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domenica 14 agosto 2016

I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente impiegati come argomenti contro il Risorgimento e l’Unità d’Italia, anche da pubblicisti e giornalisti che hanno parlato di molte centinaia di morti per mano dei bersaglieri.
In realtà, la documentazione archivistica ricostruisce un quadro assai lontano. Esistono studi di storia locale che hanno esaminato analiticamente le vicende suddette. Si può ricordare anzitutto il saggio “Storia dei fatti di Pontelandolfo”, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni, 
Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio “L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861”, Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.).
Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime.

Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti.
La documentazione degli archivi contrasta nettamente con quanto sostiene, fra gli altri, il signor Luigi Di Fiore nel suo ultimo libro, “La nazione napoletana”. Costui sostiene, servendosi dello suo stile che lo accomuna ad altri autori della sua medesima corrente, che a Pontelandolfo vi sarebbe stato: 
«Un eccidio spaventoso e violento, con 164 morti dichiarati, tutti civili di ogni sesso ed età. Tanti corpi non furono mai censiti, perche rimasti sotto le case bruciate. Il paese fu infatti completamente raso al suolo, fatta eccezione per tre case di riconosciuti liberali. Un episodio che ricorda i massacri delle giubbe blu americane nei villaggi di pellerossa. Gli stupri, le fucilazioni, i furti dei soldati non si contarono.»
A prescindere dall’inverosimile paragone fra episodi delle “guerre indiane” nell’Ovest americano e la campagna contro il brigantaggio in Italia meridionale, i morti accertati non risultano 164, ma 13, secondo quanto può asserire Panella sulla base dell’archivio locale.

Inoltre il paese non fu affatto raso al suolo per intero tranne tre case, come dimostrano già solo gli edifici risalenti al Medioevo od all’era moderna che tutt’ora esistono, fra cui l’archivio parrocchiale vulnerabilissimo agli incendi per il suo contenuto. Infatti, una volta partiti i soldati, gli abitanti allontanatasi ritornarono in paese e riuscirono a spegnere la maggioranza degli incendi appiccati. Il paese subì danni materiali, ma non fu cancellato, tanto che il censimento del 1861 gli attribuiva 4375 abitanti, saliti a 5079 nel 1871.
Restando a Di Fiore, egli giunge a citare, nel tentativo di supportare l’idea di un eccidio di grandi dimensioni, quel che scrive Gabriele Palladino, presentato come “funzionario e addetto stampa del comune di Pontelandolfo.
”Questo impiegato comunale aveva parlato “di una cripta nella chiesa dell’Annunziata in paese, oggi sconsacrata e diventata tempio dell’Annunziata, dove vennero ritrovati migliaia di resti umani. Ricorda Palladino: «Intorno agli anni ’80 del secolo scorso, e io ero presente a quelle operazioni, fu scoperta una sorta di montagna di ossa, di teschi.»

La chiesa dell’Annunziata esisteva già nel 1525, prima data in cui viene attestata la sua esistenza che era però certamente anteriore. Accanto ad essa esisteva l’ospedale ossia il lazzaretto. Lo storico locale Daniele Perugini afferma che, secondo l’uso diffuso in tutta Europa prima del secolo XVIII, all’interno della chiesa erano seppelliti i defunti, nella fattispecie quelli delle molte pestilenze che colpirono la città nei secoli. Sono pertanto questi i corpi che erano stati ritrovati alla fine del secolo XIX in una chiesa che era stata impiegata per almeno trecento anni, dal Cinquecento al Settecento, quale luogo di sepoltura.

Un altro caso di imprecisione storica su Pontelandolfo è stato riferito dal Panella durante un convegno dedicato al tema “Il brigantaggio nell’Alto Tammaro”, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo “Terroni”, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata, prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione.
Appare evidente da questi cinque semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati; i 13 morti accertati diventano 164 ed oltre; una cripta usata come cimitero per secoli e secoli è considerata quale luogo di sepoltura delle sole vittime della rappresaglia; Pontelandolfo è descritto quale un paese raso al suolo, mentre invece ha continuato ad esistere ed ad essere abitato senza soluzione di continuità, pur avendo subito danni dagli incendi.


giovedì 23 gennaio 2014

L'uso della tortura nei lager borbonici , sopratutto sui siciliani


E’ un opuscolo pubblicato in lingua italiana a Parigi nell’aprile del 1860 che ci fornisce dettagliate informazioni sull’uso della tortura nel Regno delle Due Sicilie , anche se il testo ha quale titolo “La Tortura in Sicilia “, scritto da Carlo di La Varenne, il quale raccoglie una serie di lettere pubblicate dal giornale parigino L’opinion Nationale. Come sottolinea Antonio Caprarica “ le vittime sono indicate con nomi e cognomi , autentiche nelle loro sofferenze”. 

Così apprendiamo dall’autore che a Palermo, il re si chiama Maniscalco e a Napoli Ajossa, che non solo altro che i rispettivi capi della polizia . Il testo esplicita che nel Regno delle Due Sicilie “il governo è la polizia senza responsabilità e senza freni”. Il ricorso alla tortura è indicato quale “ricorso abituale“ in tanti casi di arresti indiscriminati e di detenzioni senza informazioni alla famiglia e alla magistratura”.Vengono elencate le più orrende forme di tortura quali “la cuffia del silenzio”, “l’istrumento angelico”. 

Vengono indicati anche precisamente in cosa consistono tali forme di tortura, a chi vengono crudelmente praticate e in quale luogo di detenzione. Pertanto, al commerciante siciliano Giovanni Vienna viene praticata la “cuffia del silenzio” dal “famigerato commissario Pontillo”. 
Al fine di ricevere presunti informazioni il detenuto Vienna fu condotto sulla spiaggia di Zafferano e, dopo avergli legato mani e piedi e infilato in un sacco, fu più volte immerso nel mare, tirato fuori, rianimato per ottenere presunte informazioni fino all’agonia. L”instrumento angelico", invece, era praticato in prigione, applicando “agli accusati manotte di ferro con viti di pressione”. Ogni commissariato di polizia era specializzato in una particolare forma di tortura più o meno orribile, dal terribile supplizio dell’arganello  alla “poltrona a graticola”. 
Consideriamo che siamo alla vigilia degli avvenimenti del 1860 e la Sicilia “ribolle di rabbia e di complotti”, come sottolinea Caprarica , riportando il caso di Nicosia ove, dopo l’assassinio del feroce capitano Gorgone, vengono arrestati “senza indizi” Chimera e Pizzolo. Costoro si mostrano resistenti anche alla tortura . L’ispettore , allora, fa arrestare la moglie di Chimera , una bella ragazza di ventidue anni. La pagina 16 del testo “ La tortura in Sicilia “così riporta lo stupro plurimo che subisce la giovane moglie di Chimera in carcere:“ Dopo averla oppressa di orribili violenze, [ l’ispettore] la fè ligare sopra un banco e l’abbondonò alla brutalità de’ suoi sbirri” Dopo tre giorni di tale trattamento la giovane donna depone” che suo marito le avea detto di voler uccidere il capitano Gorgone”. A conclusione della trattazione dei casi di tortura Antonio Caprarica così conclude:“Questi abusi atroci , che nei casi più clamorosi risultano confermati dall’intervento ( inefficace) dei giudici , alimentano l’odio pluridecennale dei siciliani verso i Borbone.


Angelo Martino


Bibliografia 
Antonio Caprarica- C’era una volta in Italia- Sperling & kupfer- 2010

http://www.comunedipignataro.it/modules.php?name=News&file=article&sid=21015

mercoledì 22 settembre 2010

Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare

32. pontelandolfo

Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861

Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare
Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861
Da ventisette interminabili anni, gli stessi trascorsi ad aspettare sul molo dal vecchio ufficiale a riposo di Gabriel García Márquez, a Pontelandolfo aspettano una lettera. Dal capo dello Stato, dal presidente del Consiglio, dal ministro della Difesa, da qualcuno...
E da ventisette interminabili anni, come nel libro Nessuno scrive al colonnello, quella lettera non arriva. E più tempo passa, più diventa insopportabile l'attesa. Incomprensibile. Offensiva. Perché in questo paese arroccato intorno a un'antica torre una ventina di chilometri a nord di Benevento non strillano che Garibaldi era un assassino nazista, non sventolano le bandiere borboniche grondanti di stemmi nobiliari, non celebrano messe nel nome del re Franceschiello, non distribuiscono cartoline raccontando sciocchezze come quella che «il regno delle due Sicilie era una delle prime tre potenze mondiali». Chiedono solo che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconoscono, riconosca infine a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861. Un gesto che nessuno ha ancora avuto il coraggio di fare. Al punto da far nascere una disputa storica, culturale e toponomastica con la lontana Vicenza. E non fra guardiani un po' fanatici dell'onore terrone e dell'onore polentone. Ma tra due sindaci dello stesso Pd.
Ma partiamo dall'inizio. Dal diario lasciato da un uomo che quel giorno era lì, il filatore di seta valtellinese Carlo Margolfo. Un documento prezioso. Che dopo essere stato casualmente ritrovato ed edito a cura di Laura Meli Bassi e Gino Fistolera, squarcia il velo di ipocrisie, silenzi e menzogne steso sulla carneficina:  

«Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l'ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Difatti un po' prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi. Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti».  
«Quale desolazione!», ricorda il bersagliere con raccapriccio: «Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa. Fu successo tutto questo in seguito a diverse barbarie commesse dal paese di Pontelandolfo: sentirete, un nido di briganti…»
Come andassero intesi questi «briganti», com'è noto, è una questione che divide da un secolo e mezzo gli studiosi. Banditi? Patrioti? L'uno e l'altro? Come ha ricordato sul Corriere Giuseppe Galasso, il brigantaggio «non nacque affatto nel 1861. Era un grave problema, endemico e storico, del Mezzogiorno. Nel 1817 e nel 1821 con dure campagne di guerra il governo borbonico ne attenuò la portata, e in seguito cercò di controllarlo, ma non riuscì mai a eliminarlo, come dimostrano le sue cronache giudiziarie fino al 1860».
Né si può affermare fosse un fenomeno «solo» meridionale. Leggiamo «O soldi o vita » di Luigi Piva, che parla del Veneto e della Bassa padovana: «Bande armate formate da disertori degli eserciti austriaco o del Regno Italico e da gente miserabile, letteralmente piena di fame, scorrazzavano in cerca di pane, provocando disordini e seminando terrore con assalti, incendi, distruzioni e violenze ». Il tribunale statario istituito dalle autorità austriache, allarmatissime per una serie di episodi nei dintorni di Este, nelle «sue due sezioni veneta e lombarda» istruì «dal Giugno 1850 al Giugno 1853» in provincia «di Padova, Venezia, Rovigo e Mantova» 3.400 processi emettendo «1.144 sentenze di morte di cui 409 eseguite». Quasi tutte per assalti e rapine in casa. Il tutto «prima» dell'Unità.
Che i «briganti» che infestavano la zona di Pontelandolfo fossero banditi comuni, patrioti borbonici, contadini affamati ed eccitati dai parroci, o tutto questo insieme, è materia che lasciamo agli storici. Così come lasciamo loro la ricostruzione dell'episodio all'origine della spaventosa rappresaglia. Basti sapere che, come racconta in una relazione al governo qualche giorno dopo la strage l’allora sindaco di Pontelandolfo Salvatore Golino e come conferma il sindaco di oggi Cosimo Testa, una quarantina di soldati «piemontesi» e quattro carabinieri mandati a riportare l'ordine nella zona erano stati massacrati. Scrisse Rocco Boccaccino nel libro Memorie dei giorni roventi dell'agosto 1861: «E' indescrivibile l'eccidio che ne seguì con tutte le sevizie, a cui uomini e donne, inferociti e privi di ogni senso di pietà, brutalmente si abbandonarono». La spedizione punitiva, decisa dal generale Enrico Cialdini, fu però spropositata. «Alle prime luci dell’alba» e «mentre gli ignari abitanti dormivano ancora», spiega la delibera comunale che in questi giorni dovrebbe riconoscere al paese lo status di «città martire», i bersaglieri «assalirono il Paese con scariche di fucili, abbattimento di porte e finestre: uccisero bambini, giovani, vecchi, donne e fanciulle, molte di esse dapprima stuprate. Molti soldati si impossessarono di danaro, oro e altri oggetti di valore. Profanarono anche la Chiesa Madre rubando i doni votivi e finanche la corona d’oro della Madonna. Poi il paese dopo la mattanza fu dato alle fiamme, facendo abbrustolire i morti e quanti, ancora feriti o infermi, nelle proprie case imploravano vanamente e cristianamente aiuto!»
Ma quanti furono i morti? «Il conteggio delle vittime —, risponde Pino Aprile nel suo bestseller Terroni,—è difficile, mutevole, e porta a cifre sempre più alte: nell’immediato, dai registri parrocchiali risultano solo tredici “morti e sepolti”; ma uno studio comparato di don Davide Fernando Panella, sulla mortalità nei cinque anni prima e dopo il massacro, fatto sui registri di Pontelandolfo (a Casalduni erano bruciati), rivela che fra agosto e settembre 1861 ci furono 112 morti, contro i 29 dell’anno prima; e fra 1861 e 1862, nonostante la popolazione fosse diminuita, se ne ebbero 462, contro i 285 dei due anni prima (non tutti i feriti e gli ustionati perirono subito). E ancora non basta».
«Il Popolo d’Italia, giornale filo-governativo interessato a minimizzare — spiega il documento consiliare — scrisse che i morti «erano stati soltanto 164, provocando l’indignazione del giornale francese La Patrie e dell’opinione pubblica europea. Da ricerche effettuate negli archivi parrocchiali, essendo stato distrutto nell’incendio quello municipale, si calcola che le vittime civili superarono il numero di 400, qualcuno ipotizza siano state più di 1.000, alle quali bisogna aggiungere i morti nei mesi successivi per le ferite riportate».
Certo, c'è ancora molto da approfondire. Molto. Come scrive Galasso, non ha senso dire che tutto è stato nascosto per un secolo al popolo bue («Come si fa a credere che tutte queste siano “scoperte” e coraggiose “rivelazioni” che ora finalmente vengono fatte emergere? ») perché «il Risorgimento non era neppure terminato, e già si iniziò a processarlo». E lo stesso eccidio di Pontelandolfo pochi mesi dopo era già il nocciolo di una furente invettiva del deputato milanese Giuseppe Ferrari. Che nella seduta del 2 dicembre 1861 denunciò di aver visto e sentito cose da gelare il sangue: «Mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto nella persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione. Appena osai mormorare che non così s'intendeva da noi la libertà italiana, Nulla io chiedo, disse egli, e noi ammutimmo tutti. Aveva due figli, l'uno avvocato, l'altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all'udire che approssimavansi i Piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l'oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione».
Però è altrettanto vero che la strage, sulla quale un appassionato storico locale, Renato Rinaldi, ha accumulato in anni di lavoro una mole di documenti messi online (pontelandolfonews. com), è stata per troppo tempo così rimossa dalla memoria degli abitanti stessi («La vivevamo come una colpa, come se in qualche modo ce la fossimo meritata», sospira il sindaco) e così poco studiata dagli specialisti che la lapide del 1973 sul muro della chiesa dedicata agli «ignari inermi innocenti» travolti dall’«inconsulto sterminio» elenca ancora «solo» 17 vittime.
Una rimozione gravissima. Inaccettabile. Come ha scritto Bernard-Henri Levy a proposito del genocidio degli armeni, «si crede che i negazionisti esprimano un’opinione: no, essi perpetuano il crimine. E pretendendo d’essere liberi pensatori, apostoli del dubbio e del sospetto, completano l’opera di morte». Eppure, subito dopo quell'apocalittica alba d'agosto, un certo Girolamo Gentile, in una lettera al Governatore di Benevento, aveva tutto chiaro: qualunque cosa fosse successa e avesse scatenato la reazione «la pena doveva esercitarsi contro i singoli colpevoli e non contro la città».
Parole sacrosante: scatenando una rappresaglia così feroce a Pontelandolfo e Casalduni (sia pure con meno vittime, qui), il governo si era comportato come se non considerasse quelle terre appenniniche un pezzo di patria ma una terra straniera. Occupata. Non si distrugge un «proprio» paese. Mai.
E mette i brividi rileggere la lucida preveggenza di Ferrari che (come se indovinasse i guasti che avrebbe causato la scelta di rimuovere alcuni errori piuttosto che riconoscerli come tali per salvare il Risorgimento nel suo insieme) disse a un Parlamento ottuso e sordo: «Io vi proposi di fare un'inchiesta affinché una metà della nazione conoscesse appieno l'altra metà, e le due parti della Penisola si unissero fraternamente». Macché.
Un secolo emezzo dopo, al comune di Pontelandolfo aspettano ancora. Soprattutto una risposta alle lettere mandate in questi 27 anni. Cominciò a spedirle l’allora sindaco Giuseppe Perugini nel 1973, quando il paese, ridotto alla metà della popolazione d’un tempo dall'emigrazione (ci sono più paesani a Waterbury, nel Connecticut, che qui), organizzò con Carlo Alianello, autore de La conquista del Sud, un convegno per denunciare per la prima volta la strage. Un piccolo convegno di nicchia accompagnato da piccoli gesti di cortesia meridionale: «Al termine si avrà un vermouth d'onore nella torre medievale alla cui ombra si svolsero i tragici eventi».
«Per 112 anni l'Italia ufficiale non ha avuto una sola parola di ricordo, un solo palpito di pietà per le nostre povere vittime: 112 anni non sono stati bastevoli per costruire per Pontelandolfo e la sua gente una sola azione riparatrice», tuonò il sindaco. E scrisse all'allora presidente Giovanni Leone invocando «un atto ufficiale di riconoscimento». Nessuna risposta.
Da allora, è andata sempre così. Nessuna risposta. E mano a mano, negli ultimi anni, a ridosso del centocinquantenario dell'Unità d'Italia, il silenzio si è fatto più pesante. Tanto più che Cosimo Testa e la sua giunta non solo sono estranei al più scriteriato revanscismo neoborbonico («Noi siamo italiani, ci sentiamo italiani, vogliamo celebrare l'unità d'Italia. Quando i nostalgici dei Borboni hanno cercato di mettere il cappello sulla nostra cerimonia annuale a ricordo dei nostri morti, li abbiamo mandati via») ma sono partiti da richieste sensate. Moderate. Modeste.
Hanno scritto a Silvio Berlusconi, a Giorgio Napolitano, a Carlo Azeglio Ciampi. Dicendo che bastava loro un convegno nazionale che ricordasse l'eccidio e analizzasse il fenomeno del brigantaggio post unitario perché Pontelandolfo «non sia più nominata terra di briganti bensì città martire e simbolo della sofferta eppur amata Unità d'Italia». Nessuna risposta. Hanno scritto al ministero dello Sviluppo economico chiedendo di valutare «la possibilità di emissione di un francobollo celebrativo». Nessuna risposta. Hanno scritto a Stefano Caldoro, il governatore della Campania, chiedendo un po' di soldi per mettere un monumento in piazza in memoria dei morti. Nessuna risposta. Hanno scritto a Ignazio La Russa per dirgli che un secolo e mezzo dopo era giusto «ammettere che quei cosiddetti bersaglieri (...) lerciarono le loro divise di delitti infamanti» anche «per rendere onore a tutti quei bersaglieri d'Italia che si sono ricoperti di gloria con atti di vero eroismo ». Nessuna risposta.
Hanno scritto al sindaco di Vicenza, Achille Variati, per manifestare il loro stupore alla scoperta, tardiva ma scioccante, che Pier Eleonoro Negri, l'alto ufficiale che comandava la spedizione punitiva, era considerato nella città berica «un eroe» e non un uomo che a Pontelandolfo «si comportò da macellaio della peggiore risma». E hanno chiesto la cancellazione del Negri da una targa celebrativa sul palazzo di famiglia, dalla toponomastica e dalla intestazione d’una scuola elementare. «Approfondirò», ha risposto Variati. Poi ha deciso: «Non posso farlo. Non credo che queste questioni vadano affrontate così. Le guerre sono guerre. Si accompagnano sempre a lutti, errori… Ma le valutazioni devono farle gli storici. Forse invece che rimuovere le lapidi val la pena di riflettere insieme. Vogliamo fare un convegno? Benissimo. Ma è una storia controversa. Posso io assumermi la responsabilità di cancellare la prima medaglia d’oro dei bersaglieri?» Quanto all'associazione del corpo «piumato», il presidente vicentino Antonio Miotello ha detto ad Antonio Trentin, del Giornale di Vicenza, che non se ne parla neanche: «Era in zona di guerra. Eseguì degli ordini».
E rieccoci punto e a capo. L'unica cosa che hanno portato a casa, i nipoti di quegli italiani massacrati per rappresaglia, dopo un secolo emezzo di silenzi e ventisette anni di lettere, è una concessione di Mauro Della Giovanpaola, che prima di essere arrestato per lo scandalo del G8 alla Maddalena, era anche il coordinatore dell'unità tecnica di missione del centocinquantenario. Nessun inserimento, neppure postumo e in ritardo, nel lunghissimo elenco di 371 luoghi della memoria, tra i quali figura ad esempio Sorrento per una «statua a Torquato Tasso inaugurata nel 1870». E manco un euro. Ma via libera (crepi l'avarizia) al permesso a usare il logo ufficiale delle celebrazioni. Un regalone. Concesso soltanto ad alcune centinaia di altre entità: le auto della Ferrari in Formula1, il «Centenario del primo sorvolo delle Alpi», la fiera VinItaly 2011 di Verona, la manifestazione culturale e politica «Cortina InConTra»…
Tutto in regola, per carità. Ma il giorno che dovesse divampare un leghismo meridionale rancoroso, per favore, risparmiateci lo stupore.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
22 settembre 2010

mercoledì 11 agosto 2010

Un nastro nero sul tricolore


Si dirà: "Quante faziosità e quante reticenze si nascondono nella retorica patriottarda..." Già ma, per contro, si può affermare anche il contrario: "Quante inesattezze e quanti settarismi si celano sotto l'ampia coltre del revisionismo?. 
In effetti, ciascuna delle "rivoluzioni" italiane ha riscritto la sua storia a propio uso e consumo. Per tale motivo abbiamo letto di una storiografia risorgimentale, di una fascista e poi, per converso, di un'altra antifascista e, adesso, dell'ennesima revisione anti-risorgimentale, con i relativi distinguo dei vari dissidenti interni e della memoria dei vinti.
La verità è quella che nessuno nasconde, qualunque essa sia, anche la più scomoda e sanguinaria... del resto in amore come in guerra tutto è concesso. Diversamente invece tutto si ridurrebbe in una tragica farsa. Non si possono rinfacciare  - colpevolmente - solamente i misfatti di una parte,  senza però ricordare quelli coomessi dall'altra La verità - qualunque essa sia - comprende, invece, anche virtù civiche e militari  di uomini ed istituzioni di ieri che alcuni vorrebbero dimenticare oppure screditare. Infatti, esse hanno la funzione di sorreggerci sulla via del dovere di oggi e del cammino di domani, esse sono la guida nei difficili compiti e nei doveri dei cittadini di questo tempo in modo che ognuno senta vivi i motivi per i quali tanti, nei tempi passati, I patrioti che operarono, soffrirono, o peggio, caddero perdendo la loro vita, insegnandoci con il loro eroico sacrificio l'amor di patria non possono essere in alcun modo sottaciuti! Più semplicemente, anche tutti coloro che, attraverso le loro umili opere giornaliere, riuscirono  a superare quegli ostacoli personali e collettivi, con sano ardimento, non possono essere dimenticati. Dunque, nel rispetto delle idee altrui, nella libertà e nella riconciliazione, intendendo oggi, queste ultime, non certamente come  straordinaria concessione di una parte verso l'altra o come pretesa rinuncia ai valori ideali", ma valori degni di considerazione e di rispetto pena l'inesistenza di pace, unità e libertà che rimarrebbero parole vuote.
Un popolo senza passato  è un popolo senza futuro,  un popolo senza memoria  può avere diritto né a libertà, né a unità, né  alla pace! Un polo senza Patria non è nemmeno un popolo. Perciò la Nazione e l'amor di partria non consentono 0 dimenticanze, né censure di alcun tipo.
Allora, a questo punto, è necessario mettere nero su bianco e rispondere con un ampia documentazione alle invettive, dell'una e dell'altra parte. Naturalmente, qui, si tiene ben fermo i principi della unità e della solidarietà  nazionali, respingendo al mittente ogni forma di razzismo o di qualsivolgia secessione basato su qualunque requisito economico.