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venerdì 10 settembre 2021

𝐈𝐥 "𝐌𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐚𝐩𝐨𝐥𝐢"



Non è esistito solo il Muro di Berlino. Meno noto, specie ai visionari che fantasticano di una 𝐂𝐚𝐦𝐨𝐫𝐫𝐚 nata solo nel 1861, è il “Muro” di Napoli.
Di cosa si trattava? Essendo ormai divenuto il quartiere detto Vicaria - cd Imbrecciata - feudo della Camorra, 𝐅𝐞𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐈𝐈 pensò bene di tramutarlo in una sorta di ghetto delimitato entro mura, e chiuso la notte da un'imponente cancellata. Ciò non impedì, comunque, alla delinquenza organizzata di pervadere tutto il Regno delle Due Sicilie.
«𝐿𝑜 𝑠𝑓𝑟𝑢𝑡𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑖 𝑑𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑛𝑛𝑖𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑐𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑜𝑐𝑐𝑎𝑣𝑎 𝑙'𝑎𝑝𝑖𝑐𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑛𝑖𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑖𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑟𝑖𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑔𝑜𝑣𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑏𝑜𝑟𝑏𝑜𝑛𝑖𝑐𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑜𝑟𝑔𝑎𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑜𝑙𝑒, 𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑇𝑟𝑒𝑚𝑖𝑡𝑖, 𝑑𝑖 𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑙 𝐺𝑎𝑟𝑔𝑎𝑛𝑜.» (Barbagallo, 2010, pagina otto).
𝐑𝐚𝐟𝐟𝐚𝐞𝐥𝐞 𝐃𝐞 𝐂𝐞𝐬𝐚𝐫𝐞 (2005, pag.254) è ancora più duro: "𝑓𝑟𝑎 𝑙𝑒 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐𝑜𝑟𝑟𝑜𝑡𝑡𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑟𝑟𝑢𝑡𝑡𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜... 𝑙𝑎 𝑃𝑜𝑙𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒 𝑙𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑧𝑒".
Quando c'erano verifiche o ispezioni, "𝑠𝑖 𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑔𝑎𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑢𝑛 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑐𝑎𝑓𝑓𝑒̀, 𝑐𝑖𝑜𝑒̀ 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖𝑒𝑐𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑐𝑎𝑡𝑖" alle forze dell'ordine per avere un occhio di riguardo. "𝑁𝑒𝑙𝑙'𝑒𝑠𝑒𝑟𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑐'𝑒𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑝𝑖𝑎𝑔𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖̀ 𝑎 𝑐𝑢𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑖"(p.181).
Non ci si stupisca se poi 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐒𝐚𝐯𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐍𝐢𝐭𝐭𝐢 era solito dire che: "𝑎 𝑁𝑎𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑖𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑜 𝑐𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑔𝑜𝑣𝑒𝑟𝑛𝑜"(Bracalini, 2001, pag.263).
C'è chi parla chiaramente , peraltro da un fronte di certo non risorgimentalista, di "𝑒𝑣𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑒 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑜 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝐶𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑎, 𝑣𝑒𝑟𝑎 𝑎𝑢𝑡𝑜𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑝𝑙𝑒𝑏𝑒𝑎 " (𝐂𝐢𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞, 2016, pag.52).
A questo punto, ci sarà il solito lettore portatore (in)sano di pregiudizio, che chiederà polemico: "𝐸 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑖𝑙 𝑅𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑'𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑓𝑒𝑐𝑒, 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒, 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑜𝑟𝑔𝑎𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑎?"
𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐠𝐚𝐥𝐥𝐨 chiarisce che "𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑎̀ 𝑎𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐺𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝐺𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑎̀ 𝑝𝑖𝑢̀". (2015, pag.48).
E meno male che i principali attori del Risorgimento erano alleati dei camorristi...
Brano tratto da "𝐋𝐀 𝐆𝐑𝐀𝐍𝐃𝐄 𝐁𝐔𝐆𝐈𝐀 𝐁𝐎𝐑𝐁𝐎𝐍𝐈𝐂𝐀" di 𝐓𝐚𝐧𝐢𝐨 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧𝐨

venerdì 13 settembre 2013

La camorra nell’esercito borbonico: una preoccupazione per i governanti italiani

Il 28 ottobre 1860 Antonio Scialoja, nativo di San Giovanni a Teduccio, che era stato nel governo provvisorio di Giuseppe Garibaldi, aveva scritto al conte Cavour, denunciando il discredito di cui si era reso responsabile il governo di Garibald dato che certi ministri si erano circondati di "quei capi-popoli canaglia, che qui diconsi camorristi".
Il testo I prigionieri dei Savoia di Alessandro Barbero dedica un intero capitolo, alla presenza della camorra nell’esercito borbonico che preoccupava i nuovi governanti italiani per una possibile penetrazione nelle carceri e nello stesso esercito italiano.

“L’annessione delle province meridionali nel 1860 - scrive Alessandro Barbero - rappresentò un momento decisivo per la presa di coscienza, a livello nazionale dell’esistenza della camorra”.

L’autore cita lo studio di Marcella Marmo per evidenziare come l’opinione pubblica del Nord venne a conoscenza di una “ realtà ignorata”.
In particolare i rapporti dedicati alla questione erano incentrati sulla presenza della camorra nelle carceri e nelle esercito borbonico su cui l’abruzzese Silvio Spaventa, esponente della Destra Storica aveva redatto, su richiesta dello stesso Cavour tramite Costantino Nigra, un dettagliato rapporto che il 20 maggio 1861 era così compendiato:

“Nelle carceri, nell’esercito, nelle amministrazioni, in tutti i luoghi pubblici esercitata largamente la camorra”.

Silvio Spaventa era un liberale meridionale il cui impegno si era rivelato molto attivo nei moti napoletani del 1848, per cui l’anno seguente fu arrestato e rinchiuso nelle carceri di S. Francesco e della Vicaria per poi essere condannato all’ergastolo e inviato a Santo Stefano insieme a Settembrini.
Solo dieci anni dopo il suo ergastolo fu mutato in esilio a Torino, che aveva lasciato per ritornare a Napoli dopo l’arrivo di Giuseppe Garibaldi.
Egli farà parte di quegli intellettuali, che, allontanati dal Meridione, lottarono per l’unificazione italiana e per il liberalismo e per la costituzione parlamentare.
La relazione di Spaventa evidenzia che la primaria attività estorsiva è il pizzo sul gioco e che il luogo ove la camorra ha “la sua sede principale è nei luoghi di custodia e di pena”.
Il rapporto completo di Silvio Spaventa si può ritrovare nel testo di Marcella Marmo Il coltello e il mercato alle pagg. 31-57.
Riguardo alla presenza della camorra nell’esercito borbonico Marc Monnier, in uno studio del 1862, conferma che “ l’armata tosto si corruppe, la camorra vi si stabilì, e presto passò nella marina".
Francesco Barbagallo nel suo saggio Storia della camorra fa risalire la diffusione della camorra nell’esercito borbonico al “secondo quarto dell’ottocento”.
Dopo aver analizzato le possibili origini dell’etimologia del termine, lo storico Barbagallo scrive a pag. 6 di  Storia della Camorra.

"La camorra, come attività ed organizzazione distinta dalla criminalità comune, si diffuse nella città di Napoli, e in particolare nelle carceri e nell’esercito, dove spesso erano arruolati i criminali detenuti, presumibilmente nel secondo quarto dell’Ottocento".
Dunque la preoccupazione che, tramite gli ex soldati borbonici , la camorra potesse attecchire nell’esercito italiano fu molto sentita dall’opinione pubblica, data il risalto che la stampa ne dava.

Già il 23 agosto 1861 un articolo in prima pagina della Gazzetta del Popolo riportava:


"E’ noto che la camorra esisteva su vasta scala nell’esercito borbonico, e contribuiva potentemente ad accrescerne la demoralizzazione", riportando successivamente di "un ospedale militare dove una dozzina di soldati e bass’uffiziali napoletani erano già riusciti a stabilire un principio di camorra, ed anche alcuni de’ nostri settentrionali s’erano lasciati imporre per modo, che se talvolta giuocavano, chi guadagnava pagava il tributo al camorrista precisamente come a Napoli!"

Marc Monnier, nel suo studio del 1862, elenca una serie di provvedimenti, punizioni, per contrastare tale minaccia.

Il 12 marzo 1863, un Regio Decreto, introduceva norme anticamorra, come riporta il Giornale Militare del 1863, che facevano seguito a tale iniziale constatazione della relazione ministeriale:

“Una delle piaghe sociali nelle Province meridionali che in questi ultimi tempi maggiormente preoccupa l’opinione pubblica dell’universale e fermò l’attenzione del Governo, fu senza dubbio la Camorra. Questa setta, del tutto ignota nelle altre Provincie Italiane, esercitava la sua influenza e metteva anche le sue funeste radici nell’Esercito dell’ex Regno delle Due Sicilie…”

Nel prosieguo il capitolo ottavo del libro “I prigionieri dei Savoia”, da cui abbiamo primariamente attinto le informazioni del presente scritto, tratta di vari i casi di camorra nella fortezza di Fenestrelle e dei relativi processi. 


Bibliografia:
Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia, Laterza, 2012

martedì 23 luglio 2013

Camorra e regime borbonico

Scritto da Marco Vigna  

Martedì 23 Luglio 2013 11:00
Lo stato borbonico alla debolezza delle proprie antiquate istituzioni sommò la frattura con gran parte della società susseguita agli eventi del 1798-1799.
Dopo la Restaurazione la monarchia dei Borboni non poteva fare affidamento né su d’un apparato statale efficiente, né su d’una salda ed ampia base sociale, cosicché fu spinta da questa condizione a ricercare un modus vivendi con tutte quelle forze e quei settori sociali che potessero, per interesse, appoggiarla, quali i lazzaroni, la mafia, la camorra.
Il regime borbonico strinse un’alleanza di fatto con la camorra almeno dal 1816, probabile data di fondazione della setta detta dei Calderari.
Essa sarebbe stata costituita in tale anno da Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, quando era ministro della polizia, col preciso obiettivo d’operare in difesa della monarchia “legittima”.
Secondo un’altra ipotesi, la setta sarebbe stata creata su impulso di Maria Carolina (la regina straniera che aveva di fatto esautorato re Ferdinando I dalle sue mansioni regali, a cui egli non teneva affatto, e principale responsabile delle stragi dei patrioti della repubblica partenopea), tanto che essa prendeva anche il nome di “Caroliniana”.
Tale organizzazione segreta aveva come simbolo una caldaia sotto la quale “brucia e si consuma il carbone”.
Gli storici hanno avuto difficoltà a ricostruire la storia dei Calderari, proprio per la sua natura d’associazione segreta.
Appare però evidente che essa era costituita in buona misura da criminali comuni.
Il Colletta parla dei calderari come di delinquenti, tolti dalle carceri nel 1799 per arruolarli nell’armata sanfedista oppure provenienti dal brigantaggio del decennio successivo.
Il Carascosa, nelle sue Memoires historiques, concorda sostanzialmente su tale impostazione, sostenendo che i Calderari erano in massima parte persone colpevoli di fatti vergognosi e senza autentici principi.
Persino un autore chiaramente borbonico come Ulloa è sprezzante nei loro confronti, definendoli in sostanza quale plebaglia. In sintesi, i Calderari rappresentavano assieme un’associazione segreta ed un gruppo paramilitare ed erano reclutati in buona misura fra criminali comuni d’idee legittimiste, sovente ex sanfedisti, spesso camorristi.
La sua stessa struttura era ispirata almeno parzialmente all’organizzazione camorristica e si legò alla delinquenza anche al di fuori dell’area metropolitana partenopea.
L’importante storico Antonio Lucarelli, autore di fondamentali studi sulla Puglia del periodo risorgimentale, sostiene nel suo articolo Il maresciallo di campo Riccardo Church, il bandito Ciro Annichiarico e la Carboneria di Terra d’Otranto alla luce di nuovi documenti che grazie alla “tenebrosa istituzione dei Calderari sorretti dal Canosa l’odio di parte irrompe nella parte più cruenta e barbarica: aggressioni, rapine, ricatti, stupri, ferimenti, assassini”.
La setta dei Calderari, fondata da un ministro della polizia di Ferdinando I od addirittura direttamente dalla regina Carolina, venne infine formalmente proibita, ma rimase a lungo attiva e ben ramificata, nonché collusa con la camorra, tanto che alcuni suoi membri erano reclutati fra i detenuti nelle carceri borboniche, ove la camorra spadroneggiava.
Sotto il regno di Francesco I tale organizzazione criminale e politica assieme, che già aveva notevole potere in precedenza, acquistò quasi funzioni parastatali ed ebbe forti appoggi fra i ministri ed i cortigiani.
Uno dei principali collaboratori di questo monarca fu il famigerato Francesco Saverio Del Carretto, del cui spietato operato è un esempio la repressione del moto del Cilento.
I carbonari della città di Bosco tentarono una rivolta armata per ripristinare la Costituzione carbonara napoletana del 1820.
L’esercito borbonico, guidato dal Del Carretto, giunse sul posto, circondò il paese e lo spianò con l’artiglieria pesante. I superstiti furono fucilati od uccisi a baionettate.
Furono distrutti anche i paesi limitrofi di Licata, Camerata, e San Giovanni a Piro.
Dal 1831 Del Carretto, che per le sue benemerenze nei confronti del trono aveva già ottenuto il titolo di marchese e quello di cavaliere dell'Ordine di S. Giorgio, cumulò la carica di comandante della gendarmeria a quella di ministro di Polizia, che mantenne per lunghi anni sotto Ferdinando II.
Il Settembrini in Ricordanze della mia vita è durissimo verso “il re bomba” ed i suoi ministri, a cominciare dal Del Carretto, che egli conobbe personalmente.
Così l’importante patriota ed intellettuale originario di Napoli descriveva questo personaggio nelle sue memorie: “Francesco Saverio Del Carretto, ministro della polizia e capo della gendarmeria, aveva in mano un immenso potere e lo esercitava con arbitrio spaventevole.
Nei giudizi criminali, nei piati civili, nelle contese di famiglia, nel commercio, nell’istruzione, nell’amministrazione, metteva le mani in tutto, e tutto rimescolava con insolenza gendarmesca.
Operoso e destro, non aveva alcuna fede, fu carbonaro, poi, ribenedetto, carezzava i liberali per corromperli, lisciava le donne per usarne anche come spie.”
Questo Del Carretto, ministro della polizia e capo della gendarmeria, fu probabilmente anche membro della suddetta associazione segreta reazionaria e di stampo camorristico dei Calderari (la sua affiliazione alla Carboneria si spiegherebbe come un’infiltrazione per spiarla, come egli stesso aveva dichiarato e secondo una pratica seguita proprio dai Calderari) e si servì per la sua rete di spie e delatori anche dei criminali comuni.
Le fonti, sia di scrittori, sia amministrative, documentano il ricorso alla camorra come rete spionistica nella società e nelle carceri in funzione antiliberale, nonché i premi elargiti ai camorristi tramite proscioglimenti ed anche carriera nella polizia.
A questa attività s’aggiungeva l’attribuzione direttamente ai camorristi di ruoli da poliziotti.
Ad esempio, Marc Monnier nel suo pioneristico studio sulla camorra può asserire che questa associazione criminale era rispettata dai Borboni ed impiegata quale una sorta di corpo di polizia già sotto il ministero Del Carretto: “Comunque siasi, la camorra fu rispettata, usata spesso sotto i Borboni fino al 1848.
Essa formava una specie di polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che occupavasi soltanto dei delitti politici.
Quando un furto importante avveniva in un quartiere, il commissario chiamava a sé il capo dei camorristi e lo incaricava di trovare il ladro.
Il ladro era sempre trovato, salvo il caso che fosse il capo dei camorristi. ... o il commissario. Inoltre la camorra, come ho già notato, era incaricata della polizia delle prigioni, dei mercati, delle bische, dei lupanari e di tutti i luoghi mal famati della città”. (M. MonnierLa camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, Firenze 1862, p. 84)
È per questa ragione che, osserva sempre il Monnier, "è costume preso sotto i Borboni di non tener in conto la polizia legale e ricorrere piuttosto al camorrista". (Ibidem, p. 84)
Del Carretto fu infine spedito in esilio nel 1848 dallo stesso re che egli aveva a lungo servito, come era già avvenuto al suo predecessore al ministero della Polizia, Nicola Intonti (entrambi funsero in questo modo da capro espiatorio delle politiche di Ferdinando II), ma ciò non pose fine ai legami che stringevano lo stato borbonico alla camorra.
Il professor Barbagallo, ordinario di storia contemporanea all’Università di Napoli “Federico II”, scrive che dopo il 1848 “la polizia borbonica, nella tutela dell’ordine pubblico, non mancò di servirsi dell’organizzazione camorristica […] E spesso fece ricorso ai camorristi incarcerati per avere informazioni sul comportamento dei detenuti politici”. (Francesco Barbagallo, Storia della camorra, Roma-Bari 2010, p. 12)
Barbagallo scrive che la mancanza di fonti d’archivio impedisce d’approfondire l’idea dell’esistenza d’una “precisa strategia di collaborazione tra il regime poliziesco borbonico e la camorra”, ma che comunque simili “collusioni erano denunciate da esuli liberali come Antonio Scialoja”. (op. cit.)
Il Monnier, nel suo studio sulla camorra, ricorda che Ferdinando II si alleò di fatto con la camorra e ne cercò l’amicizia in funzione antiliberale, con un legame che si accentuò dopo il fatidico 1848.
Scrive il Monnier:
"Il sovrano borbonico organizzò una polizia formidabile contro tutti coloro che gli facevan paura.
Né erano i ladri o i briganti, che non aveano opinioni politiche; usava riguardi ai primi, concedeva pensioni ai secondi (a Talarico per esempio), li relegava in un'amena isoletta, o li lasciava in libertà.
Ma i liberali erano inseguiti e perseguitati con infaticabile ardore. Tale fu l'opera moralizzatrice impresa e compiuta da re Ferdinando.
Non trattavasi di sradicare gli abusi, ma piuttosto di preservare quelli che potevano tornar utili alla conservazione del trono.
Non si pensava in guisa alcuna a trarre la plebe dal suo avvilimento; anzi si desiderava di mantenervela fino alla fine dei secoli, ben sapendo che la monarchia assoluta non è possibile, nei tempi in cui viviamo, se non in un popolo snervato e degradato.
La camorra non potea quindi esser trattata da Ferdinando come nemica. Prima del 1848 essa non si era occupata del governo: non lo avea combattuto, e neppure molestato.
A che muoverle contro? Fu lasciata tranquilla, tanto più volentieri perché non si amava averla nemica. I camorristi, lo notai, erano plebei energici. Quindi meritavano riguardi dal governo sempre dominato dalla paura.
D'altra parte essi rendevano servigi alla polizia: si vuole anche che ne facessero parte. Ho nelle mie mani appunti molto curiosi, scritti da un camorrista pentito, il quale forniva ragguagli singolari intorno alle relazioni della setta coll'antica prefettura di Napoli.
Secondo questi appunti divisi in articoli, e colla forma di un codice segreto della camorra, la setta era posta, a' tempi dei Borboni, sotto la sorveglianza della polizia.
All'indomani della sua elezione, il nuovo affiliato presentavasi al commissario del suo quartiere, e chiedevagli un’udienza particolare: «Voi vedete» gli diceva «un nuovo operaio che ha ricevuto la proprietà». E dopo ciò gli dava dieci piastre.
Il commissario trasmetteva la notizia al prefetto di polizia, il quale in capo ad un mese riceveva una mancia di cento ducati. Né basta.
Il prefetto non limitavasi a prender la sua parte di barattolo, ma presiedeva anche all’organamento della società segreta e nominava egli stesso i capi dei dodici quartieri, ciascuno de'quali avea una provvisione di cento ducati (425 lire italiane) al mese, pagata sui fondi segreti della polizia
In ricambio i funzionari governativi incaricati di vegliare alla pubblica sicurezza non sdegnavano di riempire le loro tasche con il denaro estorto ai poveri da questi malandrini a ciò autorizzati.
Quando si divideva il Carusiello, un terzo dei benefizi era religiosamente portato al commissario, che a sua volta lo divideva coll'ispettor di servizio e col caposquadra. E ciò avveniva nei dodici quartieri e durante tutto il felicissimo regno di Ferdinando II. Questo affermano gli appunti del camorrista." (MonnierLa camorra, cit., pp. 82-83).
Questa condizione d’alleanza con intenti politici s’affiancava a forme di commistione fra lo stato e le associazioni criminali. Il professor Barbagallo scrive che la camorra nel periodo borbonico esercitava un dominio sulle carceri, sui mercati, sulle bische di fatto autorizzate dalla polizia, e sulle attività daziarie, talvolta spesso in vera e propria sostituzione dei funzionari (Barbagallo, cit., pp. 7-11).
“La camorra costituiva quindi una specie di potere parallelo rispetto a una debole struttura statale”, può concludere Barbagallo. (Ibidem, p. 11)
Inoltre, non vi è dubbio che la camorra “riusciva a far carriera nella «bassa polizia» ed a confermare, anche per questa via, il suo ruolo di dominio sulle masse plebee della capitale”. (Barbagallo, cit., p. 12)
Esistono inoltre “documenti e rapporti dei ministeri borbonici che attestano la profonda corruzione degli organi di polizia ai diversi livelli”(Ibidem, p. 13)
Le attività camorristiche erano in parte ispirate dalle azioni estorsive e dalla corruzione comunissime nella polizia borbonica, i cui membri praticavano estorsioni (ovvero la richiesta del “pizzo”) ai negozi ed esercizi:
“In tal modo la pessima amministrazione di questo settore basilare del regime forniva un preciso paradigma operativo per la già esperta e attiva organizzazione camorristica; che si occupava di sovrintendere all’ordine delle prigioni, nei mercati, nei bordelli, nelle bische”(Ibidem, p. 13)
Un fenomeno analogo avvenne in Sicilia, nella quale la mafia, nel suo sviluppo a cavallo fra Settecento ed Ottocento, si strutturò sulla base della natura feudale della società e delle istituzioni borboniche e strinse poi un patto con Salvatore Maniscalco, capo della polizia borbonica nell’isola dal 1849 al 1860. (Salvatore LupoStoria della mafia dalle origini ai giorni nostri, Roma 1993)
È facile pertanto individuare una lunga linea di complicità fra il potere borbonico da una parte e la camorra e più genericamente il crimine comune dall’altra, che attraversa i regni di Ferdinando I, Francesco I, Ferdinando II, sotto la cui corona non solo il potere pubblico s’alleò tacitamente con la delinquenza, ma addirittura contribuì direttamente od indirettamente a modellarla e rafforzarla.

tratto da il Nuovo Monitore Napoletano: http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1265%3Acamorra-e-regime-borbonico&catid=85%3Astoria-del-risorgimento&Itemid=28
Ultimo aggiornamento Martedì 23 Luglio 2013 11:37

domenica 21 aprile 2013

L’ALLEANZA FRA IL REGIME BORBONICO E LA CAMORRA


Il regime borbonico strinse un’alleanza di fatto con la camorra, almeno a partire da Francesco I (regno 1825-1830). Uno dei principali collaboratori di questo sovrano fu il famigerato Del Carretto, del cui spietato operato è un esempio la repressione del moto del Cilento. I carbonari della città di Bosco tentarono una rivolta armata per ripristinare la Costituzione carbonara napoletana del 1820. L’esercito borbonico, guidato dal Del Carretto, giunse sul posto, circondò il paese e lo spianò con l’artiglieria pesante. I superstiti furono fucilati od uccisi a baionettate. Però il Del Carretto spianò anche i paesi limitrofi di Licata, Camerata, e San Giovanni a Piro. 

Il Salvemini in "Ricordanze della mia vita" è durissimo verso Ferdinando II ed i suoi ministri, a cominciare dal Canosa: egli li conosceva bene di persona e conosceva anche i loro amici, parenti, confidenti ecc. Così il Salvemini descriveva il Canosa: 

"Francesco Saverio Del Carretto, ministro della polizia e capo della gendarmeria, aveva in mano un immenso potere e lo esercitava con arbitrio spaventevole. Nei giudizi criminali, nei piati civili, nelle contese di famiglia, nel commercio, nell’istruzione, nell’amministrazione, metteva le mani in tutto, e tutto rimescolava con insolenza gendarmesca. Operoso e destro, non aveva alcuna fede, fu carbonaro, poi, ribenedetto, carezzava i liberali per corromperli, lisciava le donne per usarne anche come spie."


Questo Del Carretto fu ministro della polizia, potentissimo, sotto tre diversi sovrani: Ferdinando I, Francesco I, Ferdinando II. Il Del Carretto era membro di una associazione segreta reazionaria e di stampo camorristico, quella cosiddetta dei “Calderari”. Essa era stata formalmente proibita, ma era attiva e ben ramificata ed appunto collusa con la camorra, tanto che alcuni suoi membri erano detenuti nelle carceri borboniche, ove la camorra spadroneggiava.

Sotto il regno di Francesco I tale organizzazione criminale, che già aveva notevole potere politica in precedenza, acquistò quasi funzioni parastatali ed ebbe forti appoggi fra i ministri ed i cortigiani.

La setta dei calderari sarebbe stata istituita nel 1816 dal principe di Canosa, quando era ministro della polizia, col preciso obiettivo d’operare “in difesa della religione e della monarchia legittima". 
Secondo un’altra ipotesi, la setta sarebbe stata creata su impulso di Maria Carolina (la regina straniera che aveva di fatto esautorato re Ferdinando I dalle sue mansioni regali, a cui egli non teneva affatto, responsabile delle stragi dei patrioti della repubblica partenopea), tanto che essa prendeva anche il nome di “Caroliniana”. Tale organizzazione segreta aveva come simbolo una caldaia sotto la quale "brucia e si consuma il carbone”.

Gli storici hanno avuto difficoltà a ricostruire la storia dei Calderari, proprio per la sua natura d’associazione segreta. Appare però evidente che essa era costituita in buona misura da criminali comuni. Il Colletta, autore fondamentale per la conoscenza della repressione dei moti del Cilento, parla dei calderari come di delinquenti comuni tolti dalle carceri nel 1799 oppure provenienti dal brigantaggio del decennio successivo. Il Carascosa, nelle sue “Memoires historiques”, concorda sostanzialmente su tale impostazione, sostenendo che i Calderari erano in massima parte persone colpevoli di fatti vergognosi e senza autentici principi. Persino un autore chiaramente borbonico come Ulloa è sprezzante nei loro confronti, definendoli in sostanza quale plebaglia. I vari calderari erano armati e rappresentavano assieme un’associazione segreta ed un gruppo paramilitare, che si è supposto riprendere uomini, idee e pratiche dei vecchi sanfedisti, almeno in parte costituita da criminali e camorristi.

Il professor Barbagallo, ordinario di storia contemporanea all’Università di Napoli “Federico II”, scrive che dopo il 1848 “la polizia borbonica, nella tutela dell’ordine pubblico, non mancò di servirsi dell’organizzazione camorristica […] E spesso fece ricorso ai camorristi incarcerati per avere informazioni sul comportamento dei detenuti politici” (FRANCESCO BARBAGALLO, Storia della camorra, Roma-Bari 2010, p. 12). Inoltre, non vi è dubbio che la camorra “riusciva a far carriera nella «bassa polizia» e a confermare, anche per questa via, il suo ruolo di dominio sulle masse plebee della capitale” (op. cit.). Barbagallo scrive che la mancanza di fonti d’archivio impedisce d’approfondire l’idea dell’esistenza d’una “precisa strategia di collaborazione tra il regime poliziesco borbonico e la camorra”, ma che comunque simili “collusioni erano denunciate da esuli liberali come Antonio Scialoja” (op. cit.). Esistono inoltre “documenti e rapporti dei ministeri borbonici che attestano la profonda corruzione degli organi di polizia ai diversi livelli” (Ibidem, p. 13).

Il Monnier, nel suo pioneristico studio sulla camorra, ricorda che Ferdinando II si alleò di fatto con la camorra. Mentre in passato essa era stata lasciata indisturbata e semplicemente non repressa, ora invece se ne cercò l’amicizia in funzione antiliberale. Scrive il Monnier che il sovrano borbonico “organò una polizia formidabile contro tutti coloro che gli facevan paura. Né erano i ladri o i briganti, che non aveano opinioni politiche; usava riguardi ai primi, concedeva pensioni ai secondi (a Talarico per esempio), li relegava in un'amena isoletta, o li lasciava in libertà. Ma i liberali erano inseguiti e perseguitati con infaticabile ardore. Tale fu l'opera moralizzatrice impresa e compiuta da re Ferdinando. Non tratta vasi di sradicare gli abusi, ma piuttosto di preservare quelli che potevano tornar utili alla conservazione del trono. Non si pensava in guisa alcuna a trarre la plebe dal suo avvilimento; anzi si desiderava di mantenervela fino alla fine dei secoli, ben sapendo che la monarchia assoluta non è possibile, nei tempi in cui viviamo, se non in un popolo snervato e degradato. La camorra non potea quindi esser trattata da Ferdinando come nemica. Prima del 1818 essa non si era occupata del governo: non lo avea combattuto, e neppure molestato. A che muoverle contro? Fu lasciata tranquilla, tanto più volentieri perché non si amava averla nemica. I camorristi, lo notai, erano plebei energici. Quindi meritavano riguardi dal governo sempre dominato dalla paura. D'altra parte essi rendevano servigi alla polizia: si vuole anche che ne facessero parte. Ho nelle mie mani appunti molto curiosi, scritti da un camorrista pentito, il quale forniva ragguagli singolari intorno alle relazioni della setta coll'antica prefettura di Napoli. Secondo questi appunti divisi in articoli, e colla forma di un codice segreto della camorra, la setta era posta, a' tempi dei Borboni, sotto la sorveglianza della polizia. All'indomani della sua elezione, il nuovo affiliato presentavasi al commissario del suo quartiere, e chiedevagli un’udienza particolare: «Voi vedete» gli diceva «un nuovo operaio che ha ricevuto la proprietà». E dopo ciò gli dava dieci piastre. Il commissario trasmetteva la notizia al prefetto di polizia, il quale in capo ad un mese riceveva una mancia di cento ducati. Né basta. Il prefetto non limitavasi a prender la sua parte di barattolo, ma presiedeva anche all’organamento della società segreta e nominava egli stesso i capi dei dodici quartieri, ciascuno de'quali avea una provvisione di cento ducati (425 lire italiane) al mese, pagata sui fondi segreti della polizia In ricambio i funzionari governativi incaricati di vegliare alla pubblica sicurezza non sdegnavano di riempire le loro tasche con il denaro estorto ai poveri da questi malandrini a ciò autorizzati. Quando si divideva il Carusiello, un terzo dei benefizi era religiosamente portato al commissario, che a sua volta lo divideva coll'ispettor di servizio e col caposquadra. E ciò avveniva nei dodici quartieri e durante tutto il felicissimo regno di Ferdinando II. Questo affermano gli appunti del camorrista.” (M. MONNIER, La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, Firenze 1862, pp. 82-83). A prescindere dalla veridicità di questa alleanza così stretta e formalizzata, il Monnier può comunque asserire che la camorra era rispettata dai Borboni ed impiegata quale una sorta di corpo di polizia: “Comunque siasi, la camorra fu rispettata, usata spesso sotto i Borboni fino al 1848. Essa formava una specie di polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che occupavasi soltanto dei delitti politici. Quando un furto importante avveniva in un quartiere, il commissario chiamava a sé il capo dei camorristi e lo incaricava di trovare il ladro. Il ladro era sempre trovato, salvo il caso che fosse il capo dei camorristi. ... o il commissario. Inoltre la camorra, come ho già notato, era incaricata della polizia delle prigioni, dei mercati, delle bische, dei lupanari e di tutti i luoghi mal famati della città.” (Ibidem, p. 84). È per questa ragione che, osserva sempre il Monnier, “è costume preso sotto i Borboni di non tener in conto la polizia legale” e ricorrere piuttosto al camorrista (p. 84). Il professor Barbagallo scrive che la camorra nel periodo borbonico esercitava un dominio sulle carceri, sui mercati, sulle bische di fatto autorizzate dalla polizia, e sulle attività daziarie, talvolta spesso in vera e propria sostituzione dei funzionari (BARBAGALLO, cit., pp. 7-11). “La camorra costituiva quindi una specie di potere parallelo rispetto a una debole struttura statale”, può concludere Barbagallo (Ibidem, p. 11). Le sue attività erano in parte ispirate dalle azioni estorsive e dalla corruzione comunissime nella polizia borbonica, i cui membri praticavano estorsioni (ovvero la richiesta del “pizzo”) ai negozi ed esercizi: “In tal modo la pessima amministrazione di questo settore basilare del regime forniva un preciso paradigma operativo per la già esperta e attiva organizzazione camorristica; che si occupava di sovrintendere all’ordine delle prigioni, nei mercati, nei bordelli, nelle bische” (Ibidem, p. 13).

scritto da Marco Vigna

mercoledì 6 ottobre 2010

Quel maestro di doppiezza che unì Napoli all’Italia


MINISTRO DI FRANCESCO II, FU IN CONTATTO CON CAVOUR. E ANALIZZÒ LUCIDAMENTE I GUAI DEL SUD


Liborio Romano usò anche la camorra per aiutare Garibaldi

Il suo giorno di gloria don Liborio Romano, protagonista quasi sconosciuto dell’Unità d’Italia, lo ebbe il 7 settembre 1860, a Napoli, seduto in carrozza alla destra di Garibaldi che entrava trionfalmente nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Egli stesso, nelle memorie, così ricorderà l’episodio: «E Garibaldi, spettacolo sublime ed indescrivibile, entrava in Napoli, solo inerme e senza alcun sospetto; tranquillo come se tornasse a casa sua, modesto come se nulla avesse fatto per giungervi! ». Eppure quel momento di gloria, sarebbe stata anche la sua dannazione. E lo avrebbe inchiodato, più o meno giustamente, all' immagine del voltagabbana.

Nato a Patù, un paesino che non contava neppure mille abitanti, nei pressi del capo di Santa Maria di Leuca, Romano era il frutto di una contraddizione clamorosa: dopo un apprendistato politico nelle sette anti- borboniche, era stato nominato poche settimane prima, da Francesco II, ministro degli Interni. Una nomina decisa il 14 luglio 1860, quando Garibaldi, sbarcato a Marsala l’11 maggio, occupava già una parte considerevole del regno delle Due Sicilie. E voluta dal re di Napoli, presumibilmente, per lanciare un segnale estremo di svolta riformatrice.
Era stata molto difficile la vita di Liborio Romano.Figlio di famiglia che vantava la discendenza da un ramo dei Romanov, nel Regno di Napoli egli si fece la reputazione di avvocato «principe». Aveva avuto perfino l’ardire di difendere interessi vicini alla corte britannica contro i Borbone, costringendo il sovrano napoletano a un compromesso oneroso. Per le sue idee liberali, Romano aveva patito molti anni di prigione, e poi di esilio in Francia. Rientrato in patria, venne tenuto sotto vigilanza. Ma riuscì ugualmente a portare avanti l’attività forense. A corte, di lui, si guardava sempre con preoccupazione al grande ascendente sul popolo.
Francesco II salì giovane al trono. Mentre il Regno di Napoli si avviava allo sfacelo, egli attuò una mossa ardita, nominando (14 luglio 1860) ministro di polizia proprio Romano. Il disegno del re sarebbe stato quello di schierare un oppositore dalla propria parte.
L’ingresso di Garibaldi a Napoli: al centro, in piedi, Liborio Romano con il cilindro in testa accanto al Generale in divisa
Un aspetto importante della sua capacità politica, Romano lo mostrò da ministro borbonico.
Mentre Garibaldi avanzava, Cavour in una lettera dette atto al ministro borbonico «del suo illuminato e forte patriottismo» e della sua «devozione alla causa» nazionale italiana. Roba da mandare don Liborio davanti alla corte marziale; ma anche titolo di gloria nel processo unitario. In quel gioco, Romano riuscì a salvare la testa; ma vedremo che non potrà invece far valere i suoi meriti patriottici.
Sotto Francesco II, il ministero di Romano durò molto poco, eppure realizzò passi avanti nel regime delle prigioni. Poiché ebbe il problema di una forza pubblica insufficiente a fronteggiare la malavita, col consenso del re assunse perfino qualche camorrista a rinforzare la polizia.
Cavour
Cavour intanto fece clandestinamente arrivare a don Liborio un carico di fucili, affinché fossero utilizzati per la conquista di Napoli; per sbarcare quelle armi, servirono i camorristi che il ministro aveva assunto. Ma tutta questa disinvoltura, al nostro sarà fatta pagare nella futura attività politica e perfino nella postuma reputazione.
Per realizzare la conquista di Napoli, il nostro non volle però utilizzare i fucili di Cavour, ma scelse un’occupazione pacifica con l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli (7 settembre 1860) e la camorra in funzione di ordine pubblico. Anche questa operazione, descritta dallo stesso Romano nelle memorie, venne utilizzata per spezzargli la carriera nel Regno d’Italia. A lui non servì neppure l’elezione alla Camera dei Deputati, ottenuta in ben nove collegi (1861), né la rielezione (1865).
Il viso di «Don Liborio»
Due possono considerarsi i meriti di Liborio Romano. Il primo, lo abbiamo visto, quello di avere reso possibile la conquista del Regno di Napoli senza spargimento di sangue. Il secondo, quello di avere indicato a Cavour, con un lungo memoriale, le caratteristiche peculiari e i problemi gravi dell’Italia meridionale. Egli avvertì che, se di quelle cose non si fosse tenuto conto per tempo, sarebbero sorti problemi molto gravi. Soltanto poco prima di morire, Cavour gli concesse un’udienza. L’artefice dell’unità d’Italia dovette sentirsi spiegare da un politico di provincia, che per di più veniva da un regno conquistato, che non sarebbe stato né giusto né opportuno ignorare i problemi del Mezzogiorno. Almeno questo lo si sarebbe dovuto ricordare come un punto importante della visione politica del nostro. A proposito della fiducia riposta in Cavour, Liborio Romano scrisse: «fatale illusione, inescusabile e tanto più grave errore», quello di avere creduto «di poter continuare a servire il Paese, attuando un indirizzo governativo di conciliazione e di concordia».
Cavour morì il 6 giugno 1861. Ma a Romano non daranno ascolto neppure i suoi successori. Egli ebbe una presenza assidua al parlamento unitario; ma non si può dire che essa sia stata incisiva. Commise, il nostro, un peccato imperdonabile, quando per stizza rese pubblici gli arricchimenti illeciti che si erano realizzati dopo l’Unità intorno alla liquidazione del debito pubblico borbonico. La visione costruttiva e ampia dei problemi del Mezzogiorno che egli aveva illustrato a Cavour, continuò invece a caratterizzare la sua azione parlamentare.
Romano non aveva attitudine per le alchimie politiche e neppure per le semplici mediazioni. Soprattutto non seppe capire la necessità, affinché le sue analisi fossero almeno conosciute, di inserirsi in uno schieramento politico. Ebbe l’incapacità di capire le posizioni diverse dalle sue, sognando un ruolo di leader indiscusso, che non poteva essergli consentito.
Uno schizzo di Romano che saluta Garibaldi
I suoi critici non vollero mai affrontare in modo spregiudicato il problema della doppiezza di Romano. La doppiezza è stata studiata, talvolta giustificata, soltanto con riferimento ai personaggi che raggiunsero vette molto elevate. Non fu il caso dell’ex ministro borbonico. Condannato, e perciò espunto: questo successe a Liborio Romano. Grande fu invece la complessità della sua figura politica: disconoscerlo, non è stato né giusto né utile. L’averlo cancellato ha avuto la conseguenza di negare alla conoscenza una parte importante della storia nazionale.
Nel Parlamento italiano Romano fu isolato; nei suoi interventi dovette perciò ripiegare su questioni sempre più secondarie. Se ne tornò in quel paesetto nel quale era nato, e vi morì. Dimenticato in Italia, in Francia invece ha ottenuto l’attenzione di un’intera colonna sulla grande enciclopedia Larousse.
professore di Storia all’Università di Bari e all’Università danese di Roskilde, autore de «L’inventore del trasformismo» dedicato a Liborio Romano
Nico Perrone
06 ottobre 2010