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giovedì 26 gennaio 2017

Speciale Risorgimento: il presunto saccheggio del sud e il brigantaggio (parte III)

Roma, 26 gen – Terza e ultima puntata di questo speciale dedicato al Risorgimento e alla critica delle teorie anti-italiane. Prima parte: Quando banchieri e inglesi facevano affari con i Borbone. Seconda parte: La spedizione dei Mille e le bufale antitaliane(IPN)


Risorgimento

L’economia e il divario Nord-Sud


Secondo il revisionismo anti-risorgimentale, l’unificazione avrebbe prodotto uno spostamento di ricchezza dal Sud al Nord, che avrebbe generato uno sviluppo economico ottenuto dalle regioni settentrionali a discapito di quelle meridionali. Il punto di partenza è l’ammontare doppio del debito pubblico del Regno di Sardegna rispetto a quello del Regno delle Due Sicilie. Alla formazione del debito pubblico del neonato Regno d’Italia concorsero rispettivamente nella misura del 60% il debito sardo e del 30% il debito duosiciliano, mentre il restante 10% proveniva dagli altri Stati annessi nel 1861.  Il tasso d’interesse con cui venivano remunerati i titoli di Stato del Regno di Sardegna, come ricordato dalla studiosa Stéphanie Collet, era conseguentemente più alto[1].
In realtà, come chiarì autorevolmente Luigi Einaudi, il deficit di bilancio delle finanze del Regno di Sardegna si spiega agevolmente alla luce dell’adozione da parte del governo di Torino di una politica che si potrebbe definire keynesiana ante litteramCavour intraprese investimenti infrastrutturali pubblici per la modernizzazione del paese e per la sua crescita economicaIl “pareggio di bilancio” borbonico (che tanto somiglia alla sciagurata “austerità” dei nostri giorni) era invece sintomo di una politica immobilista che lasciò il Meridione, fatta eccezione per poche realtà, in uno stato di sostanziale arretratezza:
 «La finanza borbonica provvedeva alle opere pubbliche atte a dare un incremento all’economia del paese entro i limiti dell’andamento spontaneo delle entrate al di sopra delle esigenze delle spese ordinarie, sì da far credere che l’opera fosse dovuta a generosità del sovrano; la finanza cavourriana non temeva di anticipare con prestiti l’incremento del gettito tributario o lo provocava con opere di ferrovie, di canali, di navigazione atte ad accrescere la produttività del lavoro nazionale»[2].
I “revisionisti” portano a supporto della loro tesi l’esistenza nel Regno delle Due Sicilie di alcune realtà industriali, tutto sommato isolate all’interno di un contesto economico arretrato e semi-feudale e rette unicamente sulle commesse statali. Esse erano il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, il Polo siderurgico e la fabbrica d’armi di Mongiana in Calabria, l’industria tessile di San Leucio presso Caserta, la Reale Fabbrica d’armi di Torre Annunziata, le Ferriere Fieramosca e la Fonderia Ferdinandea in Calabria, la fabbrica metalmeccanica e le Officine ferroviarie di Pietrarsa a Napoli, il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, le Fonderie Pisano a Salerno, la Fonderia Oretea e le Flotte Riunite Florio a Palermo. Tuttavia gli addetti dell’industria metalmeccanica nell’Italia del 1861 erano 11.177, concentrati per il 38% nel Regno di Sardegna, per il 24% nel Lombardo-Veneto e solo per il 21% nel Regno delle Due Sicilie. La produzione di cotone si concentrava per il 43% nel Regno di Sardegna, per il 34% nel Lombardo-Veneto e solo per il 15% nel Regno delle Due Sicilie. La lavorazione della seta si concentrava per l’88% nell’Italia settentrionale e solo per il 3,3% nel Regno delle Due Sicilie[3]. Gli studi di Angelo Massafra Domenico Demarco confermano in ultima analisi che il Mezzogiorno era meno sviluppato rispetto al resto d’Italia[4].
Abbastanza risibile è il presunto e decantato primato ferroviario del Regno delle Due Sicilie, costituito dal fatto che la prima ferrovia in Italia fu la Napoli-Portici del 1839. Si trattò a dire il vero di un’infrastruttura isolata e destinata essenzialmente non al servizio pubblico ma alle esigenze della corte borbonica («giocattolo del Re» l’ha definita Ernesto Galli della Loggia). Pochi anni dopo (1844) il Regno di Sardegna intraprese un ben più serio e organico piano ferroviario. Alla vigilia dell’unificazione (1860) il Regno di Sardegna aveva 850 km di strade ferrate, contro 607 del Lombardo-Veneto, 323 del Granducato di Toscana, 132 dello Stato Pontificio e solo 99 del Regno delle Due Sicilie, alla pari con il piccolo ducato di Parma e Piacenza. La rete ferroviaria borbonica si limitava ai soli centri di Napoli, Capua, Caserta, Castellammare di Stabia, Mercato San Severino e Vietri sul Mare. Dopo soli nove anni di unità nazionale, nel 1870, il governo unitario aveva decuplicato la rete ferroviaria meridionale, estendendola al Sannio (Benevento) e attraverso esso al Molise (Termoli), a sua volta collegato con la costa adriatica settentrionale, alla Puglia (Foggia, Candela, Barletta, Taranto, Bari, Brindisi, Lecce, Maglie) e alla Calabria (Rossano, Cariati). Furono inoltre costruite le linee Reggio-Bianconovo in Calabria e Palermo-Lercara, Leonforte-Catania-Messina e Lentini-Catania. Per quanto riguarda la rete stradale, alla vigilia dell’Unità quella del Centro-Nord era stimata approssimativamente in 75.500 km rispetto ai 14.700 km del Regno delle Due Sicilie.
Gli economisti Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (Consiglio Nazionale delle Ricerche) sono giunti alla conclusione che le economie del Nord e del Sud,  per oltre trent’anni dopo l’unificazione, hanno avuto un divario costante stimato in cinque punti percentuali a favore del Nord[5]Nessun fantomatico “trasferimento di ricchezze” dal Sud al Nord e nessuna “sperequazione” avvennero all’indomani dell’unificazione nazionale, che lasciò le cose come stavano. Solo negli anni ’90 del secolo XIX le due economie del Nord e del Sud cominciarono a divergere a vantaggio del Nord a causa della rivoluzione industriale che interessò in particolare il triangolo Torino-Milano-Genova, favorito dalla vicinanza dei mercati e dei rifornimenti di materie prime dell’Europa settentrionale e centrale. La teoria secondo cui il triangolo industriale Torino-Milano-Genova si sarebbe sviluppato economicamente sottraendo risorse al Sud negli anni successivi all’unificazione, oltre a essere confutato dalle ricerche degli economisti sopra nominati, non spiega peraltro come altre regioni come il Veneto o le Marche siano riuscite a svilupparsi economicamente, come testimoniano i dati ISTAT, fino a raggiungere e anche a superare le città del triangolo industriale.
Un ambito nel quale il divario Nord-Sud era particolarmente marcato fu quello dell’istruzione. Nel 1861, il tasso di alfabetizzazione era del 14% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 37% nell’Italia centro-settentrionale. Sempre nel 1861 il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era del 17% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 67% nell’Italia centro-settentrionale. A testimonianza dei forti investimenti nella scuola pubblica effettuati nel Meridione dal Regno d’Italia, dopo 10 anni di unità (1871) il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era raddoppiato nell’ex Regno delle Due Sicilie, salendo al 35%[6]. Un’altra dimostrazione di come l’unificazione, pur non riuscendo a risolvere tutti gli atavici problemi del Sud, segnò comunque un progresso per le popolazioni meridionali.
Il brigantaggio
Nell’Italia meridionale dei secoli XVIII e XIX il brigantaggio era un fenomeno endemico, come ricordò Francesco Saverio Nitti: «Ogni parte d’Europa ha avuto banditi e delinquenti, che in periodi di guerra e di sventura hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge […] ma vi è stato un solo paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire da sempre […] un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odi […] un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo paese è l’Italia del Mezzodì»[7]. Al brigantaggio «si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell’assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento»[8]Il governo del Regno delle Due Sicilie fu costretto ad adottare leggi speciali durissime per la repressione del brigantaggio. Il Decreto di Re Ferdinando I n. 110 del 30 agosto 1821 prevedeva, per la «punizione ed esterminio dei briganti» l’istituzione di quattro corti marziali, la pubblicazione degli elenchi dei banditi che potevano essere uccisi da chiunque dietro pagamento di un premio in denaro e pene draconiane e sommarie per varie fattispecie di reato. Il Decreto di Re Francesco II n. 424 del 24 ottobre 1859 conferiva ai tribunali di guerra delle guarnigioni di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria il potere di processare e condannare secondo le leggi di guerra coloro che si macchiavano dei reati di comitiva armata, resistenza alla forza pubblica, brigantaggio e favoreggiamento al brigantaggio.
I briganti del periodo post-unitario erano dunque in massima parte delinquenti comuni già attivi come tali sotto il precedente governo borbonico, oltre che ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie, renitenti alla leva e persino ex appartenenti all’esercito garibaldino. Le cause politiche e sociali del brigantaggio furono numerose, ma certamente la rivolta fu promossa e finanziata dal governo borbonico in esilio, con il sostegno economico dello Stato Pontificio, delle potenze cattoliche straniere e del banchiere Adolf von Rothschild. Non mancarono le trame di un ambiguo agente di Napoleone III di nome Augustin De Langlois, miranti a destabilizzare il Regno d’Italia appena costituito per collocare sul trono di Napoli un esponente della famiglia Murat. Il brigante più famoso fu senz’altro il lucano Carmine Crocco di Rionero in Vulture, delinquente abituale già condannato dalla giustizia borbonica a 19 anni di detenzione e protagonista di vari voltafaccia tra causa garibaldina e causa borbonica.
Una ricostruzione fuorviante e falsificata del fenomeno del brigantaggio lo ha dipinto quasi come un moto di popolo ferocemente represso dai “piemontesi”, intendendo con questo termine le autorità del neo-costituito Regno d’Italia. In realtà, i briganti vessarono e saccheggiarono le popolazioni civili per sostentarsi e si resero responsabili di numerosi eccidi nei centri abitati del Mezzogiorno che ebbero la sventura di subire le loro scorrerie. Come ha ben evidenziato Alessandro Barberoi funzionari civili, i militari, le Guardie Nazionali e soprattutto i normali cittadini che si contrapposero al brigantaggio non erano certo “piemontesi”, ma salvo rare eccezioni meridionali fedeli al nuovo Stato unitario. La durezza della lotta al brigantaggio non deve tuttavia far dimenticare che i presunti “eccidi” sono riferibili a un numero molto limitato di episodi (quattro per l’esattezza quelli degni di nota: Pontelandolfo e Casalduni, Auletta, Montefalcione, Ruvo del Monte), peraltro sempre consistiti in legittime – e talvolta necessariamente cruente – attività repressive di orrendi crimini, caratterizzati da efferate atrocità e sevizie, commessi dai briganti ai danni di militari o civili.
Il 7 agosto 1861 furono catturate e uccise dai briganti alcune Guardie Nazionali a Pontelandolfo (Benevento). A Casalduni (Benevento) il tenente dell’Esercito Italiano Bracci fu torturato per otto ore, ucciso a colpi di pietra e decapitato. I soldati del suo reparto furono dilaniati a colpi di scure o di mazza, immobilizzati e calpestati vivi da briganti a cavallo e le loro membra appese come trofei per tutto il paese. Il 14 agosto 1861 seguì l’inevitabile repressione da parte dell’Esercito Italiano, che però consistette, contrariamente a fantasiose e non documentate esagerazioni che parlano di centinaia di morti, a soli tredici morti, di cui due in modo accidentale a seguito di incendi sviluppatisi durante la repressione. Il numero di tredici morti, sulla base di documentazione archivistica, è stato stabilito dal ricercatore Davide Fernando Panella e confermato dalla  rivista Frammenti del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio con sede in Campolattaro (Benevento). Si registra l’esecuzione di quarantacinque tra banditi e fiancheggiatori dopo la riconquista da parte del Regio Esercito di Auletta (Salerno) il 30 luglio 1861. In Irpinia, nel settembre 1860, ad Ariano Irpino e Montemiletto, alcuni criminali avevano ucciso e seviziato alcune decine di cittadini delle due località. I responsabili dell’eccidio si diedero alla macchia e dopo alcuni mesi di clandestinità, occuparono il 5 luglio 1861 Montefalcione e l’8 luglio 1861 Montemiletto, dove sterminarono numerose famiglie di cittadini liberali, tra cui numerose donne e bambini. Il 9 luglio 1861 l’Esercito riconquistò Montefalcione, dove persero la vita un centinaio di banditi e fiancheggiatori tra uccisi in combattimento e fucilati. Anche a Ruvo del Monte (Potenza) la repressione da parte del Regio Esercito scaturì dai crimini commessi dai briganti di Carmine Crocco, che il 10 agosto 1861 massacrarono e decapitarono tredici cittadini e stuprarono numerose donne. Anche in questo caso, trenta tra banditi e fiancheggiatori furono giustiziati.
Il 15 agosto 1863 fu approvata la legge n. 1409 (Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette), chiamata legge Pica dal nome del deputato abruzzese che ne fu il promotore. Il suo campo d’applicazione era l’intero Meridione continentale d’Italia (senza quindi la Sicilia), con l’eccezione delle province di Napoli, Reggio Calabria, Bari e “Terra d’Otranto” (comprendente le odierne province di Lecce e Taranto). Secondo lo storico Salvatore Lupo, la pur severa legge Pica del 1863 ebbe il merito di impedire le fucilazioni sommarie dei briganti e offrì a questi ultimi alcune garanzie di diritto penale sostanziale e processuale seppur nel quadro dell’eccezionalità della situazione, prevedendo peraltro l’esecuzione capitale soltanto nei confronti di coloro che opponevano resistenza armata all’arresto. La legge rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865, raggiungendo con efficacia e rapidità gli obiettivi prefissi.
Un episodio poco noto del brigantaggio anti-unitario fu la spedizione legittimista e filo-borbonica guidata dal generale catalano José Borjes nel Meridione d’Italia, sbarcata a Brancaleone in Calabria il 13 settembre 1861 al fine di suscitare una sollevazione contro il Regno d’Italia. La spedizione partì da Malta con la scoperta tolleranza delle autorità britanniche, nonostante le rimostranze delle autorità diplomatiche italiane e con l’incidente diplomatico dell’arresto di due ufficiali della Regia Marina italiana a seguito di un alterco con i redattori di un giornale filo-borbonico pubblicato a Malta. Questo episodio fa giustizia del luogo comune secondo cui la conquista del Regno delle Due Sicilie sarebbe stata favorita dal Regno Unito.
La natura delinquenziale del brigantaggio meridionale è peraltro confermata da Cesare Carletti nel suo libro L’esercito pontificio dal 1860 al 1870 (1904), dove si dà conto dei furti, delle rapine e degli stupri commessi nel Lazio meridionale dalle bande di briganti provenienti dall’ex Regno delle Due Sicilie che, per sfuggire alla repressione dell’Esercito Italiano, varcavano il confine con lo Stato Pontificio, che dovette istituire il corpo speciale degli “Squadriglieri” per reprimerle.
Conclusione
La mistificazione anti-risorgimentale e anti-unitaria, oltre a essere una costruzione piuttosto recente, si dissolve come neve al sole di fronte a una corretta e documentata analisi storica. La denigrazione del periodo più importante della nostra storia nazionale, peraltro, non costituisce certamente un fatto innocente o casuale in un periodo in cui il grande capitale finanziario apolide ha puntato sul superamento degli Stati nazionali e sovrani a favore di organismi sovranazionali controllati dalle élites finanziarie. Non è un caso che, nei venticinque anni successivi al famigerato Trattato di Maastricht, una bassa informazione politico-giornalistica, assolutamente priva di pregio scientifico, abbia tentato di denigrare il processo storico attraverso il quale l’Italia conquistò la sua unità e la sua indipendenza. Gli Italiani del Mezzogiorno devono riscoprire la gloriosa storia del Risorgimento, che tra mille sacrifici ed eroismi ricongiunse i loro avi ai fratelli del Settentrione in una Patria comune. Il modo migliore per riscoprire la sola, autentica e spendibile tradizione politica nazionale, che è quella risorgimentale, consiste nel coltivare la memoria dei grandi patrioti meridionali che con il pensiero e con l’azione parteciparono alla costruzione dello Stato nazionale unitario. Tra loro ricordiamo qui i siciliani Ruggero Settimo, Francesco Bentivegna, Francesco Crispi, Rosolino Pilo e Michele Amari; i calabresi Michele Morelli, Domenico Romeo e Giovanni Nicotera; i lucani Domenico Corrado, Francesco e Giuseppe Venita e Francesco Petruccelli della Gattina; i pugliesi Nicolò Mignogna, Giuseppe Massari, Giuseppe Libertini e Giuseppe Fanelli; i campani Florestano e Guglielmo Pepe, Giuseppe Silvati, Luigi Settembrini, Carlo Pisacane, Carlo Poerio, Giacinto Albini, Francesco De Sanctis, Pasquale Stanislao Mancini, Carlo e Luigi Mezzacapo; gli abruzzesi Gabriele Rossetti, Cesare De Horatiis, Bertrando e Silvio Spaventa; i molisani Leopoldo Pilla e Francesco De Feo. Al loro fianco stanno i 30.000 anonimi e gloriosi volontari meridionali che nel 1860 marciarono vittoriosi dalla Sicilia al Volturno e tutti coloro che prima di loro credettero nell’Italia una e indipendente.
Luca Cancelliere
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Note
[2] L. Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria, Torino 19592, p. 274.
[3] Cfr. A. Caprarica, C’era una volta in Italia, Milano 2010.
[4] Cfr. A. Massafra (a cura di), Il Mezzogiorno preunitario: economia, società e istituzioni, Bari 1988; D. Demarco, Il crollo delle Regno delle Due Sicilie. La struttura sociale (1960), Napoli 2000.
[5] Cfr. V. Daniele – P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia (1861-2011), Soveria Mannelli 2011.
[6] Cfr. E. Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna 2013.
[7] F. S. Nitti, Eroi e briganti (1899), Venosa 1987, p. 9.
[8] A. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna 2008, p. 222.



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martedì 24 gennaio 2017

Speciale Risorgimento: quando banchieri e inglesi facevano affari con i Borbone (parte I) Aggiunto da Redazione il 24 gennaio 2017.

Roma, 24 gen  Quella che segue è la prima di tre parti di un contributo fondamentale del nostro collaboratore Luca Cancelliere sulla storia del Risorgimento. In questo articolo vengono decisamente e rigorosamente confutate le teorie complottiste filo-borboniche e anti-risorgimentali che, fondandosi spesso su illazioni e falsi storici, mirano a rimettere in discussione l’unità politica e morale della nostra nazione, conquistata dai patrioti italiani lungo l’arco di molti decenni con alto tributo di sangue. (IPN)
Risorgimento

Introduzione

Negli ultimi 25 anni, il cosiddetto “revisionismo del Risorgimento”, con particolare riguardo alla conquista garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie, da tema relegato all’ambiente intellettuale (o presunto tale) è stato oggetto di ampio dibattito nella cultura popolare. Il dibattito pubblico sull’argomento, contrariamente a quanto si crede, risale ai primi anni dell’Unità. La questione meridionale fu dibattuta sin dagli anni ’60 del secolo XIX dalla classe politica e intellettuale del tempo e il Parlamento del Regno dedicò alla questione anche numerose commissioni d’inchiesta. Meridionalisti come Pasquale Villari, Leopoldo Franchetti, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, con toni e argomenti di ben altro livello rispetto agli odierni denigratori del Risorgimento e soprattutto senza mettere in discussione il risultato storico dello Stato unitario, esaminarono gli aspetti più controversi dell’unificazione nazionale.
Il fascismo storico esaltò con ogni mezzo e in ogni ambito il Risorgimento, senza concessione alcuna alle tesi revisioniste: lo attestano la filatelia, l’odonomastica, le intitolazioni di istituzioni e beni civili e militari, i libri di testo delle scuole di ogni ordine e grado, la letteratura accademica, la cinematografia, i discorsi e i documenti ufficiali del Regime e in particolare del Duce e dei massimi gerarchi. Nel secondo dopoguerra il revisionismo del Risorgimento si affacciò in ambito accademico nel solco del meridionalismo pre-fascista e in particolare dell’insegnamento marxista di tipo gramsciano.
A livello popolare e di cultura di massa, praticamente fino agli anni ’90 del Novecento il revisionismo anti-risorgimentale, anti-sabaudo e filo-borbonico era sconosciuto nell’Italia meridionale. Una conferma viene dal fatto che nel secondo dopoguerra la Monarchia e Casa Savoia godevano di una grande popolarità nel Mezzogiorno. Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946 tutte le 12 circoscrizioni elettorali meridionali e insulari (sulle 31 totali) garantirono alla Monarchia maggioranze molto superiori al 51%: Napoli 78,9%, Lecce 75,3%, Salerno 72,9%, Benevento 69,9%, Catania 68,2%, Bari 61,5%, Palermo 61%, Cagliari 60,9%, Catanzaro 60,3%, Potenza 59,4%, L’Aquila 53,2%, Roma 51%.
Dalla seconda metà degli anni ’40 alla fine degli anni ’60 i partiti di ispirazione monarchica (Partito Nazionale Monarchico, 1946-1959; Partito Monarchico Popolare, 1954-1959; Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, 1959-1972) raccolsero risultati elettorali considerevoli in tutto il Mezzogiorno. Nelle elezioni politiche del 1953, il Partito Nazionale Monarchico raccolse alla Camera dei Deputati il 7,7% in Abruzzo, il 9,61% in Molise, il 21,46% nella Circoscrizione Napoli-Caserta, il 22,21% nella Circoscrizione Benevento-Avellino-Salerno, il 10,36% in Basilicata, il 16,28% nella Circoscrizione Bari-Foggia, il 14,41% nella Circoscrizione Brindisi-Lecce-Taranto, l’8,82% in Calabria, il 10,51% in Sicilia Occidentale, il 12,57% in Sicilia Orientale. Questo senza tenere conto che tutti gli altri partiti dell’epoca, dal Pci al Msi, pur con diverse sfumature, erano tutti convintamente risorgimentalistianche se anti-monarchici e di ispirazione repubblicana.
A partire dagli anni ’50, tuttavia, in alcuni ristretti circoli intellettuali cominciò a diffondersi un tipo del tutto nuovo di critica anti-risorgimentale, che attingeva per la prima volta alla polemica legittimista, cattolica integralista e reazionaria del secolo precedente, mettendo in discussione anche la legittimità dello Stato unitario. Si pensi ai romanzi di Carlo Alianello (L’Alfiere, scritto nel 1942 ma censurato dal regime fascista e diffusosi solo nel dopoguerra, e L’eredità della priora del 1963), che furono entrambi oggetto di una trasposizione televisiva da parte della Rai. Il maggiore contributo divulgativo anti-risorgimentale fu dato dallo scrittore marxista (già dirigente del Psiup) Nicola Zitara con il libello L’Unità d’Italia: nascita di una colonia (1971). È però solo a partire dalla fine degli anni ’90 del Novecento che si sono diffusi numerosi libelli divulgativi di scarso valore scientifico e di ancor minore obiettività, in massima parte scritti da giornalisti. A parte i famigerati libelli di Pino Aprile, si ricordino in questa sede: Maledetti Savoia (1998) e Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento italiano (2003) di Lorenzo Del Boca1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato (1998), I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli (2004) e Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento (2007) di Gigi Di FioreRisorgimento da riscrivere (2007) di Angela PellicciariI lager dei Savoia. Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali (1999) di Fulvio Izzo. Di seguito si esamineranno analiticamente le argomentazioni del revisionismo anti-risorgimentale con riferimento alla conquista garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie.

La politica interna e internazionale del Regno delle Due Sicilie

Risorgimento
L’incoronazione di Carlo II dei Borboni di Spagna come Re di Napoli (10 maggio 1734) e rex utriusque Siciliae a Palermo (3 luglio 1735) inaugurò una fase positiva per il Meridione d’Italia. Il primo Re Borbone di Napoli (1734-1759) lasciò il trono per quello di Madrid rimasto vacante. Durante la prima parte del regno del figlio Ferdinando IV (1759-1816; Re delle Due Sicilie dal 1816 al 1825) a partire dalle illuminate riforme in campo legislativo, economico ed ecclesiastico promosse dal Primo Ministro Bernardo Tanucci dal 1754 al 1774, Napoli conobbe un indubbio progresso, diventando anche un importante centro culturale grazie a intellettuali riformisti come l’economista Antonio Genovesi,  i giuristi Gaetano Filangieri e Mario Pagano, il filosofo Vincenzo Cuoco e il letterato Francesco LomonacoLa Rivoluzione Francese prima e la Repubblica Partenopea (1799) poi, tuttavia, indussero i Borboni ad abbandonare la politica riformista per abbracciare posizioni sempre più reazionarie. Durante il brevissimo periodo della Repubblica Partenopea (22 gennaio – 13 giugno 1799) e nella più lunga fase in cui Napoli, transitata nell’orbita francese, fu governata da Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi (1806-1815), la continuità dinastica dei Borboni fu salvaguardata grazie alla fuga della casa regnante a Palermo e alla protezione militare accordata dalla Marina Britannica. L’ammiraglio britannico Horace Nelson fu insignito del titolo di duca di Bronte nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie, con una donazione significativa di terreni. Durante il protettorato di Sir William Bentinck (1811-1815), imprenditori britannici come i Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse avevano impiantato in Sicilia numerose aziende soprattutto nel campo della estrazione e commercializzazione dello zolfo e della viticoltura. I Siciliani, gelosi della propria autonomia, non vedevano di buon occhio la dinastia borbonica e nel 1812 Ferdinando I fu costretto a concedere una Costituzione per il Regno di Sicilia. È opportuno dunque ricordare che il Regno Unito, cui infondatamente si attribuisce una qualche influenza nel crollo della dinastia borbonica, fu in realtà la potenza grazie alla quale quest’ultima poté sopravvivere alla tempesta rivoluzionaria e riproporsi sul trono di Napoli nell’Europa della Restaurazione.
Dopo l’unificazione dei Regni di Napoli e Sicilia nella nuova entità statuale denominata Regno delle Due Sicilie (8 dicembre 1816), venuta meno l’autonomia dell’isola, la Costituzione siciliana del 1812 fu revocata, dando vita a un insanabile conflitto tra dinastia borbonica e classe dirigente siciliana che durò fino al 1860. L’egemonia britannica veniva confermata dal trattato del 26 settembre 1816 tra il Regno delle Due Sicilie e il Regno Unito, con il quale si concedeva a quest’ultimo lo status di «nazione più favorita». Un parziale tentativo di affrancarsi dall’egemonia britannica avvenne per il Regno delle Due Sicilie con la “guerra dello zolfo” (1838-1840), una controversia commerciale durante la quale Ferdinando II di Borbone esperì un tentativo di trasferire le concessioni per l’estrazione e l’esportazione del minerale alla francese “Taix & Aycard”. A seguito della decisa presa di posizione britannica, Ferdinando II dovette però recedere dal suo proposito.
Risorgimento
Per quanto riguarda la politica interna, il dissenso nei confronti del nuovo Stato fu particolarmente marcato in Sicilia a seguito della soppressione dell’autonomia del Regno, del trasferimento della capitale a Napoli e dell’abrogazione della Costituzione del 1812. Nel Mezzogiorno continentale, gli antichi sostenitori della Repubblica Partenopea e soprattutto di Gioacchino Murat manifestavano insofferenza verso la restaurazione borbonica e non tardarono a organizzarsi in seno alla Carboneria, che insieme ad altre associazioni segrete ebbe grande diffusione nel Regno. Non è questa la sede per descrivere nel dettaglio la lunga serie delle rivolte che per quarant’anni si susseguirono contro il governo borbonico. Il 15 giugno 1820 insorse la Sicilia, il 1° luglio 1820 i reparti militari insorti guidati dagli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati marciarono da Avellino a Napoli costringendo il Re a concedere la Costituzione. Una spedizione contro-rivoluzionaria fu decisa dalle potenze della Santa Alleanza a Troppau e Lubiana con il finanziamento della Banca Rothschildche sin dai tempi della coalizione anti-napoleonica era la Banca di riferimento della Casa d’Austria. Nel 1822 l’Imperatore Francesco I, per i meriti acquisiti, investì del titolo ereditario di barone Salomon Mayer Rothschild, primo ebreo che entrò a far parte della nobiltà austriaca. Nel marzo 1821 l’esercito asburgico, dopo aver sconfitto i patrioti napoletani ad Antrodoco (Rieti), occupò Napoli, con l’inevitabile seguito di condanne a morte e a lunghi periodi di detenzione. A seguito di questo evento i Rothschild diventarono i padroni delle finanze del Regno delle Due SicilieCarl von Rothschild fu inviato a Napoli per costituire la filiale napoletana della Banca Rothschild di Francoforte sul Meno. Gli stretti legami tra Carl von Rothschild e il Ministero delle Finanze borbonico retto da Luigi de’ Medici di Ottajano resero la Banca Rothschild l’istituto di credito dominante a NapoliLa fine della filiale della Banca Rothschild a Napoli fu provocata dall’arrivo di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860Adolf von Rothschild seguì Francesco II delle Due Sicilie prima a Gaeta e poi nell’esilio, finanziando il brigantaggio anti-unitario fino al 1863.
I moti del 1820-1821 furono seguiti da più limitati, ma numerosi tentativi insurrezionali, tra i quali spiccano quelli del Cilento (1828) e della Calabria (1844 e 1847). Ma fu nel 1848 che insorsero di nuovo la Sicilia (1° gennaio) e Napoli. Il 24 febbraio 1848 Ferdinando II fu costretto a concedere la Costituzione e inviare le truppe nella pianura padana per partecipare alla guerra guidata da Carlo Alberto di Savoia contro l’Austria. Ma appena possibile Ferdinando II fece spergiuro sciogliendo la Camera appena eletta e richiamando il corpo di spedizione di 11.000 uomini guidato da Guglielmo Pepe nella valle del Po. Ferdinando II di Borbone riconquistò la Sicilia per mezzo del Generale Carlo Filangieri, sciogliendo il Parlamento di Palermo. La pagina più tragica della riconquista della Sicilia fu l’assedio e il bombardamento della città di Messina. La città fu distrutta e abbandonata alla vendetta dei vincitori, supportati anche da delinquenti comuni inviati appositamente dal Re[1]Salvatore La Farina narra che «li Svizzeri ed i Napolitani non marciavano che preceduti dalli incendii, seguìti dalle rapine, da’ saccheggi, dalli assassinamenti, dalli stupri […]. Donne violate nelle chiese, ove speravano sicurezza, e poi trucidate, sacerdoti ammazzati sulli altari, fanciulle tagliate a pezzi, vecchi ed infermi sgozzati ne’ proprii letti, famiglie intere gittate dalle finestre o arse dentro le proprie case, i Monti di prestito saccheggiati, i vasi sacri involati»[2].
La dura repressione borbonica dell’estate del 1849 contro un governo provvisorio ormai instabile decretava la fine dell’esperienza rivoluzionaria del 1848-1849 e l’ulteriore allargamento del preesistente divario tra la classe politica siciliana e quella napoletana. Il 15 dicembre 1849 venne imposto all’isola un debito pubblico di 20 milioni di ducati e il capo della polizia borbonica in Sicilia, Salvatore Maniscalco, dovette affidarsi alla criminalità organizzata per controllare un ordine pubblico ormai difficilmente gestibile in un’isola che rifiutava categoricamente il governo borbonico. Il tracollo borbonico nella Sicilia del 1860 di fronte all’avanzata garibaldina è perfettamente comprensibile alla luce del profondo risentimento maturato nei Siciliani contro la dinastia regnante in 44 anni di storia del Regno delle Due Sicilie. (Continua).
Luca Cancelliere
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Note
[1] Cfr. C. Gemelli, Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49, Bologna 1867.
[2] S. La Farina, Storia della rivoluzione siciliana e delle sue relazioni coi governi italiani e stranieri, Milano 1860, pp. 356-357.