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domenica 17 luglio 2016

“L’amor di patria” in Gaetano Filangieri

Gaetano Filangieri trattò in un apposito capitolo della "Scienza della Legislazione" il tema "Dell'amor della patria e della sua necessaria dipendenza dalla sapienza delle leggi e del governo".
Secondo  Vincenzo Ferrone, l'illuminista napoletano intendeva esporre con massima chiarezza un concetto  che si prestava ad essere considerato riduttivo e fuorviante per una società moderna da costruire.



"Non confondiamo le idee le più distinte tra loro. – scriveva Filangieri - Non abusiamo del sacro nome della patria per indicare quell'affezione al suolo natìo ch'è un appendice de' mali stessi delle civili unioni e che si può ritrovare così nella più corrotta, come nella più perfetta società".

L'amor di patria, dunque,  non poteva definirsi  con un semplice  riandare con la mente ai ricordi dell'infanzia, alla "culla", ad una primordiale appartenenza etnica. L'illuminismo apportava un amor di patria- nazione come amore delle virtù in una società repubblicana con il dovuto rispetto delle  sue leggi civili. Pertanto, secondo il Filangieri,  l’autentico amore per la nazione napoletana era fatto di ragione e volontà. Dovevano essere le virtù, i valori repubblicani a caratterizzare l'amore autentico per la nazione napoletana in quel Primo Settecento, un amore che doveva superare "l'amore di potere", insito purtroppo, sempre e naturalmente, in ogni società, e introdurre un amore nuovo nelle coscienze del popolo napoletano.
"Vi si deve introdurre, deve essere prima destato e poi adoperato". Così il Filangieri mostrava quanto quel  percorso richiedessero una graduale e necessaria evoluzione ai tempi nuovi affinchè potesse essere sentiro profondamente l’amor di patria.

Vincenzo Ferrone scrive che "il filosofo napoletano aveva subito colto la funzione politica e istituzionale che l'opinione pubblica stava assumendo come possibile forma di espressione della sovranità popolare nei confronti del dispotismo", che si nutriva dell'assenza di un autentico amor di patria incentrato sulle virtù e sui valori politici e civili condivisi. Inoltre, Gaetano Filangieri evidenziava quanto fosse deleterio accomunare uomini virtuosi e uomini corrotti entrambi appartenenti ad un’unica comunità in base ad un'errata concezione dell'amor di patria. 
L'amor di patria doveva esprimersi in un  rispetto virtuoso del nuovo sistema legislativo, che egli proponeva e diffondeva, che additava non solo alla nazione  napoletana ma al mondo intero.
Filangieri delineava un quadro  generale a cui avrebbero dovuto  attenersi la Nazione Napoletana e l’intero territorio meridionale per realizzare quel legame vero e sincero: diffusione della proprietà, abolizione delle differenze di status sociale; una istituzione di truppe civili al posto delle mercenarie, l’equa ripartizione delle ricchezze per il raggiungimento della  felicità, una giusta legislazione criminale, un piano d’istruzione pubblica, presupposto fondamentale per ampliare e fortificare i vincoli dell’unione civile della Nazione, eguale partecipazione al potere di tutti i cittadini, potere inteso come “amore della patria” e uomini virtuosi per l’attuazione della legislazione.
All'interrogativo su come diffondere tra il popolo l'amore per la patria e le sue leggi, su come affermare la passione dei cittadini per le virtù civiche, ossia su come superare la lunga stagione dell'antico regime e forgiare il nuovo cittadino, Filangieri esplicitò il ricorso agli insegnamenti e agli esempi dei grandi uomini della civiltà classica repubblicana greca e romana.
Il filosofo napoletano poneva le basi di quella che sarebbe stata la moderna cultura repubblicana, in opposizione a quell'antico regime che - come scrive testualmente Vincenzo Ferrone - " aveva smarrito i valori delle virtù civiche, dell'interesse collettivo a favore degli egoismi economici individuali", per cui egli riteneva che al più presto "occorresse ridare uno spazio adeguato al culto repubblicano degli eroi che si erano sacrificati per la collettività". Necessitava, secondo il filosofo napoletano,  nel secolo XVIII, rivisitare e aggiornare quanto, in termini di virtù e valori ideali civili, era stato elaborato dai grandi uomini nel passato repubblicano di Atene, Sparta e Roma, alla luce dei diritti dell’uomo moderno, di una rinnovata  passione politica e civile.
Il  Filangieri credeva nella funzione politica, civile e pedagogica del teatro, come scuola di virtù e sollecitava, pertanto, l’istituzione di teatri popolari a spese dello Stato in maniera da  garantire spettacoli a tutti i  cittadini, anche a quelli che vivevano come “ lazzari”, i primi che necessitavano di “una nuova religione civile che doveva predicare la pratica della virtù tra il popolo”.
A tal fine ricordava come ad Atene i cittadini stessi fossero attori.
Il Filangieri additava, pertanto, un nuovo concetto di “amor di patria” mirato a quella felicità dei popoli, quel sostantivo che sarebbe stato primariamente recepito nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America il 4 luglio 1776.



Bibliografia:
Vincenzo Ferrone, La società equa e giusta. Repubblicanesimo e diritti dell’uomo,  in Gaetano Filangieri,  Bari, 2003
Elena Croce,  La Patria Napoletana, Milano, 1999

domenica 12 giugno 2016

Giuseppe Decina, prigioniero dei briganti

Dalla biografia del patriota Luigi Toro ed il libro del suo discepolo Nicola Borrelli, emerge quanto  il brigantaggio fosse una piaga endemica nel territorio di Terra di Lavoro, ai confini con lo Stato Pontificio, dove operavano le bande di Francesco Guerra e Domenico Fuoco.
Fa riflettere la triste vicenda del tredicenne Giuseppe Decina rapito dai briganti e costretto a vivere con loro fino alla consegna del riscatto da parte della famiglia .
Era un giorno di fine estate del 1865 quando, al calar della sera, il ragazzo fu catturato, mentre con il suo garzone conducevano le bestie a Pescasseroli. Una ventina di briganti con a capo Domenico Fuoco intimarono al garzone di recarsi dalla famiglia Decina per chiedere un riscatto di mille ducati. “La via che percorremmo non saprei indicarla perché fatta di notte . Camminammo molte ore ascendendo una montagna e ci fermammo ad una grotta dove trovammo altri briganti, tra cui Guerra con la moglie”- dichiarò in seguito Giuseppe al Comandante della Frontiera Pontificia, presso il distaccamento di Sora, come riportato nel verbale dell’ 11 novembre 1865 , avente per oggetto “Liberazione di Decina Giuseppe , prigioniero dei Briganti” e inviato al Comandante del Dipartimento Militare – Ufficio Territoriale di Napoli.

L’ampio verbale costituisce una preziosa testimonianza storica in relazione anche al modo di vivere dei briganti capeggiati da Francesco Guerra e Domenico Fuoco, essendo il ragazzo stato con loro per ben due mesi, tempo impiegato dalla famiglia per racimolare il denaro richiesto. Il ragazzo fu fortemente impressionato dalla vita promiscua dei briganti che, anche facendo venire sulla montagna “qualche malafemmina”, consumavano libere oscenità sessuali a cui volevano costringere a partecipare lo stesso ragazzino che ogni volta si era rifiutato  sdegnosamente.
Tra altri particolari Giuseppe raccontò come fosse costretto in quella grotta a leggere ai suoi carcerieri  le avventure di  Guerrin Meschino, un'opera letteraria  a metà strada fra la favola e il romanzo cavalleresco, la cui prima edizione era stata scritta intorno al 1410 dal trovatore italiano Andrea da Barberino. Guerrino era una sorta di condottiero dei poveri e le sue avventure  piacevano tanto al brigante Francesco Guerra la cui compagna, Michelina De Cesare , “si sgravò in quella grotta di un maschio che chiamò Michelangelo”.
Giuseppe raccontò come la lettura del Guerrin Meschino, lo avesse salvato dalle minacce di Domenico Fuoco di recidergli le orecchie. Più volte era stato difeso da Francesco Guerra solo perché quella lettura gli  era particolarmente gradita.
Il verbale aggiunge che “Fuoco raccontava di essere stato nominato Aiutante con decreto del Borbone e di avere avuto assicurazioni che presto gli sarebbe giunto il decreto di Capitano”.
E’ questa un’ulteriore conferma di quanto i briganti si sentissero graduati borbonici autorizzati ad entrare nei paesi sventolando la bandiera gigliata ed  inneggiando a Francesco II, alla Regina Maria Sofia e a Pio IX.
Portavano anelli di zinco fatti distribuire dai Borbone ed ogni sorta di oggetto che credevano li proteggesse dal malocchio e dalla malasorte come anche filtri e porzioni per unire o dividere. Una vita, la loro,  intrisa di superstizione ed egregiamente descritta dall’antropologo Ernesto De Martino nel suo testo “Sud e Magia”. La parte finale dell’ampio verbale redatto riporta la descrizione dei banditi Guerra e Fuoco fornita dal tredicenne rapito, che si soffermò  anche nella descrizione degli orecchini indossati dai briganti. Quando arrivò la somma del riscatto “pagato in Lire 900 circa” il giovanissimo Decima fu trattenuto ancora per due giorni,  il tempo necessario per finire la lettura del Guerrin Meschino.


Categoria principale: Storia
Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Ultima modifica il Domenica, 12 Giugno 2016 19:10
Pubblicato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Scritto da Angelo Martino

Bibliografia
M. Lunardelli, Guardie e ladri. L'unità d'Italia e la lotta al brigantaggio, Torino, 2010

giovedì 7 gennaio 2016

Ferdinando IV, Galiani e il regno di Gerusalemme

Ferdinando IV di Borbone fu il re più rozzo, volgare e ignorante che la storia ricordi”.

Così, Camillo Albanese, uno dei maggiori studiosi della storia, della cultura e delle tradizioni di Napoli, ha definito il monarca di casa Borbone, avvalorandone il  giudizio, attraverso quello di Benedetto Croce, secondo il quale, da Ferdinando IV in poi, il termine “borbonico” venne associato all’aggettivo “ignorante, per  il disprezzo manifestato da costui verso i  libri e le persone di cultura.

Ferdinando Galiani
Ferdinando IV cercò spesso di osteggiare l’illuminista Ferdinando Galiani, tentando di schernirlo davanti alla corte, ma l’eleganza dell’uomo di cultura sempre prevaleva sulla volgarità dell’ignorante. 
Come è noto, la cultura di Ferdinando Galiani era vastissima, andava dalla conoscenza della matematica, dalla linguistica alle scienze naturali, dalla filosofia al diritto, dall’economia alle scienze naturali. Di lui si diceva che racchiudesse la saggezza del satiro Sileno, l’intelletto di Platone, l’arguzia e l’allegria del Pulcinella e la raffinatezza delle Grazie. L’aspetto lasciava alquanto a desiderare in quanto era piccolo di statura e leggermente gibboso, ma la forza del suo parlare, la sua eloquenza, il suo spirito erano straordinari.
Un giorno, il re Ferdinando IV non sopportando per l’ennesima volta che il Galiani fosse ossequiato e attorniato da tanti e chiamato con il titolo di “abate”, pur sapendo che quello del Galiani fosse solo un titolo onorifico, dal momento che  non possedeva alcuna abbazia, a gran voce e per metterlo in difficoltà davanti a tutti, gli chiese: “Dove si trova la vostra abbazia?
Galiani,senza scomporsi, ripose  tirando fuori tutto il coraggio e l’arguzia di cui era capace:
Nel vostro regno di Gerusalemme, Maestà”. Seguì un silenzio imbarazzante, anche se in cuor loro i presenti plaudevano alla risposta del letterato. In effetti il regno di Gerusalemme, pur non essendo stato mai in possesso del re, compariva comunque nelle insegne reali.
L’origine di questo inesistente possesso risaliva al XIII secolo ma, seppur ostentata negli stendardi del Regno, non aveva mai avuto un reale riscontro.
La perspicace risposta del Galiani aveva saputo rintuzzare alla grande le provocazioni del re borbone, che tra i tanti presunti primati, annoverava la presuntuosa ignoranza.

lunedì 9 febbraio 2015

Il "vietato pensare" negli anni dell'antico regime borbonico

Un errore rilevante che fecero i Borbone nel corso degli anni fu quello di estromettere dalla vita pubblica tutte le menti migliori che il Regno delle Due Sicilie esprimeva, e per molto di loro non si trattò di semplice estromissione, ma anni duri di detenzione in varie carceri del Regno, da quelle più noti di Montefusco, Procida, Santo Stefano, Ponza, Avellino, Foggia, Bari a quelle meno note di Marigliano, Baiano, Bovino, Cerignola, Barletta, Molfetta e Andria.
Intendiamo far riferimento ai due brevi momenti costituzionali, a partire dagli anni del 1820-1821 in cui fu data e poi revocata la Costituzione, che aveva espresso, quali rappresentanti, uomini quali Giuseppe Poerio, Galdi, Nicolai, Dragonetti, Arcovito, Netti, Matteo Imbriani, Berni, De Conciliis e tanti altri.
Nel 1848, la momentanea costituzione aveva espresso, quali rappresentanti, le menti brillanti di Carlo Poerio, di Scialoja, Spaventa, Paolo Imbriani, Mancini, Pisanelli, Conforti, Lanza, Blanch, Capitelli, Bonchi, Tupputi, Tarantini, Salvagnoli, Avossa, De Blasiis, Massari, Savarese, Del Re, Baldacchini, Pica, Saliceti, Dragoni e tanti altri, tra cui quelli più rivoluzionari di Zuppetta, Petruccelli, Musolino, Ricciardi, Barbarisi.
Un patrimonio di idee espresse dai tanti eletti dopo la concessione della Costituzione prima in seguito ai moti rivoluzionari del 1820-21 e soprattutto in seguito alla rivoluzione del 1848. Tali uomini furono tenuti lontani dalla vita politica, costretti all'esilio e la maggior parte di loro in stato di detenzione per tanti anni.
Di questa verità da rilanciare in anni in cui si tenta di dimenticare o meglio far finta di non ricordare che il Mezzogiorno fece parte a pieno titolo della graduale e lunga storia del Risorgimento, che dal Sud partirono le radici e gli ideali del Risorgimento, facciamo riferimento a quanto ha scritto al riguardo proprio uno storico borbonico, Giacinto De Sivo.
Scrivendo di Ferdinando II e del suo errore di non far tesoro dei grandi uomini che il Regno esprimeva, invece di costringerli all'esilio o incarcerarli, il De Sivo afferma:
“Temuti gli uomini di testa, s'andò cercando la mediocrità, perché più mogia; non si volle o non si seppe cercare i migliori e porli ai primi seggi. Per non fidarsi in nessuno e per non aver bisogno di intelletto, fu ridotta a macchina di amministrazione il governo. Si credeva così non s'avrebbe mestieri di pensare.”
Insomma durante il passato regime borbonico, secondo lo stesso storico borbonico De Sivo, si temevano le teste pensanti, non si gradiva avere a che fare con gente che pensava con la propria mente, e i nomi citati erano esempi di grandi pensatori, di uomini con la schiena dritta.
Era possibile che patrioti come i tenenti Morelli e Silvati, come Cesare Rosaroll, come i fratelli Poerio non pensassero con la propria testa? Si poteva chiedere a un Luigi Settembrini, ad un Francesco De Sanctis, per citare altri esempi di rinomati patrioti di non pensare con la loro mente?
Il “vietato pensare” dei Borbone provocò l'esilio nel migliore dei casi, e tanti anni di detenzione di uomini abituati a pensare e a sacrificarsi per le proprie idee, perché gli ideali liberali, rivoluzionari avevano scosso l'Europa, e la Costituzione garantiva la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di stampa e quanto siamo, noi uomini contemporanei, talmente abituati, assuefatti e a volte ci sembrano parole inutili solo perché nel tempo le abbiamo svuotate della loro essenza. Questo fu l'errore rilevante dei Borbone.
Tale fu la "protesta" di Luigi Settembrini, che uscì provato dal carcere di Santo Stefano solo agli inizi del 1859 per essere inizialmente imbarcato su una nave per New York, dopo otto anni nella prigione di Santo Stefano.

domenica 23 novembre 2014

1799. Lo zar al Borbone: "Non puoi uccidere il fiore della cultura napoletana" Stampa


Paolo I di RussiaGerardo Marotta, Presidente dell' Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nella prefazione al saggio di Camillo Albanese "Cronache di una rivoluzione. Napoli 1799", ha sottolineato che con il massacro di Piazza Mercato "furono spenti nel sangue filosofi, scienziati, statisti, tutta la più illustre nobiltà napoletana e l'alto clero che si erano schierati per la filosofia, per la libertà e per un vero Stato fondato sulla ragione e sulla giustizia”.L'Italia e l'Europa avevano assistito alla distruzione di tutto un governo legale, legittimo perché fondato dai patrioti dopo la fuga del re in Sicilia e riconosciuto a tutti gli effetti dal trattato di armistizio firmato dal governo della Repubblica napoletana, dal viceammiraglio della flotta inglese, dal comandante delle truppe turche, dal comandante delle truppe russe e dallo stesso cardinale Ruffo, plenipotenziario del re e comandante supremo dell'armata della Santa Fede.
Giustino Fortunato, nel raccogliere le memorie dei martiri della Repubblica, così iniziava nel 1882 il suo scritto I Napoletani del 1799:
 " [...] i Borboni mandarono al patibolo i più dotti e generosi uomini, che avevano preso parte per la Repubblica, e il mondo sa i nomi di questi uomini ... ".
Luigi Settembrini, parlando dei giustiziati di Napoli del 1799: 
"Consacrati dalla gratitudine e dalla riverenza de' posteri, richiamati a vita nuova dall'arte, oggi quei nomi, divenuti sacro patrimonio della nazione redenta, hanno l'aureola della gloria e il culto della memoria. È storia e già pare epopea. Il martirio di quegli uomini è agli occhi nostri come una leggenda, come un vivo sprazzo di luce, che redime tutto un passato d'obbrobrio, e che è primo inizio delle rivoluzioni del secolo; ed oggi ancora, monumento d'eroismo, i nomi di quegli uomini danno fede e sentimento alle giovani generazioni, che hanno la fortuna, dopo tante aspettative, di vedere attuata e benedetta l'unità della patria. Né altro, in tutto il martirologio italiano, è paragonabile a questo primo e generoso tributo di sangue, offerto dai Napoletani del 1799".
Tuttavia ciò che desta davvero massima riprovazione e senso di sgomento sono le parole dello stesso zar Paolo I, che come ricorda il filosofo napoletano, scrisse al cugino Ferdinando di Borbone: - "Cugino Ferdinando, ti ho inviato i miei battaglioni per aiutarti a riconquistare il regno perduto, ma tu non puoi mandare a morte il fiore della cultura napoletana".
Lo zar, scrivendo al Borbone, sapeva benissimo che si trattava di patrioti i quali, quando i francesi erano partiti, lasciandoli soli, avevano esultato in quanto volevano compiutamente dimostrare che la loro causa per la libertà, l’uguaglianza non aveva bisogno di protettori, a differenza dei Borbone per la cui riconquista del trono si erano attivate le armate sanfediste, turche, inglesi, russe e svizzere, ossia tutta la forza prepotente di un antico regime di assolutismo, di privilegi e di oppressione di uomini sugli altri uomini.

Lo zar Paolo I, figlio della grande Caterina, aveva ricordato al cugino Ferdinando in maniera diretta la verità di quanto successo: grazie ai suoi battaglioni e a quelli delle altre Nazioni monarchico-assolutiste dell’Antico Regime aveva riottenuto il regno, ma non poteva uccidere il fior fiore della cultura napoletana.
D'altronde lo stesso zar era ben a conoscenza del trattato internazionale di resa firmato dai patrioti repubblicani, ai quali si avrebbe dovuto, all'uscita dai forti, rendere gli onori militari, come dalla III clausola del trattato internazionale che recitava: “ Le guarnigioni usciranno cogli onori di guerra, armi , bagagli, tamburo battente, bandiere spiegate, miccia accesa, e ciascuna con due pezzi di artiglieria; esse deporranno le armi sul lido”.
Per lo zar Paolo I era stato Baillie a porre la firma all'accordo, come avevano fatto Ruffo e Micheroux per il Borbone, Bonieu per la Turchia, Foote per l’Inghilterra, Méjèan per i Francesi, e Massa per la Repubblica Napoletana.
Scrivendo : "Cugino Ferdinando, ti ho inviato i miei battaglioni per aiutarti a riconquistare il regno perduto, ma tu non puoi mandare a morte il fiore della cultura napoletana", lo zar di Russia voleva anche ricordare ad un monarca borbone che non si poteva disattendere un trattato internazionale, oltre a rimarcare che alla Repubblica del 1799 avevano aderito i maggiori intellettuali del Sud.

giovedì 23 ottobre 2014

Avigliano 1799. Un’intera comunità infervorata dalla democrazia repubblicana


AviglianoIl delegato borbonico Gaetano Lanzara, nel commentare senza nascondere un certo sdegno i momenti gioiosi che animarono i giorni della Repubblica ad Avigliano in Basilicata, nel 1799, tra l'indignato e l'incredulo scrisse: "Santo Iddio! Anche i ragazzi di Avigliano si avevano imparato e andavano pubblicamente cantando gli obbrobri alla Monarchia e alle sacre persone dei sovrani".
Ciò sta ad indicare che all'esperienza repubblicana di Avigliano del 1799 partecipò un’intera comunità infervorata degli ideali della democrazia repubblicana. La cronaca degli avvenimenti  dimostra quanto l’illuminato ceto intellettuale riuscì allora  a coinvolgere artigiani, contadini, braccianti. Tanti erano i giovani che frequentavano l’Università di Napoli e tanti avevano interiorizzato la grande conquista del pensiero moderno, partecipando in prima persona ai diversi tentativi di rinnovamento dei costumi e delle idee.
I rapporti fra Avigliano e Napoli, alla fine del 1700, erano molto intensi ed estesi.
Il clima illuministico e giusnaturalistico della città era vissuto dai giovani studenti aviglianesi appieno. Tra di essi vi erano Girolamo Gagliardi, Girolamo e Michelangelo Vaccaro, che fecero parte della municipalità repubblicana aviglianese.
Al fine di rimarcare la consistenza della partecipazione degli aviglianesi al grande dibattito di idee rivoluzionarie, mirate all’affermazione degli ideali di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicani, bisogna ricordare che ben 248 repubblicani aviglianesi furono considerati dalla controrivoluzione borbonica “rei di stati”.
Di essi facevano parte non solo il ceto intellettuale e i giovani universitari, ma anche artigiani, braccianti e contadini, i quali, parteciparono alle manifestazioni di piazza, guidate da Girolamo Gagliardi e Girolamo Vaccaro già il 19 gennaio 1799, quando le truppe francesi non erano ancora entrate in Napoli.
Pochi giorni dopo, il 23 gennaio il prete aviglianese Nicola Palomba, che sarà uno dei martiri della Repubblica, era a Napoli con i patrioti repubblicani, investito del grado di commissario democratizzatore del dipartimento di Bradano dal Governo Provvisorio della Repubblica Napoletana.
Ad Avigliano l’Albero della Libertà fu eretto il 5 febbraio, prima della stessa Napoli. La municipalità repubblicana aviglianese fu costituita da Girolamo Vaccaro, Girolamo Gagliardi, Giustiniano Gagliardi, Nicola Francesco Maria Corbo, Francesco Corbo, Padre Tommaso Gagliardi, Diodato Sponsa, Canio Stolfi, Giustiniano Palomba, Nicola Cubelli, Gaetano Mancusi e Maria Nicola Samela.
La Repubblica ad Avigliano durò quattro mesi. Il 12 maggio il brigante Sciarpa entrò in paese per abbattere l’Albero della Libertà, mentre invano gli aviglianesi attendevano gli aiuti dei francesi, che ormai avevano lasciato al loro destino le sorti della Repubblica.
Avigliano si conquistò la gloria di essere stata la parte avanzata del movimento rivoluzionario repubblicano in terra di Lucania a tal punto che il borbonico Lanzara, sconcertato ed incredulo, di fronte alle profonde convinzioni repubblicane del popolo aviglianese, scrisse:
“Si rifletti un poco all’ostinazione del popolo aviglianese. Vide realizzato Picerno, uccisi i fratelli Girolamo e Michelangelo Vaccaro con altri del partito, sente la notizia dei paesani spediti in Altamura di essere stata presa quella città dalle truppe del Vicario del Regno, e ciò non ostante si continuano a costruire cartocci di polvere e palle a dispensare da Giustiniano Gagliardi, Nicola Maria e Francesco Corbo generalmente a tutti li paesani, per poter vincere o morire sotto il vessillo rivoluzionario”.
Gaetano Lanzara, delegato ad indagare sui rei di Stato di Avigliano, non poté fare a meno di confessare che l’indagine” non poteva non riuscire difficoltosa, sì perché, essendo tutti di indole rivoluzionaria, non li faceva animo a quei che han deposto di mordere la sua specie”.
Ancora agli inizi dell’Ottocento, vi furono segnali che riconfermavano  la presenza ad Avigliano di un’anima repubblicana che non intendeva arrendersi alla reazione borbonica, dalle “ strane” lettere piene di fiducia nel futuro che i repubblicani aviglianesi rinchiusi nelle carceri di Napoli, di Potenza e di Matera, facevano pervenire ai loro congiunti ed amici.

lunedì 22 settembre 2014

L'usurpazione del Demanio di Calvi da parte della Real Casa Borbonica


Casino Reale di CalviDel Demanio di Calvi, situato nei comuni di Calvi e di Sparanise e con un'estensione di 1200 moggia circa, si hanno informazioni precise ad iniziare dal 1425 allorché un contrasto sui confini occorse tra la cittadina di Calvi e quella di Capua.
Secondo lo storico settecentesco Francesco Granata fu la regina Giovanna II a stabilire  i confini con un "privilegio" datato 17 settembre 1425.
Nella Storia Civile della fedelissima città di Capua, pubblicata nel 1756, il Granata ha ripercorso tutto ciò che Calvi dovette subire dai governanti che favorirono la città di Capua, ad iniziare dalla regina Giovanna II, da suo figlio Alfonso e successivamente dallo stesso Ferdinando d'Aragona.
La regina Giovanna - scrisse il Granata - appagatasi della gran fedeltà dei Capuani, corrispose con infiniti privilegi e grazie, tra le quali il 17 settembre 1425 concesse un privilegio dichiarando che il tenimento di Capua si estenda fino al Rivo corrente di Calvi, i quali territori sono divisi per certe colonne postesi per termine.
La Real Casa Borbonica successe nell'affitto del Demanio di Calvi al barone Luigi Zona nel 1772. Il contratto durò fino al 18 ottobre 1779, protraendosi per ulteriori dieci anni.
Sia Carlo di Borbone che  il figlio Ferdinando IV intrapresero una graduale opera d’usurpazione del Demanio di Calvi, tanto che Ferdinando IV  arrivò a costituire un maggiorato per i suoi due figli.
Con Decreto Regio del 12 gennaio 1832, il Demanio caleno fu poi affidato in una  parte al settimogenito figlio di Ferdinando IV, Gaetano Maria Federico, conte di Girgenti, e per l'altra al Conte di Castrogiovanni.
I comuni di Calvi e di Sparanise furono dunque spogliati del loro Demanio con due atti che costituirono inaccettabili soprusi.
Con il  primo atto, datato 1791, Ferdinando IV , nonostante il voto contrario delle due Università, da affittatore aveva preteso di diventare “enfiteuta” (l’enfiteusi è un diritto reale su un fondo altrui che attribuisce al titolare “enfiteuta” gli stessi diritti che avrebbe il proprietario,“concedente” sui frutti, sul tesoro e sulle utilizzazioni del sottosuolo). Il  secondo atto, datato 1832, rappresentò una vera e propria  appropriazione indebita  nel momento in cui Ferdinando II, pur sapendo che i demani comunali erano da considerare inalienabili, costituì un maggiorato per i suoi figli.
Il Demanio di Calvi divenne prevalentemente un sito di caccia, destinato al solo divertimento dei Borbone, che vi costruirono un Casino Reale con il pianterreno destinato ai contadini, mentre il primo piano era riservato all'abitazione del Re e dei cortigiani. 
Nel testo  Per Calvi e Sparanise contro Demanio e Casa Reale, pubblicato nel 1888 da
Francesco Saverio Correra e Domenico Di Roberto, si ripercorre tutta la storia dei tentativi dei due comuni di contrastare gli atti di sopruso da parte della Real Casa Borbonica. In relazione al contratto del 1791, gli avvocati Correra e De Roberto evidenziano che “ il re, quando contratta, è un privato e non un sovrano, è soggetto di conseguenza a tutti i vincoli e alle norme di legge".
Dopo la caduta del regno borbonico, i due comuni di Calvi e Sparanise reclamarono il possesso del Demanio con ricorsi che diedero inizio ad un lungo contenzioso che terminò con il “componimento bonario” del 1888 tra i due comuni e la Real Casa Savoia sulla base delle deliberazioni di transizione bonaria del comune di Calvi in data 26-5- 1892 e del comune di Sparanise del 12-12-1892.
Angelo Martino per il NUOVO MONITORE NAPOLETANO 

Bibliografia

Paolo Mesolella- Il Demanio di Calvi- Spring Edizioni- 2008

domenica 14 settembre 2014

La “temeraria libertà” di Antonio Jerocades incoraggiata da Antonio Genovesi

Antonio JerocadesL’abate Antonio Jerocades (Parghelia, 1 settembre 1738 – Tropea, 25 novembre 1803) entrò nel seminario di Tropea nel 1756 in età avanzata e senza una particolare propensione per gli studi ecclesiastici.
Nel 1759 incominciò a frequentare i corsi di Giovanni Andrea Serrao, il quale, fin da quando era arrivato nel seminario di Tropea, aveva incoraggiato un gruppo di giovani ad un necessario rinnovamento culturale e al rafforzamento dell’indipendenza e dell’autonomia del Regno di Napoli dalla curia romana.
Dopo esser stato da poco nominato sacerdote dal vescovo Felice De Paù, nel 1765 l’abate Jerocades veniva allontanato dal collegio di Tropea con l’accusa di “aver corrotto il cuore e la mente di parecchi seminaristi”.
Tale episodio lo rese noto nel Regno di Napoli , ma da tempo era in corrispondenza con Antonio Genovesi e fu quest’ultimo che, apprezzandone  la " temeraria libertà", incoraggiò colui che considerava un ideale portavoce delle idee riformatrici e lo sostenne con ogni mezzo, ricorrendo spesso alla corrispondenza per il perseguimento del successo nella causa comune.
In una delle lettere che Genovesi indirizzò a Jerocades, si evidenzia l’umiltà del Genovesi che conosceva bene quanto fossero preziosi i suoi scritti, non solo per Jerocades.
Genovesi scrive :
Qualunque sia il pregio delle mie opericciuole, che so che ‘è picciolissimo, s’elleno però han potuto servire ad eccitarla ai buoni studi, ed alla coltura della vera pietà e virtù, all’amore del ben pubblico dell’umanità, sarà per me un motivo di farmela amare e stimare, che io non ho fatto mai. Ella mi si professa un amico ignoto, né io curo sapere più in là. Quel che mi piacerebbe, ch’ella si facesse conoscere a tutto il Regno ed all’Italia, per lo studio di promuovere le buone cognizioni e le arti utili, che sono il solo sostegno della presente vita, e le quali unite alla scienza delle divine cose, e alla divina causa, ci facilitano la strada alla vera virtù”.
Nelle parole del Genovesi era esplicito il sostegno a proseguire in un magistero che, seppur non ortodosso, avrebbe mirato ad illuminare la società riguardo non solo all'affermazione delle idee riformatrici e dell'uguaglianza sociale, ma anche alle idealità della tolleranza religiosa, della libertà di culto, della lotta alla corruzione e al lusso della curia.
Inoltre si intendeva necessario comunicare che la virtù non era collegata alla religione, e, tramite i suoi vari scritti che gli costarono tanta persecuzione ed imprigionamenti, Jerocades onorò l’incoraggiamento di Antonio Genovesi a far conoscere “ la strada della vera virtù” in maniera più agevole e diretta in un’opera buffa Pulcinella da Quacquero, nella quale si affronta anche la tematica dell’ateo virtuoso.
Allorché gli venne richiesto, in occasione del carnevale del 1770, di preparare una recita per i convittori del collegio ove prestava il suo insegnamento, l’abate propose un dramma, Il ritorno di Ulisse, e due intermezzi comici, uno dei quali sarà Pulcinella da Quacchero.
Manoscritto Pulcinella da QuaccheroNel dialogo incalzante dell’intermezzo, Jerocades presentava una comunità quacchera della Pennsylvania , colonia inglese in terra d’America, quale modello ideale di società nella quale si considerava pienamente realizzata la vera uguaglianza sociale.
In tal modo Jerocades intendeva esaltare la Pennsylvania di William Penn quale patria della libertà in cui Penn aveva saputo instaurare un governo democratico fin dal 1681, ossia dall'anno in cui aveva ottenuto dall'Inghilterra il possesso della colonia, la quale ospitava gruppi culturali e soprattutto religiosi perseguitati in Europa.
Come è noto, fu la capitale Philadelphia, fondata nel 1682, a raggiungere standard commerciali e culturali di livello avanzato, tale da diventare una delle principali città simbolo della Rivoluzione Americana del 1776.
L'intento primario di Jerocades era quello di opporre le grandi idealità di democrazia e di uguaglianza in opposizione alla società dell'Antico Regime, di cui l'allora Regno di Napoli rappresentava uno dei simboli più rilevanti in tema di mancata libertà, inesistente democrazia, disprezzo del valore di uguaglianza, alto livello di intolleranza religiosa ed inaccettabile lusso, sfarzo e corruzione della curia, anche se solo inizialmente, in relazione alla sua battaglia contro la curia, Jerocades ebbe il sostegno del ministro del Regno di Napoli Bernardo Tanucci, allora impegnato in una battaglia riformatrice contro la curia romana e napoletana.
Infatti il Tanucci si dedicò alla modernizzazione di un Regno in cui poteri e privilegi feudali erano appannaggio in maniera rilevante anche di una curia napoletana ingorda e corrotta. Lo scontro del Tanucci con la Chiesa aveva portato all’espulsione dal Regno di Napoli dei gesuiti, che il Tanucci, in una lettera datata 26 aprile 1767, definiva  “intriganti, sediziosi, corruttori della morale e della religione”.
Purtuttavia ciò non impedì che fosse Antonio Genovesi a pagare per il suo pensiero antidogmatico con l’allontanamento dal Regno di Napoli.
Dopo la morte di Antonio Genovesi, Antonio Jerocades fu più volte portato in tribunale, condannato all’esilio e all’imprigionamento in varie località, di cui alcune segrete e nascoste.
Si consideri che, nel 1793 ed all’età di 55 anni, l’abate Antonio Jerocades fu tenuto prigioniero nel piccolo villaggio di Pignataro presso il convento dei frati alcantarini, ove nessuno potesse trovarlo e pensare di raggiungerlo. Pur non avendo subito la condanna a morte per la sua partecipazione agli eventi della Rivoluzione Napoletana del 1799, caduta la Repubblica, egli scontò il suo sostegno con una ulteriore detenzione nel carcere dei Granili a Napoli.
Provato nel fisico, Jerocades morì nel convento dei Liguorini nella città di Tropea, ove era stato rinchiuso, il 25 novembre 1803, all’età di 65 anni.

giovedì 4 settembre 2014

Tommaso Aniello da Sorrento e la rivolta napoletana del 1547 contro l’inquisizione

Per comprendere appieno la rivolta napoletana del 1547 contro l’introduzione dell’Inquisizione a Napolialla maniera spagnola”, si mostra primariamente necessario ricorrere al carteggio che in quell’anno si intrecciò tra Napoli e la corte spagnola.
In relazione al deciso intento del governo centrale di operare in tale senso, il viceré don Pedro Alvarez de Toledo, famoso per le notevoli modifiche all’urbanistica della città (costruzione di Via Toledo e dei quartieri Spagnoli, pavimentazione delle principali strade cittadine), dall'inizio dell'anno assunse un atteggiamento dilatorio al fine di guadagnare tempo, ben conoscendo la contrarietà della nobiltà napoletana e temendo una sua reazione.
Ben presto lo scontro politico si mostrò inevitabile, dato che il vicerè doveva prendere una decisione, pur tormentato tra l'essere contrario alla inquisizione di tipo spagnolo, mentre nel contempo ribadiva che " los malos era bien fuessen castigados".
Pietro Giannone nella sua Istoria civile del Regno di Napoli descrisse il contesto religioso, culturale e politico in cui vennero a svilupparsi gli eventi del 1547.
La diffusione delle dottrine ereticali aveva avuto un suo incremento con la predicazione di Bernardino Ochino, Pietro Martire e Juan De Valdés, nonostante la vigilanza del viceré Toledo il quale, aveva inviato una relazione dettagliata all'imperatore, segnalando che "bisognava seriamente provvedere d'efficaci rimedi per mali sì gravi e pericolosi".
Don Pedro de ToledoSecondo quanto scrisse il Giannone, il viceré Toledo fece in modo che la decisione opera apparisse opera  della sede papale e non sua, facendo sì che arrivasse a Napoli un inquisitore inviato da Roma.
Al di là del mero svolgimento dei fatti avvenuti precedentemente, le nuove regole morali e religiose furono affisse alle porte del Duomo di Napoli il 12 maggio 1547, ma Tommaso Aniello da Sorrento (secondo lo storico Amabile, mentre lo storico Baldacchini lo identifica invece con il nome di Tommaso Agnello della costa sorrentina. Personaggio da non confondere con il Tommaso Aniello "Masaniello" di Amalfi della rivoluzione napoletana del 1647)), stracciò e buttò via l'editto davanti ad una folla di popolani.
Nel giro di pochissimo tempo fu arrestato e tenuto prigioniero oltre il consueto tanto che il popolo napoletano, temendo i poteri straordinari che il sovrano aveva conferito al viceré Toledo, aveva forzato “i deputati cittadini et altri baroni parimente” a recarsi a Castelnuovo per intercedere presso il viceré affinché liberasse Tommaso Aniello.
La rivolta, invece di placarsi, andò crescendo, in seguito agli arresti di Cesare Mormile, Giovanni di Sessa e Ferrante Carafa, considerati i principali autori del disegno eversivo.
Il popolo presente si divise in tre gruppi alla ricerca del reggente. I rivoltosi lo trovarono nella zona di Santa Chiara e dopo, averlo accerchiato, lo indussero a revocare l’arresto di Tommaso Aniello da Sorrento.
Intanto in altre parti della città avvennero vere e proprie battaglie fra gli alabardieri spagnoli e il popolo in armi richiamato dal suono di allarme delle campane di San Lorenzo. Gli animi si placarono solo dopo la diffusione della notizia della scarcerazione Tommaso Aniello.
All’uscita del carcere della Vicaria, Masaniello da Sorrento fu caricato in groppa a un cavallo e portato in corteo per tutta la città, acclamato come simbolo della ribellione ai soprusi della chiesa e dell’occupatore spagnolo.
Il 17 maggio l’eletto Domenico Terracina, venne meno all’accordo col viceré riguardo l’introduzione della nuova forma di Inquisizione, e dichiarò di essere addirittura risoluto a combatterla.
La ribellione del maggio 1547 divenne, nella sua breve evoluzione, un moto indipendentista e si protrasse fra alterne vicende fino al mese di agosto, quando le truppe spagnole riuscirono ad avere sotto controllo l’intera città.
L’escalation si ebbe dal 21 luglio per tredici giorni successivi. Nel solo giorno del 21 luglio furono tirati deliberatamente su Napoli ben 407 colpi di artiglieria per ordine del viceré Toledo, nonostante le istanze contrarie di tanti nobili, tra cui il duca di Gravina, il Marchese di Vico, Federico Carafa, Scipione Pignatello, Scipione di Capua, con la marchesa de la Valle che si gettò ai piedi del viceré per farlo desistere da tanta crudeltà.
Al fuoco d’artiglieria su Napoli da Castelnuovo e Sant’Elmo, si aggiunse un assedio via mare.
Il bilancio totale dei tumulti fu di 600 morti e 112 feriti di parte spagnola e 200 morti e 100 feriti di parte partenopea, in più molti palazzi furono dati alle fiamme, compresa Rua Catalana, quartier generale delle truppe spagnole.
La rivolta di Tommaso Aniello da Sorrento riuscì a posticipare di sei anni l’entrata in vigore dell’Inquisizione; il primo autodafé (una cerimonia pubblica, facente parte soprattutto della tradizione dell'Inquisizione spagnola, in cui veniva eseguita, coram populo, la penitenza o condanna decretata dall'Inquisizione) si svolse nel 1553 dinanzi al duomo senza alcuna protesta quando il viceré don Pedro de Toledo era già morto da un anno.

sabato 24 maggio 2014

La Legione Garibaldina del Matese negli inediti del capitano Giuliano Iannotta

Giuliano IannottaNegli inediti del capitano Giuliano Iannotta, scritti nel 1879, consegnati in fotocopia dal nipote Giuseppe alla studiosa napoletana Aurora Delmonaco, che li ha pubblicati nel 2011, emerge la testimonianza dell’apporto della Legione Garibaldina del Matese alle decisive battaglie del 1° e 2 ottobre 1860. 
Il capitano Giuliano Iannotta di Sant’Andrea del Pizzone intendeva omaggiare tutti i suoi compagni della Legione Garibaldina del Matese, da Beniamino Caso di Piedimonte d’Alife a Salvatore Pizzi di Capua, da Gerolamo Zona di Calvi al sacerdote Paolo Zito, suo concittadino, da Domenico Bencivenga, parente di Beniamino Caso, ad Ercole Raimondi di S.Pietro, da Felice Stocchetti di S.Angelo d'Alife a Francesco Fevola di Teano, da Paolo Zito di Grazzanise a Achille del Giudice di San Gregorio Matese, da Filippo Onoratelli e Pietro Romagnoli di Piedimonte Matese a tutti gli altri patrioti dell’allora Terra di Lavoro, compresi i sei cittadini di Gioia Sannitica. Ma non solo. 

La Legione del Matese era stata sostenuta da patrioti famosi di altre località che si trovavano lì confinati. Non possiamo non ricordare il pittore Gioacchino Toma di Galatina, autore, tra l’altro, del notissimo dipinto “Luisa Sanfelice in carcere”, arrestato a Napoli e confinato a San Gregorio Matese.
Alcuni comuni del Matese erano già retti da amministrazioni liberali ed unitarie, come il comune di Gioia Sannitica il cui sindaco Natale consentì nel settembre del 1860, a pochi giorni dalla grande battaglia del Volturno, il transito e la sosta della Legione del Matese nel territorio comunale.
La narrazione del capitano Giuliano Iannotta prende avvio da un’omissione rilevata nel giornale “La Verità” che, nel descrivere gli avvenimenti del 1° e 2 ottobre, non aveva menzionato l’apporto della Legione Garibaldina del Matese alla vittoria decisiva per l’Unità d’Italia. La lettera al direttore de “ La verità” rappresenta una lunga testimonianza che va al di là dell’intento di “ dar soddisfazione ai superstiti”.
L’incipit della lunga narrazione del Capitano Giuliano Iannotta così ha inizio:

Gentilissimo direttore, 
della narrazione dei particolari della battaglia memoranda del 1° ottobre, riportata nel n. 77 della Verità, si trova omesso la parte, di qualche importanza, che vi ebbe la Legione del Matese. Vi assicuro che, non per vanagloria, come capitano, io in quella Legione, ma trattandosi di un corpo tutto della nostra provincia, organizzata dal Comitato Centrale della Provincia che sedeva in S. Maria sotto la presidenza dell’illustre e compianto Cittadino Salvatore Pizzi e composto dei migliori liberali dei nostri luoghi e per decoro della nostra provincia e per una certa soddisfazione dei superstiti di detta Legione, credo non lasciar nell’oblio certi servizi resi alla patria e come testimone oculare dire i fatti come io li vidi.”
La lettera prosegue ricordando brevemente come si era formata la legione del Matese.

“Intanto per venire al filo del racconto delle mosse speciali della Legione del Matese, e per meglio chiarire certi fatti al cronista della Verità, dò un rapido cenno della creazione della nostra Legione e le operazioni da essa eseguite fino alla battaglia del 1° ottobre. Ricordo che io reduce dalla galera di Procida alla fine di giugno con altri amnistiati, il Comitato Supremo garibaldino di Napoli ne fece sentire che ci fossimo ritirati nelle rispettive provincie, per far parte dei Comitati provinciali, coll'incarico di promuovere l'insurrezione; come di fatti nei primi giorni di luglio il Comitato centrale di Terra di Lavoro, si era già costituito in S. Maria, sotto gli occhi dei regi, presieduto dal distinto Salvatore Pizzi.
Contemporaneamente il Comitato supremo di Napoli nominava nove cittadini di Terra di Lavoro fra i più conosciuti liberali ed addetti alle armi, col nome di Capi di Brigata, e questi furono a quanto ricordo i Signori Torti e Stocchetti di Piedimonte d'Alife, Campagnano, Zona, io ed altri che non ne rammento i nomi. Ognun di noi si pose all'opera per l'arruolamento di volontari. Poscia nel mese di agosto, il Comitato di Napoli ordinava a quello di S. Maria che, fra i nove Capi di Brigata della provincia ne avesse eletti due col nome di capi di spedizione; e fattasi la votazione risultò il Sig.r Campagnano ed io, e che il nome del Corpo che andavamo a costituire avesse preso il nome di Legione del Matese”.

In effetti colui che era riuscito a tessere una rete sinergica di rapporti tra i vari patrioti della Legione del Matese, tutti uomini di Terra di Lavoro, fu Beniamino Caso insieme allo stesso Salvatore Pizzi.
E’ da rimarcare che la maggior parte dei liberali, al fianco di Beniamino Caso e Salvatore Pizzi, avevano partecipato alle lotte politiche per la realizzazione del Parlamento napoletano del 1848, ma, a causa delle tante sconfitte dei movimenti rivoluzionari mazziniani, ultimo quello di Carlo Pisacane assassinato dagli stessi contadini che voleva liberare, essi sacrificarono l'antica fede mazziniana in favore delle più moderate posizioni di Cavour e, dunque, di un'idea dell'unità italiana sotto il regno di Vittorio Emanuele.
Lo stesso capitano Giuliano Iannotta aveva partecipato ai moti di Napoli del 1848 e ciò gli valse una condanna a morte commutata in vent’anni da scontare nel carcere dell’isola di Procida, e che fu liberato dopo 12 anni di dura prigione solo dopo l’amnistia del giugno 1860.
La narrazione del capitano Giuliano Iannotta termina così:
"Nella gloriosa giornata del 1° ottobre 1860 che resterà imperitura nella storia perché con essa si completò l’opera dell’unione all’Italia delle provincie meridionali- tutti i corpi Garibaldini che vi presero parte gareggiarono in valore. La legione del Matese, che si componeva di uomini tutti della provincia di Terra di Lavoro, contribuì alla vittoria di quella giornata per aver trattenuta e tenuta impegnata, per tutto il giorno quella forte colonna nemica di riserva - sconcertando così il piano di guerra formato dai generali Borbonici - Il Generale Garibaldi che tutto ebbe sottocchio ammirò l’importante servigio reso alla patria in quella giornata della Legione del Matese e per darle un segno di distinzione, volle di moto proprio fornirla di cappotti in preferenza degli altri corpi; e siccome seppe dalla relazione del maggior Guadagni che la detta Legione contava presenti in quel giorno non più di 191 individui, dispose che 191 cappotti le fossero dati come premio a quei soli che ebbero parte dell’azione”.

Il foglio di congedo è datato 8 marzo 1861 ed allora il Capitano Giuliano Iannotta aveva 35 anni. Il documento sintetizza il suo servizio nella Legione del Matese. L'impegno successivo in politica lo portò ad essere sindaco di Francolise tra il 1871 e il 1876, nel 1879 scrisse il suo memoriale. Morì sei anni dopo.

martedì 22 aprile 2014

Il sogno democratico del clero repubblicano in Terra di Puglia nel 1799

 

Oltre al vescovo di Potenza, Giovanni Andrea Serrao, barbaramente trucidato in casa il 24 febbraio 1799 da ignoti sanfedisti, e successivamente decapitato con la testa fissata su un’alta picca ed esposta in pubblica piazza per quattro giorni, tanti uomini di chiesa repubblicani condivisero il sogno della Repubblica e non pochi furono uccisi dalla reazione nelle Puglie.Nonostante si sia cercato di bruciare o occultare i documenti per nascondere la barbarie, la partecipazione dei religiosi agli avvenimenti della Repubblica, quali sostenitori delle idee di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicana, è ampiamente venuta alla luce.
Un ottimo lavoro in tal senso si deve ad Antonio Lucarelli, il quale, nell’opera La Puglia nel Risorgimento (Bari,1934) ha descritto l’ardore che mosse tali religiosi a sostenere le idee di libertà e democrazia.
“Non fu istituita alcuna municipalità, di cui non fossero partecipi, come presidenti o segretari o giudici di pace, gli uomini del clero; non vi furono benedizioni di alberi o di vessilli tricolori, né altre civiche manifestazioni, a cui non risonasse la concitata parola dei ministri del cattolicesimo, disconosciuti per lo più dalla romana Curia.”
Infatti dalle chiese, dai conventi, dai seminari uscirono religiosi di ogni ordine e grado per supportare i repubblicani, dai carmelitani ai cassinesi, dagli agostiniani ai paolotti, senza dimenticare il tributo di sangue che i domenicani diedero alla Repubblica.
La Tavola necrologica dei rei di Stato del 1799 racconta episodi specifici, ad iniziare dal monaco benedettino Arcangelo Carbonelli il quale, “dopo aver piantato l’albero, lo baciò e recitò il Sermone Repubblicano nella Cattedrale Chiesa di Lecce”.
Il minore conventuale Domenico Grande bruciò i ritratti dei sovrani, il carmelitano Eustachio Morgese e il carmelitano Luigi Varrone montarono la guardia a favore della repubblica. Inoltre trai i sacerdoti repubblicani sono annoverati i paolotti Michelangelo De Carolis e Vincenzo Carbotti, i minori conventuali Pietro Caramita e Raffaele Conserva.
A Trani a piantare l’albero della libertà furono i monaci cassinesi Tanfa e Santacroce e il domenicano Luigi Acquaviva. A Molfetta la comunità del convento dei domenicani era considerata tutta repubblicana, uomini di grande cultura e di scienza che furono assaliti dai sanfedisti il 5 febbraio 1799 mentre erano nel loro refettorio. Quelli che non riuscirono a scappare vennero trucidati in convento.
A Molfetta anche la comunità dei francescani fu “saccheggiata”.
A Lecce un folto gruppo di benedettini propugnatori della democrazia repubblicana, docenti di lettere, filosofia e matematica subirono il saccheggio del convento da parte della reazione legittimista.
A Gioia del Colle il domenicano Gisotti, fu “ condannato all’esilio per le sue libere opinioni” e terminò la sua vita da randagio tra le carceri delle Puglie e di Napoli.
Inoltre non possiamo non ricordare i minori osservanti, i domenicani e i cappuccini di Altamura e l’arcivescovo Ginevra che a Bari aveva benedetto l’albero della libertà.
Un lungo elenco, quindi, di uomini di chiesa che credevano nella democrazia repubblicana, apportatrice di libertà e di uguaglianza. La lista - per concludere con le parole di Antonio Lucarelli - densa di centinaia e centinaia di nomi, fra secolari ed ecclesiasti, prosegue per duecento fogli, consacrando alla venerazione dei posteri quei ribelli dell’assolutismo […] A loro che disertano le chiese e corrono impavidi per le muraglie delle assediate città agitando la croce e la spada, noi, quale che sia la nostra fede politica e religiosa, dobbiamo inchinarci reverenti. Nel furore della mischia, quando più sovrastava il terrore e la morte, essi adempivano egregiamente il noto monito di Mario Pagano […]: la libertà non si conquista che col ferro, e non si mantiene che col coraggio; occorre virtù, talento, sentimento del dovere!” E di tali doti- riconosciamo la verità appassionata- rifulsero in Puglia tanti e tanti ministri della chiesa cattolica”.

Pubblicato Martedì, 22 Aprile 2014 23:11 Scritto da Angelo Martino

martedì 18 marzo 2014

Repubbliche classiche e Repubblica moderna nel pensiero di Francesco Mario Pagano


Francesco Mario PaganoFrancesco Mario Pagano trovò nell’interesse per il mondo antico una ragione per comprendere la natura umana e quali fossero le motivazioni del suo agire.
Nei suoi Saggi Politici, risuonava non solo l’interrogativo di Socrate riguardo a cosa fosse l’uomo, ma lo sviluppo storico dell’essere umano  in quanto essere sociale nel porsi in relazione alla politica intesa come evoluzione della civiltà.
Lo studio di Mario Pagano tendeva a dimostrare come il mondo classico, dopo aver attraversato  secoli di grande fecondità intellettuale, questa  era stata oscurata dal buio del Medio Evo e dall’affermarsi del feudalesimo.
L’illuminismo del Settecento offriva  dunque  l’opportunità di far emergere i lumi della classicità, in relazione soprattutto all’area mediterranea dell’antico territorio italico.
Era l’influenza di Aristotele che conduceva Mario Pagano  ad opporre una dottrina politica moderata rispetto alle scelte più radicali degli altri patrioti della Repubblica Napoletana.
Erano illuminanti, a tal riguardo, gli esempi in relazione alle forme di governo in cui si intravedeva  più chiaramente l’influenza di Aristotele.
Inoltre l’ideale repubblicano, che si andò progressivamente imponendo nel suo pensiero,  traeva ispirazione anche dalle Repubbliche dell’antichità in cui ritrovava l’enunciazione di alcuni principi repubblicani ben delineati.
Le qualità morali del cittadino che doveva guidare, illuminare ed istruire gli altri riportavano a quell’aristocrazia dello spirito, che rimandava il lettore  agli “ ottimi per virtù” di Aristotele e Platone, a quel concetto di “ politeia” aristotelica e platonica che sostanzialmente faceva riferimento ad un particolare tipo di istituzione politica, la Repubblica, che assumeva per tali filosofi antichi, solo l'interesse per il bene della collettività, per la polis, lo Stato.
L’illuminismo settecentesco di Genovesi e Filangieri costituiva la necessaria integrazione ed evoluzione del concetto di politeia classica nel delineare un nuovo ideale repubblicano di carattere democratico in cui avrebbero trionfato i principi irrinunciabili di libertà ed uguaglianza.
Inoltre, l’antichità classica, per Francesco Mario Pagano, offriva un ideale di purezza dei costumi nella costituzione delle Repubbliche antiche in opposizione alla “ corruzione “ dell’età sua contemporanea. Pagano lo ha evidenziato  nei Saggi Politici in termini diretti:
“L’amore dei più interni piaceri dello spirito, cioè delle cognizioni, della virtù, della libertà, del potere, forma il costume e il carattere che fa nascere per lo più le Repubbliche popolari.”
 Come i filosofi classici, tra cui Platone ed Aristotele in primis, avevano additato l’amore per la conoscenza e per la virtù, si mostrava necessario ritrovare anche in quelle idealità antiche le condizioni per l’esaltazione del governo repubblicano moderno, che aveva già trionfato in America e in Francia con uomini “ animati dalla divina espansione dello spirito, dalle nobili passioni della compassione, dall’amore degli uomini, dalla beneficenza, dal sentimento dell’ordine morale della giustizia”.
Nel momento in cui si accingeva alla redazione del Progetto Costituzionale per la Repubblica Napoletana del 1799, Pagano riteneva che la Repubblica da istituire doveva necessariamente diffondersi nella “classe media” la cui descrizione era stata ben delineata nella “ politeia” di Aristotele, ma che in età moderna avrebbe assunto carattere, oltre che diverso dall’antica polis, quello peculiare dell’età dei Lumi di fine Settecento per una proposta di elevazione sociale e morale di tutti i cittadini virtuosi e votati al bene comune.
 “ Fondare i buoni costumi è il metodo più proprio per estirpare i corrotti” scriveva Pagano nelRapporto che accompagnava il Progetto di Costituzione, aggiungendo che la proposta veniva avanzata “ ad imitazione delle antiche Repubbliche”.
di Angelo Martino