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lunedì 14 agosto 2023

Quel falso storico su Pontelandolfo

 

Uno dei giornalisti de Il Mattino, l’ex cronista di nera ed esperto di calcio Gigi Di Fiore, ha scritto 1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato (edizione originale nel 1998: qui si cita dalla ristampa del 2013, avvenuta a Milano), avvertendo nella Introduzione che egli ha scelto «una strada a metà tra il saggio e il romanzo. Reali le vicende di fondo narrate, approfondito l’accertamento su documenti originali e testi.». È quantomeno insolito che si scriva un testo a metà fra il saggio ed il romanzo, perché il primo dovrebbe occuparsi di ciò che è realmente accaduto, quindi della verità storica, mentre il secondo è finzione letteraria e libera fantasia. Per di più, manco si capisce dove finisca il saggio e dove incominci il romanzo. Citiamo ora da un passo in cui Di Fiore riferisce dell’arrivo dei bersaglieri a Pontelandolfo nell’agosto del 1861 e di ciò che i militari avrebbero fatto alla popolazione civile: «Ridevano in dieci attorno a Maria Izzo. L’avevano legata a un albero. Le avevano strappato tutti i vestiti. Lei piangeva, urlava, chiedeva pietà. Le alzarono le cosce, c’era chi gliele teneva allargate. A turno le furono addosso. Poi le assestarono un colpo di baionetta nel ventre. La lasciarono così, un offeso cadavere nudo, legata a quell’albero.» L’aneddoto appartiene al “saggio”, al “romanzo” o sarebbe una via di mezzo? Sta di fatto che in fondo al testo Di Fiore scrive quanto segue: «Izzo Maria: una delle vittime, individuate nei documenti ufficiali, del massacro di Pontelandolfo compiuto dai soldati piemontesi» Allora l’episodio dello stupro di gruppo su Maria Izzo legata ad un albero e della sua morte con una baionettata nel ventre, dovuti ai bersaglieri, rientrerebbe nel “saggio” ed in quella che secondo il giornalista sarebbe realmente accaduto? L’aneddoto riportato nel romanzo del giornalista partenopeo è stato poi ripreso da Antonio Ciano, un altro scrittore revisionista, prima marinaio, poi tabaccaio di professione. Ciano è divenuto famoso negli ambienti neoborbonici per aver scritto I Savoia e il massacro del sud, (Grandmelò, Roma 1996), in cui sostiene fra l’altro quanto segue: i piemontesi avrebbero sempre praticato la «magia nera»; il regno delle Due Sicilie, dunque una monarchia assoluta, feudale e clericale, era per Ciano nientedimeno che … «il primo stato Socialista» (sic!); l’Unità d’Italia è avvenuta perché «doveva essere attuata la profezia di Comenius espressa in Lux in Tenebris secondo la quale sarebbe dovuta sorgere dalle tenebre come fonte di luce una Super-chiesa che integrasse ogni religione attraverso i Concistori nazionali»; il Piemonte avrebbe ceduto la Corsica, isola che in realtà fu ceduta alla Francia nel lontano 1768 dalla repubblica di Genova e che non appartenne mai ai Savoia od al “Piemonte”. Questo ed altro ha scritto Ciano. L’episodio di Maria Izzo comparso nel romanzo di Gigi Di Fiore è stato ripreso dal tabaccaio di Gaeta in un altro suo libro, Le stragi e gli eccidi dei Savoia (Graficart, Formia 2006) in cui si profonde in elogi per il giornalista de Il Mattino. Anche nell’immancabile Terroni di Pino Aprile, giornalista ex direttore di Gente ed esperto di vela, si rintraccia, sempre su Pontelandolfo, il seguente passo, che nei contenuti è sostanzialmente uguale a quello di Gigi Di Fiore: «Maria Izzo forse era la più bella, perché erano tanti a volerla, fra i fratelli d'Italia con libertà di stupro. Ma c'era del lavoro da fare in quel paese («Che non ne resti pietra su pietra» era l'ordine). Così, forse per guadagnare tempo, la legarono nuda a un albero, con le gambe alzate e aperte. Finché uno la finì, affondandole la baionetta nella pancia.» [Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali», Milano, Piemme, 2010, p. 54.] Il romanzo 1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato ha dunque offerto una artefatta verità storica ad altri autori “revisionisti”. Bisogna riprendere il professor Davide Fernando Panella (professore e sacerdote), autore del saggio L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861 (Foglianise da Piesse, 2002). Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.). Padre Panella ha smentito categoricamente, durante un convegno dedicato al tema Il brigantaggio nell’Alto Tammaro, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori, che Maria Izzo sia stata violentata ed uccisa dai militari mentre era legata ad un albero. L’archivio parrocchiale, redatto un sacerdote di Pontelandolfo testimone degli eventi e che scriveva poco dopo che erano accaduti, riporta che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione. Insomma, la sventurata Izzo non fu né violentata né uccisa intenzionalmente. I militari appiccarono il fuoco alla casa durante ed ella, certamente per la tardissima età, non riuscì a fuggire. Quanto afferma il professor Panella è suffragato da un’analisi accurata delle fonti e contraddice il romanzo di Gigi Di Fiore ed i suoi epigoni. La negazione della storicità dell’immaginario stupro di gruppo sulla ultranovantenne Izzo e del suo assassinio a colpi di baionetta si ritrova anche in Silvia Sonetti che ha scritto su Pontelandolfo un saggio storico, L’affaire Pontelandolfo. La storia, la memoria, il mito (1861-2019, Roma, Viella 2020, in cui esamina tutte le fonti primarie conosciute.1 La ricercatrice ha citato ed analizzato criticamente una sterminata bibliografia, fra cui una lunga serie di studi di accreditati storici quali Alessandro Barbero, Benedetto Croce, Francesco Barbagallo, Giuseppe Galasso, Alfonso Scirocco, Carmine Pinto, Rosario Romeo, Angeloantonio Spagnoletti e tantissimi altri ancora. Fonti alla mano, ha spiegato Sonetti, non vi sono dubbi: 
«Non esiste nessuna fonte che possa sostenere la tesi dell’eccidio dei civili. I testimoni non parlarono mai di stragi, di uccisioni sommarie, né di violenze gratuite o di morti bambini. Tra quelli accertati risultano solo due donne, una di 94 anni, Maria Izzo, deceduta a causa dell’incendio, e una di 18, Concetta Biondi, la più giovane. Nessun documento ne descrive in dettaglio la fine e l’idea che siano state prima stuprate e poi uccise dagli stessi soldati non trova alcun appoggio nelle fonti di archivio.» 

Far diventare una donna di novantaquattro anni, perita nell’incendio della propria abitazione, come la vittima di uno stupro di gruppo di bersaglieri, poi uccisa con una baionettata, è un esempio di “revisionismo del Risorgimento”. Per inciso, sia Di Fiore che Aprile, hanno citato padre Panella fra le loro fonti, distorcendo, quindi, con la loro pseudostoria, quanto lo stesso Panella ha scritto e documentato. 


 Fonti documentarie 1. Archivio Comunale di Casalduni, Casalduni Archivio Comunale di Pontelandolfo, Pontelandolfo (BN) Archivio Comunale di Ponte, Ponte (BN) Archivio Centrale dello Stato, Roma Archivio Privato Biondi, Benevento Archivio parrocchiale Ss. Nicola e Rocco di Fragneto Monforte, Fragneto Monforte (BN) Archivio parrocchiale di San Lupo, San Lupo (BN) Archivio parrocchiale della chiesa del Santissimo Salvatore di Campolattaro, Campolattaro (BN) Archivio di Stato di Benevento, Benevento Archivio Storico della Camera dei Deputati, Roma Archivio di Stato di Napoli, Napoli Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma Società Napoletana di Storia Patria, Napoli Alta Polizia Dps Delegato di Pubblica sicurezza Ministero dell’Interno Ministero dell’Interno e Polizia di Napoli Prefettura di Benevento Pubblicazioni mensili Febbraio, 2023 Gennaio, 2023 Dicembre, 2022 Novembre, 2022 Ottobre, 2022 Settembre, 2022 Agosto, 2022 Luglio, 2022 Giugno, 2022 Maggio, 2022 Aprile, 2022 Marzo, 2022 Febbraio, 2022 Cerca... Cerca... Link e collaborazioni Home - Prima Pagina Società Napoletana di Storia Patria Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Repubblica Napoletana 1799 Patrocinio del Comune di Napoli Archivio Storico Diocesano di Napoli Ripartiamo dal N.36 del 1799 Statistiche Utenti registrati 133 Articoli 2970 Web Links 6 Visite agli articoli 13696826 (La registrazione degli utenti è riservata solo ai redattori) Visitatori on line Abbiamo 192 visitatori e nessun utente online

sabato 25 marzo 2023

I danni della pseudostoria

di Marco Vigna 

 La pseudostoria è una delle pseudoscienze ed è verosimilmente la più diffusa fra queste, perché concerne direttamente componenti politiche, ossia è strumentale a rivendicazioni e progetti di tale natura. Interi movimenti politici difatti sono stati fondati e sono attivi sulla base di pseudostorie. Nonostante le differenze di contenuti, di protagonisti, di temi e periodi storici, la pseudostoria ha alcuni fattori comuni, riassunti da Garrett G. Fagan nel suo saggio Archaeological Fantasies (Routledge, New York 2006), che riguarda in modo specifico la pseudoarcheologia. Riprendendo quanto scritto da Fagan e rielaborandolo, si possono individuare alcune componenti abituali nella pseudostoria.
  1.  È immancabilmente opera di semplici dilettanti, invariabilmente privi sia d’una preparazione culturale specifica, sia d’esperienza di ricerca storica. Spesso costoro sono privi persino di una formazione universitaria di qualsivoglia genere e nella loro esistenza hanno svolto professioni lontanissime da quella di storico. In Italia, fra celebri autori di pseudostoria si ritrovano uno sceneggiatore televisivo, un tabaccaio, un cantante, giornalisti esperti di cronaca nera o di calcio…
  2. Rifiuta ogni forma di confronto con la storiografia, che viene escluso accusando a priori e senza prove tutti gli storici d’essere falsari e mentitori consapevoli, perché intenzionati a nascondere una verità che loro stessi conoscerebbero ma che vorrebbero nascondere. Insomma, postula un gigantesco complotto degli storici, nonostante la sua inverosimiglianza, considerando che tale categoria professionale è diversificata per nazionalità, idee politiche, metodologie, istituti di ricerca etc. etc. etc. Ad esempio, in Italia il sedicente revisionismo del Risorgimento immagina fantasiosamente che esista una “storia ufficiale” i cui membri sarebbero parte, tutti, di una medesima congiura contro la verità. Tale complotto comprenderebbe quindi storici monarchici e repubblicani, fascisti, liberali, democratici, socialisti, comunisti, del Nord e del Sud, cattolici e laici, durante il regno d’Italia e durante la repubblica d’Italia, insomma proprio tutti nonostante le profondissime differenze biografiche, ideologiche ed anche metodologiche. Una variante del complotto della “storia ufficiale” è quella secondo cui "la storia la scrivono i vincitori". Si potrebbe scrivere un'intera monografia per spiegare quanto tale affermazione sia falsa, ma bastino pochi esempi. Scendiamo all’Antichità ed ai capolavori indiscussi dei suoi storici, modelli esemplari per tutti i loro eredi. Chi ha scritto della guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta, rendendola immortale? Tucidide, che era fra gli sconfitti ed aveva partecipato di persona alla guerra. Chi ha scritto meglio di tutti sulla II guerra punica e sulla salita di Roma a massima potenza del Mediterraneo? Polibio di Megalopoli, che finì a Roma come ostaggio dopo che la Grecia cadde sotto controllo romano. Chi ha scritto l’opera che è alla base della conoscenza della guerra giudaica fra Roma e l’insurrezione ebraica? Giuseppe Flavio, che fu il comandante dei ribelli. Chi ha descritto il fallimento del progetto di restaurazione pagana dell’imperatore Giuliano e la gravissima disfatta militare di Adrianopoli, in cui la miglior armata romana dell’epoca fu distrutta? Ammiano Marcellino, ufficiale romano di convinzioni pagane. Secondo il revisionismo del Risorgimento, la storia di tale periodo sarebbe stata “scritta dai vincitori”, dunque non rappresenterebbe la “vera storia del Sud”. Tuttavia, è sufficiente scorrere le bibliografie della saggistica universitaria sul Risorgimento per ritrovare un numero alto, se non maggioritario di storici risorgimentali che sono del Meridione. Anzi, coloro che sono ritenuti essere i maggiori studiosi del Risorgimento furono meridionali: Benedetto Croce, abruzzese e napoletano d'adozione, che fece in tempo a conoscere e frequentare vecchi borbonici; Gioacchino Volpe, abruzzese, che con L’Italia in cammino pose una pietra miliare nell’interpretazione del Risorgimento; Rosario Romeo, abitualmente ritenuto il più grande di tutti, autore di un capolavoro indiscusso come i tre ponderosi volumi di Cavour e il suo tempo, gigantesco ed accuratissimo affresco di un’intera epoca imperniata sul grande statista, era siciliano e, politicamente, un ferreo repubblicano; Alfonso Scirocco e Giuseppe Galasso, napoletanissimi. Nel periodo repubblicano, si può anzi dire che erano numerosissimi i libri di testo marxisti, insospettabili di simpatie ideologiche per la monarchia sabauda ed il liberalismo risorgimentale. Per portare un esempio concreto, per interi decenni le cattedre di storia contemporanea delle università italiane hanno visto una prevalenza di docenti di provenienza marxista, tutt’altro che disposti a simpatizzare per la monarchia dei Savoia ed il liberalismo e liberismo di Cavour e dei suoi eredi. Si noti ancora che la storiografia accademica sul Risorgimento italiano è solo in parte stata scritta da studiosi italiani, ed in buona misura da stranieri. Ad esempio, alcuni fra i maggiori biografi di Garibaldi sono stranieri. Si trovano fra di essi inglesi, tedeschi, russi, americani, uruguagi, brasiliani, persino un giapponese. A Tōkyō esiste infatti una sezione locale dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, retto dal prof. Fusatoshi Fujisawa dell'Universita Keizai, autore di molti saggi sulla figura del Nizzardo Lo stesso si può dire per la “questione meridionale", i cui principali storici sono di norma italiani del Sud, ma anche con il concorso di molti stranieri. Insomma, la storia studiata a scuola e nelle università non è stata scritta dai "vincitori" (anche perché nel secondo dopoguerra buona parte di essa è di provenienza marxista!), ma da una molteplicità di studiosi, correnti, scuole, prospettive ecc. La differenza fra essa ed il cosiddetto "revisionismo" consiste nel metodo, ovvero nel valore "scientifico" delle risultanze. Ad esempio, Garibaldi è stato studiato sotto diversi aspetti e si è giunti spesso ad interpretazioni discordanti della sua esistenza: questo però è radicalmente diverso dall'inventarsi fatti mai avvenuti (come fanno alcuni revisionisti) o nel ricostruire i fatti combinandoli a priori in modo da sostenere tesi preconcette. 
  3. La pseudostoria è costruita su ipotesi, che non sono prove. È caratteristico in essa l’interpretazione del conosciuto sulla base dello sconosciuto, ossia l’interpretazione forzata dei dati storici certi sulla base di ricostruzioni astratte ed a priori. Anziché partire dal conosciuto per raccordare gli elementi noti fra di loro ed elaborare una teoria, la pseudostoria postula a priori un’ipotesi astratta e fantasiosa, poi cerca forzatamente d’interpretare i fatti storici accertati sulla sua base. È caratteristico di questo grave errore di metodo la forzatura delle fonti, che sono omesse o rifiutate se in contrasto con l’ipotesi. Lo pseudostorico in modo sistematico o semplicemente le trascura, oppure sostiene che sono false, o che l’autore mente, o che si sbaglia. Inoltre lo pseudo storico tende ad erigere castelli in aria: formula un’ipotesi indimostrata, su cui puntella un’altra ipotesi indimostrata e così via. 
  4. La pseudostoria impiega l’espediente dell’inversione dell’onere della prova, per cui si domanda al critico di provare la falsità di quanto affermato, mentre invece principio fondamentale d’ogni scienza è che un’affermazione senza prove è priva di valore. Lo pseudostorico infila nel testo una sequela di asserzioni prive di ogni prova, senza fonti, pretendendole vere senza dimostrazione, ma invitando chi le contesti a dimostrarle false. 
  5. I suoi testi sono carichi di retorica e di appelli all’emotività. La pseudostoria cerca costantemente di suggestionare il lettore, anziché di provare quanto afferma. In altri termini, non potendo dimostrare razionalmente le sue asserzioni, si sforza di persuadere plagiando con l’irrazionalità. È tipico il caso di coloro che aizzano all’odio contro una categoria etnica, religiosa, sociale, che funge il ruolo di capro espiatorio per i problemi del gruppo di lettori a cui si rivolge lo pseudostorico. Il meccanismo, comunissimo ed elementare, risiede nel rivolgersi al gruppo A additando al gruppo B d’essere la causa dei mali del primo. Le mitologie pseudostoriche del genere della Lost Cause, come il mito asburgico, sono un’altra variante dell’uso ed abuso di un romanticismo mistificatorio. Un popolo, una società, uno stato, un gruppo politico ha subito una sconfitta politica e militare che ha segnato traumaticamente una cesura fra il prima ed il dopo. Gli sconfitti per dare un senso alla loro esperienza e cercare di sopravvivere quale comunità producono una cultura che si proclama continuazione di quella trascorsa anteriormente alla disfatta, ma che in realtà è l’esito proprio della frattura epocale. La nuova identità collettiva si costruisce non soltanto dopo ma attorno alla sconfitta. Una miscela variopinta di emozioni, aspirazioni fallite, nostalgia, collera verso i nemici, desideri di rivalsa, glorificazione dei propri protagonisti etc. sfocia in una idealizzazione del passato, trasfigurato romanticamente e rivisitato con l’omissione di tutte le componenti estranee al mito di un’età dell’oro. Ad esempio, dopo la sua scomparsa è sorto il mito dell’Old South anteriore alla guerra civile. Negli Usa si parla per questo della letteratura della Lost cause (la Causa perduta), il cui esempio più popolare è il romanzo Via col vento, da cui è stato tratta la pellicola omonima. Ma anche qui esiste un divario netto fra l’immagine mitizzata e quella reale.2 
  6. Affine al punto precedente è il ricorso ai giudizi soggettivi, che non sono neppure ipotesi indimostrate, ma appunto puri e semplici asserzioni soggettive. Lo pseudostorico riportandole si limita in ultima analisi ad esprimere suoi personali sentimenti. È come se scrivesse “questo mi piace” oppure “questo non mi piace”, soltanto in maniera più elaborata. Caratteristicamente, nella pseudostoria la figura dell’autore, che nella storiografia di norma scompare nel testo, campeggia invece in primo piano, in misura tale che talora acquista un ruolo preponderante. La sua biografia, le sue esperienze personali per necessità estremamente limitate (è così per ognuno), i suoi soggettivi sentimenti divengono la misura di tutte le cose.
  7. La pseudostoria, per tutte queste cause, sconfina nella letteratura in senso proprio, con una miscela di vero, verosimile ed inverosimile, la mescolanza di realtà e finzione che appartiene ai romanzi storici. Difatti, proprio i romanzi storici sono talora adoperati come fonti dagli pseudostorici e, cosa ancor più importante, alcuni celebri (o famigerati) testi di pseudostoria sono veri e propri romanzi. Restando in Italia, il capostipite del revisionismo del Risorgimento fu uno sceneggiatore televisivo, Carlo Alianello, con suoi quattro romanzi (L’Alfiere, Soldati del re, L’eredità della priora, La conquista del Sud), che sono alla base di tutta la posteriore corrente, in modo diretto od indiretto. Molte sue creazioni puramente letterarie sono state prese per autentiche dai suoi epigoni e spacciate quali storiche, con comica credulità. Infatti il successivo “revisionismo” ha scopiazzato largamente dal romanziere Alianello, da cui riprende gran parte delle proprie ipotesi fantasiose: il fantomatico complotto massonico contro il reame borbonico; l’altrettanto chimerico tradimento dei generali e degli ammiragli; il brigantaggio come sollevazione popolare contro i “piemontesi”; la presunta infelice sorte degli ex militari delle Due Sicilie; la decadenza economica del Mezzogiorno quale conseguenza dell’Unità ecc. Può dare un’idea dell’attendibilità e dello stile di questo novelliere basti accennare alla conclusione de La conquista del Sud, il capitolo Al chiaro di luna. L’autore si troverebbe di notte a Messina presso i ruderi della ex cittadella borbonica ed a questo punto avrebbe una visione, in cui gli apparirebbe il fuciliere Nicola Marturano del 1° reggimento Re. Costui è un fantasma che vaga a Messina, in uniforme e fucile, ma che non sa di essere morto. Quando infine gli viene rivelato da Alianello che è morto, appare in una visione l’intera guarnigione. Durante il colloquio fra Alianello e lo spettro, il romanziere racconta al fantasma che il generale Gennaro Fergola, ultimo comandante borbonico della cittadella, sarebbe stato insultato e fucilato da Cialdini dopo la resa. Visione spiritica a parte, Enrico Cialdini al momento della resa non insultò Fergola, ma anzi si complimentò con lui per la difesa prestata, tanto da concedergli ciò che si definisce resa con l’onore delle armi. Era usanza secolare nelle guerre europee che al momento della capitolazione di un esercito il suo comandante consegnasse la propria spada a quello nemico, che poteva accettarla oppure restituirla per onorare il vinto. È per questo che al generale borbonico fu permesso, in segno di stima e rispetto, di conservare la propria arma personale. Fergola inoltre non fu ucciso da Cialdini, poiché dopo un brevissimo periodo di prigionia fu congedato, con l’autorizzazione a conservare il proprio grado di generale ed una pensione corrisposta dallo stato italiano. Gennaro Fergola morì 10 (dieci) anni dopo la resa della piazzaforte di Messina, nel 1870. Vi sarebbe molto altro da aggiungere sulla pseudostoria, tuttavia i tratti sopra riportati possono ritenersi suoi tipici e si ritrovano regolarmente nei suoi esponenti. La pseudostoria ha sostanziale disinteresse per la storia in quanto tale, poiché essa diviene unicamente lo strumento per perseguire progetti politici oppure interessi personali, o magari entrambi, dei suoi fautori.

 Note 1. Si è avuto un dibattito sulla epistemologia delle pseudoscienze, inclusa la pseudostoria: D. Allchin, ‘Pseudohistory and Pseudoscience’, in Science & Education 13, 2004, pp. 179–195. David R. Hershey, Pseudohistory and Pseudoscience: Corrections to Allchin’s Historical, Conceptual and Educational Claims in Science & Education, 15, 2006, pp. 121-125. 2. K.B. Grant, G. Grant, Lost Causes: The Romantic Attraction of Defeated Yet Unvanquished Men and Movements, Nashville 1999, p. 13. Alan Nolan, The anatomy of the myth in Gary Gallagher-Alan Nolan (a cura di), The Myth of the Lost Cause and Civil War History, Bloomington (Indiana USA) 2010; Eduardo González Calleja-Carmine Pinto, Cause perdute. Memorie, rappresentazioni e miti dei vinti, in «Meridiana», n. 88, 2017, pp. 9–17.

sabato 9 dicembre 2017

Osservazioni sul commercio delle Due Sicilie


1. Il controllo inglese e francese sul commercio estero del regno borbonico

Il regno di Napoli e quello di Sicilia erano stati inseriti per molti secoli nell’area commerciale dominata da grandi città mercantili italiane, anzitutto le repubbliche di Venezia e Genova che furono per lungo tempo i maggiori centri mercantili di tutta Europa.
Il Mezzogiorno esportava principalmente prodotti agricoli in traffici che erano controllati dai mercanti e banchieri delle città-stato settentrionali.1
Questa gravitazione commerciale del Meridione attorno all’orbita veneziana e genovese si conclude nel secolo XVIII ma soltanto per essere sostituita dall’egemonia di Inghilterra, Francia ed Olanda.
Naturalmente non si può parlare di un mutamento improvviso e bisognerebbe distinguere anche per categorie merceologiche, tuttavia è il Settecento a segnare questo passaggio di consegna fra la tradizionale egemonia di mercanti dell’Italia settentrionale e quelli del nord Europa nella commercializzazione dei prodotti del sud Italia.
La sostituzione inoltre interviene in un contesto internazionale molto diverso rispetto al passato. L’Italia per almeno quattro secoli (XIII-XVI) era stata nel complesso la regione più sviluppata economicamente di tutta Europa ed ancora nel secolo XVII, nonostante il declino in corso, rimaneva fra i paesi più prosperi.
Al contrario, nel secolo XVIII era ormai divenuta una regione periferica.
Il Mezzogiorno partecipava a queste dinamiche, cosicché la sua subordinazione commerciale alle maggiori potenze mercantili settecentesche ed ottocentesche fu assai più netta di quella anteriore verso le repubbliche marinare di Genova e Venezia. Il regno di Napoli era nel ‘500 senz’altro definibile quale ricco, come ricorda Braudel in Civiltàà e imperi, mentre nel ‘700 partecipava della decadenza economica italiana.2
L’esito fu che il commercio internazionale del regno di Napoli e di quello di Sicilia, ovvero del regno delle Due Sicilie a partire dalla Restaurazione, divenne controllato da società e stati stranieri, la cui longa manus erano colonie di mercanti per lo più inglesi. Costoro, che solo non si fondevano con la popolazione locale, agivano per conto di case commerciali e di mercati stranieri, in base alle loro richieste ed interessi.

I prodotti esportati od importati nel o dal Mezzogiorno erano per queste società soltanto una piccola parte del totale e le filiali  ivi impiantate erano soltanto poche fra le molte esistenti sparse nel mondo.
Al contrario, il regno borbonico aveva un numero limitato di compagni commerciali, poiché importava ed esportava per la maggior parte da Inghilterra, Francia, Austria: questi tre paesi da soli costituivano il 65 % circa delle importazioni.
Esisteva quindi un grande squilibrio di peso nei rapporti mercantili, poiché quelli che per il reame delle Due Sicilie erano i principali soci d’affari internazionali avevano invece in esso soltanto uno dei tanti partner minori.
Le merci esportate inoltre erano quasi esclusivamente prodotti agricoli o zootecnici, anzitutto l’olio che da solo costituiva il 40 % del valore totale, seguito da grano, lana, canapa, seta, liquirizia, robbia. Questi beni formavano il 75 % dei prodotti d’esportazione. Al contrario, le merci importate erano ripartite in una gamma assai più ampia e comprendevano principalmente manufatti.3
È un contesto economico caratteristico degli “scambi diseguali” fra regioni sviluppate, esportatrici di prodotti lavorati di maggiore valore, e sottosviluppate, esportatrici di materie prime.
Il controllo del commercio estero del regno borbonico da parte di imprenditori privati stranieri era accompagnato dall’ingerenza di stati esteri nell’economia del reame borbonico e nelle stesse decisioni di politica economica.
Ad esempio, il timido tentativo di Carlo di Borbone di formare l’embrione di una industria, ricorrendo a maestranze specializzate provenienti dall’Italia settentrionale e dalla Francia, fu stroncato dall’Inghilterra con una guerra commerciale che affossò sul nascere il progetto.4
Non casualmente, una proto-industria comparve nel regno di Napoli sotto Murat, sia per gli incentivi concessi, sia perché il blocco continentale impediva l’arrivo di merci inglesi. È significativo comunque che una parte rilevante in molti opifici murattiani fosse spettata ad imprenditori esteri, specialmente svizzeri.5
Il caso più famoso e significativo dell’ingerenza estera negli affari interni dell’economia del regno delle Due Sicilie fu il contrasto per il controllo del mercato dello zolfo siciliano.
Questo minerale aveva iniziato ad essere estratto nell’isola nella seconda metà del secolo XVIII, ma la vera esplosione di questa attività mineraria avvenne a partire dal 1808, quando la Sicilia era in pratica un protettorato inglese. Per decenni sia l’estrazione sia la commercializzazione, nonché naturalmente la lavorazione, dello zolfo furono per intero sotto la gestione di grandi capitalisti inglesi.
Il governo borbonico non volle o non poté far nulla per impedire che l’intera filiera fosse di proprietà anglosassone.
Soltanto un trentennio più tardi si offrì la possibilità di spezzare il monopolio inglese, ma tramite una ditta anch’essa straniera, la francese Taix & Aycard. Essa propose a Ferdinando II di affidargli la gestione delle miniere, in cambio sia di un aumento del prezzo di acquisto dello zolfo estratto, sia della costruzione di un’industria chimica per la lavorazione del minerale in Sicilia.
Il sovrano inizialmente accettò la proposta francese, ma i capitalisti inglesi furono solleciti a rivolgersi al proprio governo, che reagì con decisione minacciando d’imporre un embargo al regno delle Due Sicilie. Ferdinando II si sottomise alle pretese d’Albione ed accettò di ripristinare il precedente monopolio anglosassone. In più, egli fu costretto dalle pressioni, questa volta di Parigi, a risarcire la Taix & Aycard.6
La debolezza politica ed economica del reame borbonico dinanzi a potenze straniere traspare evidente da questa vicenda.



2. La debolezza della marina mercantile

Il predominio straniero nell’importazione ed esportazione dal Meridione borbonico fu favorito anche dall’insufficienza della flotta mercantile delle Due Sicilie.
I tentativi delle autorità regie d’aumentare le dimensioni della flotta si scontrarono sia con le carenze tecnologiche, sia con quelle di personale stesso e furono dirette non tanto ad ammodernare la marina, aumentando le dimensioni e la modernità delle navi, ma solo accrescendone il numero, il che avveniva naturalmente con il varo d’altre piccole imbarcazioni.
Si può citare, nella ricca storiografia sull’argomento, quanto afferma lo storico Di Gianfrancesco.
Nel 1860 la marineria italiana, di tutti gli stati preunitari riuniti, era per tonnellaggio la quarta d’Europa.
La prima era quella inglese, con 4.669.000 tonnellate. La seconda era quella francese, con 1.011.000. La terza quella tedesca, con 808.000. Infine la quarta era quella italiana, con 607.000 tonnellate. È facile evidenziare comunque come quella inglese da sola fosse più grande di quelle francesi, tedesche ed italiane tutte messe assieme, con 4.669.000 contro 2426000. La percentuale della marina italiana rispetto  al tonnellaggio  mondiale era inoltre diminuita negli anni, passando dal 6,4%  del 1820 al 5,3% del 1860.
Soltanto un terzo della marina mercantile italiana nel 1860 batteva bandiera delle Due Sicilie. Secondo il Gianfrancesco, la marina borbonica arriva a 260 mila tonnellate nel 1860, mentre il totale della marina mercantile  del regno d’Italia arrivava a 607 mila tonnellate, a cui si sarebbe dovuta aggiungere ancora la marina del Veneto per 46 mila tonnellate, quella del  Lazio ed ancora quella (davvero rilevante per dimensioni) di Trieste.7
Giusto per fare un  confronto con i dati sopra citati, si possono indicare alcune raccolte statistiche compilate già nel secolo XIX, come quella del Bursotti.8
Il Bursotti  confronta le flotte di alcuni paesi  europei, proponendo le seguenti  serie per la navigazione di lungo corso: Svezia e Norvegia: 1.450 bastimenti per 355.520 tonnellate di stazza; Paesi Bassi: 379 bastimenti  per 214.284 tonnellate; Austria: 562 bastimenti per 148.492 tonnellate; regno di Sardegna: 690 bastimenti per 123.336 tonnellate; Grecia: 509 bastimenti per 95.978 tonnellate; Danimarca: 963 bastimenti per 95.373 tonnellate; Due Sicilie: 501 bastimenti per 89.148 tonnellate.
Sebbene questi non riporti le cifre della marina mercantile d’Inghilterra (la più grande di tutte), di Francia, di Spagna, né quelle di paesi extraeuropei come Usa, Russia, Turchia, Brasile ecc., già solo il suo parziale elenco dimostra che la marina borbonica era assai piccola, inferiore a quelle di Svezia, Paesi Bassi, Austria, Grecia, Danimarca e regno di Sardegna. Non era neppure, nel 1845, la più grande d’Italia, superata dalla marineria del regno di Sardegna.
Si può citare poi uno studio dello storico Clemente, assai recente (pubblicato nel 2011), dettagliatissimo e scritto con grande abbondanza di fonti (riporta nella sua sola conclusione 20 diverse tabelle statistiche).
Esso riferisce per il 1858 dei dati molto simili a quelli sopra  riportati: il tonnellaggio totale della marina mercantile  italiana (inclusa quella “austriaca”, che però per lo più aveva armatori italiani) era di 932.785 tonnellate; il tonnellaggio totale  del regno delle Due Sicilie era di 272.305, quindi sempre meno di un terzo del totale.
Sempre lo studio di Clemente riporta, fra i moltissimi altri dati, quelli riguardanti le dimensioni medie delle navi. La marina mercantile dello stato pontificio era in assoluto quella con il tonnellaggio medio più basso, seguita a brevissima distanza da quella del regno delle Due Sicilie.
Per fare un confronto, il tonnellaggio medio della marina borbonica era di 24,6 t., contro una media nazionale di 46,3 t.. Questo significa che la marina mercantile  borbonica era, in media, più piccola e meno moderna di quasi tutte quelle italiane, con l’eccezione di quella dello stato pontificio.9
La debolezza della marina mercantile dei Borboni e la dipendenza per le importazioni ed esportazioni da flotte straniere si manifestò in maniera emblematica durante la grande carestia del 1764, che condusse alla morte per fame o malattia circa 200.000 persone in tutto il Mezzogiorno.10
Anche per questo Ferdinando I poco dopo il ritorno sul trono dopo i Napoleonidi riconfermò vecchi privilegi commerciali ad Inghilterra, Francia, Spagna, secondo cui le navi battenti bandiera di questi stati avrebbero goduto di una esenzione del 10 % sui dazi doganali per merci provenienti da quei paesi medesimi.11
Erano autentici “trattati diseguali”, in cui non vigeva l’obbligo della reciprocità fra le due parti contraenti.
Il commercio internazionale del sud Italia verso Inghilterra e Francia, che erano i maggiori importatori ed esportatori del regno borbonico, si svolgeva così anzitutto tramite flotte e marinerie di quei paesi.12

3. L’assenza del regno delle Due Sicilie alla Esposizione internazionale dell’industria di Parigi

Il reame dimostrò una grave incapacità anche solo promozionale della propria economia, come risaltò all’Esposizione internazionale dell’industria di Parigi del 1855, svoltasi dal 1 maggio al 31 ottobre 1855.
L’Esposizione era stata ripartita in 30 diverse classi o categorie, a seconda della tipologia di attività industriale. Le prime 27 erano ritenute essere propriamente industria, mentre le restanti 3 erano considerate belle arti. È possibile e facile conoscere con assoluta esattezza quali paesi parteciparono all’Esposizione dell’industria e con quanti espositori ed in quali categorie, poiché già nel 1855 fu pubblicata la relazione ufficiale dell’Esposizione stessa.13
Le classi dell’industria erano le seguenti: settore minerario ed estrattivo; industria di  falegnameria, lavorazione prodotti caccia e pesca; lavorazione industriale prodotti agricoltura; meccanica generale applicata all’industria; meccanica speciale e materiali ferroviari e di trasporto; meccanica speciale e materiali degli opifici industriali; meccanica speciale e materiali manifatture tessuti; industria di precisione, orologeria, stampa; oreficeria, bigiotteria, gioielleria; Industria del vetro e della ceramica; industria del cotone; industria della lana; industria della seta; industria del lino; fabbricazione di maglie, tappeti,passamaneria; mobili ed arredamento; oggetti di moda e fantasia; Disegni e plastici applicati alla musica, fotografia; fabbricazione di strumenti musicali.
In tutte queste 27 classi dell’industria il numero di espositori delle Due Sicilie fu pari a zero. Non vi fu un solo espositore dalle Due Sicilie, su di un totale di 21779 partecipanti.
Il reame borbonico fui quindi completamente assente nell’Esposizione dell’industria propriamente detta. Eppure, ad essa parteciparono anche stati dell’America meridionale, dell’Africa e stati minuscoli come il principato di Baden, il ducato di Sassonia, la lega delle città anseatiche.
Il Messico mandò 107 espositori, il poverissimo Guatemala 7, la minuscola isola di Grenada 13. La spopolata Argentina del 1855, che comprendeva quasi solo Buenos Aires e dintorni mentre la sterminata pampa era quasi spopolata ed abitata in prevalenza da indios dediti alla pastorizia nomade,  mandò 6 espositori.
L’Egitto ebbe 6 espositori ed il regno delle Hawaii, il piccolo reame ancora indipendente abitato dai polinesiani, ne inviò 6. Il Lussemburgo ebbe 23 espositori, il ducato di Brunswick 16, quello di Hannover 18, la Baviera 172.
Naturalmente, la parte del leone era fatta dalle maggiori potenze industriali, per cui il Belgio ne mandò 687, l’Austria ne 1298, la Prussia 1319, il Regno Unito 1589, la Francia addirittura 10003 (ma questa cifra, più alta addirittura di quella dell’Inghilterra massima potenza industriale dell’epoca, dipendeva dal fatto che l’esposizione era organizzata a Parigi).
A scanso di equivoci, non si sono qui riportati tutti i paesi partecipanti ma soltanto una piccola parte per brevità, essendone stati ancora molti che provenivano dall’Europa, dall’Asia, dall’Africa, dall’America.
Parteciparono ovviamente anche il regno di Sardegna, con 204 espositori, il granducato di Toscana, con 197 espositori, lo stato pontificio,  con 72 espositori. Regno delle Due Sicilie, come si detto, non partecipò nemmeno.
Si possono trovare espositori delle Due Sicilie soltanto nel settore delle Belle Arti, che comprendeva tre classi: pitture, incisione, litografia; scultura ed incisione su medaglie; architettura. Vi furono due espositori delle Due Sicilie nella classe XXVIII (pittura, incisione, litografia) ed altri 2 nella classe XXIX (scultura ed incisione su medaglie). Gli espositori in queste tre classi furono in totale 2175, di cui appunto 4 (quattro) delle Due Sicilie.
L’Austria ne ebbe 108, la Prussia 111, il  Belgio 142, il Regno Unito 297, la Francia (anche qui grazie al fatto che l’Esposizione si teneva a Parigi) ben 1072. Il regno di Sardegna ne mandò 17, lo stato pontificio 16, la Toscana 10.
Si può ora riassumere. Il regno delle Due Sicilie non partecipò proprio all’Esposizione dell’industria in senso stretto, poiché non vi fu un solo suo espositore in tutte le 27 diverse categorie industriali. Si ebbero 21779 espositori delle prime 27 classi industriali, 0 (zero) provenienti dalle Due Sicilie. Esso partecipò invece al settore delle Belle Arti, con 4 (quattro) espositori su di un totale di 2175.
Il numero totale complessivo di espositori delle Due Sicilie fu inferiore non soltanto a quello delle maggiori potenze industriali (in modo abissale), non solo a quello degli altri stati italiani (regno di Sardegna 221, il granducato di Toscana 213, lo stato pontificio 82), ma persino a paesi poverissimi e minuscoli come l’isola di Grenada (13) od il regno delle Hawaii (5), i cui espositori avevano dovuto  percorrere tutta la distanza fra l’arcipelago e Parigi sulle navi dell’epoca.
L’accaduto era stato notato e compreso nel suo significato già da Giustino Fortunato, che scrisse: «Alle mostre delle industrie mondiali, prima di Londra, nel 1855, poi di Parigi, nel 1857, ove finanche la Turchia e il Giappone mandarono i loro prodotti, noi soli mancammo ...»14

4. La frammentazione del mercato interno e la sua debolezza

Non esisteva un vero mercato unitario interno nelle Due Sicilie, quanto una pluralità di aree commerciali rurali separate fra di loro. Molti sono le ricerche che conducono a questa conclusione, fra cui si può citare ciò che scriveva Aurelio Lepre, asserendo che la mancanza di un sistema di comunicazioni terrestri adeguato impediva la formazione di un’area commerciale comune all’interno del reame borbonico.15
Il “regno senza strade”, come era soprannominato quello borbonico in Europa, era notoriamente deficitario in fatto di vie. Nel 1860 esistevano nel regno borbonico 1848 comuni, ma di questi solamente 227 erano collegati da strade. Gli altri si servivano di mulattiere o piste per il bestiame.
Il commercio interno era prevalentemente locale e collegato alle diverse fiere paesane, mentre in confronto era assai più ridotto il cosiddetto “commercio stabile”. Anche per questo, vi erano grosse difficoltà a commercializzare all’interno dei confini dello stato gli stessi prodotti nazionali esportati.16
Le congiunture commerciali incidevano anche in modo grave, persino politicamente, sul regno. Questo riguardava anzitutto il settore granario, da cui dipendeva l’alimentazione della maggioranza della popolazione.
Il governo ne era consapevole e cercava di consentire l’esportazione di grano soltanto qualora vi fosse una eccedenza rispetto alle esigenze interne, mentre al contrario favoriva la sua importazione qualora ve ne fosse scarsità ovvero se i prezzi interni salissero.
La politica governativa aveva in questo una sua logica, che però non si poneva come obiettivo l’aumento di una produzione cerealicola che chiaramente non assicurava rese tali da garantire l’autosufficienza alimentare. Il mercato del grano rimase quindi sospeso per anni fra Scilla e Cariddi, perché consentire l’esportazione rischiava di provocare sottoalimentazione nelle classi povere (o di aggravare quella esistente …) mentre autorizzare l’importazione minacciava di far abbassare troppo i prezzi e danneggiare i coltivatori.
S’intona con questo quadro l’osservazione del generale Carascosa, che ipotizzava un collegamento fra la rivoluzione del 1820 ed il disagio sociale provocato dall’importazione di cereali dalla Russia, che era stata decisa in seguito alla carestia del 1816-1817, ma che aveva abbattuto il valore del grano nel Mezzogiorno.17
Anche per questo il Mezzogiorno, con un mercato interno asfittico e frammentario, aveva maggiore necessità di sbocchi esterni per le sue eccedenze e era perciù più dipendente dai mercati stranieri.
  

5. I dati quantitativi sul commercio internazionale delle Due Sicilie

Lo storico Augusto Graziani ha pubblicato nel 1960 una monumentale documentazione statistica sul commercio estero delle Due Sicilie, che copriva in modo ininterrotto più di due decenni di importazioni ed esportazioni di  questo reame con una serie quasi ininterrotta dal 1832 al 1855, distribuita in vari «gruppi merceologici» sulla base dei parametri Istat allora vigenti per la classificazione delle attività economiche.18  
I dati quantitativi riportati, davvero abbondanti ed assai analitici e precisi, offrono un quadro esauriente del commercio con l’estero del regno borbonico.
Esso era in tutta Europa (in tutta Europa!) il paese con il più basso commercio estero pro capite, ossia in percentuale al numero di abitanti.
Il suo commercio internazionale annuo nel 1858 era di soli 6,52 ducati per abitante. Tutti gli altri stati italiani avevano livelli assai superiori, che andavano dai 40,13 ducati pro capite del regno di Sardegna (sei volte quello del reame borbonico!) sino ai 9,06 dello stato pontificio.
Anche tutti gli stati europei dell’epoca avevano indici di commercio pro capite superiori a quelli del regno  delle Due Sicilie, con la sola eccezione della Russia che aveva 5,14 ducati per abitante ma che per geografia e storia difficilmente si poteva considerare quale europea ad ogni effetto. Ad esempio, l’Austria (incluso il Lombardo-Veneto) era ad 11 ducati pro capite, la Francia a 35, l’Inghilterra a 71 etc. In ogni caso, il regno borbonico era l’ultimo in Italia per commercio pro capite e, fatta eccezione per la Russia, anche in tutta Europa.
Il panorama negativo era completato da altri dettagli ancora, come un saldo commerciale che rimase costantemente in passivo o lo squilibrio interno fra la capitale e l’entroterra.
La città di Napoli da sola convogliava l’88% delle importazioni, anche se la metropoli in quanto tale quasi non esportava nulla. Al contrario, le poche regioni esportatrici (come la terra di Bari per l’olio e quelle di Enna e Caltanissetta per lo zolfo) non erano importatrici.
L’amplissima ricerca documentaria di Graziani conferma ciò che è largamente ammesso nella storiografia riguardo all’economia delle Due Sicilie. Il regno aveva un’economia quasi soltanto agricola, con un’industria solo embrionale. Al suo interno esisteva poi uno squilibrio notevole fra la capitale, (in cui si concentravano gli investimenti pubblici e risiedeva la classe dirigente, così risucchiando buona parte delle risorse disponibili) e tutto l’entroterra del Meridione continentale. La posizione di questo paese nel commercio internazionale era periferica e rispecchiava la sua arretratezza economica.

6. Alcune osservazioni conclusive

Il quadro complessivo delineato dal commercio nelle Due Sicilie appare inconfondibile: esportazione solo di materie prime o di semilavorati con importazione di manufatti, quindi esportazione di merci di basso valore ed importazione di merci di alto valore; trattati commerciali diseguali; controllo della filiera dei propri prodotti d’esportazione da parte di società imprenditoriali straniere; presenza di colonie di mercanti ed imprenditori stranieri che erano rappresentanti locali di società ramificate internazionalmente ed aventi sedi all’estero: ingerenza di stati stranieri nella politica economica interna allo stato borbonico; assenza di un mercato interno nazionale unificato ed esistenza di reti commerciali strutturate ed organizzate soltanto con l’estero; incapacità statale di sfruttare le proprie risorse naturali e di promuovere i propri prodotti all’estero.
È un insieme organico di caratteristiche che si ritrova sovente in paesi subalterni economicamente, come ha avuto modo di sottolineare più volte Galasso. Il controllo di società straniere sul commercio estero delle Due Sicilie ha contribuito ad impedire un processo di industrializzazione ed in generale di sviluppo economico.


 
 Homan, Pianta di Napoli 1734


Note 
D. Abulafia, The two Italies. Economic relations between the norman Kingdom of Sicily and the northen Communes, Cambridge 1977; Idem, Southern Italy and the Florentine Economy (1265-1370), in «The Economic History Review», 1981, n. 3.  - - Questo rapporto esisteva già nel Medioevo e su di esso si è soffermato anche un Fernand Braudel nel suo celebre e celebrato studio sul Mediterraneo all’epoca di Filippo II. - G. Galasso, Momenti e problemi di storia napoletana nell'età di Carlo V, in Mezzogiorno medievale e moderno, Torino 1975, pp. 167-77; F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Torino 1976, vol. I, pp. 621 sgg. 
Il commercio inglese nel Mediterraneo dal '500 al '800. Corrispondenza consolare e documentazione britannica fra Napoli e Londra, a cura di G. Pagano de Divitiis, Napoli 1984, pp. 29 sgg.; Eadem, II Mediterraneo nel XVII secolo; l'espansione commerciale inglese e l'Italia, in «Studi storici», 1986, n. 1; P. Bevilacqua, Il Mezzogiorno nel mercato internazionale (secoli XVIII-XX), in “Meridiana”, n. 1, 1987, pp. 19-45. 
3 D. Demarco, Il  crollo del regno delle Due Sicilie. La struttura sociale, Napoli 1960, pp. 76-77. 
4 R. Romano, Napoli: dal Viceregno al Regno, Torino 1976.
5 Riguardo alla politica economica nel Decennio francese A. Valente, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino 1965; P. Villani, Italia napoleonica, Napoli 1978; C. Zaghi, Napoleone e l’Italia,  Napoli 2001.
6 Lo zolfo di Sicilia. Questione tra l'Inghilterra e Napoli, da Annali universali di statistica, economia pubblica, storia, viaggi e commercio. Milano, Società degli editori degli annali universali delle scienze e dell'industria, 1840. G. Pescosolido, L’economia siciliana nell’unificazione italiana, in “M e d i t e r r a n e a  R i c e r c h e s t o r i c h e” Anno VII - Agosto 2010, p. p. 225.
7 M. Di Gianfrancesco, La rivoluzione dei trasporti in Italia nell’età risorgimentale, L’Aquila 1979, p. 230. I dati quantitativi sui bastimenti del regno delle Due Sicilie sono contenuti nelle raccolte statistiche degli «Annali civili del Regno delle Due Sicilie» per gli anni 1833, 1834, 1839 e 1852; dal 1841 al 1855 nelle “Statistiche generali commerciali”a cura dell’Amministrazione generale dei dazi indiretti, conservate nel fondo del Ministero delle Finanze dell’Archivio di Stato di Napoli. Naturalmente, sono tutte “fonti dirette” ovvero “fonti primarie”, secondo il lessico storiografico, che risalgono direttamente ai documenti ufficiali del regno delle Due Sicilie.
G. Bursotti, Biblioteca di Commercio, Anno II, vol. III, Napoli 1845. 
9 A. Clemente, “La marina mercantile napoletana dalla Restaurazione all’Unità”, Il Mezzogiorno prima dell’Unità. Fonti, dati, storiografia, Napoli, 1° dicembre 2011 (CNR-ISSM, in collaborazione con l’Università di Napoli “L’Orientale” e l’Università di Catanzaro “Magna Græcia”). 
10 Le dimensioni quantitative della carestia, che colpì sia il regno di Napoli, sia lo stato pontificio, sono inevitabilmente approssimative. A. Caracciolo, La storia economica, in Dal primo Settecento all’Unità, in «Storia d’Italia», III, Torino 1973, p. 522;  G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, 1965, pp. 309-310] Il governo borbonico dovette provvedere all’acquisto all’estero di cereali, che furono trasportati nel  regno da navi inglesi. [De Divitiis, Il commercio inglese cit., pp. 10-11.
11 G. M. Monti, La espansione mediterranea del Mezzogiorno d'Italia e della Sicilia, Bologna 1942 pp. 363-364. 
12 P. Frascani, Il Mare, Bologna 2008, pp. 25–26. 
13 Si tratta della relazione intitolata “Exposition universelle; Industrie; Produits industriels”, Paris 1855. 
14 Giustino Fortunato, La questione meridionale e la riforma tributaria, in Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, Discorsi politici (1880-1910), nuova edizione a cura di Umberto Zanotti Bianco, Firenze, Vallecchi, 1926, volume secondo, p. 335.
15 A. Lepre, Contadini, borghesi ed operai nel tramonto del feudalesimo napoletano, Milano 1963.
16 B. Salvemini, Ceti mercantili e crescita urbana in terra di Bari (1815-1830), in Atti del 3° convegno di studi. Ill Risorgimento in Puglia. L’età della Restaurazione (1815-1830), Bari 1983, pp. 539-562. 
17 L. Palumbo e B. Salvemini, Aspetti del mercato del grano nell’Ottocento borbonico, in A. Massafra (a cura) Mezzogiorno preunitario, pp. 201-227. 
18 A. Graziani, II commercio estero del Regno delle due Sicilie dal 1832 al 1858, in Archivio economico dell'Unificazione italiana, Roma 1960, serie I, vol. X.

martedì 28 febbraio 2017

La pena di morte secondo le leggi penali borboniche

Carlo di Borbone, con la Prammatica del 14 marzo 1738, aveva proibito la tortura e l’uso di pozzi sotterranei per l’isolamento dei detenuti. Ma la Lex Julia majestatis, introdotta dal suo successore Ferdinando IV come legge dello Stato con rescritto del 21 luglio del 1771, prevedeva pene severissime e torture per chiunque partecipava ad una congiura, escludendo ogni beneficio o diminuzione della pena, e contro i rei si procedeva ad modum belli. Era questo un rito eccezionale in cui il termine a difesa era brevissimo: conclusa rapidamente l’istruttoria senza osservarne i normali termini, comunicata la sentenza, venivano concesse poche ore al difensore per prendere visione degli atti e preparare la memoria difensiva. 

Stimata regina tormentorum per l’intenso dolore che essa procurava, era la tortura acre con funicelle. Si allacciavano dapprima i polsi rivolti dietro la schiena del reo con una cordella rotonda e la si stringeva fino a lacerarne le carni. Poi se ne allacciava un’altra alle braccia e lo si sollevava. Il destino dei rei non era mai definitivo e poteva mutare in qualsiasi momento o per intercessione diretta del sovrano, spesso su richiesta di un familiare o di persona influente, o tramite la «Giunta per il destino dei condannati». 
Tra i luoghi di detenzione napoletani più noti furono la Vicaria, un carcere situato nei sotterranei del Castel Capuano, e quello di S. Francesco, fuori le mura di Porta Capuana, oltre il distretto di Napoli i penitenziari di Procida e di S. Stefano destinati agli ergastolani. Il Codice per lo Regno delle due Sicilie, promulgato per editto da Ferdinando I di Borbone nel 1819, pur nel formale ripudio di alcune pene, persisteva in tratti ancora profondamente reazionari adottati nelle prammatiche sanzioni dei precedenti anni di reggenza.
Le pene criminali per il nuovo codice erano soltanto l’ergastolo, i ferri, la reclusione, la relegazione, l’esilio dal regno, la interdizione da’ pubblici uffizii, la interdizione patrimoniale e la morte. Le norme per le esecuzioni capitali erano stabilite nei seguenti articoli:
  • Art.4. La pena di morte si esegue colla decapitazione, col laccio sulle forche e colla fucilazione. 
  • Art.5. La pena di morte non può che eseguirsi in luogo pubblico. Quando la legge non ordina letteralmente che la pena di morte debba essere espiata col laccio sulle forche, espiar si deve colla decapitazione. La pena di morte si esegue colla fucilazione quando la condanna sia fatta da una Commissione militare, o da Consigli di guerra ne’ casi stabiliti dallo Statuto penale militare. 
  • Art.6. La legge indica i casi ne’ quali la pena di morte si debba espiare con modi speciali di pubblico esempio. I gradi di pubblico esempio sono i seguenti: 
  1. Esecuzione della pena nel luogo del commesso misfatto, o in luogo vicino: 
  2. Trasporto del condannato nel luogo delle esecuzione a piedi nudi, vestito di giallo, con cartello in petto a lettere cubitali indicante il misfatto: 
  3. Trasporto del condannato nel luogo della esecuzione, a piedi nudi, vestito di nero, e con un velo nero che gli ricopra il volto:
  4. Trasporto del condannato nel luogo della esecuzione, a piedi nudi, vestito di nero, e con velo nero che gli ricopra il volto, e trascinato su una tavola con piccole ruote al di sotto, e con cartello in petto in cui sia scritto a lettere cubitali: l’uomo empio.[1] . 
 [1] Codice per lo Regno delle Due Sicilie – Leggi Penali, Parte Seconda, Tip. Domenico Capasso, Napoli, 1848, pp.1-2. Abstract: A Orefice, I giustiziati di Napoli, D'Auria, Napoli, 2015 Giustizia del Capitano Santolo Castaldo. Esempio di crudeltà nell’esecuzione. Anno 1646 Archivio Storico Diocesano di Napoli, Bianchi della Giustizia, vol.87, c.40 r

 Trascrizione documento A di 7 di maggio uscì la giustizia da S. Giacomo per eseguirsi come fu eseguita nel largo del Castello in persona di Capitan Santolo Castaldo della Fragola quale fu decapitato e non lascia alcuni. Questo Povero afflitto passò molto travaglio nel morire perché la mannaia le colse sopra le spalle onde fu necessario secargli il collo con un coltello nel che ci volle un pezzo che fu cosa di molta compassione vi intervennero li seguenti fratelli…


Dettagli Categoria principale: Storia Categoria: Storia XVIII sec. Creato Martedì, 28 Febbraio 2017 18:51 Ultima modifica il Martedì, 28 Febbraio 2017 18:51 Pubblicato Martedì, 28 Febbraio 2017 18:51 Scritto da Antonella Orefice Visite: 2399

domenica 17 luglio 2016

“L’amor di patria” in Gaetano Filangieri

Gaetano Filangieri trattò in un apposito capitolo della "Scienza della Legislazione" il tema "Dell'amor della patria e della sua necessaria dipendenza dalla sapienza delle leggi e del governo".
Secondo  Vincenzo Ferrone, l'illuminista napoletano intendeva esporre con massima chiarezza un concetto  che si prestava ad essere considerato riduttivo e fuorviante per una società moderna da costruire.



"Non confondiamo le idee le più distinte tra loro. – scriveva Filangieri - Non abusiamo del sacro nome della patria per indicare quell'affezione al suolo natìo ch'è un appendice de' mali stessi delle civili unioni e che si può ritrovare così nella più corrotta, come nella più perfetta società".

L'amor di patria, dunque,  non poteva definirsi  con un semplice  riandare con la mente ai ricordi dell'infanzia, alla "culla", ad una primordiale appartenenza etnica. L'illuminismo apportava un amor di patria- nazione come amore delle virtù in una società repubblicana con il dovuto rispetto delle  sue leggi civili. Pertanto, secondo il Filangieri,  l’autentico amore per la nazione napoletana era fatto di ragione e volontà. Dovevano essere le virtù, i valori repubblicani a caratterizzare l'amore autentico per la nazione napoletana in quel Primo Settecento, un amore che doveva superare "l'amore di potere", insito purtroppo, sempre e naturalmente, in ogni società, e introdurre un amore nuovo nelle coscienze del popolo napoletano.
"Vi si deve introdurre, deve essere prima destato e poi adoperato". Così il Filangieri mostrava quanto quel  percorso richiedessero una graduale e necessaria evoluzione ai tempi nuovi affinchè potesse essere sentiro profondamente l’amor di patria.

Vincenzo Ferrone scrive che "il filosofo napoletano aveva subito colto la funzione politica e istituzionale che l'opinione pubblica stava assumendo come possibile forma di espressione della sovranità popolare nei confronti del dispotismo", che si nutriva dell'assenza di un autentico amor di patria incentrato sulle virtù e sui valori politici e civili condivisi. Inoltre, Gaetano Filangieri evidenziava quanto fosse deleterio accomunare uomini virtuosi e uomini corrotti entrambi appartenenti ad un’unica comunità in base ad un'errata concezione dell'amor di patria. 
L'amor di patria doveva esprimersi in un  rispetto virtuoso del nuovo sistema legislativo, che egli proponeva e diffondeva, che additava non solo alla nazione  napoletana ma al mondo intero.
Filangieri delineava un quadro  generale a cui avrebbero dovuto  attenersi la Nazione Napoletana e l’intero territorio meridionale per realizzare quel legame vero e sincero: diffusione della proprietà, abolizione delle differenze di status sociale; una istituzione di truppe civili al posto delle mercenarie, l’equa ripartizione delle ricchezze per il raggiungimento della  felicità, una giusta legislazione criminale, un piano d’istruzione pubblica, presupposto fondamentale per ampliare e fortificare i vincoli dell’unione civile della Nazione, eguale partecipazione al potere di tutti i cittadini, potere inteso come “amore della patria” e uomini virtuosi per l’attuazione della legislazione.
All'interrogativo su come diffondere tra il popolo l'amore per la patria e le sue leggi, su come affermare la passione dei cittadini per le virtù civiche, ossia su come superare la lunga stagione dell'antico regime e forgiare il nuovo cittadino, Filangieri esplicitò il ricorso agli insegnamenti e agli esempi dei grandi uomini della civiltà classica repubblicana greca e romana.
Il filosofo napoletano poneva le basi di quella che sarebbe stata la moderna cultura repubblicana, in opposizione a quell'antico regime che - come scrive testualmente Vincenzo Ferrone - " aveva smarrito i valori delle virtù civiche, dell'interesse collettivo a favore degli egoismi economici individuali", per cui egli riteneva che al più presto "occorresse ridare uno spazio adeguato al culto repubblicano degli eroi che si erano sacrificati per la collettività". Necessitava, secondo il filosofo napoletano,  nel secolo XVIII, rivisitare e aggiornare quanto, in termini di virtù e valori ideali civili, era stato elaborato dai grandi uomini nel passato repubblicano di Atene, Sparta e Roma, alla luce dei diritti dell’uomo moderno, di una rinnovata  passione politica e civile.
Il  Filangieri credeva nella funzione politica, civile e pedagogica del teatro, come scuola di virtù e sollecitava, pertanto, l’istituzione di teatri popolari a spese dello Stato in maniera da  garantire spettacoli a tutti i  cittadini, anche a quelli che vivevano come “ lazzari”, i primi che necessitavano di “una nuova religione civile che doveva predicare la pratica della virtù tra il popolo”.
A tal fine ricordava come ad Atene i cittadini stessi fossero attori.
Il Filangieri additava, pertanto, un nuovo concetto di “amor di patria” mirato a quella felicità dei popoli, quel sostantivo che sarebbe stato primariamente recepito nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America il 4 luglio 1776.



Bibliografia:
Vincenzo Ferrone, La società equa e giusta. Repubblicanesimo e diritti dell’uomo,  in Gaetano Filangieri,  Bari, 2003
Elena Croce,  La Patria Napoletana, Milano, 1999

domenica 12 giugno 2016

Giuseppe Decina, prigioniero dei briganti

Dalla biografia del patriota Luigi Toro ed il libro del suo discepolo Nicola Borrelli, emerge quanto  il brigantaggio fosse una piaga endemica nel territorio di Terra di Lavoro, ai confini con lo Stato Pontificio, dove operavano le bande di Francesco Guerra e Domenico Fuoco.
Fa riflettere la triste vicenda del tredicenne Giuseppe Decina rapito dai briganti e costretto a vivere con loro fino alla consegna del riscatto da parte della famiglia .
Era un giorno di fine estate del 1865 quando, al calar della sera, il ragazzo fu catturato, mentre con il suo garzone conducevano le bestie a Pescasseroli. Una ventina di briganti con a capo Domenico Fuoco intimarono al garzone di recarsi dalla famiglia Decina per chiedere un riscatto di mille ducati. “La via che percorremmo non saprei indicarla perché fatta di notte . Camminammo molte ore ascendendo una montagna e ci fermammo ad una grotta dove trovammo altri briganti, tra cui Guerra con la moglie”- dichiarò in seguito Giuseppe al Comandante della Frontiera Pontificia, presso il distaccamento di Sora, come riportato nel verbale dell’ 11 novembre 1865 , avente per oggetto “Liberazione di Decina Giuseppe , prigioniero dei Briganti” e inviato al Comandante del Dipartimento Militare – Ufficio Territoriale di Napoli.

L’ampio verbale costituisce una preziosa testimonianza storica in relazione anche al modo di vivere dei briganti capeggiati da Francesco Guerra e Domenico Fuoco, essendo il ragazzo stato con loro per ben due mesi, tempo impiegato dalla famiglia per racimolare il denaro richiesto. Il ragazzo fu fortemente impressionato dalla vita promiscua dei briganti che, anche facendo venire sulla montagna “qualche malafemmina”, consumavano libere oscenità sessuali a cui volevano costringere a partecipare lo stesso ragazzino che ogni volta si era rifiutato  sdegnosamente.
Tra altri particolari Giuseppe raccontò come fosse costretto in quella grotta a leggere ai suoi carcerieri  le avventure di  Guerrin Meschino, un'opera letteraria  a metà strada fra la favola e il romanzo cavalleresco, la cui prima edizione era stata scritta intorno al 1410 dal trovatore italiano Andrea da Barberino. Guerrino era una sorta di condottiero dei poveri e le sue avventure  piacevano tanto al brigante Francesco Guerra la cui compagna, Michelina De Cesare , “si sgravò in quella grotta di un maschio che chiamò Michelangelo”.
Giuseppe raccontò come la lettura del Guerrin Meschino, lo avesse salvato dalle minacce di Domenico Fuoco di recidergli le orecchie. Più volte era stato difeso da Francesco Guerra solo perché quella lettura gli  era particolarmente gradita.
Il verbale aggiunge che “Fuoco raccontava di essere stato nominato Aiutante con decreto del Borbone e di avere avuto assicurazioni che presto gli sarebbe giunto il decreto di Capitano”.
E’ questa un’ulteriore conferma di quanto i briganti si sentissero graduati borbonici autorizzati ad entrare nei paesi sventolando la bandiera gigliata ed  inneggiando a Francesco II, alla Regina Maria Sofia e a Pio IX.
Portavano anelli di zinco fatti distribuire dai Borbone ed ogni sorta di oggetto che credevano li proteggesse dal malocchio e dalla malasorte come anche filtri e porzioni per unire o dividere. Una vita, la loro,  intrisa di superstizione ed egregiamente descritta dall’antropologo Ernesto De Martino nel suo testo “Sud e Magia”. La parte finale dell’ampio verbale redatto riporta la descrizione dei banditi Guerra e Fuoco fornita dal tredicenne rapito, che si soffermò  anche nella descrizione degli orecchini indossati dai briganti. Quando arrivò la somma del riscatto “pagato in Lire 900 circa” il giovanissimo Decima fu trattenuto ancora per due giorni,  il tempo necessario per finire la lettura del Guerrin Meschino.


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Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Ultima modifica il Domenica, 12 Giugno 2016 19:10
Pubblicato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Scritto da Angelo Martino

Bibliografia
M. Lunardelli, Guardie e ladri. L'unità d'Italia e la lotta al brigantaggio, Torino, 2010