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lunedì 17 marzo 2014

Il grande Risorgimento italiano, evento fondamentale dal punto di vista politico, civile, culturale, economico della millenaria storia d'Italia, fondante della sua modernità e del suo rilievo nella storia mondiale tra fine Ottocento e Novecento, riconosciuto ed apprezzato in tutti i paesi del mondo, è figlio sia del Settecento riformatore, sia degli influssi culturali europei, sia delle rivoluzione americana e francese, sia dell'età napoleonica.
Non è affatto un evento solo interno, nè è riconducibile al mito dell'espansionismo sabaudo.
Esso si appoggiò sulla millenaria idea e realtà nazionale italiana, segnalata dalla lingua, dalla religione, dalla tradizione letteraria, artistica, musicale, da tradizioni e costumi sovralocalistici, sulle grandi conquiste dell'età comunale, dell'Umanesimo e del Rinascimento
Il Risorgimento è stata un'affermazione memorabile di indipendenza nazionale contro l'oppressione e la servitù straniere (l'Austria) e la servitù civile e clericale interna, per l'affermazione della dignità di popolo, delle persone, dei cittadini.
Perciò sono divenute naturali la doverosa, impellente, inarrestabile spinta verso l'unità politica e la conquista di un regime di libertà, di diritti individuali e di garanzie costituzionali.
In particolare va sempre, sempre di più, valorizzata l'opera del triennio 1796-1799, dei Martiri e dei sopravvissuti, figli di Giannone, di Beccaria, di Genovesi, di Filangieri e insieme dell'Illuminismo europeo, della filosofia rivoluzionaria, che aveva liberato le Americhe e la Francia, durante il quale i posero le basi granitiche delle vicende successive.
In quel triennio, come osservò il grande storico Salvatorelli, si poserò tutti i problemi del Risorgimento e del Novecento: libertà, democrazia, indipendenza, repubblica, unificazione per via federale o accentrata.
I valori di libertà furono offesi dallo sprofondamento fascista novecentesco, complice la monarchia sabauda, pur benemerita di momenti fondamentali dell'evento risorgimentale.
I valori di patria e di nazione sono stati tenuti in secondo piano dalle forze egemoni dell'età repubblicana, quelle cattoliche e quelle socialcomuniste, storicamente antiliberali e antinazionali, ed hanno creato indubbiamente un clima etico-politico e civile debole, incapace di contrastare decisamente il fenomeno successivo della 'denigrazione'.
In questi ultimi tempi, dalla "emarginazione del Risorgimento"si è passati alla "denigrazione" di esso da parte di forze estranee e nemiche dei valori nazionali, patriottici, liberali, come quelle secessioniste settentrionali e meridionali (dal leghismo al neoborbonismo), da ambienti clericali e nobiliari reazionari e nostalgici di assurde, anacronistiche distinzioni e diseguaglianze.
Grandi storici come Croce, Omodeo, Salvatorelli, Romeo, Scirocco hanno difeso il Risorgimento contro impostazioni nazionalistiche e solo indigene, ora di tratta di difendere il Risorgimento contro più radicali e insidiosi attacchi da parte di quelli che vogliono negarne il significato e il valore nella storia generale d'Italia, d'Europa, del mondo.
Essi hanno introdotto, riprendendo spunti reazionari clericali e romantici, l'immagine deformante ed assurda di un mostro, che avrebbe divorato e distrutto edeniche, pacifiche, felici, anche progressive realtà locali e regionali, mito assurdo che stride da mille lati nei confronti della "effettiva realtà storica".
Questa denigrazione, ci si augura, resterà come segno caratteristico di un periodo di crisi e di sbandamento della società, del popolo italiani, in cui sono stati egemoni gli inetti, i corrotti, i vili, le anime nere, grette, livide e invidiose, piccole, chiuse in nefaste vite locali,  i clericali, i reazionari, i qualunquisti, i guicciardiniani traditori dei doveri anche elementari di sensibilità civile e e storica nei confronti dei destini della società nella quale essi vivevano, godendo poi, da ingrati approfittattori, dei benefici che un patrimonio di sacrifici e di costruzione storici inimmaginabiili, nell'asse risorgimentale-antifascista-resistenziale, intimamente connessi nel profondo, aveva loro garantito.
Ma occorre essere attenti e vigilanti, perchè gli indebolimenti o la disintegrazione degli stati nazionali unitari hanno portato nel cuore stesso dell'Europa a conflitti sanguinosi e ad arretramenti di condizioni di vita.
Questo non toglie che nella complessa, spesso dolorosa e tragica vita storica, l'affermazione e lo sviluppo dello stato unitario nazionale non sono stati vicende semplici e su di esse bisogna sempre tornare, anche riaprendo ferite, per capire e riscoprire più precisamente i termini degli scontri non ricomposti tra le linee politiche ad es. di Cavour, distinte da quelle di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo. di Pisacane.
Così l'Italia unita, miracolosamente ed epocalmente repubblicana, libera, democratica, con una grande economia mondiale, che è invidiata e insieme ammirata nello scenario spesso tragico del Pianeta, potrà essere mantenuta e rinsaldata e aperta a nuove conquiste di civiltà, nelle quali è stata unica per contributi memorabili.

di Nicola Terracciano.

lunedì 10 marzo 2014

Francesco Capecelatro, il patriota antiborbonico


Stemma dei CapecelatroFrancesco Capecelatro, duca di Castelpagano, nacque nel 1784 da Michele e Marianna Momile e partecipò giovanissimo alla Repubblica Napoletana del 1799. Fu ufficiale nel periodo napoleonico-murattiano (1806-1815).
La sua opposizione antiborbonica continuò anche nell'età della Restaurazione, aderendo alla Carboneria e partecipando al moto del 1820, per cui fu costretto all'esilio prima a Malta e poi a Marsiglia, ove rimase fino al 1826, quando tornò in Italia a Roma e poi ad Ancona.
Solo nel 1831 potè tornare a Napoli, ma senza esercitare piu cariche militari o di altro tipo. E si ritirò a S.Paolo Belsito presso Nola, ma la sua casa fu aperta a personalità come Bellini e Donizetti e a spiriti liberali. Seguì con grande partecipazione le vicende e le speranze del 1848 e fino al 1860. Morì nel 1863.
Nel seno di questa nobile famiglia napoletana liberale antiborbonica,  nacque, quando era esule a Marsiglia, Alfonso, il 15 febbraio 1824.
La madre si chiamava Maddalena Sartorelli, di elevata e patriottica famiglia, che aveva avuto lo zio Antonio martire repubblicano del 1799 scannato al Ponte della Maddalena e seppe allevare i suoi nove figli "con molto amore, ma con poche carezze".
Studiò a Napoli all'oratorio di S. Filippo Neri, importante centro di studi non solo religiosi, ma culturali, tanto che esso aprì la prima biblioteca pubblica a Napoli.
Nel rapporto con personalità della tradizione neoguelfa, sia storiografica che politica, come l'abate Tosti e C.Troya, egli, nel solco dei sentimenti paterni e familiari, assunse un fondamentale orientamento cattolico-liberale, che lo portò ad avere poi sintonia e collegamenti con personalità come Gioberti, Manzoni, Tommaseo.
Ebbe contatti anche con la scuola del Puoti, di educazione linguistica, civile, patriottica, che incise sulla sua formazione e segnala la sua apertura.
Nel 1847 fu ordinato sacerdote ed avviò una intensa attività di ricerca storica specialmente presso l'Abbazia di Montecassino, legandosi a monaci di grande sensibilità culturale e civile, come il de Vera e il citato Tosti.
Mise in luce nelle sue ricerche, nelle sue opere la funzione nazionale che avevano avuto il cattolicesimo e il papato nel Medioevo, per cui l'Italia non poteva pensarsi senza il cattolicesimo, nè i cattolici potevano sentire l'Italia ad essi estranea, anzi proprio fondamentale mondo storico, da onorare e  rafforzare.
Per questa sua equilibrata e profonda posizione cattolico-nazionale e liberale, ebbe rapporti e stima anche all'estero, in Inghilterra col cardinale Newman e lo stesso primo ministro Gladstone, in Francia con Montlambert.
Era vicino naturalmente alle posizioni di conciliazione tra il nascente stato nazionale italiano liberale e costituzionale e la chiesa cattolica, ed ebbe un decisivo ruolo di equilibrio nel 1860 nello scontro tra chiesa napoletana guidata dall'intransigente e conservatore cardinale Riario Sforza e le nuove autorità italiane.
Fu l'animatore tra il 1865 e il 1886 col Cenni e padre Ludovico da Casoria del periodico napoletano"La Carità", nella quale costantemente auspicava l'abbandono di posizioni intransigenti verso il nuovo stato nazionale e liberale e l'inserimento dei cattolici nella vita politica, in modo da portare in Parlamento uomini seri e di autentica fede cattolica, capaci di dare un contributo specifico costruttivo ed evitare derive anticlericali.
Era lontano da posizioni comunque in contrasto col papato, coltivava "il sogno dorato di una Italia unita insieme civilmente, con un vincolo, però, che doveva avere le sue radici nella fede cattolica e nell'amore del papato."
Nel 1877 alla morte di Riario Sforza si pensò a lui come successore a Napoli, ma ebbe l'ostilità degli ambienti intransigenti, clericali.
Ma egli godeva di grande considerazione presso gli ambienti più avveduti della Santa Sede e così fu nominato da papa Leone XIII per i suoi meriti storico-letterari vicebibliotecario vaticano nel 1879 e arcivescovo di Capua nel 1880.
Nel 1885 fu nominato cardinale e nel 1893 bibliotecario di S. Romana Chiesa e prefetto della Biblioteca Vaticana.
Fu arcivescovo di Capua per 32 anni, lasciando un'orma straordinaria, indimenticabile dal punto di vista pastorale e anche culturale.
Nel 1881 aprì ad esempio al pubblico la biblioteca arcivescovile di Capua e quella del seminario; diede vita nel 1882 ad un periodico divenuto riferimento non solo religioso, ma civile" La Campania Sacra".
Di lui si parlò seriamente di una candidatura al soglio pontificio nel conclave del 1903, con simpatie di cardinali anche stranieri e gradimenti politici italiani ed europei.
Dell'amore per la Patria e dell'obbligo religioso e morale tal senso dei cattolici italiani in particolare, argomentò nel 1900 nello scritto uscito a Milano dal titolo "L'amore di patria e i cattolici particolarmente in Italia",
Morì a Capua il 14 novembre 1912 e, per sua disposizione testamentaria, volle essere sepolto a Montecassino.
Una nipote del cardinale arcivescovo fu Enrichetta Capecelatro, figlia del fratello Antonio, patriota del 1848, antiborbonico fino al 1860, e di Calliope Ferrigni, nata a Torino nel 1863, dove il padre lavorava nelle Poste dopo l'Unità. Fu poetessa apprezzata da Croce e traduttrice dei grandi scrittori russi come Tolstoi e Dostoevskij, Gogol, Puskin.
Nella villa alle falde del Vesuvio del nonno materno, Ferrigni, magistrato, letterato, poi senatore, che sveva sposato la sorella di Antonio Ranieri, Enrichetta, fu ospitato Leopardi durante il soggiorno napoletano e la nipote Enrichetta ne scrisse in "Storia di una casa di campagna" del 1934.
Fu accademica Pontaniana a 29 anni e scrisse una storia della sua famiglia patriottica nel ramo paterno e materno "Una famiglia napoletana dell'Ottocento".
Sen. Riccardo Carafa d'Andria Conte di RuvoSposò nel 1885 a Napoli Riccardo Carafa, conte di Ruvo, anche lui letterato e senatore del Regno d'Italia, della famiglia del grande Martire  del 1799 Ettore Carafa per la parte paterna e del Martire Gennaro Serra di Cassano per la parte materna.
Enrichetta era orgogliosa di essere entrata in una famiglia così patriottica, che aveva dato contributi memorabili nelle componenti maschili e femminili al Risorgimento meridionale e italiano.
Riccardo Carafa fu uno dei fondatori nel 1892 con Croce, Di Giacomo, Schipa, Ceci, della rivista"Napoli Nobilissima". Fu deputato e senatore e morì nel 1920.
Enrichetta è morta a Napoli nel 1941.