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mercoledì 13 marzo 2024

Giuseppe Massari e la "questione meridionale

A 140 anni dalla morte di Giuseppe Massari  (11 agosto 1821 – Roma, 13 marzo1884) occorre  ricordarne la memoria e tracciarne un serio bilancio.
Tarantino di nascita, prima giovane patriota, poi segretario personale di Cavour negli anni cruciali dell'impresa unitaria, deputato al Parlamento subalpino, Massari fu incaricato di stendere una «Relazione sulle cause del brigantaggio nel Mezzogiorno» presentata poi alla Camera nel 1863. Quello che segue è solo un estratto della predetta Relazione.

« Nel comitato segreto del 16 dicembre 1862 ci veniva commesso l'incarico di riferire intorno alle cause ed allo stato del brigantaggio nelle province napolitane, e intorno ai più acconci provvedimenti che fossero a prendersi dal Parlamento e da suggerire al governo per la più efficace repressione di esso. In conformità di quest'incarico noi veniamo oggi a dirvi quali siano, a senso nostro, le cause del brigantaggio, quale il suo stato attuale, e quali i diversi provvedimenti che Governo e Parlamento debbono prendere non solo per reprimere gli effetti immediati del male, ma anche per rimuoverne le cause, e prevenirne in tal guisa il possibile rinnovamento. incominciamo dalle cagioni. ( ... ) Facil cosa è dire che il brigantaggio si è manifestato nelle province meridionali a motivo della crisi politica ivi succeduta; con ciò si enuncia il motivo più visibile del doloroso fatto, ma si rimangono nell'ombra le ragioni sostanziali( ... ) La prima domanda che spontanea sorgeva nell'animo nostro era la seguente: il brigantaggio che da tre anni contrista le province continentali del mezzodì dell'Italia, è conseguenza esclusiva del cangiamento politico avvenuto nel 1860, oppure questo cangiamento è stato soltanto un'occasione dalla quale lo sviluppamento del brigantaggio è stato determinato? ( ... )
Gl'influssi della crisi politica non potevano essere, non sono stati diversi nelle diverse province dell'ex reame napolitano: se dunque in ogni caso la loro azione è stata identica, gli effetti avrebbero pure dovuto essere i medesimi in ognuna di quelle province, e queste avrebbero perciò dovuto essere allo stesso grado infestate dal brigantaggio. La conclusione è strettamente logica: ma il fatto la contraddice, poiché è indubitato che mentre in alcune province il brigantaggio ha infierito e ha raggiunto terribili proporzioni, come, a cagion d'esempio, in Capitanata e in Basilicata, in altre, come le Calabrie, o  non ha allignato molto, o tutto al più si è astretto in angusti limiti. Per rendere ragione di questo contrasto è dunque mestieri supporre o che la crisi politica non abbia avuto nessun influsso in alcune province e
molto in altre, oppure che le rispettive condizioni di quelle province non essendo identiche gli effetti della crisi siano stati diversi.
La prima di queste ipotesi non regge all'esame: il rivolgimento politico essendo unico nella sua essenza e nella sua origine non poteva non tramandare i suoi influssi alla stessa guisa e con la medesima efficacia in tutte le località, e quindi sarebbe all'intutto gratuito e assurdo il supporre e l'asserire che questi influssi si manifestassero e fossero attivissimi a Foggia ed a Potenza, latenti od inerti a Catanzaro ed a Reggio.
La ragione del divario va dunque ricercata altrove, e propriamente nella diversità delle condizioni delle varie province ( ... ). Il brigantaggio se ha pigliato le mosse dal mutamento politico, ripete però la sua origine intrinseca da una condizione di cose preesistente a quel mutamento, e che i nostri liberi istituti debbono assolutamente distruggere e cangiare. Molto acconciamente è stato detto e ripetuto essere il brigantaggio il fenomeno, il sintomo di un male profondo ed antico: questo paragone desunto dall'arte medica regge pienamente, ed alla stessa guisa che nell'organismo umano le malattie derivano da cause immediate e da cause predisponenti, la malattia sociale, di cui il brigantaggio è il fenomeno, è originata anch'essa dallo stesso duplice ordine di cause. Le prime adunque cause del brigantaggio sono le cause predisponenti. E, prima fra tutte, la condizione sociale, lo stato economico del campagnuolo, che in quelle province appunto, dove il brigantaggio ha raggiunto proporzioni maggiori, è assai infelice. Quella piaga della moderna società che è il proletariato ivi appare più ampia che altrove. Il contadino non ha nessun vincolo che lo stringa alla terra. La sua condizione è quella del vero nullatenente, e quand'anche la mercede del suo lavoro non fosse tenue, il suo stato economico non ne sperimenterebbe miglioramento.
Dove il sistema delle mezzerie è in vigore, il numero dei proletari di campagna è scarso; ma là dove si pratica la grande coltivazione, sia nell'interesse del proprietario, sia in quello del fittaiolo, il numero dei proletari è necessariamente copioso. A Foggia, a Cerignola, a San Marco in Lamis hanno un ceto di popolazione, addimandato col nome di terrazzani, che non possiede assolutamente nulla e che vive di rapina.
Nella sola città di Foggia i terrazzani assommano ad alcune migliaia. Grande coltura: nessun colono: e molta gente che non sa come fare per lucrarsi la vita. «I terrazzani ed i cafoni -ci diceva il direttore del demanio e tasse della provincia di Foggia -, hanno pane di tal qualità che non ne mangerebbero i cani». Tanta miseria e tanto squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio. La vita del brigante abbonda di attrattive per il povero contadino, il quale, ponendola a confronto con la vita stentata e misera che egli è condannato a menare, non inferisce di certo dal paragone conseguenze propizie all'ordine sociale. Il contrasto è terribile, e non è da maravigliare se nel maggior numero dei casi il fascino della tentazione a male operare sia irresistibile. I cattivi consigli della miseria, non temperati dalla istruzione e dalla educazione, non infrenati da quella religione grossolana che si predica alle moltitudini, avvalorati dallo spettacolo del cattivo esempio, prevalgono presso quegl'infelici, e l'abito a delinquere diventa seconda natura. La fioca voce del senso morale è soffocata, e il furto anziché destare ripugnanza appare mezzo facile e legittimo di sussistenza e di guadagno, ond'è che sorgendo dall'occasione l'impulso al brigantaggio le sue fila non indugiano ad essere ingrossate. Su 375 briganti che si trovavano il giorno 15 aprile nelle carceri della provincia di Capitanata, 293 appartengono al misero ceto dei così detti braccianti. Là invece dove le relazioni tra il proprietario e il contadino sono migliori, là dove questi non è in condizione nomade ed è legato alla terra in qual si voglia modo, ivi il brigantaggio può, manifestandosi, allettare i facinorosi, che non mancano in nessuna parte del mondo, ma non può gettare radici profonde ed è con maggiore agevolezza distrutto.
La condizione di cose, della quale siamo venuti fin qui discorrendo, ci sembra porgere in modo non equivoco la nozione di una delle cause che con maggiore efficacia generano fatalmente in alcune province meridionali la funesta predisposizione al brigantaggio. Il sistema feudale spento dal progredire della civiltà e dalle prescrizioni delle leggi ha lasciato una eredità che non è ancora totalmente distrutta; sono reliquie d'ingiustizie secolari che aspettano ancora di essere annientate. I baroni non sono più ma la tradizione dei loro soprusi e delle loro prepotenze non è ancora cancellata, e in parecchie delle località che abbiamo nominate l'attuale proprietario non cessa dal rappresentare agli occhi del contadino l'antico signore feudale. Il contadino sa che le sue fatiche non gli fruttano benessere né prosperità; sa che il prodotto della terra innaffiata dai suoi sudori non sarà suo; si vede e si sente condannato a perpetua miseria e l'istinto della vendetta sorge spontaneo nell'animo suo. L'occasione si presenta; egli non se la lascia sfuggire; si fa brigante; richiede alla forza quel benessere, quella prosperità che la forza gli vieta di conseguire, ed agli onesti e mal ricompensati sudori del lavoro preferisce i disagi fruttiferi della vita del brigante. Il brigantaggio diventa in tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie.»


Diario

Massari descrisse dettagliatamente gli eventi politici e sociali dell’epoca, le sue esperienze personali e le sue riflessioni sui protagonisti del movimento risorgimentale. Inoltre narrò le difficoltà e le speranze dei patrioti italiani, le lotte per l’unificazione e le tensioni interne tra le diverse fazioni politiche. Il diario fu anche una fonte importante per comprendere il clima culturale e intellettuale del tempo, con riferimenti a incontri con figure di spicco come Cavour, Garibaldi e Mazzini. In particolare, egli dedicò ampio spazio alla questione del brigantaggio nel Sud Italia, analizzando le cause e le conseguenze di questo fenomeno e criticando le politiche repressive adottate dal governo.


Su Garibaldi
Inizialmente, Massari ebbe delle riserve sull"'eroe dei due mondi", considerandolo un’incognita di cui poco fidarsi. Tuttavia, con il passare del tempo, modificò il suo giudizio riconoscendo in lui un “capitano valoroso”, capace di ispirare ammirazione e fiducia. Nel suo diario, Giuseppe Massari rappresentò Giuseppe Garibaldi come una figura complessa e affascinante. Massari ne apprezzò il coraggio e la determinazione, sottolineandone il ruolo cruciale nelle campagne militari che contribuirono all’unificazione dell’Italia. Nonostante le iniziali diffidenze, Massari ne riconobbe l’importanza delle azioni militari per il successo del movimento risorgimentale e per la causa dell’unità nazionale. La relazione tra Giuseppe Massari e Giuseppe Garibaldi durante il Risorgimento fu complessa e caratterizzata da una certa evoluzione nel tempo. 

venerdì 17 marzo 2023

162 anni di Italia ? No Molti , molti di più.


di Marco Vigna
La festa del 17 marzo commemora la data in cui fu proclamato il regno d’Italia nel 1861 sotto Vittorio Emanuele II. Si sente talora affermare che questo sarebbe l’inizio dell’Italia stessa, poiché secondo alcuni tale nazione non sarebbe esistita affatto in precedenza, o quantomeno non sarebbe esistito uno stato italiano. Simili visioni, care in particolar modo ai secessionisti o comunque a coloro che contestano lo stato nazionale predicandone la dissoluzione e la scomparsa, non hanno in realtà fondamento storico alcuno.
È appena il caso di precisare che nazione e stato non sono sinonimi e che la patria o gruppo etnico continua ad esistere qualunque sia la forma politica in cui si trova. L’Italia ha un’esistenza più che due volte millenaria che si esprime sul piano della lingua, dell’onomastica, della toponomastica, della letteratura, dell’architettura, dell’urbanistica, della musica, delle strutture giuridiche, della coscienza collettiva ecc. Essa non nasce quindi nel 1861, essendo pienamente esistente quantomeno dal I secolo avanti Cristo.
Non è neppure vero che l’Italia non fosse mai stata unita prima del Risorgimento. Il 17 marzo del 1861 è il momento in cui il regno d’Italia viene ad essere ufficialmente e giuridicamente ri-costituito, non costituito, poiché esso era già esistito in precedenza e per lunghi secoli. Prima ancora del medievale regno d’Italia questa regione e la sua nazione italiana erano state ambedue unificate da Roma antica per un periodo plurisecolare.
L’Italia viene ad essere unificata sul piano giuridico già sotto l’imperatore romano Ottaviano Augusto, il quale così facendo non fa altro che riconoscere l’ormai raggiunta unità culturale ed etnica nella penisola. Questa unificazione legislativa ed amministrativa permane per tutti i secoli seguenti, anche dopo il 476 che alcuni pongono come fine dell’impero romano d’Occidente.
La famosissima deposizione di Romolo Augustolo non equivaleva per nulla, né formalmente, né nelle intenzioni d’Odoacre, alla fine dell’impero, bensì alla sua ricostituzione. Essa coincideva comunque con la costituzione di un “regnum Italiae”, il cui sovrano era Odoacre, corrispondente all’antico ager Romanus, ossia alla prefettura d’Italia ovvero alla diocesi italiana.
Il regnum Italiae continua ad esistere anche sotto i Goti. Il sovrano goto è assieme rex Gothorum (intendendo ciò alla maniera del diritto germanico, che non era territoriale) e rex Italiae (intendendo ciò secondo il diritto romano), ossia sovrano del popolo dei Goti ed assieme sovrano dell’Italia.
Questa distinzione ricompare anche sotto i Longobardi. Questi appartenevano alla famiglia detta dei Germani orientali ed erano, fra tutte le popolazioni germaniche, le meno assimilate alla civiltà romana al momento della loro invasione (oltre che le meno germaniche di tutte le popolazioni germaniche, poiché largamente imbevute di cultura turco-mongola e di sciamanesimo). L’irruzione dei Longobardi in Italia segnò una vera frattura nella storia della penisola, sia perché pose termine sino al XIX secolo alla sua unità politica (mantenutasi ininterrotta dal II secolo a.C.), sia perché sconvolse le strutture politiche, economiche, sociali, culturali ancora conservatesi profondamente tardo antiche. I Longobardi però erano numericamente assai pochi e con una cultura di molto inferiore a quella degli autoctoni, cosicché nel giro di poche generazioni andarono incontro ad un rapido processo di latinizzazione ed assieme di cattolicizzazione (praticamente sinonimi nell’Italia dell’epoca). I loro primi sovrani si definivano rex Langobardorum (intendendo ciò alla maniera germanica), ma si noti che i romanici in territorio longobardo, purché di condizione libera, s’amministravano secondo il diritto romano. Ben presto però, sopraggiunta una prima romanizzazione, Agilulfo (che non era nemmeno di stirpe longobarda, essendo un turingio) si proclamò “gratia Dei rex totius Italiae”. Era il 604 d.C., quindi erano passati meno di quarant’anni dall’invasione in Italia (avvenuta nel 568). La proclamazione avvenne introducendo anche pratiche di corte ispirate a quelle in uso nell’impero romano d’Oriente e su sollecitazione di consiglieri latini. Agilulfo rimaneva rex Langobardorum (alla maniera germanica), ma si proclamava anche rex Italiae (questa volta secondo il diritto romano). L’Italia infatti era sempre rimasta nel sistema giuridico romano regione a sé stante, distinta dalle altre dell’impero, sin dai tempi d’Augusto. Sebbene avesse perduto ogni privilegio nel corso del III secolo d.C., pure era sempre rimasta amministrativamente e giuridicamente separate dalle altre “prefetture” (Galliae, Hispaniae, Grecia ecc.). Proclamandosi rex Italiae, Agilulfo si rifaceva a questa tradizione storica e giuridica.
I longobardi, ormai pressoché completamente italianizzatisi e romanizzatisi, si proposero anzi quale obiettivo fondamentale della propria azione politica la riunificazione dell’Italia, ossia del regnum Italiae: il monarca “longobardo” ad un certo punto prese a definirsi “rex totius Italiae”, re di tutta l’Italia. Tre sovrani, Liutprando, Astolfo e Desiderio, tentarono questa impresa, fallendo soltanto per la capacità del vescovo di Roma di servirsi della propria autorità spirituale e religiosa per scagliargli contro invasioni straniere, ossia i Franchi.
Il concetto e l’istituto di regno d’Italia si ripresenta anche sotto il dominio franco. Carlo Magno, conquistata Pavia, si proclama Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum, ma è anche rex Italiae (781). Proprio con Carlo Magno si ha un passo giuridico fondamentale nella storia di questo “regno”, poiché il sovrano dei Franchi e dei Longobardi facendosi proclamare imperatore (romano), rivendica per sé il titolo di sovrano universale (non re di un dato popolo: la distinzione è basilare). Egli fa ciò anche perché rex Italiae, in quanto il sovrano dell’Italia, patria di Roma e culla dell’antico impero, ha diritto al titolo imperiale.
Il regnum Italiae conserva i suoi istituti politici, amministrativi e giuridici, anche sotto la dominazione carolingia, ma finisce coinvolto come tutti gli altri organismi politici dell’Occidente medievale nella crisi del IX secolo, con una progressiva frammentazione e disarticolazione delle sue strutture a beneficio di poteri locali. Ma continuare ad esistere l’idea di una Italia distinta dai territori transalpini: «Riguardo al regno d’Italia, la nozione di un confine che lo distinguesse dai regni di Germania e di Borgogna rimase, nonostante l’unione dinastica sotto un unico re» [Giovanni Tabacco, Giovanni Grado Merlo, “Medioevo”, Bologna 1989, p. 202]
È nell’Alto Medioevo che si ha comunque un importante tentativo politico di riunificare l’Italia, ad opera di Arduino d’Ivrea, che si proclamò rex Italiae nell’anno 1000, fu incoronato a Pavia nel 1002 e continuò con alterne vicende a perseguire il suo progetto sino al 1014, fallendo soltanto per l’opposizione della Chiesa, che si alleò con principi germanici.
Il titolo di rex Italiae ed il correlato regnum Italiae continuarono però ad esistere anche nei secoli successivi. L’impero romano per gli uomini del Medioevo, non era scomparso, ma continuava ad esistere, soltanto in forma mutata. Semplificando al massimo grado per ragioni di sintesi, l’imperium era ritenuto essere stato ordinato da Dio stesso per l’umanità intera ed avrebbe continuato ad esistere sino alla fine dei tempi. L’imperatore quindi non era sovrano soltanto d’alcuni territori, ma di tutta la terra. Di fatto però, era evidente che l’autorità dell’imperatore era riconosciuta solo in alcune regioni e, si badi bene, non perché imperatore, ma in quanto principe, duca ecc. di determinati territori. Il titolo imperiale però era collegato, sempre e necessariamente, a quello di rex Italiae, poiché l’Italia era il centro dell’impero con Roma. Non è un caso che un altro tentativo di ripristinare l’unità politica della nazione italiana avvenne con Federico II di Svevia, che a detta di
Ernst Kantorowicz
, suo massimo biografo, pensava a sé stesso come “romano” e che fu sia fra i patrocinatori della riscoperta dell’antico, sia fra i promotori dell’italiano letterario. Questo sovrano progettava l’“unio regni et imperi”, ossia l’unione del regnum Italiae in senso stretto, che le vicissitudini storiche avevano portato a comprendere soltanto la maggior parte dell’Italia centro-settentrionale, ed il più giovane regnum Siciliae, sorto solo nel secolo XI.
Seppure solo sul piano simbolico e formale, il regnum Italiae conservò la sua esistenza anche nell’evo moderno, tanto che la famosa Corona Ferrea venne usata dal VI secolo sino al XIX per l'incoronazione dei re d'Italia.
Con buona pace dei separatisti o comunque di coloro che negano l'esistenza della nazione italiana, essa esiste da oltre 2000 anni e la consapevolezza di questo non è mai venuta meno, neppure durante il periodo di frammentazione politica.

sabato 2 febbraio 2013

Lo strano revisionismo all'italiana


E’ difficile capire per quali ragioni in quella vasta e composita area politica e culturale che si riconosce nel centro-destra, ogni tanto qualcuno ritenga di dover rimettere in questione i momenti più alti della storia nazionale: l’atto fondativo della ‘comunità politica’ italiana—v. i simboli del Risorgimento e di Casa Savoia—e la nascita della nuova forma di Stato seguita alla caduta del fascismo e alla sconfitta militare—v. i simboli della Resistenza e della Repubblica. Un tempo si squalificava l’uno per esaltare l’altro. La saggistica di destra, ad esempio, minimizzava la lotta partigiana, contestava il referendum istituzionale, mostrava le lacerazioni dell’Italia ‘liberata’, contrapponeva alle miserie del presente l’eroica epopea del passato, evocava gli spiriti sdegnosi di Cavour, Garibaldi, Mazzini che mai si sarebbero riconosciuti nei loro lontani eredi e nella patria tornata ad essere.

 A sinistra il quadro era diverso: il Secondo Risorgimento, la Resistenza, aveva finalmente restituito al popolo lo scettro della sovranità sicché ora gli italiani non più sudditi passivi di una storia scritta da altri-- dalle élite del potere, dai loro notabili e dai loro intellettuali—avrebbero potuto partecipare, in virtù della democrazia non solo formale ma ‘sostanziale’scolpita a caratteri indelebili negli articoli della Costituzione Italiana, alla costruzione del loro avvenire. E’ vero che non tutta la destra, specie al Sud, sentiva il ‘mito risorgimentale e che non tutta la sinistra era disposta a credere nel ‘salto di qualità’ che per alcuni, seppur c’era stato, in poco volger d’anni, aveva visto esaurire la sua dinamica innovativa (v. la ‘Resistenza tradita’), ma in ogni caso quei due ‘miti di fondazione’ rimanevano estranei, se non ostili, l’uno all’altro. Solo i piccoli partiti ‘laici’—a cominciare dal Partito d’Azione—riuscivano a tenere assieme il 1861 e il 1946. Per gli altri, se una data era veneranda, l’altra era da dimenticare: chi cantava ‘Fratelli d’Italia’ non poteva che provare disagio e fastidio nel sentire ‘Bella ciao’ e viceversa.

Da quando un grande maestro della ricerca storica, Renzo De Felice, ha lanciato sul mercato delle idee il ‘revisionismo’, si sono registrati, nei fronti ideologici, significativi slittamenti di senso e di valore che,come in una quadriglia, hanno fatto scambiare le posizioni. La giustizia resa ai vinti del 1945 (i fascisti) ,a poco a poco, è stata rivendicata per tutti gli altri vinti della storia, almeno di quella moderna.

Se il ventennio non fu quello descritto dalla ‘vulgata antifascista’—come De Felice, giustamente, definiva le opere dei Guido Quazza, dei Nicola Tranfaglia ecc—perché lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie dovevano continuare ad essere considerati i prototipi del malgoverno di Satana? Quegli esecrati monarchi non avevano costruito strade e persino qualche ferrovia, non avevano favorito industrie e commerci, non avevano fondato orti botanici e teatri, chiese ed enti di beneficenza? Il riconoscimento di quel tanto o poco di buono che avevano lasciato le odiate dinastie nemiche dei patrioti e dell’Italia, come capita in una cultura fragile, priva di ‘nerbo concettuale’, per dirla col vecchio Croce, doveva convertirsi nella demistificazione, non priva di compiacimento, dei presunti ‘buoni’. Si vedano i libri (già ricordati in questa sede) di Angela Pellicciari—prefati da Rocco Buttiglione e apprezzati da un ‘antimoderno’ come Franco Cardini—o gli articoli sul ‘Giornale’ di Ruggero Guarini. Quest’ultimo di recente ha condensato, sul periodico on line ‘Il Velino’, tutti i luoghi comuni del revisionismo ‘allargato’ e in una lettera a Dell’Utri così ha fatto parlare la Signora Italietta: < La rivoluzione napoletana del 1799, con cui si pretende che sia incominciato il mio Risorgimento, non avvenne mai. Quel che avvenne fu una vittoria dei conquistatori francesi che dopo aver sbaragliato l’esercito borbonico, messi in fuga il re e la regina e soffocato nel sangue la resistenza dei Lazzaroni, permisero ai giacobini locali, che non avevano mosso un dito, di fondare una repubblica fantoccio.
Il Risorgimento non fu, come il termine lascia credere, un movimento di popolo, ma una lunga serie di cospirazioni e sommosse ordite da movimenti elitari e sfociate in una serie di guerre di conquista combattute e vinte dal Piemonte (col sostegno di un’esigua minoranza di “patrioti” e di alcuni Stati europei) per annettersi tutti gli altri staterelli preunitari.
Quale Italietta liberale? – Le molte migliaia di fucilazioni con cui nell’ex Regno delle due Sicilie furono represse, durante i miei primissimi anni di vita, le ultime resistenze filoborboniche (briganti o partigiani?), nonché l’inizio della grande fuga degli emigrandi verso le Americhe (in pochi decenni circa venti milioni di disperatissimi miei figli onorarono la mia nascita scappandosene altrove) dicono che gli inizi della mia storia dopo l’unità, dipinti come sereni e operosi dai suoi apologeti, furono segnati dal terrorismo di stato e dell’accresciuta miseria delle sue popolazioni più derelitte>. Come si vede, rispuntano a destra gli slogan di una storiografia—anche letteraria, teatrale e cinematografica--che imperversò nel ’68 e che affondava le sue radici in una cultura che, da Alfredo Oriani a Piero Gobetti, da Antonio Gramsci al primo Salvemini, aveva alimentato il non-conformismo degli anni dieci, l’antigiolittismo eversivo e, da ultimo, l’interventismo del radioso maggio inteso a‘rigenerare’ la flaccida provincia italiana con una vera.

Alla base di questo anticonformismo déjà vu—ripreso da Marcello Dell’Utri che, dopo Francesco Storace, ripropone la Commissione ministeriale per la revisione dei libri di testo e da Raffaele Lombardo, che ripete vecchie litanie sul ‘male che ci ha fatto Garibaldi’:-possono esserci varie motivazioni.

Innanzitutto, una volontà di provocazione, di épater les bourgeois, ma sempre più ripetitiva e inefficace; la notizia del bambino che ha morso il cane, infatti, colpisce la prima volta ma, a forza di sbatterla in prima pagina, diventa più stucchevole di quella del cane che ha morso il bambino, sicché se oggi uno storico pubblicasse una impegnativa Apologia del Risorgimento farebbe più scalpore di mille Pellicciari, Cardini e Guarini messi insieme.
In secondo luogo, la difficoltà di pensare per et et piuttosto che per aut aut. Nel teatro culturale italiano sembra esserci posto solo per un protagonista alla volta. Se si riabilita Ferdinando I (non si sa come ma tutto è possibile) si sottraggono allo sguardo degli spettatori i ‘martiri napoletani’ del 1799, si cancella il ricordo di uno dei più fulgidi centri dell’Illuminismo europeo (illustrato dai Galiani, dai Filangieri, dai Genovesi, dai Pagano), si relega in soffitta il primo grande capolavoro dello storicismo liberale italiano, il Saggio storico di Vincenzo Cuoco.

In terzo luogo, il preconcetto delle ‘anime belle’ che non concepiscono nascita di stato nazionale senza il ; come se in altri paesi europei—ivi compresa l’Inghilterra—il processo unitario non sia stato opera di un’ e il prodotto dell’ambizione di dinasti scaltri e intraprendenti.
E infine, forse decisivo, il tipico delle nostre scuole che non riusciranno mai a capire che ogni interpretazione di un evento è una costruzione intellettuale quanto mai ardua e complessa. La ‘storia’, con la sua miriade sterminata di fatti, non è il supermarket della memoria in cui ciascuno preleva ciò che fa più comodo alla sua ‘tesi’, ritenendosi esonerato, nel nostro caso, dal fare i conti con la grande storiografia italiana del passato-- da Volpe a Croce, da Omodeo a Chabod, da Venturi a Romeo, per limitarci a questi sommi che non avevano nulla, proprio nulla, da invidiare ai maestri d’oltralpe—e con la sua esemplare riflessione sulla ‘questione risorgimentale’.
A ben guardare, questo dilettantismo è il peggiore lascito di un antico condannato a precludersi la consapevolezza che qualsiasi spiegazione si possa avanzare sulle vicende umane—fosse pure la più eccentrica—troverà sempre, nei fatti, qualche pezza d’appoggio; sennonché ,nelle scuole frequentate dai neo-revisionisti, Max Weber, come il caffè nella tazzina di Luca Cupiello, .
Non è questo, tuttavia, l’ aspetto più preoccupante della polemica sul revisionismo e sui libri di testo. In tutti i paesi occidentali, la storia nazionale è oggetto di ‘revisione’. Si pensi, nell’Europa dell’Ottocento, all’imponente dibattito sulla Rivoluzione francese, sulla sua genesi, sulla sua natura, sui suoi protagonisti cui partecipano le più robuste menti filosofiche della Germania del tempo, da Kant a Hegel! O, negli Stati Uniti, alla guerra d’indipendenza interpretata in modi differenti--per gli uni,i democratici ovvero i republicans-, è l’inizio di un novus ordo seculorum, per gli altri, i liberalconservatori ovvero i federalists, è la riappropriazione, da parte degli inglesi d’oltreoceano di diritti storici e di libertà (al plurale) che Londra aveva conculcato. In seguito, l’altro evento traumatico—la guerra civile—attiva un ancor più lacerante‘conflitto di interpretazioni’ e porta a scovare ‘fatti’ – arbitri, violenze, genocidi—destinati a pesare come macigni nell’immaginario collettivo e, puntualmente, portati da Hollywood sugli schermi.

In tutti questi casi, però, la ricostruzione storica rappresenta un’arma brandita dai partiti-- e dalle loro retrostanti aree culturali-- in una lotta politica che si svolge all’interno del regime ma che lascia fuori la ‘comunità politica’, due dimensioni che vanno accuratamente distinte. La comunità politica, infatti, è l’edificio, il territorio, il contenitore istituzionale, in cui si svolge la competizione per il potere e si confrontano i ‘partiti’ con le loro diverse, talora irriducibili, ‘visioni del mondo’. Il regime politico, al contrario, si riferisce all’assetto interno dell’edificio, alla suddivisione e all’assegnazione degli spazi, ai ruoli di autorità, alle regole che debbono presiedere all’elezione degli amministratori. La prima, se si vuole, si trova in prossimità dello Stato, il secondo, in prossimità del governo.

Orbene ciò che colpisce nelle battaglie storiografiche combattute in Italia è che le tesi contrapposte non si propongono solo di fornire agli avversari risorse culturali per l’andata al ‘governo’ ma rimettono sistematicamente in discussione la stessa ‘comunità politica’. Non si tratta, in altre parole, di decidere se nella tormentata fabbricazione del bene collettivo ‘Francia’ siano state più importanti le dinastie esaltate da Charles Maurras o i soldati dell’anno II celebrati da Michelet e dalla’ Terza Repubblica—il prevalere dell’una o dell’altra tesi, evidentemente, decide quale subcultura politica ha più titoli per governare l’hexagone. Da noi, dietro le controversie ideali, ci sono spesso l’arrière pensée del , la rottura di una continuità ,l’orgogliosa rivendicazione di una diversità irriducibile. Di qui il rifiuto--ostentato e provocatorio--dei ‘simboli comuni’:
Nei dollari americani ci sono tutti: Washington, Hamilton Madison; nel Pantheon francese, stanno fianco a fianco Giovanna d’Arco e Luigi IX, il ‘Roi Soleil’ e Napoleone, il Louvre e la Bastiglia. In Italia, invece, i simboli convivono nei monumenti, nelle facciate di enti, scuole, ospedali, nella toponomastica dei comuni ma non nei cuori di quelle che Barrès chiamava le ‘familles spirituelles’ di una nazione. Un repubblicano che passa davanti alla statua equestre di Vittorio Emanuele II o un monarchico che guarda l’esile figura di Mazzini scolpita nel marmo provano entrambi una sensazione di disagio Non è vero che la modalità retorica nazionale sia quella dell’embrassons-nous—le immagini dei padri della patria a braccetto nell’iconografia risorgimentale hanno sempre attivato le ironie di chi --: il nostro famedio ha un numero limitato di posti. Quella italica, invece, è la, così bene espressa nel . Che se ne lasci sedurre qualche componente del centro-destra non è un buon segno.

sabato 17 dicembre 2011

L'unità d'Italia e il revisionismo storico

Pino Aprile a destra

  Premessa

 In seguito agli attacchi scomposti sferrati dai soliti "storici” neoborbonici, credo fermamente necessario intervenire in relazione alle modalità del rapporto tra Risorgimento e la coscienza pubblica  meridionale. Secondo questi sedicenti “storici”, l’unità  d’Italia avrebbe rappresentato talora una forzatura, se non un irrimediabile errore o,  addirittura, una conquista coloniale ordita da poteri occulti, miranti alla sottomissione della popolazione meridionale e, soprattutto, alla spoliazione delle sue immense ricchezze.  Una sorta di delirio storiografico che poggia sulla fantasiosa ipotesi che l’Italia non sia mai esistita e lo Stato italiano altro non sia che una "gabbia" costruita ad arte, ad uso e consumo di un Nord proditore e razzista. A questo ultimo proposito, si cita sempre Cesare Lombroso, reo di aver attribuito ogni nefandezza alle "razze" meridionali.  Costoro dimenticano che egli fu uno studioso serio,  universalmente stimato, animato sempre da una passione disinteressata per i poveri e gli emarginati, tanto che, sin da giovane,  era solito girovagare per le campagne lombarde, distribuendo volantini ed opuscoli, stampati a proprie spese, per informare i contadini affetti da pellagra.

In questa Italia dei giorni nostri, un'informazione mediaticamente enfatizzata ha prodotto un revisionismo becero ed incolto, succube forse dell'influenza nefasta di movimenti secessionisti nordisti, che auspicano un totale disfacimento della nazione. Purtroppo gli studi recenti sulla questione meridionale  hanno smarrito lo spessore della seria ricerca storica. Insomma, alla base di tutti questi movimenti, vi è una forte dose di provincialismo, pressapochismo ed anche di molta ingenuità.

Dall'altra parte, la Lega Nord rivendica una discendenza dalle idee di Carlo Cattaneo, che fu uno strenuo sostenitore del Federalismo. Vero. Ma è altrettanto vero che non vi fu uno scritto di questo patriota milanese che facesse riferimento alla secessione. Egli fu, per contro, un sostenitore convinto dell'Unità d'Italia.
Un discorso complementare va fatto per Guido Dorso, tirato per la giacca dagli autonomisti Siciliani. Dorso fu uno dei più insigni storici meridionalisti e dell'autonomia meridionale. Quando, nel 1943, si sviluppò il separatismo siciliano Dorso scrisse parole durissime contro l'autonomismo siciliano.

   Questa radicale e provocatoria messa in stato d’accusa non tanto dei miti nazionali, quanto della stessa idea dell'Unità d'Italia, è veramente ridicola. Pensate che in Sicilia, nella Provincia di Messina, un sindaco buontempone, in cerca di facile popolarità, si è messo a picconare la targa di Garibaldi... Siamo insomma al colmo del provincialismo più becero. Questi personaggi non si rendono conto che Garibaldi è un mito di una dimensione planetaria. Oggi, il mito garibaldino è vivo in diversi paesi dell'America Latina. A New York, ad esempio, si studia la figura di Garibaldi,  si cerca di capire perché l'Unione, durante la guerra civile americana, tentò di coinvolgere attivamente Garibaldi per metterlo alla testa dell'esercito nordista! Questa gente quando parla di Garibaldi, si rende conto di cosa scrive?

Nei paesi anglosassoni il mito dell'Eroe dei due mondi arriva al limite dell'idolatria ...

Ci sono poi dei risvolti paradossali in questa vicenda: episodi di autocommiserazione, di piagnisteo meridionalista veramente grotteschi. Insomma, se c'è una regione del meridione che ha dato all'Italia unita ministri di altissimo spessore, quella è stata la Sicilia: Francesco Crispi, Vittorio Emanuele Orlando, ecc. Ed anche a voler parlar dell'oggi, la musica non cambia... La rappresentanza numerica del parlamento eletto è in maggioranza del centro sud. E se è così come mai che dal 1861 in avanti questo divario non si è mai colmato? Non dimentichiamo che i cosiddetti fondi europei non sono gestiti da Bossi ma direttamente dalle Regioni meridionali. C'è uno studio della "London School of Economics", riportato sul Sole 24 ore del 16 marzo 2008 che dice: "I fondi strutturali (gestiti dalle regioni) del 2000 e del 2006 sono consistiti in somme pari a 51 miliardi di EURO! Questi studiosi hanno altresì dimostrato che, se queste ingenti somme  fossero state distribuite a pioggia, senz'alcuna intermediazione politica, a tutti i cittadini del Sud, indistintamente, si sarebbe aumentato il reddito pro-capite del 3%, mentre, con l'intervento dei nostri "politicanti", il reddito prodotto non è arrivato nemmeno alla metà! I fondi strutturali del 2007-2013 ammontano 100 miliardi di euro!
Il problema vero è che decina di miliardi di euro sono stati gestiti in modo sconsiderato, da burocrati politicizzati, senza tener in minimo conto lo sviluppo e il bene comune del paese.

Alcuni "neoborbonici" sfilano per le strade

     A questo punto, mi preme rispondere con dati reali alle sonore corbellerie proferite da questi analfabeti, degni epigoni dei loro beniamini. Perché se esiste un'esigenza di riscoprire la propria storia, rivelandone i più intimi particolari, questa non può venir soddisfatta piegando i fatti ad una tesi precostituita a tavolino, al fine di eccitare gli animi e scuotere i più bassi istinti della popolazione. Questa fedifraga spinta alla secessione trova una paradossale convergenza tra nordisti e sudisti che, separati si offendono a vicenda, e uniti marciano per disfare l’Italia. Costoro, immemori della storia patria, provocano un poderoso offuscamento della coscienza pubblica e un disancoramento dalle radici storiche della nazione. Inoltre, prendendo a pretesto i reali problemi economici del paese, li usano come una clava per colpire l’unità e i suoi protagonisti in un modo che definire spregevole è solo un gentile complimento. Non credo sia possibile ignorare un'anomalia che risiede in talune affermazioni ad effetto, mediaticamente enfatizzate, anche attraverso una pubblicistica di scarso spessore culturale che si tramuta  in una sorta di delirio rivendicazionista senza pari. Il tutto culmina in un poderoso dispendio di energie, con l'unico intento di dividere e distruggere quanto, nel bene e nel male, è stato sinora costruito.

   Non si può parlare di Risorgimento facendo finta che la questione meridionale non sia mai esistita, al di là che essa è iniziata con il Risorgimento. Non si può parlare di Brigantaggio a senso unico, come fenomeno solo di rivolta verso l’unità d’Italia, tacendo di quello che fecero i Borbone contro i Briganti prima e come li plagiarono dopo, a loro esclusivo vantaggio.

     Non si possono tacere quelli che sono i punti di vista esterni  alla vicenda (pensiamo alla pessima considerazione internazionale che stigmatizzava il Regno dei Borbone) ma che, tuttavia, esercitarono una influenza di rilievo nella ricostruzione dei fatti così come si verificarono effettivamente. Appare ovvio che gli scritti borbonici dell'epoca siano solo positivi ed apologetici: sarebbe come chiedere a Berlusconi il resoconto dei suoi pessimi governi. Occorre invece riparlare della questione meridionale in un'ottica diversa,  prescindendo  da opere di carattere goliardico o folkloristico (che figurerebbero meglio nelle sagre pacchiane del paesello, alle fiere della pro-loco,  anziché nelle biblioteche di studiosi seri) collegandola, invece,  con l'Europa del tempo, uscendo dunque dall’orticello delle opinioni indigene (favorevoli o contrarie).

   In buona sostanza, i recenti studi sull'argomento hanno smarrito la cifra culturale che aveva caratterizzato i primi studi sul meridione, soffermandosi su eventi tragici, atti ad esaltare lo stupore e l'indignazione a senso unico, con l'unico fine di sovvertire l'ordine costituito. Occorre quindi parlare del Risorgimento in un modo nuovo, avulso tanto dalla retorica patriottica, quanto dal negazionismo storiografico.

Antonio Lucarelli, esimio studioso del Brigantaggio e della "Questione meridionale", stimato da Croce, Salvemini e Gramsci, scrisse in un suo saggio:
“Si sono confrontate due illusioni: si illudevano i proprietari del mezzogiorno che, dalla libertà dei traffici, si ripromettevano facili ricchezze, inaspettate fortune. Si illudevano le classi artigiane, che speravano maggiori proventi alla domestica bottega. Si illudevano i proprietari campestri, che vedevano in Garibaldi l'eroico  figlio del popolo vendicatore delle iniquità sociali e redentore degli oppressi.
Ma si illudevano, dall'altra parte, anche i piemontesi, i liguri,  i lombardi che avevano sognato di acquistare una terra miracolosa,  depositaria di inesauste dovizie.
Il Mezzogiorno era definito da De Pretis: “singolarmente ricco”  da Minghetti: “il paese più bello e più fertile”,  da Quintino Sella  “eccezionalmente cospicuo”,  e queste opinioni erano avvalorate dai meridionali. “Troppo favorito dalla natura” - aveva detto Ruggero Bonghi. Il Mezzogiorno era per Petruccelli della Gattina, esule in Piemonte, “una  terra in cui Iddio esaurì la sua opulenza di Creazione”.
E invece non fu così. Dovettero ricredersi - da una parte - quelli del nord: non avevano trovato la California, ma un paese derelitto e ancora feudale, percorso da turpe d’accattoni, infestato dal paludismo e dalla malaria (sono le descrizioni del dopo), senza commercio, senza industrie, senza scuole, privo di ferrovie e strade carreggiabili, popolato da un'aristocrazia bigotta e fannullona, da una falange di esosi terrieri e da una pletora di causidici o legulei (così la vedono dopo), più d’analfabeti.
Dall’altra parte, si dovettero ricredere gli ambienti del Sud, quando si videro rovesciare sulle terga una valanga di nuovi  o rincruditi balzelli: tassa di ricchezza mobile, di successione, di registro e bollo, di imposta sui fabbricati. Fra i sistemi più vessatori di percezione fiscale.
Mutarono opinione le classi artigiane e contadine, quando vennero a dibattersi fra l’enorme rincaro della vita  e la mancanza di lavoro. Non videro effettuata la ripartizione del demanio (che pure Garibaldi aveva promesso ripetutamente).
Al malumore cagionato dalle fallite  speranze si aggiunsero: i gravi errori dei nuovi dirigenti, il congedo dei soldati borbonici, la disillusione delle truppe garibaldine, l’inconsulto richiamo degli sbandati, l’evacuazione dei monasteri e, alla fine,  la discesa di un fitto stuolo di burocrati piemontesi che disseminarono per ogni dove rancori e ostilità”.
Era questa la situazione del Mezzogiorno che, nel 1945,  Antonio Lucarelli descriveva.
Venti anni dopo, sulle pagine del Veltro, Manlio Rossi Doria  sintetizzava così le punte più alte del dibattito in corso:
“E’ un dibattito che si è svolto dalla cura di libertà e di filo di ferro di Cavour all’impotenza trasformista di fine secolo, dalla liberistica bandiera del nulla di Fortunato, a toccasana della rivoluzione meridionale, attraverso il suffragio universale (Salvemini), l’autonomia regionale (Sturzo), la rottura del blocco agrario (D’Orso), l’alleanza degli operai e dei contadini (Gramsci), dalla negazione della questione nei decenni fascisti, alla sua vigorosa, generale, ininterrotta affermazione, come problema essenziale della società italiana dal ‘44 a oggi”.
   Ieri, come oggi, a distanza di 150 anni dalla creazione dello Stato unitario,  nonostante le sue variegate modificazioni economiche, il divario fra Nord e Sud resta inscritto nell’orizzonte storico della nostra società: nei suoi equilibri socio-economici, nella pericolante etica pubblica,  nelle pieghe profonde della corruzione, non meno che nell’ordine democratico. Una situazione intollerabile che non  può più attendere ad essere rimossa, pena l’accelerazione della decomposizione della nazione e della perdita irreversibile nostra identità nazionale. Per questo occorre chiamarsi fuori da ogni settarismo, tenendo ben presente che l'Unità d'Italia non poteva essere fatta diversamente, soprattutto in considerazione della particolare congiuntura storica e, soprattutto, del fatto importantissimo che una divisione, nell'attuale congiuntura, porterebbe guasti maggiori, anche per la parte più ricca del paese. Quindi mi soffermerò su alcuni eventi precisi, tralasciando il resto, per ovvie ragioni di ordine pratico.


La situazione Socio-economica nel Regno delle due Sicilie.

   Nella metà del ‘700 circa, Carlo di Borbone istituisce, principalmente per motivi fiscali, la creazione di uno strumento conoscitivo di rilevazione generale del territorio: il Catasto Onciario. Era uno strumento fondamentale, anche con gli evidenti limiti e i dati assai grossolani  che la statistica dell’epoca poteva consentire.   Il fatto sconvolgente che emerge, circa la vita socio-economica del Mezzogiorno, è uno stato disastroso, in cui a farla da padrone era l’economia feudale! In altre parole, la feudalità nel Mezzogiorno dagli inizi del '600 fino alla metà del '700 si era praticamente raddoppiata! Per dirla in breve e, per sgombrare il cielo dalle nuvole, occorre porsi la seguente domanda: di che cosa viveva questa feudalità meridionale?
Qualcuno sarebbe tentato di rispondere dicendo che sarebbe vissuta di rapina sulle terre a danno dei contadini meridionali. Sbagliato. Nel Meridione borbonico non era tanto l'industria a essere deficitaria ma era l'agricoltura ad esseere terribilmente carente!  L'economia meridionale era di una povertà spaventosa. Era la cosiddetta "terra senza uomini" di cui troviamo ampie tracce negli scritti dei grandi illuministi napoletani. Gli stessi che vengono in altre occasioni citati dai neoborbonici, ma che, curiosamente,  in questo frangente, vengono reputati irrilevanti e messi da parte.
La demografia meridionale, secondo un noto storico meridionale, era assai penalizzata in termini di mancata crescita. Non era in sintonia cioè con quanto accadeva nel resto dell'Europa nello stesso periodo. In particolare, la vera rendita non era legata allo sfruttamento della manodopera nelle campagne meridionali, ma alla giurisdizione feudale. E fu proprio attraverso quello strumento che i Borbone gabbavano e, soprattutto, colpivano la vita civile di queste popolazioni estremamente arretrate. Altrimenti non si capisce perché in tanti centri abitati nel '700 vi era un'alta percentuale di scontenti e una forte sensibilità anti-feudale che emerse con forza nelle popolazioni meridionali.  Inoltre, non comprendiamo perché nel 1765, si verificò una crisi disastrosa che portò sull'orlo della fame gran parte della popolazione meridionale. Allora, se il Regno di Napoli era - come ripetono costantemente i neoborbonici - più sviluppato e più ricco rispetto al resto d'Italia, come si spiega tutto ciò?  Mistero.

Giuseppe Maria Galanti
Nel 1792, un tal Giuseppe Maria Galanti, venne mandato dal Re di Napoli, con la qualifica di visitatore del regno, per "censire" le Calabrie, poichè il Re non sapeva nemmeno cosa vi fosse di preciso in quelle terre! E tale ignoranza rimase ancora tale per parecchio tempo, tanto che Gioacchino Murat, nella famosa statistica Murattiana, tentò con più successo di saperlo.  Ed ancora: non si comprende come mai nel 1817-18, dopo le vicende napoleoniche, si registrò un forte aumento del brigantaggio nel Mezzogiorno... e a reprimerlo furono i Borbone! All'uopo vi è una mole enorme di documenti messi assieme da Giustino Fortunato che vanno tutti in questo medesimo senso.  E, a proposito del Brigantaggio, occorre dire - senza tema di smentita - che questo fenomeno non si registrò solo dopo l'avvenuta unità d'Italia... esso, in vero, è un fenomeno assai più antico. Recentemente, infatti, si sta studiando il fenomeno del Brigantaggio che si sviluppò nel Sud, allorquando nel 1527 scesero nel Mezzogiorno i francesi, passando attraverso gli Abruzzi fino alle Puglie e poi risalirono cercando di conquistare Napoli. La conquista di Napoli, però, non ebbe esito positivo, poiché Andrea Doria con la sua flotta fece il salto della quaglia e passò dalla parte francese a quella spagnola (di Carlo V); e in quel preciso momento si decisero le sorti del regno. Subito dopo, per sette lunghi anni, vi fu un grande Brigantaggio nel Mezzogiorno; e, con strumenti assolutamente simili a quelli rappresentati nel libro di Aprile, furono le truppe spagnole coadiuvate da quelle napoletane, a sedare la rivolta popolare.
I neo borbonici, inoltre,  sono soliti tratteggiare il Brigantaggio come un fenomeno sempre positivo. E' falso! Bisognerebbe chiederlo a quelle comunità contadine che furono taglieggiate dai briganti! Questi contadini chiesero con insistenza l'intervento delle forze dell'ordine, alle quali furono denunciati persino dei casi di cannibalismo! Vi fu infatti un brigantaggio rapinatore  e criminale, che annoverava  tra le proprie fila delinquenti comuni e assassini di infimo ordine, dediti alla rapina e al facile delitto.  Il Tavoliere delle Puglie  è rimasto tristemente noto negli annali della storia sia per la presenza costante di tali fuori legge sia per il  numero elevato delle aggressioni perpetrate a carico di inermi viaggiatori. In massima parte queste rapine venivano effettuate in quel famigerato tratto rimasto noto come il Vallo di Bovino.  Difatti, lungo il tratto di strada che da Benevento portava a Foggia, gruppi di banditi prendevano di mira soprattutto commercianti; questi ultimi, sovente, prima di partire facevano addirittura testamento. Mi chiedo solamente come sia possibile pensare, anche per un solo momento, di voler preferire questi ultimi alla classe risorgimentale! Pur con tutti i difetti che hanno avuto
Infine, un'altra chicca circa il valore "immenso" della ricchezza dell'Antico regno. All'uopo mi permetto, non avendone titolo, di rimandare, chi ne sentisse la necessità per un'eventuale verifica, allo studio Mancur Olson, Ascesa e declino delle nazioni, che poi è la premessa allo studio della cosiddetta "stagflazione" (sistemi rigidi e sistemi elastici).   Questo studio dovrebbe - a mio modesto parere - almeno a livello da un punto di vista macrosistematico, storico e libero dalle interpretazioni endogene, riportare l'ago della bilancia al centro e ricondurci ad un margine accettabile di verità. Si tratta, in effetti, di riconsiderare i problemi strutturali del regno di Napoli risalenti dal 1700 e ivi riportati, fino al 1860, insoluti; e che, quindi, la cosiddetta ricchezza monetaria, più volte viene richiamata pappagallescamente in maniera impropria, si deve al fatto che mai si è valutato seriamente il tasso di cambio della circolazione della moneta.


Il regno delle Due Sicilie e il contesto internazionale.

Salvatore Fergola: l'inaugurazione della prima ferrovia Napoli-Portici
Il Regno di Napoli non era una sorta di paradiso terrestre dove fosse piacevole vivere; e ciò valeva, evidentemente, non solo per la parte più umile e meno progredita del Paese, che era pressoché analfabeta ma, tutto sommato,  anche per quella più colta ed agiata. L'impianto della classe dirigente del Regno delle Due Sicilie, a cominciare dal Re per finire ad suo ultimo intendente in Terra d'Otranto, era di infimo ordine; e ciò non perché mancasse il materiale umano. Tutt'altro. Questo triste stato di cose  lo dobbiamo principalmente, ma non esclusivamente, ai Borbone. Infatti questa feroce dinastia decapitò - per ben due volte - la parte migliore della sua classe dirigente, ritirando - dopo averla data - per tre volte la Costituzione, dimostrando in tal modo uno scarso senso dell'onore. Quindi, sul piano della credibilità internazionale, questo paese lasciava molto a desiderare… e, soprattutto c’era poco da fidarsi del suo Re.
Delle tante primavere napoletane che sono sbocciate e subito sfiorite occorre annoverare in primis la Repubblica Napoletana del 1799,  in cui si era spesa la migliore gioventù della classe dirigente meridionale, fra cui il fasanese Ignazio  Ciaia, presidente del Governo rivoluzionario di Napoli, Mario Pagano, e tantissimi altri che trovarono la morte in Piazza Mercato a Napoli, mediante il taglio della testa.  La cosa che più fa specie e orrore in questa triste vicenda non è tanto la punizione esemplare mediante decapitazione, ma la perfida malvagità borbonica che, non soddisfatta di tale esecuzione, perseguitò anche i familiari e tutti coloro che avevano avuto un qualunque contatto con i condannati, proprio al fine di cancellare ogni traccia del tradimento, con tutti i segni d’innovazione e di rottura che aveva portato.

Chiunque si fosse "abbeverato" alla fonte neoborbonica avrà sicuramente letto - a proposito dell'unità d'Italia - di una rivoluzione di élite portata a termine contro la "volontà popolare". Avrà sicuramente letto di stragi perpetrate contro le popolazioni meridionali inermi, da parte dei soldati piemontesi, rei di ogni tipo di nefandezza, senza un corrispettivo di crudeltà portate a compimento dalla parte avversa.
Secondo i neo borbonici, dunque, il popolo non avrebbe affatto partecipato alla rivoluzione contro la dinastia dei Borbone; e, quando lo ha fatto, avrebbe agito solo perché traviata da falsi e squallidi personaggi. Questo naturalmente è falso. Dall'apertura degli archivi di Stato torinesi si evince il contrario. Ma occorre fare un'oggettiva premessa che sgombri il "cielo dalle nuvole".   
All'epoca esisteva un tasso di analfabetismo altissimo, in specie al sud,  ragion per cui è vero che, in massima parte, il popolo non sia stato parte attiva nella rivoluzione e che, per converso, preferisse prendere le parti del "padrone", piuttosto che prendere le parti di intellettuali benestanti,  pur se mossi dalle migliori intenzioni. Ma è un dato di fatto che i braccianti servivano il "padrone",  il feudatario, cioè colui che sfamava le loro famiglie. Così avvenne pure quando moltissimi feudatari coi loro uomini seguirono il cardinal Ruffo nella risalita della penisola. E Ruffo, che era persona estremamente intelligente, adottò una politica rivoluzionaria per ottenere l'adesione dei "feudatari" che in ventimila risalirono la penisola fino a Napoli.  Purtuttavia esistono degli episodi precisi che bilanciano i fatti.

     Andiamo ai fatti. Su tutti i libri di storia  troviamo scritto che i primi moti risorgimentali di ribellione allo status quo, furono del 1820-21. Invece, il primo moto devesi registrare nella Fiera del Savuto, in Calabria, nel 1813, non in Lombardia o in  Piemonte, dunque. Un personaggio leggendario fu il Capobianco, che venne addirittura portato a Cosenza in maniera oltraggiosa, e cioè rivolto verso il deretano del cavallo e, infine, giustiziato. A Cosenza fu imposto dalle autorità di tenere la luce accesa ai cittadini  che e invece si rifiutarono e pertanto chiusero le serrande. Questo per significare che non è affatto vero che la popolazione fu sempre filoborbonica.


La seconda volta nel 1848.

Ancora una volta, la corona viene meno alla parola data: la costituzione prima concessa, viene poi ritirata. E qui ancora una serie di processi terribili (da Settembrini a Poerio). Anche loro puniti severamente, in modo “esemplare”.

Il 1848
  "Il popolo minuto fa il suo ingresso nella storia, non più come forza aggregata ad altre che lo dirigono  per farlo servire ai propri fini,  (come nella Rivoluzione francese) ma con un suo programma, una sua coscienza sociale, una sua propria esasperazione di fronte al passato".  Ettore Rota


    I fatti cruciali del '48 sono stati costituiti da una serie di agitazioni iniziate nel Gennaio di quell'anno in Sicilia e poi spostatesi nella capitale. A Napoli i rivoltosi chiesero al Re lo Statuto, come tra l'altro accadde in Sicilia, epperò i napoletani chiesero anche di "riappacificarsi coi siciliani". Tutto questo andava palesemente contro la politica borbonica del tempo, che non voleva una Sicilia Indipendente (alla faccia degli autonomisti siciliani) ma chiaramente assoggettata al potere borbonico. Fino a quando il sovrano fu costretto - suo malgrado - a concedere lo statuto.  Indi, vennero indette le elezioni politiche. Alcuni storici hanno dichiarato che non ci fu calabrese esagitato che non fosse eletto al parlamento napoletano, tanto che "calabrese" era allora sinonimo di "testa calda". E qui accade un fatto emblematico: un vero e proprio colpo di stato. Il re stabilì una data per l'inaugurazione del parlamento, epperò il parlamento venne subito chiuso. Il motivo deve ricercarsi in alcuni disordini sorti in città: perché c'era stata una delegazione dei deputati che si stava recando dal sovrano e partirono dei colpi di fucile, furono uccisi dei soldati, ecc. Probabilmente, ciò faceva parte della tattica borbonica mirante a trovare un utile pretesto per togliere la costituzione e imporre la volontà assoluta del sovrano.

C'è, a tal proposito, una testimonianza diretta di Settembrini il 14 maggio del '48.
"Giungo al largo della "Carità" e vedo una barricata nei  pressi del palazzo del Nunzio e giù di lontano ne vedo un'altra e mi dissero che ce erano altre... una a santa Brigida  e un' altra  fortissima San Ferdinando, c'era molta gente e tutti armati, e chi in divisa da Guardia nazionale, e chi in nero abito e cappello calabrese,  facce sconvolte, diverse favelle estranee. Luigi Settembrini

Quindi, questi calabresi che sono stati eletti, sono presenti  il 14 maggio 1848.

In seguito a questo, ci fu un vero e proprio massacro. Il “best seller” di Pino Aprile è “infarcito” di rappresaglie e massacri e, a questo proposito, cito:
   "Nel bel mezzo del secolo decimonono, in una fiorente e civilissima città italiana, furono commessi orrori neroniani, nefande scelleratezze e l'Europa, rappresentata dalle sue flottiglie, contemplò il sanguinoso spettacolo, impassibile, a ciglio asciutto: stupri,  saccheggi,  fucilazioni,  fanciulli e vecchi sgozzati, donne  trucidate, e tutto quanto può farsi a dispetto dell'umanità in una città presa d'assedio, dopo accanita resistenza.  Tutto sperimentò Napoli infelicissima". 
Giuseppe Massari, I casi di Napoli,  Torino 1849.

Accadde che i deputati calabresi invitarono gli altri eletti a darsi convegno a Cosenza, per cui Cosenza divenne sede del governo rivoluzionario provvisorio. Ciò si rende necessario poichè se dobbiamo riscoprire un passato nascosto, che è stato occcultato per vari motivi, è necessario far venir fuori tutto, anche gli eventi poco pubblicizzati.  Bisogna dire che, già a marzo, si registrarono le prime rivolte. Rivolte ingenerate da uno stringente bisogno di cambiare l'economia... il che non era possibile attraverso formalismi di ordine giuridico, ma con un rivolgimento totale della economia feudale sin allora praticata.
Il movimento calabrese, difatti, non era rivolto unicamente all'Unità d'Italia. Questo fu un moto contadino, proteso alla riconquista delle terre, strappate ai latifondisti. Costoro occupavano le terre demaniali, fregiandosi del Tricolore! Questo governo provvisorio fu l'avamposto del risorgimento che resistette ai Borbone. Costoro chiesero pure aiuto ai siciliani, i quali mandarono dei rinforzi, guidati da Ribotti.  Quest'ultimo scrisse.  
"Splendida fu l'accoglienza. Lumi ed arazzi alle finestre,  dappertutto fiori e ghirlande di lauro, guardie nazionali in doppia fila lungo le vie, musica, suon di campane.  E veramente in quei giorni Cosenza dava  un insolito e commovente spettacolo. Di tratto in tratto con tamburi e trombe, stendardi giungevano da diversi coorti di volontari. Preti e monaci, fregiati di sciarpe tricolori,  militavano  in quelle file riaccendevano lo spirito marziale cingendo la rivoluzione di un'aureola religiosa. Molti deputati, i migliori e più ricchi gentiluomini della provincia, i magistrati, i sindaci, con la carabina sugli omeri e la giberna a bandoliera, marciavano a fianco del servo e del proletariato".

Da Napoli, i Borbone mandaronono delle truppe che non riuscirono a sbarcare a Paola, perché affluirono da tutta la provincia cosentina "armati", per cui le truppe borboniche furono costrette a fare dietro-front e a sbarcare a Sapri. Da qui prenderanno la via di campo tenesi fino a destinazione. Naturalmente questi rivoltosi non disponevano di un vero è proprio esercito. Si trattava, per lo più, di truppe raccogliticce, fra cui figuravano persino donne armate di roncole e falci, per cercare di contrastare un esercito regolare. E difatti la rivoluzione finì dopo 35 giorni.  Ora, se ci fosse stato ciò che i neo-borbonici descrivono, chi avrebbe mosso quei contadini, che tutto avevano da perdere in una guerra già persa?



Sulla sconfitta il poeta Vincenzo Padula scrisse:

"Deh, mi si nasconda degli occhi un velo,
l'antica gloria del nostro  cielo,
in un sol giorno smonta e s'oscura,
il nostro nome vile si rese,
non mi chiamate più calabrese".

La cosa interessante è la presenza attiva di preti e monaci, che rappresentavano non l'alto clero, che aveva fatto sempre combine con il potere costituito, ma di persone legate al popolo minuto. Costoro sono da collocare in una dimensione atipica. Di uno di questi preti, dagli archivi penali del tempo, si legge:
"Dismessi gli abiti pretili, e indossati quelli di brigante, va a capopopolo e marcia  con dei contadini che   erano del suo paese di provenienza  verso Campo tenesi".
 
Si trattava di un prete Brigante, dunque. Costui, tale Padre Luigi di Albidona, venne arrestato da un certo Cap. Parmigiani, comandante della guardia borbonica locale. Dal verbale di arresto, eseguito il 10 Luglio del 1849, dalla guardia di Pubblica sicurezza di Torano, si legge che il frate si trovava: 

"In casa di una sua druda, nominata Rosina Napoli, moglie di Giuseppe Malizia, con la quale vi ha tresca illecita, e vi convive da molto tempo con grave scandalo di questo pubblico; in quella, esso fu rinvenuto dagli individui che mandai a ricercarlo, spogliato dei suoi abiti e giacente nel letto della druda, sicchè, questi, fattolo vestire e, con la possibile decenza, lo condussero a me. Io lo feci custodire e ora lo spedisco, accompagnato da un verbale, che contesta di essere stato rinvenuto giacente nel letto della prostituta."
Questo dimostra il carattere assolutamente non locale della questione. Queste insurrezioni erano legate al movimento europeo rivoluzionario, e nel momento della rivolta, per creare un nuovo sistema economico rivoluzionario, fecero combutta con il loro ceto di provenienza.
I rapporti di questo sacerdote con il circolo rivoluzionario di Cerzeto furono molto fattivi. Questo potrebbe apparire come un caso isolato. Non è così. Si potrebbero citare tantissimi casi di sacerdoti e prelati condannati.  Si è citata la città di Cosenza. Ma altrettanto si potrebbe dire di Reggio, Soveria Mannelli, Luzzi, dove vi fu un tal Gatti che, con un bastone, fece a pezzi la statua del Re. In effetti, in Calabria vi fu un'ampia adesione al programma risorgimentale. A questo proposito vale ricordare l'apporto importante della comunità italo-albanese.  Questi ultimi furono in prima fila a Paola per impedire lo sbarco delle truppe borboniche. Insomma la partecipazione popolare fu ampia ed attiva e non limitata ai ceti borghesi.



 La mancanza di una classe dirigente.

   Lo Stato Borbonico aveva abdicato alla sua funzione istituzionale, nel senso che aveva ceduto il controllo della cultura alle organizzazioni ecclesiastiche, che avevano assunto la funzione di scuola pubblica, con tutto quello che ne consegue. La mancanza di regole era una prassi consolidata, tanto che persino personaggi legati alla corona e meritevoli di riconoscimenti ne fecero le spese. Uno di questi fu Beneventano del Bosco che non fu promosso per i suoi servigi resi alla dinastia borbonica.
E qui vale la pena di aprire una parentesi.
Il clero nel sud  - a differenza di quello al nord - non ha dato una mano alla crescita di forze autonome affinché formassero una nuova classe dirigente. Il clero meridionale era formato principalmente da due tipi: 

  1. il primo era quello legato alle parrocchie (che erano poche);
  2. il secondo era quello della chiesa ricettizia; cioè quella parte della chiesa che era "autonoma" ed  indipendente rispetto al controllo dei vescovi.
Su questi si abbatteranno - come  una scure - le leggi eversive sulla proprietà ecclesiastica. I beni saranno venduti (per “far cassa”) agli  amministratori del clero, attraverso lunghissime dilazioni (18 anni).  E ciò si rivelò un pessimo affare. In tal modo, dunque, la proprietà fu praticamente regalata agli ex amministratori dei capitoli ecclesiastici che la acquistarono a “SPEZZATINO”. E si creò una classe dirigente creata con l’inganno e con la truffa. Ma costoro avevano poco o niente a  che spartire con i liberali della prima ora, con la loro passione ideale che diedero il sangue per la madrepatria. Dire dunque che questo fu un buon esempio di amministrazione e di competenza della classe dirigente borbonica, non mi pare proprio.  E di qui tutta una serie di fraintendimenti e di equivoci, di lucciole scambiate per lanterne dai soliti neoborbonici.

La cultura nel Regno di Napoli.

   Che cosa significa per i patrioti napoletani volere la Repubblica? Perché le idee che vennero portate avanti dal Filangieri, dal Caracciolo ecc. sono idee della cultura europea. A tal proposito il Croce non ha dubbi.  Queste idee: la repubblica, la uguaglianza dei diritti politici, il fatto che il privilegio nobiliare non ha più ragione di esistere, ecc. sono tutte state veicolate per mezzo della Massoneria, attraverso le numerose logge massoniche.
  Spesso si è dibattuto su questo e, all’uopo, vale la pena di fare un poco di storia, rimettendo le cose al giusto posto. Dobbiamo alla Massoneria se al sud arrivarono quegli ideali di modernità e di libertà, di uguaglianza che poi furono messi alle fondamenta dello Stato moderno. Che cosa significa per i patrioti napoletani lottare per la Repubblica? Quale significato assumono le parole di Benedetto Croce, quando, in maniera chiara, instaura un legame diretto tra la diffusione della Massoneria nel Napoletano del '700 e l'esperimento rivoluzionario del 1794 e successivamente della Repubblica Partenopea? Perché la Repubblica Partenopea rappresenta un momento importante, di ingresso del nostro mezzogiorno nella cultura europea? Il fenomeno della Repubblica Partenopea non interessa solo la città di Napoli. Ci sono, ad esempio, tutta una serie di municipalità della Calabria (ma non solo) che immediatamente si schierano a fianco della repubblica Partenopea, dove riescono meglio a veicolarsi tutta una serie di sforzi  per legare l'avvento della Repubblica (il dato politico) a tutta una serie di elementi. Il dato fondamentale si gioca sull'eversione della feudalità e della riforma agraria. E qui, ovviamente, ci sono delle profonde contraddizioni. Coloro i quali ritennero dovessero essere abolite solamente i diritti feudali personali: le corvée, le banalità, le prestazioni gratuite di manodopera, e coloro che invece ritenevano fondamentale anche l'abolizione delle grandi proprietà terriere di origine feudale; e che queste ultime dovessero essere restituite alla collettività. Ci fu un dibattito lacerante. Quando alla fine si voterà la legge sulla feudalità, quest'ultima doveva assumere un carattere progressivo, ma sarà troppo tardi. Nel frattempo, vi era stata una inversione di tendenza in Puglia e in Calabria e aveva preso quota la iniziativa del Cardinale Ruffo. Questi elementi di chiaro-scuro, non ci devono però far perdere di vista la sostanza delle cose.
Qui vale citare un esempio che taglia la testa al toro e che è stato foriero di polemiche interminabili.  Al momento del crollo del  Regno delle Due Sicilie tutta la marina Borbonica fece armi e bagagli e passò col vincitore. Perché? Furono tutti una masnada di traditori o c'era qualcos'altro che dobbiamo sapere.
I soliti "neoborbonici", a corto di argomenti, tirano fuori la leggenda dell' "oro Piemontese" oppure dell' "oro massonico"... La risposta invece è estremamente semplice. Chi erano i quadri dirigenti della marina borbonica? Erano tutti avidi di potere e di denaro? Non credo proprio. Erano persone che si erano formate all'estero: in Francia, in Olanda e, soprattutto, in Inghilterra. Lì avevano appreso quelle idee di libertà, di costituzionalismo, di democrazia ecc. Avevano capito, insomma, che in Europa c'era un altro mondo, ragion per cui allo sbarco dei Garibaldini a Marsala nell'armata borbonica di sua maestà Ferdinando II si registra un paradosso: la bassa ciurma esprime forme di lealismo monarchico verso il proprio sovrano, mentre l'intellighenzia, gli ufficiali, si rendono perfettamente conto che i Borboni sono  la reazione, il privilegio, un passato che si deve superare; si rendono conto, cioè,  che l'ingresso in Europa del Mezzogiorno passava attraverso l'Unità d'Italia. Non v'era altro mezzo.  Ma di errori ne furono commessi anche dopo.


Carboneria e Massoneria 
Nel 1927, Alessandro Luzio, dopo la messa al bando della Massoneria, credette di fare una "grandissima scoperta":  divise la "carboneria"  dalla Massoneria, dimostrando così una approssimativa conoscenza della Storia e una scarsa conoscenza dell'istituzione massonica, per cui si è detto che i Martiri di Gerace non erano massoni bensì carbonari; e, siccome il risorgimento meridionale l'aveva fatto la carboneria, voleva dimostrare che la Massoneria non aveva preso parte alla realizzazione dell'Unità d'Italia. Ora, anche un apprendista massone sa che il rituale carbonaro è qualcosa di estremamente affine al rituale massonico. Cos'è il processo di "carbonizzazione" che da il nome alla setta, se non una rivisitazione di quel processo di purificazione interiore che è perennemente presente nei rituali massonici? E che cosa significa il fatto che coloro i quali fossero in possesso dei gradi massonici erano esonerati dalle prove iniziatiche che dovevano superare gli affiliati alla Carboneria? Insomma qui si è dimostrata la più crassa ignoranza sia in fatto di storia sia in fatto di istituzioni iniziatiche.  Certo, la carboneria ha una ritualità diversa, ma si alimenta dei medesimi ideali massonici. Qui non si tratta di stabilire se la carboneria fosse il braccio operativo della massoneria. La carboneria è una realtà tipica di quell'espressione politica - con molti tratti in comune con le altre grandi sette europee - e mutua la sua ispirazione ideale dalla Massoneria. I martini di Gerace si inseriscono a pieno nel processo risorgimentale che è alimentato dalla carboneria nel Mezzogiorno d'Italia. In questo sta l'attualità profonda della Carboneria... Si tratta di due realtà distinte ma  intimamente interconnesse.

La massoneria nel regno di Napoli
    
Nel 1728, la Gran Loggia d’Inghilterra stila un “warrant” per costituire una Loggia Massonica nella Città di Napoli, capitale del Regno delle due Sicilie. A capo di tale Loggia viene designato un musicista, tale Geminiani, più noto all’estero che in patria, accompagnato da un certo Olivares, di professione commerciante. La presenza di quest’ultimo la dice lunga sul carattere della Loggia. Infatti nei primi anni del ‘700 era in corso una lotta, senza esclusione di colpi, fra le varie potenze straniere, per aggiudicarsi il controllo del Mar Mediterraneo. Se noi analizziamo le prime logge formatesi nell’Antico Regno, possiamo facilmente constatare che vi erano anzitutto Logge di dipendenza inglese, olandese, e francese. Solo in un secondo momento  cominciarono a costituirsi anche logge di dipendenza austriaca. Per questo preciso motivo vi furono massoni di obbedienza inglese, francese, olandese, austriaca e poi anche “Nazionale”. Nel 1764 vi fu la prima ribellione verso la dipendenza inglese (che era poi quella egemone). A questo ultimo gruppo occorre annoverare i fratelli appartenenti alle cosiddette logge “Nazionali,” ossia a quelle Logge -  originariamente filo-inglesi - in seguito si allontanarono e costituirono le “Logge nazionali”, assumendo una propria autonomia decisionale, una propria sovranità. Con la venuta a Napoli di Maria Carolina queste Logge di dipendenza “nazionale” divennero filo-borboniche, filocattoliche, e tradizionaliste. E sono quelle che poi contrasteranno – insieme ai servizi segreti del Re – la massoneria e le società segrete costituite successivamente dai rivoluzionari; il che dimostra, senza tema di smentita, che la Massoneria non è stata al servizio di nessuno!

      

La repubblica napoletana, ad esempio, rappresenta una vera e propria amalgama dei vari componenti, in cui molti si schierarono a favore dei rivoluzionari e altri contro. In altre parole vi furono fratelli che erano schierati sia dall'una che dall'altra parte. Il contributo della Massoneria, in definitiva,  alla cultura dei cosiddetti "LUMI napoletani" fu imprescindibile ed riveste un ruolo di primaria importanza nella formazione della classe intellettuale dell'antico Regno. Ma l'influenza della Massoneria non era limitata alla sola città di Napoli. In Calabria, ad esempio, durante il '700, vi erano circa 12 logge e queste costituirono il primo nucleo della futura repubblica napoletana (Salvi, Bisceglia ecc).


Antonio Jerogades
Antonio Jerogades da Parghelia, il quale da Napoli, a piedi, zoppo, si recò in Calabria per ricostruire, a  una a una,  le logge calabresi, distrutte dai Borbone. Che gesti eroici come il sacrificio dei fratelli Bandiera nel vallone di Rovito presso Cosenza, siano stati simbolo di quanto abbiano inciso gli ideali massonici, è fuor di dubbio.  Del resto, i fratelli bandiera non erano solo fratelli di sangue, ma anche fratelli della libera muratoria…











La situazione internazionale.

     Il regno delle due Sicilie era isolato dal proscenio internazionale e questo fu un fattore di estrema debolezza per lo stato borbonico. Dalla Gran Bretagna, in quegli anni, venne deciso - quello che oggi noi chiamiamo - un “regime changing”, per quanto concerneva la penisola italiana. In altre parole, occorreva sottrarre il Regno delle due Sicilie dall’influsso austroungarico e immetterlo nella sfera d’influenza Anglo-francese.
Lord Palmerston
Con l’avvento di Lord Palmerston al governo di Sua Maestà Britannica e al Foreign Office tale progetto poté andare in porto. Lord Palmerston, come del resto larga parte dell’opinione pubblica britannica, era convinto della superiorità del sistema politico liberale inglese e della necessità di “esportarlo”. Nel 1847, quando iniziò il processo unitario italiano gli investimenti inglesi in Europa si triplicarono rispetto al decennio precedente. E da Londra si pensava che i governi a struttura politica liberale fossero più interessanti per l'esportazione di capitali e agli interessi commerciali inglesi. Gli inglesi, all'epoca, investivano prevalentemente nelle ferrovie e nei trasporti. Lord Parlmeston nutriva una sincera avversione per il cosiddetto "Ancien Regime", anche perché i regimi autoritari erano preclusi agli investimenti britannici.  Il grande capitale aveva come centro principale Londra, non l'antico Regno dei Borbone.  Inoltre, Francesco II aveva inopinatamente revocato le concessioni per lo sfruttamento delle solfare siciliane agli inglesi. Sfruttamento che fu concesso agli inglesi per ripagarli dell’aiuto indispensabile che avevano fornito al Cardinale Ruffo per riconquistare Napoli e restituirla ai Borbone. Quindi, anche qui, due pesi e due misure: infedeltà ed ingratitudine.
Lo zolfo assumeva un'importanza fondamentale per l'Inghilterra, in quanto era utilizzato per preparare le munizioni e gli armamenti. In seguito a ciò si verificò una vertenza internazionale e solo grazie ad un arbitrato nel 1840 le solfare vennero riconsegnate agli inglesi. Ma ciò non bastò per fermare la guerra: ormai l'antico regno era entrato nella "black list". Infatti, alle pressioni di carattere economico bisogna aggiungere il più grande isolamento internazionale.


William GladStone
L'occasione venne servita su un piatto d'argento dal Processo Settembrini, laddove gli inglesi inviarono Henry William Gardiner Wreford, un corrispondete del Times, a seguire il processo. E fu proprio costui a visitare le carceri borboniche, non Gladstone; ma ciò, evidentemente, non cambia la sostanza delle cose. Inoltre i Borboni avevano arrestato l'Avv. La Caita che era il cicerone di GladStone, la qual cosa suscitò l'ira di quest'ultimo. Il Regno delle Due Sicilie era ormai spacciato. Nel 1856, mentre al congresso di Parigi Cavour  stava difendendo le case italiane, e stava accusando uno stato sovrano, il regno di Napoli venne condannato in absentia. Non c'era altra strada, all'epoca, se non quella che fu intrapresa dai Savoia, che era l'unico paese in cui non solo la costituzione non fu abrogata e i diritti parlamentari mantenuti, ma che godeva di una acclarata autorevolezza in campo internazionale. Una sola condizione imposero gli inglesi: che si facessero le elezioni.  Tutte le nuove conquiste furono sottoposte a suffragio universale affinché l'unità fosse riconosciuta a livello internazionale.


Conclusioni
    Allora come oggi la questione meridionale riguarda l'esasperato esercizio di distinguersi su tutto, di scomporre anche le scelte politiche basilari. Di qui discende - più forte che mai - la domanda di unità nazionale, che non è affatto meccanica, ma  sociale e nazionale. Il dibattito sul federalismo, sui rapporti fra centro e periferia, sul decentramento fiscale, non devono farci dimenticare che l'unione è fondamentale per acquisire forza ed autorevolezza nel mondo. Si tratta, inoltre, di riflettere sul significato delle comunità meridionali, sul reale apporto che esse hanno dato in termini di produzione, senza invocare pretesti o misere scuse. Si richiede una sorta di protagonismo positivo, in grado di superare rivalità e inutili polemiche. Dualismi  e divari si superano solo attraverso scelte responsabili e consapevoli, avulse dai facili proclami e dalle semplicistiche ricette. Il mezzogiorno si è appoggiato per troppo tempo su di una spesa ed un indebitamento pubblico rilevanti; il che, paradossalmente, non ha generato sviluppo vero. Certamente, in questo senso, il federalismo potrebbe essere un'ottima opportunità  per responsabilizzare una classe dirigente che, per troppo tempo, ha usato poco e male le risorse messe a disposizione. Ma anche per responsabilizzare i cittadini. In tal modo infatti tutti avranno la possibilità  di avere un "metro" a disposizione,  un modo diretto e trasparente per giudicare una determinata classe politica. La raccolta fiscale sarà così più accettabile e, ove non lo fosse,  tutti potranno mandare a casa chi non ha saputo gestire bene la cosa pubblica. Il modello federale insomma rappresenta uno strumento serio tanto per i cittadini, quanto per gli amministratori. Ma l'attuazione del federalismo dovrà passare attraverso la formazione di nuove classi dirigenti e della loro responsabilizzazione nell'affrontare questioni nazionali ed internazionali. Per un effettivo recupero dell'efficienza nella spesa pubblica bisogna altresì abbandonare le logore pratiche redistributive, ed adottare un piano di sviluppo meritocratico e produttivo, allontanando clientelismi e favoritismi di ogni genere. Un mezzogiorno rinnovato nelle classi dirigenti avrebbe tutti i diritti di contrapporsi al malaffare locale. Soltanto attraverso una perfetta sinergia fra classe dirigente e cittadini, accompagnata da una politica responsabile, trasparente e, soprattutto, legale, il Mezzogiorno potrà riuscire a colmare ritardi, debolezze e competitività. E' un tragitto non agevole, anzi, pieno zeppo di difficoltà. Ma è purtuttavia un sentiero necessario ed indispensabile che esige chiarezza, volontà di fare e non di rimanere seduti a guardare. Il sud deve rimboccarsi le maniche. Si richiede un atteggiamento positivo, ottimista che è l'unico ipotizzabile per realizzare un'autentica crescita dell'intero paese. E' necessario recuperare il senso di appartenenza nazionale e chiamare a raccolta le forze migliori del paese per trovare insieme un percorso comune nella politica, nelle istituzioni e nella economia. La questione meridionale non riguarda solo il Sud, ma la tenuta dell'intera Italia nell'Europa e nel mondo. Uniti si vince, separati si perde. Ricordatelo.

© by Luigi Di Pietra

Bibliografia essenziale: 
1. Ettore Rota, Storia politica d'Italia. Le origini del Risorgimento. [1700-1800], Vallardi, 1948.
2. Denis Mack Smith, Il Risorgimento Italiano, Edizioni Laterza, Bari, 2010.
3. Giuseppe Massari, I casi di Napoli, Ed. Ferrero e Franco, 1849.
4. Rosario Romeo, Risorgimento e Capitalismo, Edizioni Laterza, Bari, 2008.
5. Valerio Castronovo, L'industria italiana dall'Ottocento a oggi, Mondadori, 1980.
6. Mario Romani, Storia Economica d'Italia, Il Mulino, 1998.
7. Mancur Olson, Ascesa e declino delle nazioni, Il Mulino, 1984.
8. Ruggero Ferrara di Castiglione, La massoneria nelle Due Sicilie e i fratelli Massoni del '700, Gangemi Editore, 2008
9. Santi Fedele, Testimoni di libertà: dalla Repubblica Napoletana del 1799 ai martiri di Gerace, 2008
10. Francesco Barbagallo, Storia contemporanea. L'Ottocento e il Novecento, Carocci, 2002
11. Giuseppe Galasso, Non si può accusare Mazzini, se il Paese oggi smarrisce l’identità, Corriere della Sera, 10-12-201
12. Manlio Rossi Doria, Scritti sul Mezzogiorno, L'Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2003.
13. Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d'Italia (1815-1818), Milano, Longanesi, 1982.