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domenica 22 agosto 2010

Il Groviglio Meridionale - parte ottava -

Borghesia e Proletariato
di Rodolfo de Mattei

   Il Mezzogiorno, dunque, non presentò per lungo tempo distinti caratteri politici, anche perché non ne presentò di economici. Il proletariato agricolo che sorse in Sicilia dopo la liquidazione dell'asse ecclesiastico  avrebbe potuto entrare in lotta politica e, denunziando nuove esigenze economiche, impostare e risolvere da sé e sul posto il problema terriero. Ma questo proletariato  non riuscì a diventare un partito: nato e vissuto alle costole della borghesia, ne assunse come poté l'abito e la vocazione; e anziché differenziarsi da essa cercò di sostituirla; ove non poté, cercò di venire a patti, che furono i noti patti agrari.
   L'atteggiamento che le classi povere assunsero dinanzi alle ricche fu perfettamente analogo a quello che la regione e il Mezzogiorno tutto assunse dinanzi allo Stato; atteggiamento di reverenza mistica e di aspettazione passiva. Le classi umili non cercarono di risolvere per conto proprio il problema particolare,
come il Mezzogiorno non cercò di risolvere per conto suo il problema generale. Così non si ebbe un vero partito proletario, come non si ebbe un partito meridionale: non si ebbe, insomma, una franca impostazione di volontà.  Restano da spiegare i Fasci siciliani del 1893, interessante e caratteristico momento della vita meridionale.
   Ma i Fasci dei lavoratori, su cui specularono   minoranze desiderose di conquistare sotto nuova etichetta i municipi, non seppero sufficientemente interessare il proletariato agricolo, che in alcune province non partecipò affatto al movimento, lasciandolo ai ferrovieri e agli zolfatai, sicché la questione del latifondo non fu seriamente posta: né i Fasci disdegnarono, ma carezzarono, l'amicizia dei radicali e d'ogni sorta di democratici. Fatto sta che i risultati delle elezioni politiche del marzo 1897 (cioè dopo l'incendio), segnarono in tutte le regioni d'Italia un aumento dei voti raccolti dai socialisti del doppio e del triplo (di fronte a quelli del '95) mentre in Sicilia i voti da 4.420 si ridussero a 2.378. Insomma, e in genere, durante il quindicennio anteriore alla guerra europea, le correnti politiche meridionali furono essenzialmente statali e costituzionali, per quanto a base democratica, e appunto per opera dei pubblicisti meridionali (Arcoleo, Majorana, Orlando, Salandra, Mosca, Chimienti, Villari, ecc.), l'idea di Stato, come supremo ente superindividuale, trovava la sua dottrina. Negli anni successivi alla pace europea, le formazioni politiche siciliane (insistiamo a considerare in ispecie la Sicilia, significativo  esponente della vita meridionale) assumono un particolare interesse. In questi anni densi, che ancora è impossibile guardare con la distanza  occorrente a un'obiettiva raccolta di somme. Il problema meridionale è nettamente e successivamente proposto da tre partiti, il popolare, il socialista, il fascista, e da correnti caratteristicamente locali: il partito separatista e le varie leghe economiche.
   Assume senza dubbio un interesse storico l'appello del Partito Popolare, coi suoi decisi  programmi di decentramento, da cui le regioni meridionali avrebbero tratto largo beneficio. Non è possibile né giusto dimenticare che questo partito esce dalle mani di un siciliano ed ha per patria d'origine la Sicilia. È con la visione prima e diretta delle possibilità e necessita meridionali che il prof. Sturzo, fin dal 1919, propugna il decentramento a base regionale. Egli si rende conto che solo da uno sviluppo della vita e iniziativa locale (lavori pubblici, porti, scuole, beneficenza, igiene, lavoro, agricoltura, ecc., regionali) il Mezzogiorno può risorgere. Importante è, a tal proposito, l'ordine del giorno deliberato nel luglio 1920 dai depurati popolari del Meridione. Comprende, Don Sturzo, che dando alla regione vita propria, automaticamente sarà ottenuta la soluzione dell'eterno problema. Si può affermare che lo Sturzo ha, primo, fissato categoricamente questo punto, e così facendo ha francamente e direttamente inserito il problema meridionale nel problema nazionale.
Fine Ottava parte.
8. Continua

venerdì 20 agosto 2010

Groviglio Meridionale - sesta parte

Teoria e Pratica
di Rodolfo De Mattei

  Trascurati questi due essenziiali capisaldi,  i meridionali si metton tutti su una posizione falsa quanto pietosa di implorazione. Occorre che lo Stato pensi al Sud, dia opere pubblìche, mutui  bonifiche, carabinieri e leggine. Si invocò la legislazione speciale, e non si comprese che così si rimpicciolivano e tradivano i veri termini del problema. E' manifesta in tutti gli scritti, una coscienza di inferioirà materiale e spiriruale che solo l'intervento diretto ed efficace del governo centrale può guarire. Non si dice: decentrate, lasciate far noi che sappiamo il fatto nostro: ma controllateci, non trascurateci, non dimenticateci, soccorreteci. Linguaggio, anche se polemico e minaccioso, da colonia. Ed è quello che ancora dura. Di fronte a questo linguaggio, che fu anche usato da alcuni fra i più autorevoli meridionali, è naturale che i vari governi non avessero obbligo di vedere un problema totale, nazionale, e ne profittassero per sbriciolare le loro beneficenze contentando i deputati e rimandando sempre la soluzione integrale della questione. Altro errore, gravissimo, fu quello di far dei problemi del Sud questioni a parte, di interesse, cioè, su una "questione meridionale" e mai,  chiaramente, su una "questione nazionale". Si parlo sempre, lagrimosamente, di bisogni del Mezzogiorno, mai, recisamente, di bisogni della Nazione. Errore fondamentale, che spostando il punto di vista si risolveva in tutto danno per il meezzodì e l'Italia insieme. Poichè se differibile poteva ritenersi un bisogno d'alcune regioni, non così sarebbe apparso di un bisogno dellla Nazione tutta. Sopravvive ancora l'impressione di una questione tutta a se, e questa persuasione diede per lungo tempo all'Italia la sciagurata sensazione di aver due polmoni, uno vivo e uno atrofizzato,  il Settentrione e il Mezzogiorno, e la conseguente convinzione  di poter ciònondimeno vivere benone con quel vitale, facendo a meno dell'altro. Solo così può spiegarsi come il Mezzoggiorno che apprestò numerossissimi uomini alla direzione dell Stato, non vedesse ne pur da costoro, nonché riosolto, mai avviato il problema verso la soluzione.Ma è necessario aggiungere che la posizione dei meridionali rispondeva e risponde all'esigenza dello spirito locale. Qual diverso atteggiamento  poteva assumere un popolo privo d'iniziativa, di spirito di associazione, di slancio industriale, contento di adagiare la sua vitalità nella tranquilla tabella dell'organico, - un popolo che se diede l'assalto allo Stato fu solo dalla parte dei concorsi di impiego amministrativo? In una regione del Nord le cose sarebbero andate diversamente. Ma nel Sud, per costituirsi in fecondo Consorzio, gli interessati debbono esservi costretti da imposizione governativa. 
   Tutto il periodo, ed è ben lungo, che corrisponde a tale atteggiamento è contrassegnato da un apprezzamento massimo della provviderza statale e minimo dell'iniziativa individuale. L'utilità del decentramento non fu sentita appunto pel mistico concetto che il Mezzogiomo ebbe del Govemo centrale.
    Quanto alla questione doganale la difficoltà dell'argomento, non fatto per la dominante mentalità tribunizia, si opponeva a una più generale comprersione e difesa, sicché le isolate implorazioni poco contarono di fronte alla pressione settentrionale che indubbiamente aveva programmi definiti, né rivelarono un sentimento e movimento di massa. I casi di Salvemini, Ghisleri,  Acerbo sono isolati; come isolato è il caso di A. Distaso,
attuale paziente divulgatore (in "Rivoluzione liberale") della necessità antiprotezionistica del Mezzodì. La maggioranza dei meridionali colti inaridì per lunghissimo tempo l'agitazione del problema in piccole polemiche di partito, in schermaglie preconcettualistiche (piccola proprieta o collettivismo?, Cultura estensiva o cultura intensiva? Sviluppo agricolo o industriale? Strade ferrate o strade rotabili?, ecc.) a cui il Governo centrale non poteva tener dietro, e che in conseguenza eran destinate a rimanere sterili, caduche e mutevoli. Così il problema enorme restava, ma tutto fuor della teoria. 
   Si aggiunga che l'assillo delle cifre e degli interessi materiali fece perder di vista il problema essenzialissimo, l'educativo, a cui in fondo gli altri problemi facevan capo. Coscienza industriale, liquidazione del brigantaggio, cooperazione agricola ecc., son tutte questioni che si riconnettono fondamentalmente a un caposaldo di rigenerazione intellettuale. L'economia progredisce con l'istruzione.
Anche qui la prima intuizione è di un osservatore non meridionale, di L. Franchetti promotore di quell'"Associaeione Nazionale pergli interessi del Mezzogiomo". a cui  oggi è affidata l'"Opera contro l'analfihetismo". Ma  chi gitò codesto puno, chi si occupò di quest'opera   fra i meridionali? E' un piemontese, Zanotti Bianco, che attualmente anmima l'associazione. Nè può giovar di regolai l caso del Lombardo Radice, apostolo ma sul serio del problema educativo, infaticabile siciliano che ha compreso come il problema meridionale sia in sosotanza problema di educazione, e s'è fatto autore e divulgatore di preziosi libricini, che non loderemo abasstanza, pel popolo della sua isola. C'è soltanto uno stolfi, che chiede scuole per la Basicilacata. Ma poi? comunque, l'Associazione riprende vita: speriamo bene.
   Ugualmente lascia a sperare bene l'"Opera Nazionale per il mezzogionbo d'Italia " sorta nel 1921, e a cui lavorano con cuore Padre Semeria (altro settentrionale) e D. Minozzi. "Il  problema del Meuzzogiorno è nazionale. Ma noi insistiamo a credere cfu è problema di educazione".
Questo, il perlsiero del Semeria, e questo il concetto informatore dell'Opera, la quale, occupandosi degli orfani di guerra, costruisce edifici scolastici, istituisce asili, scuole professionali, botteghe d'arte. Non sarà mai soverdriamente appîezzat^l'importarza di tale ultima iniziativa (cui lavora anche l'associazione), che si propone di sviluppare nelle maestranze il gusto dell'arte locale, promuovere cioè una rinascita dell'artigianato artistico meridionale, inspirato alle caratteristiche tradizioni paesane. Ma l'Opera non trascura l'educazione agricola, e al di fuori delle cattedre d'agricoltura né molte né progredite del Sud, e libera dall'.,ossessione granaria", si propone di sviluppare caso per caso le varie culture ridrieste dai vari luoghi, di ossigenare la vita delle classi rurali, di assistere gli emigranti. Ora, certo, il prograrnma è solo in piccola parte atruato.
Ma l'Opera lavora con volontiì, ed è diretta da gente che non fi.da nella politica ma solo in se stessa ed ha i piedi ben piantati nella realta; vi si può contare. Ma anche qui: dove sono, chi sono, toltine un paio, i meridio
nali che sul serio confortano e dirigono l'Opera e l'Associazione?

Fine Sesta parte.
6.Continua

martedì 17 agosto 2010

Groviglio Meridionale - terza parte

Carenza di Programmi
di Rodolfo De Mattei


Il problema meridionale, pertanto, fu agitato, come ancor oggi avviene, solo in mancanza d'altri programmi politici e problemi nazionali. Esso apparve, dunque, saltuariamente sull'orizzonte italiano, non sempre con chiarezza e sincerità. D'altronde, vasto qual è, esso non avrebbe potuto essere prospettato d'un tratto, intero. Occorreva vario sforzo e varia competenza, dunque del tempo, perché ogni lato fosse affrontato: lavoro minuzioso d'impostazione e svisceramento che, grosso modo, può considerarsi svolto dalla fine della prima guerra d'Africa alla fine della guerra europea.

Fasi alterative di ottimismo pessimismo caratterizzarono il tono di quanti dall'unità in giù si occuparono del problema del Sud. Appare naturale che le parole degli uomini dell'unità fossero ispirate a un frettoloso ottimismo che se appalesava una inevitabile superficialità, è facile spiegare come giustificazione e difesa del fatto compiuto. I mali, di cui al centro giungevano sì e no notizie, non sembrarono fatali. Ma è giusto aggiungere che il vero malessere si acutizzò alquanto dopo l'unificazione, allorché decisamente la politica e l'economia  nazionale ferirono gravemente le tradizioni e gli interessi del Sud. D'altro canto non si aveva tempo di pensare quanto quelle che sembrarono esigenze di vita unitaria (formazione di un esercito nazionale, e quindi leva obbligatoria; liquidazione delle propaggini vaticanesche, e quindi dell'asse ecclesiastico; unicità di ordinamento finanziario, e quindi fiscalità; accentramento, e quindi soppressione di vita locale; e via dicendo) fossero circostanze concomitanti a creare ed acutizzare il disagio nel Sud. L'unita si formava, sacrifici erano necessari. La presunta ricchezza del Sud avrebbe compensato tutto. Il Mezzodì effettivamente, appariva, come una terra promessa che solo l'ignoranza dei re fannulloni aveva potuto lasciare inesplorata. D'altronde, gli uomini maggiori di Stato avevano sì e no passato Napoli: il viaggio in Sicilia di Sonnino e Franchetti rimase storico; quanto a Minghetti, egli venne in Sicilia in periodo eccezionalmente prospero. Ed occorse il laboriosissimo guado del fiume Sinni perché gli occhi di Zanardelli si aprissero improvvisamente, e venisse fuori la legge 31 marzo 1904 per la Basilicata. Ottimismo, dunque, alimentato dai ricordi del periodo romano e arabo. Nei discorsi parlamentari del primo periodo dell'Unita non si trovano accenni seri ed espliciti ad una vera e propria questione meridionale.
  La questione si configura e s'impone in un secondo tempo, diventando adattissimo pretesto per dibattiti sociali, istituzionali e scientifici. Periodo interessantissimo che resta da ben fissare nella storia psicologica del Regno. Sviluppandosi la questione sociale è naturale che la questione meridionale si precisi e prenda rilievo; il Sud, per le caratteristiche di miseria, di vizioso ordinamento terriero e malgoverno, si presta ottimamente  a campo di battaglie economiche e istituzionali. In Sicilia viene attuato, coi Fasci, il primo esperimento di rivolta economica.
Fine terza parte.

lunedì 16 agosto 2010

Groviglio Meridionale - seconda parte -

Crisi e Problemi.
di Rodolfo De Mattei

  
    Ma era troppo presto per pensare che una cosa era l'unificazione politica e altra l'unificazione spirituale ed economica; è quasi assurdo allora ammettere che l'annessione del Mezzogiorno era stato un cattivo affare. Anche Stefano Iacini aveva alzato la voce per i contadini lombardi, come il La Manna nel '62 l'aveva alzata per i contadini del Regno d'Italia. Il malessere, dunque, se mai, era generale e non localizzato: crisi di crescenza. Il Mezzogiorno continuò così ad apparire come la terra promessa, come un paese "troppo favorito dalla natura" (Bonghi), "cospicuo" (Sella), "ricco" (Depretis), "prospero", (Minghetti), ecc., sicché il problema fu di capitalizzare questa fortuna.
Giustino Fortunato
Giustino Fortunato
La Sinistra, ascendendo al potere nel '76, comprese che esaurito con lo sforzo del Risorgimento il compito della Destra, ad essa toccava agitare le questioni rimaste irrisolute o inaffrontate. Ma non è a dire che la questione meridionale le si presentasse già con caratteri  staccati e definiti: essa rientrava nel vasto quadro della questione interna sociale; il malcontento  serpeggiante in Sicilia non sembro più allarmante di quello esistente nel Veneto o in Toscana. Lo stesso Giustino Fortunato, che resta uno dei più convinti assertori della causa meridionale, nel 1880 non le dedicò una trattazione speciale: notò solo essere le due più gravi questioni che ci serba l'avvenire, la sociale e la religiosa". (Discorso di Melfi, 22-5 1880).   
  Del Mezzogiorno, si avvertirono crisi (agraria, amministrativa, economica, ecc.) più che problemi; e pertanto si ebbero provvedimenti frammentari, scuciti, saltuari, che denunziavano nel difetto di un piano armonico l'assenza di un'esatta intuizione del problema generale: non si comprese, cioè, che si trattava di focolai disseminati di un'unica malattia costituzionale. Le parole serie. essenziali  («questo immane problema che è L'Italia Meridionale ...» . «...abbiamo una vera, un'ardua questione di civiltà da studiare e da risolvere»Fortunato) vengono molto più tardi, dopo i Fasci, quando si parla di mandare un Commissario Civile in Sicilia; e solo in seguito Pasquale Villari studia, di proposito le condizioni del Sud e si rende conto della vera portata dell'insurrezione dei Sette e Mezzo di Palermo ('67) e di altri indizi di malessere (P. Vìllari - Nuova Antologia 1895); solo più tardi, troppo tardi, si compresero gli enormi danni arrecati alla Sicilia e alla Sardegna della denunzia fatta fra gli applausi dei deputati, del trattato di commercio del 1881 con la Francia.


   Ma è necessario convenire che troppo confusi e disordinati e sotterranei apparivano nel Mezzogiorno gli elementi costitutivi del problema perché fosse riuscito possibile discernere e approfondire. Le irrequietezze, che d'altronde notavansi anche in altre regioni, avevano tutta un'aria di discoleria e di transitorietà che autorizzava i correttivi militari. Si aggiunga che i meridionali non collaborarono gran fatto alla chiara impostazione del loro problema. La Rivista del Colajanni che avrebbe avuto buon giuoco, essendo siciliana d'origine, battagliera di temperamento e intellettuale di vocazione, si perdette in disquisizioni scientifiche e politico-sociali, e solo di straforo e tardi e mai con criteri d'insieme, si occupò di cose meridionali. Vero è altresì che altri gravi avvenimenti e problemi richiamarono e assorbirono l'attenzione e la passione degli italiani (questioni politiche, coloniali, economiche, dinastiche, ecc.)