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domenica 10 luglio 2016

Mistificazioni neoborboniche


di Marco Vigna

L’ultimo libro di Gigi Di Fiore, intitolato “La nazione napoletana”, è un omaggio alla galassia dei neoborbonici, di cui egli cita tutto il pantheon: i due capostipiti Carlo Alianello e Nicola Zitara, il presidente del movimento neoborbonico Gennaro De Crescenzo, l’immancabile Pino Aprile, il marittimo in pensione Antonio Ciano autore de “I Savoia e il massacro del sud”, Angelo Forgione conosciuto per il suo mescolare tifo da stadio e storia, Fiore Marro dei Comitati Due Sicilie, Nico Cimino fondatore della pagina Facebook “Briganti”, Marco Esposito ex assessore di Napoli, Vincenzo Guli del sedicente Parlamento delle Due Sicilie ecc. Nella bibliografia si trova citato anche Gilberto Oneto, leghista ed autore di “La strana unità”, pubblicata dalla casa editrice Il Cerchio.
Non vi sarebbe bisogno di aggiungere altro per far capire quale sia il tenore del testo di questo signore, comunque per dare un’idea del modus operandi di Gigi Di Fiore si può citare un solo modesto esempio. Nel suo ultimo libro egli sostiene che la fine della industria di Pietrarsa sarebbe stata dovuta allo stato italiano ed ad una sua presunta volontà di favorire industrie settentrionali: «Cominciò la graduale morte della fabbrica che anticipava decine di future dismissioni dell’industria meridionale, attraverso scelte di politica nazionale che privilegiavano altri mercati e altre collocazioni geografiche. Di pari passo, si alimento il mito dell’industria meridionale assistita, incapace di iniziative private se non sostenute da aiuti statali.» Egli propone la sua ricostruzione storica con un tono melodrammatico e dolente, tanto da terminare il capitolo con la seguente chiusura: «Il vanto dell’industria della Nazione napoletana e oggi un museo, con locomotive antiche e la statua di Ferdinando II ancora al suo posto. A futura memoria.»
Ma questo è un errore storico, poiché, nonostante ciò che scrive Luigi Di Fiore, la chiusura di Pietrarsa non è stata dovuta ad un supposto favoritismo verso le industrie settentrionali.
1) l’azienda chiuse nel 1975 (millenovecentosettantacinque), quindi 115 anni dopo che Garibaldi era giunto a Napoli. Pietrarsa aveva pertanto attraversato un periodo di oltre secolo assai denso di trasformazioni economiche, tecnologiche e di scelte politiche mutevoli, fra cui due guerre mondiali, quelle che sono definite la seconda e la terza rivoluzione industriale, la crisi finanziari del 1929, il miracolo economico italiano del dopoguerra, la fine della convertibilità del dollaro in oro.
La causa immediata della fine di Pietrarsa fu quella che viene chiamata la crisi petrolifera del 1973, che determinò per il 1974 ed il 1975 una grave recessione nell’economia mondiale con chiusura di innumerevoli aziende. Tuttavia, la ragione basilare era stata la scomparsa dell’impiego della trazione a vapore a favore di quella elettrica.

2) invece di essere scientemente “abbandonata” dallo stato italiano, Pietrarsa per un periodo di 15 anni subito dopo l’Unità visse principalmente proprio di commesse statali. Il suo fatturato dipendeva per oltre i 4/5 da lavori commissionati per le ferrovie, l’esercito o la marina. L’azienda inoltre non si autofinanziava, poiché il capitale con cui funzionava proveniva per lo più dal Banco di Napoli
L’incapacità di questa ditta di reggere il mercato era dovuto ai costi di produzione troppo elevati in confronto a quelli dei concorrenti, che erano determinati da una tecnologia superata.
Il suo vero declino però iniziò soltanto quando l’energia a vapore incominciò progressivamente ad essere abbandonata, quindi all’inizio del Novecento.
Inoltre, anche dopo il periodo della Destra storica, ossia in quello successivo della Sinistra storica, Pietrarsa poté contare sul sostegno pubblico, poiché dal 1878 essa tornò sotto diretto controllo dello stato.

[Su tutto ciò, si può consultare anzitutto A. Giuntini, “Ascesa e declino delle prime officine ferroviarie italiane. Appunti per una storia di Pietrarsa dalle origini al museo”, in “Storia economica”, anno IX, (n. 2-3), Napoli 2006.]
Il caso è facilmente riconoscibile. Per lunghi anni anche dopo il 1861 Pietrarsa rimase un’azienda che viveva grazie alle commesse statali ed ai capitali provenienti da una banca a capitale pubblico, non essendo in condizioni di resistere autonomamente alla concorrenza. Di fatto, era un’azienda che lavorava in perdita ma che era sostenuta dallo stato per ragioni di ordine politico e sociale. Già la sua fondazione sotto Ferdinando II aveva risposto ad un progetto di sviluppo basato sull’intervento dello stato, che però nel caso specifico non era riuscito a portare ad un’azienda realmente autonoma dall’aiuto pubblico. Lungi dal brigare per farla fallire, l’amministrazione italiana almeno per tutto il periodo della Destra storica proseguì nella sostanza il sostegno dato a Pietrarsa già dai governi borbonici. La definitiva chiusura dell’azienda è avvenuta soltanto nel 1975 ed ha avuto come causa il mutamento tecnologico con il passaggio delle locomotive alla trazione elettrica.
L'ipotesi di Gigi Di Fiore su Pietrarsa quale azienda condotta al fallimento per responsabilità principale dello stato italiano risulta pertanto priva di fondamento storico. Sul suo libro questo basti, sebbene di affermazioni storicamente discutibili esso “haccene più di millanta, che tutta notte canta”.

mercoledì 19 giugno 2013

Antonella Orefice risponde al cialtronume analfabeta dello spagnolismo


La Storica napoletana Antonella Orefice
Antonella Orefice "colpevole" di avere scritto un libro sulle stragi borboniche, nel microcosmo napoletano, si accosta a  Salman Rushdie che nel 1988 venne perseguitato e condannato per i suoi "Versetti Satanici".
Insultata e minacciata da questi neo - ayatollah", la storica napoletananon si lascia intimidire e risponde con una lettera al giornalista del "Il Mattino", Gigi Di Fiore, che ha ospitato nel suo blog un convegno di agguerriti neoborbonici.
E ' una vicenda molto grave perche' riemerge la intolleranza e il fanatismo di certi personaggi che per qualche motivo hanno terrore della verità.
Centinaia di messaggi di solidarietà sono pervenuti alla storica da parte di esponenti del mondo accademico, storici ed amici dei network.
scritto  da Pasquale Nuccio Benefazio   

" Gent.mo Dott. Di Fiore,

probabilmente lei è venuto a conoscenza del mio nome solo in queste ultime ore, a seguito della polemica innescata dalla recensione che Mario Avagliano ha scritto su Il Mattino per il mio ultimo lavoro.
Non le nascondo che la cosa (la polemica intendo), mi sorprende e non poco, dal momento che non è la prima volta che i miei studi di ricerca hanno occupato le pagine culturali delle testate nazionali.
Non sono venuta a rispondere sul suo blog perchè già sono stata abbastanza "lapidata" da insulti, minacce e diffamazioni da parte del movimento neoborbonico, per il quale si è smosso finanche un sedicente "parlamento delle due sicilie" (il minuscolo è voluto perchè non riconosco altro parlamento se non quello della Repubblica Italiana).

Con Gennaro De Crescenzo, il presidente del movimento neoborbonico, dopo una serie di botte e risposte,  la polemica si è chiusa (spero) con un pacifico "tu ti tieni i tuoi ideali io mi tengo i miei".
Non entro ora con lei nel merito della storia del 1799, posso comprendere la divergenza di opinioni, ma mi preme farle tener presente che taluni personaggi (presenti in queste ore a commentare sul suo blog) si sono arrogati il diritto di offendere a più riprese, oltre che il mio operato, anche la mia persona.
Cosa incivile ed intollerabile che mi riservo di perseguire ai fini di legge. Dopodichè hanno avuto anche il coraggio di venirmi a proporre dibattiti. Ma con chi? Su cosa? Sul 1799 o sulle loro palesi velleità politiche? Nessuna persona di buon senso ed a cui è stato insegnato soprattutto il rispetto e la buona educazione, accetterebbe un confronto con gente che non tollera chi esprime un dissenso e usa la violenza verbale.
I lavori di ricerca che pubblico da anni anche per i maggiori enti culturali di Napoli (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Società Napoletana di Storia Patria, Archivio per la Storia delle Donne) e riviste nazionali ed internazionali (Studium, Officinae) sono tutti corredati di documenti di archivio riprodotti in anastatica.
Mi attaccano, mi danno della sedicente storica, dell'azzeccagarbugli etc.. etc.. ma da questo blaterare ciò che si evince è che nessuno degli intervenuti al convegno neoborbonico apertosi sul suo blog, ha mai letto alcuno dei miei libri. Parlano tutti per odio preconcetto, luoghi comuni.
Antonella Orefice è la "giacobina" da mandare al patibolo, Mario Avagliano anche, e loro incarnano quel popolo che gridava "Viva o Re". Voglio sperare che non si daranno anche a scene di cannibalismo come accadde allora (sic)
Vi lascio fare, è evidente che non hanno altre occupazioni nella vita e la disoccupazione dilaga.
Umanamente capisco che c'è bisogno ogni tanto di una valvola di sfogo, e che questa gente ha bisogno di qualcosa in cui credere e difendere. La sottoscritta, con il suo ultimo libro, e Mario Avagliano con la sua recensione, hanno osato mettere in discussione il loro dio. Mi dispiace per loro, ma non sarà certo questo che censurerà i miei lavori di ricerca.
Come loro hanno i loro ideali io ho i miei, che vanno anche oltre lo specifico del 1799. Amo la verità, i documenti veri e soprattutto credo nella giustizia del tempo. La damnatio memoriae inflitta dal Borbone sui fatti del 1799, con la maledizione di Maria Carolina annessa, non mi ha mai intimorita.
Non pubblico chiacchiere, ma documenti veri da cui si evince quel pezzo di storia a cui, ora come allora, si cerca di mettere il bavaglio. Per me la grandezza della gente di Napoli non sta nei Borbone, ma in quelle menti lungimiranti che persero la vita sul patibolo.
Concludo ringraziandola per aver dato ai signori neoborbonici un luogo in cui sfogare la loro rabbia. La ringrazio sinceramente perchè sono stanca di stampare messaggi di offese e bannare decine e decine di diffamatori.
Dal suo blog a stampare faccio prima, anzi, lo lascio fare a chi di dovere perchè, francamente, ho delle cose più importanti a cui pensare. Le chiacchiere degli esaltati mi deprimono e poi... siamo sinceri... lasciano il tempo che trovano.
Detto questo le auguro un buon proseguimento e divertimento".

Antonella Orefice