fila indiana. Erano mulattiere, adatte più ai buoi e alle capre che a questi agili destrieri campestri”.
Così dunque, in un passato mai tropo lontano, si vedevano queste torbide scene di carne, sangue, sudore e dolore. E allora, strette file di guardiani, cavalli di grossa stazza e, poveri uomini striscianti e tenuti in catene, rumoreggiavano zigzagando con affanni, nitriti, colpi di frusta e imprecazioni.
Questi erano i suoni che contraddistinsero l'epoca Borbonica a Montefusco; tali suoni riecheggiavano e creavano sgomento in tutta la valle felice.
Oggi quella valle si chiama, Santa Paolina.
“Soventemente i cavalli scuotendo la testa, manifestavano l'intento di fermare quella marcia tortuosa che, gli procurava sudori e affanni; e allora il gendarme borbonico senza provare pietà, né per gli uomini e nemmeno per le bestie di cui si serviva, con possenti colpi vibrati, sferrati con la normale crudeltà di cui vivevano nel loro quotidiano, costringevano anche i cavalli doppiamente sofferenti, (sia per le fatiche e, sia per l'esser indotti) di salire, lungo tali ripidi strapiombi che circondavano il fosco Monte della Forca Borbonica.
[Dalle scritture dell'Abate Pasquale Ciampi, poi riprese da Palmerino Savoia nel XX° secolo]
Le prigioni Borboniche erano un “carnaio"
[...]. Le carceri del Napoletano erano e sono da considerare come la più nefanda creazione della ingiustizia e della malvagità umana, la negazione d’ogni bene, l’affermazione d’ogni male, bolge d’espiazioni crudeli, affatto prive dello scopo di migliorare i traviati, che anzi servivano viemmaggiormente a pervertirli; fosse a serragli di belve e di efferati tormenti, tali che fantasia di romanziere non giunge a inventar più nefandi, cloache di sozzura e di tristizie, scuole di vizi, d’immoralità, di viltà e prepotenza ad un tempo, dove l’umana carne si gettava ad imbrutire e a marcire, e non per altro che per imbrutire e marcire. Noi stessi, i politici, secondo che la reazione per le sue continue vittorie addiveniva più audace e più avida di vendetta, noi stessi, ripeto, di quella brutta creazione dovemmo assaporare l’immanità sino alla feccia. [...]. «Le carceri del Napoletano non erano, né dovevano esser altro che il “carnaio” dove si perde anima, sentimento, ossa e vita» [Sigismondo Castromediano, Carceri e galere politiche , Lecce, 1895 Tomo I°, pagg. 39, 45]
Tuttavia dei lager del Borbone si parla veramente poco o nulla. Così tuttora, nessuno ci parla mai delle memorie degli altri compagni di cella del Castromediano, e per fare qualche esempio, tace ancora nel buio la monografia intitolata: Raffinamento della tirannide borbonica ossia I carcerati in Montefusco. [Reggio Calabria, Tipografia Adamo D’Andrea, edizione del 1863]
Montefusco negli anni 50 del XX° secolo
L'autore, il calabrese Nicola Palermo, si sofferma parecchio sulla crudeltà borbonica esercitata in particolar modo in Irpinia e proprio in quella Montefusco. La stessa che, è stata recentemente descritta nei libri di P. Antonio Salvatore e da Eduardo Spagnuolo come un’isola felice, beata e tranquilla, devota alla Madonna del Carmelo e fedele alla corona del Borbone. Così si sentono, persino i sospiri nostalgici di certi autori, affiancati dalle chiacchiere fuori luogo del romanzetto “filo-borbonico” di tale dottor Gerardo Figliolino intitolato: Da qua a Dio. [ediz. Albatros 2012]
“Ma il regno del Borbone fu proprio la negazione di Dio!”
E queste durissime parole le troviamo in una lettera di nota memoria storica, scritta dal liberale William Gladstone, che, fu spedita al ministro degli esteri Britannico Lord Aberdeen; quella frase era una sintesi lampante ed efficace, che descriveva l'esito della sua ispezione nelle Regie Galere Napoletane.
I fatti risalgono al 1851, in quella missiva si ravvisavano ogni sorta di violazione, e la mancanza d'ogni diritto, nonché le disumane condizioni in cui erano tenuti i prigionieri del regime Borbonico del S
ud Italia.
E così, mentre tacciono nel silenzio le carte di Nicola Palermo, vediamo alcuni «scellerati negazionisti, neo-restauratori del passato e sanguinario regime» riempire di vuoto orgoglio terrone gli ignavi lettori delle loro opere, e poi si vedono produrre, recenti mistificazioni che non si curano affatto della serietà richiesta dall'argomento trattato. Anche perché, queste torture, venivano inflitte assai spesso, proprio agli stessi sudditi Montefuscani, unitamente agli altri dissidenti di altri luoghi che venivano lì forzosamente condotti.
La Regia Udienza fu spostata definitivamente ad Avellino nell'anno 1806, e pure il Borbone che tornò al potere dopo il Congresso di Vienna del 1815, non riportò la centralità giuridica a Montefusco, e così il carcere divenne “mandamentale” ovverosia fatto per trattenere soggetti locali e rei di piccoli reati. E questa linea fu mantenuta dal regime sabaudo, fino alle soglie del Fascismo, durante tale periodo il carcere e il Tribunale lasciarono definitivamente Montefusco, e nel 1928, quel luogo di tortura non risorgimentale, bensì pre-risorgimentale ed “esclusivamente Borbonico” divenne Monumento Nazionale, e poi sede dell'Amministrazione Comunale, che nel massimo della stranezza, preferisce tuttora dirigere il paese da dietro le sbarre del Carcere Borbonico di Montefusco.
Una storia di spiriti e di fantasmi aleggia come leggenda, intorno alla costruzione della Chiesa di S. Maria di Mezzo Mondo nel territorio di Montemiletto. La stessa è tratta dal libro Montefusco dell'Abate Palmerino Savoia. [ediz. di settembre 1972; pagg. 155, 156]
In questo luogo venivano seppelliti i condannati a morte dal R. Tribunale di Montefusco.
Un misterioso avvenimento aveva indotto l'arcivescovo di Benevento G. Battista Foppa a dare alla chiesa quella pietosa destinazione.
Prima i cadaveri degli impiccati magari dopo essere stati squartati e affissi nei trivi delle pubbliche strade, venivano gettati in una fossa comune, detta la carnaia, scavata sulla Serra vicino alle forche.
Intorno all'anno 1665 l'arcivescovo Foppa si recava un giorno da Montemiletto al convento di S. Egidio. Arrivato sulla Serra gli si fecero incontro due signori vestiti alla sgargiante foggia spagnuola, seguiti da molti altri più dimessamente vestiti, dalla apparenza di servi. I due senza qualificarsi, fecero un profondo inchino al Presule e quindi lo pregarono di interporre la sua autorità presso i Magistrati secolari affinché permettessero che i resti degli impiccati avessero cristiana sepoltura nella vicina chiesetta della Pietà (o S. Maria in Piano o di Mezzo Mondo) e non si trascurassero le opere della cristiana pietà verso quelle povere anime.
Fatta la supplica e ripetuto l'inchino si allontanarono. Nonostante le più accurate ricerche eseguite in tutta la zona non fu possibile per l’arcivescovo scoprire chi erano quei due signori e donde erano venuti. Si pensò allora che fossero Anime del Purgatorio apparse sotto forma umana per sollecitare, con la cristiana sepoltura, preghiere e suffragi per le anime dei condannati a morte.
Il fatto, (con la persuasione che si trattasse di Anime del Purgatorio) produsse in tutti una impressione enorme. Anche i Magistrati preposti alla Giustizia umana si convinsero che era poco cristiano il loro modo di comportarsi verso i poveri resti
degli impiccati. Fu allora che la chiesetta con le spontanee offerte delle popolazioni venne adattata alla pietosa destinazione.
Il Card. Orsini ebbe cure particolari per la chiesa di S. Maria di Mezzo Mondo. Rovinata nel terremoto del 1688 la fece riedificare e ampliare e il 20 luglio 1723 la consacrò in onore della Beata Vergine e del Beato (ora santo) Alberto Magno, concedendo 100 giorni d'indulgenza a coloro che avrebbero pregato per i condannati ivi sepolti e 100 giorni a quelli che avrebbero partecipato alle esequie quando i corpi degli impiccati venivano portati alla sepoltura nella chiesa.
L'ergastolo montefuscano divenne presto tristemente famoso e fu addirittura soprannominato lo Spielberg dell'Irpinia, perché rappresentò per i patrioti del Regno di Napoli quello che fu la prigione austriaca, immortalata da Silvio Pellico, a simbolo del tributo di sofferenze che gli Italiani dovettero pagare alla storia per avere una patria unita.
Il presente articolo non è bastevole a dare testimonianza, con esaustiva completezza di particolari, in merito a quello che realmente fu per il Sud Italia, il malgoverno borbonico. Né si può rappresentare in così poche pagine, il significato dell'oppressione esercitata dalla monarchia sulle classi popolari, con tasse gabelle e balzelli vari.
All'epoca esistevano “i privilegi” e i privilegiati; mentre oggi siamo titolari di diritti già dalla nascita. Una volta c'era il popolo dei supplicanti, oggi il popolo manifesta liberamente la sua opinione, e il suo pensiero verbalmente e per iscritto. E chiaramente oggi nessuno si sognerebbe di denunciare l'autore del presente articolo per “Læsa Majestate”, perché la libertà di critica è sancita nella costituzione, perché rappresentare la propria opinione non è reato. E la libertà, è sacra e inviolabile, così come sta scritto nell'articolo n. 13 della Costituzione della Repubblica Italiana.
E poi, se il lettore, è contrario alla pena di morte, e sensibile al tema dei DIRITTI UMANI, non può essere “negazionista” di un olocausto meridionale che vide proprio il Borbone quale maggiore colpevole e maggior responsabile. Se poi pensiamo che, tale ecatombe si svolse in un paese come Montefusco (tra il 1799 ed il 1855), oggi così tranquillo e riservato; allora il lettore rifletta su quale aberrante sistema di governo sia stato il Borbone, proprio per noi, proprio per il Buon Popolo del Meridione d'Italia.
E per concludere, le persecuzioni o le atroci torture perpetrate quotidianamente, durante tale lungo periodo buio della nostra storia nazionale, sono un marchio indelebile di cui s'è macchiata la dinastia Borbonica, e per quest'ecatombe d'Italiani, grandi e piccoli, donne e uomini torturati, trucidati per ordine Regio; il Borbone non ha ancora chiesto perdono, né a Dio, né al Popolo Sovrano dell'Italia risorta.
E se qualcuno dopo aver letto, ancora auspica il suo ritorno, e di spaccare l'Italia, allora concludo con le parole di San Paolo, L'Apostolo de' Gentili:
“Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani». [Atti degli Apostoli. 18,6]
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