Nel 1759 incominciò a frequentare i corsi di Giovanni Andrea Serrao, il quale, fin da quando era arrivato nel seminario di Tropea, aveva incoraggiato un gruppo di giovani ad un necessario rinnovamento culturale e al rafforzamento dell’indipendenza e dell’autonomia del Regno di Napoli dalla curia romana.
Dopo esser stato da poco nominato sacerdote dal vescovo Felice De Paù, nel 1765 l’abate Jerocades veniva allontanato dal collegio di Tropea con l’accusa di “aver corrotto il cuore e la mente di parecchi seminaristi”.
Tale episodio lo rese noto nel Regno di Napoli , ma da tempo era in corrispondenza con Antonio Genovesi e fu quest’ultimo che, apprezzandone la " temeraria libertà", incoraggiò colui che considerava un ideale portavoce delle idee riformatrici e lo sostenne con ogni mezzo, ricorrendo spesso alla corrispondenza per il perseguimento del successo nella causa comune.
In una delle lettere che Genovesi indirizzò a Jerocades, si evidenzia l’umiltà del Genovesi che conosceva bene quanto fossero preziosi i suoi scritti, non solo per Jerocades.
Genovesi scrive :
Qualunque sia il pregio delle mie opericciuole, che so che ‘è picciolissimo, s’elleno però han potuto servire ad eccitarla ai buoni studi, ed alla coltura della vera pietà e virtù, all’amore del ben pubblico dell’umanità, sarà per me un motivo di farmela amare e stimare, che io non ho fatto mai. Ella mi si professa un amico ignoto, né io curo sapere più in là. Quel che mi piacerebbe, ch’ella si facesse conoscere a tutto il Regno ed all’Italia, per lo studio di promuovere le buone cognizioni e le arti utili, che sono il solo sostegno della presente vita, e le quali unite alla scienza delle divine cose, e alla divina causa, ci facilitano la strada alla vera virtù”.
Nelle parole del Genovesi era esplicito il sostegno a proseguire in un magistero che, seppur non ortodosso, avrebbe mirato ad illuminare la società riguardo non solo all'affermazione delle idee riformatrici e dell'uguaglianza sociale, ma anche alle idealità della tolleranza religiosa, della libertà di culto, della lotta alla corruzione e al lusso della curia.
Inoltre si intendeva necessario comunicare che la virtù non era collegata alla religione, e, tramite i suoi vari scritti che gli costarono tanta persecuzione ed imprigionamenti, Jerocades onorò l’incoraggiamento di Antonio Genovesi a far conoscere “ la strada della vera virtù” in maniera più agevole e diretta in un’opera buffa Pulcinella da Quacquero, nella quale si affronta anche la tematica dell’ateo virtuoso.
Allorché gli venne richiesto, in occasione del carnevale del 1770, di preparare una recita per i convittori del collegio ove prestava il suo insegnamento, l’abate propose un dramma, Il ritorno di Ulisse, e due intermezzi comici, uno dei quali sarà Pulcinella da Quacchero.
In tal modo Jerocades intendeva esaltare la Pennsylvania di William Penn quale patria della libertà in cui Penn aveva saputo instaurare un governo democratico fin dal 1681, ossia dall'anno in cui aveva ottenuto dall'Inghilterra il possesso della colonia, la quale ospitava gruppi culturali e soprattutto religiosi perseguitati in Europa.
Come è noto, fu la capitale Philadelphia, fondata nel 1682, a raggiungere standard commerciali e culturali di livello avanzato, tale da diventare una delle principali città simbolo della Rivoluzione Americana del 1776.
L'intento primario di Jerocades era quello di opporre le grandi idealità di democrazia e di uguaglianza in opposizione alla società dell'Antico Regime, di cui l'allora Regno di Napoli rappresentava uno dei simboli più rilevanti in tema di mancata libertà, inesistente democrazia, disprezzo del valore di uguaglianza, alto livello di intolleranza religiosa ed inaccettabile lusso, sfarzo e corruzione della curia, anche se solo inizialmente, in relazione alla sua battaglia contro la curia, Jerocades ebbe il sostegno del ministro del Regno di Napoli Bernardo Tanucci, allora impegnato in una battaglia riformatrice contro la curia romana e napoletana.
Infatti il Tanucci si dedicò alla modernizzazione di un Regno in cui poteri e privilegi feudali erano appannaggio in maniera rilevante anche di una curia napoletana ingorda e corrotta. Lo scontro del Tanucci con la Chiesa aveva portato all’espulsione dal Regno di Napoli dei gesuiti, che il Tanucci, in una lettera datata 26 aprile 1767, definiva “intriganti, sediziosi, corruttori della morale e della religione”.
Purtuttavia ciò non impedì che fosse Antonio Genovesi a pagare per il suo pensiero antidogmatico con l’allontanamento dal Regno di Napoli.
Dopo la morte di Antonio Genovesi, Antonio Jerocades fu più volte portato in tribunale, condannato all’esilio e all’imprigionamento in varie località, di cui alcune segrete e nascoste.
Si consideri che, nel 1793 ed all’età di 55 anni, l’abate Antonio Jerocades fu tenuto prigioniero nel piccolo villaggio di Pignataro presso il convento dei frati alcantarini, ove nessuno potesse trovarlo e pensare di raggiungerlo. Pur non avendo subito la condanna a morte per la sua partecipazione agli eventi della Rivoluzione Napoletana del 1799, caduta la Repubblica, egli scontò il suo sostegno con una ulteriore detenzione nel carcere dei Granili a Napoli.
Provato nel fisico, Jerocades morì nel convento dei Liguorini nella città di Tropea, ove era stato rinchiuso, il 25 novembre 1803, all’età di 65 anni.
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domenica 14 settembre 2014
La “temeraria libertà” di Antonio Jerocades incoraggiata da Antonio Genovesi
martedì 18 marzo 2014
Repubbliche classiche e Repubblica moderna nel pensiero di Francesco Mario Pagano
Nei suoi Saggi Politici, risuonava non solo l’interrogativo di Socrate riguardo a cosa fosse l’uomo, ma lo sviluppo storico dell’essere umano in quanto essere sociale nel porsi in relazione alla politica intesa come evoluzione della civiltà.
Lo studio di Mario Pagano tendeva a dimostrare come il mondo classico, dopo aver attraversato secoli di grande fecondità intellettuale, questa era stata oscurata dal buio del Medio Evo e dall’affermarsi del feudalesimo.
L’illuminismo del Settecento offriva dunque l’opportunità di far emergere i lumi della classicità, in relazione soprattutto all’area mediterranea dell’antico territorio italico.
Era l’influenza di Aristotele che conduceva Mario Pagano ad opporre una dottrina politica moderata rispetto alle scelte più radicali degli altri patrioti della Repubblica Napoletana.
Erano illuminanti, a tal riguardo, gli esempi in relazione alle forme di governo in cui si intravedeva più chiaramente l’influenza di Aristotele.
Inoltre l’ideale repubblicano, che si andò progressivamente imponendo nel suo pensiero, traeva ispirazione anche dalle Repubbliche dell’antichità in cui ritrovava l’enunciazione di alcuni principi repubblicani ben delineati.
Le qualità morali del cittadino che doveva guidare, illuminare ed istruire gli altri riportavano a quell’aristocrazia dello spirito, che rimandava il lettore agli “ ottimi per virtù” di Aristotele e Platone, a quel concetto di “ politeia” aristotelica e platonica che sostanzialmente faceva riferimento ad un particolare tipo di istituzione politica, la Repubblica, che assumeva per tali filosofi antichi, solo l'interesse per il bene della collettività, per la polis, lo Stato.
L’illuminismo settecentesco di Genovesi e Filangieri costituiva la necessaria integrazione ed evoluzione del concetto di politeia classica nel delineare un nuovo ideale repubblicano di carattere democratico in cui avrebbero trionfato i principi irrinunciabili di libertà ed uguaglianza.
Inoltre, l’antichità classica, per Francesco Mario Pagano, offriva un ideale di purezza dei costumi nella costituzione delle Repubbliche antiche in opposizione alla “ corruzione “ dell’età sua contemporanea. Pagano lo ha evidenziato nei Saggi Politici in termini diretti:
“L’amore dei più interni piaceri dello spirito, cioè delle cognizioni, della virtù, della libertà, del potere, forma il costume e il carattere che fa nascere per lo più le Repubbliche popolari.”
Come i filosofi classici, tra cui Platone ed Aristotele in primis, avevano additato l’amore per la conoscenza e per la virtù, si mostrava necessario ritrovare anche in quelle idealità antiche le condizioni per l’esaltazione del governo repubblicano moderno, che aveva già trionfato in America e in Francia con uomini “ animati dalla divina espansione dello spirito, dalle nobili passioni della compassione, dall’amore degli uomini, dalla beneficenza, dal sentimento dell’ordine morale della giustizia”.
Nel momento in cui si accingeva alla redazione del Progetto Costituzionale per la Repubblica Napoletana del 1799, Pagano riteneva che la Repubblica da istituire doveva necessariamente diffondersi nella “classe media” la cui descrizione era stata ben delineata nella “ politeia” di Aristotele, ma che in età moderna avrebbe assunto carattere, oltre che diverso dall’antica polis, quello peculiare dell’età dei Lumi di fine Settecento per una proposta di elevazione sociale e morale di tutti i cittadini virtuosi e votati al bene comune.
“ Fondare i buoni costumi è il metodo più proprio per estirpare i corrotti” scriveva Pagano nelRapporto che accompagnava il Progetto di Costituzione, aggiungendo che la proposta veniva avanzata “ ad imitazione delle antiche Repubbliche”.
di Angelo Martino
giovedì 13 marzo 2014
Francesco Saverio Salfi e una necessaria evoluzione rivoluzionaria e repubblicana
Il suo arrivo a Napoli fu dovuto all’intolleranza del vescovo di Cosenza Gennaro Clemente Falcone che discreditò Salfi al punto di metterlo in condizione di lasciare la Calabria e trasferirsi a Napoli nel 1785.
Nella capitale del Regno Salfi continuò la sua battaglia in difesa della tolleranza ed è nota la sua posizione del 1788 allorché , in occasione del rifiuto al pagamento della Chinea al Papa da parte del governo di Ferdinando IV di Napoli, scrisse una satira contro lo Stato Pontificio e in favore della politica napoletana.
La svolta in senso illuministico radicale di Salfi era iniziata quando aveva pubblicato l’anno precedente il suo Saggio di fenomeni antropologici in cui denunciava la degenerazione della fede in superstizione e magia, proponendosi di “sottrarre le povere masse ignare alla nefasta influenza della vecchia scuola gesuitica, che le strumentalizzava a suo piacere nelle manifestazioni “ miracolistiche”.
Nel 1792 entrò nella Società patriottica napoletana. Per evitare il processo, nel 1794 riuscì a fuggire da Napoli e riparare dapprima a Genova, dove abbandonò l'abito ecclesiastico, e poi a Milano.
Ritornò a Napoli assieme al generale Championnet nel gennaio del 1799 e assunse l'incarico di segretario del governo provvisorio della Repubblica napoletana. Nel febbraio 1799, dopo la sostituzione di Carlo Lauberg con Ignazio Ciaia alla guida della Repubblica napoletana, andò in Francia.
Di princìpi massonici, fu consigliere di Gioacchino Murat. Nel 1815 con la Restaurazione che riportò i Borbone sul trono di Napoli, si ritirò definitivamente in Francia.
Francesco Salfi fu autore dell’opuscolo L’Italie au dix-neuvième siècle, pubblicato nel 1821 nel quale analizzò le motivazioni che avevano spinto un gruppo di patrioti meridionali, partiti da posizioni riformiste, a passare ad inevitabili progetti, idee e valori propriamente rivoluzionari.
Lo scritto di Francesco Salfi rileva come la Rivoluzione francese avesse trovato terreno fertile nel Regno di Napoli dal momento che vi era già ben presente e vivo un humus di idee rivoluzionarie elaborate dai discepoli di Genovesi e Filangieri.
Ma ancora prima che alla Rivoluzione Francese, essi avevano guardato alla rivoluzione Americana.
I patrioti della futura Repubblica Napoletana erano già pronti ad accogliere gli ideali rivoluzionari. Inoltre per tanti religiosi, come lo era stato anche Francesco Salfi, lo stesso messaggio evangelico aveva assunto una possibilità di riscatto per un’umanità oppressa la cui fede era indirizzata verso la paura e la superstizione.
L’appartenenza alla massoneria, inoltre, aveva svolto un ruolo importante se non centrale nella progressione ideologica dei patrioti dal periodo riformatore a quello rivoluzionario.
Insieme a Carlo Lauberg e Antonio Jerocades, Francesco Salfi appartenne a quegli spiriti forti che imposero le loro dottrine illuminate contro le posizioni retrograde degli ecclesiastici che difendevano l’alleanza Trono-Altare. In tale lotta contro il fanatismo e la superstizione religiosa Salfi trovò nella fratellanza massonica la maniera di propagandare gli ideali rivoluzionari e repubblicani prima in Calabria e poi a Napoli, con un’appassionata difesa dei principi illuministici e della tolleranza religiosa.
Francesco Saverio Salvi fu un autore prolifico e anche la sua vasta produzione prettamente letteraria mostra un intellettuale instancabilmente impegnato nella battaglia per la conquista di irrinunciabili diritti civili e politici e per la creazione di una società libera e democratica.
di Angelo MArtino
lunedì 10 marzo 2014
Francesco Capecelatro, il patriota antiborbonico
La sua opposizione antiborbonica continuò anche nell'età della Restaurazione, aderendo alla Carboneria e partecipando al moto del 1820, per cui fu costretto all'esilio prima a Malta e poi a Marsiglia, ove rimase fino al 1826, quando tornò in Italia a Roma e poi ad Ancona.
Solo nel 1831 potè tornare a Napoli, ma senza esercitare piu cariche militari o di altro tipo. E si ritirò a S.Paolo Belsito presso Nola, ma la sua casa fu aperta a personalità come Bellini e Donizetti e a spiriti liberali. Seguì con grande partecipazione le vicende e le speranze del 1848 e fino al 1860. Morì nel 1863.
Nel seno di questa nobile famiglia napoletana liberale antiborbonica, nacque, quando era esule a Marsiglia, Alfonso, il 15 febbraio 1824.
La madre si chiamava Maddalena Sartorelli, di elevata e patriottica famiglia, che aveva avuto lo zio Antonio martire repubblicano del 1799 scannato al Ponte della Maddalena e seppe allevare i suoi nove figli "con molto amore, ma con poche carezze".
Studiò a Napoli all'oratorio di S. Filippo Neri, importante centro di studi non solo religiosi, ma culturali, tanto che esso aprì la prima biblioteca pubblica a Napoli.
Nel rapporto con personalità della tradizione neoguelfa, sia storiografica che politica, come l'abate Tosti e C.Troya, egli, nel solco dei sentimenti paterni e familiari, assunse un fondamentale orientamento cattolico-liberale, che lo portò ad avere poi sintonia e collegamenti con personalità come Gioberti, Manzoni, Tommaseo.
Ebbe contatti anche con la scuola del Puoti, di educazione linguistica, civile, patriottica, che incise sulla sua formazione e segnala la sua apertura.
Nel 1847 fu ordinato sacerdote ed avviò una intensa attività di ricerca storica specialmente presso l'Abbazia di Montecassino, legandosi a monaci di grande sensibilità culturale e civile, come il de Vera e il citato Tosti.
Mise in luce nelle sue ricerche, nelle sue opere la funzione nazionale che avevano avuto il cattolicesimo e il papato nel Medioevo, per cui l'Italia non poteva pensarsi senza il cattolicesimo, nè i cattolici potevano sentire l'Italia ad essi estranea, anzi proprio fondamentale mondo storico, da onorare e rafforzare.
Per questa sua equilibrata e profonda posizione cattolico-nazionale e liberale, ebbe rapporti e stima anche all'estero, in Inghilterra col cardinale Newman e lo stesso primo ministro Gladstone, in Francia con Montlambert.
Era vicino naturalmente alle posizioni di conciliazione tra il nascente stato nazionale italiano liberale e costituzionale e la chiesa cattolica, ed ebbe un decisivo ruolo di equilibrio nel 1860 nello scontro tra chiesa napoletana guidata dall'intransigente e conservatore cardinale Riario Sforza e le nuove autorità italiane.
Fu l'animatore tra il 1865 e il 1886 col Cenni e padre Ludovico da Casoria del periodico napoletano"La Carità", nella quale costantemente auspicava l'abbandono di posizioni intransigenti verso il nuovo stato nazionale e liberale e l'inserimento dei cattolici nella vita politica, in modo da portare in Parlamento uomini seri e di autentica fede cattolica, capaci di dare un contributo specifico costruttivo ed evitare derive anticlericali.
Era lontano da posizioni comunque in contrasto col papato, coltivava "il sogno dorato di una Italia unita insieme civilmente, con un vincolo, però, che doveva avere le sue radici nella fede cattolica e nell'amore del papato."
Nel 1877 alla morte di Riario Sforza si pensò a lui come successore a Napoli, ma ebbe l'ostilità degli ambienti intransigenti, clericali.
Ma egli godeva di grande considerazione presso gli ambienti più avveduti della Santa Sede e così fu nominato da papa Leone XIII per i suoi meriti storico-letterari vicebibliotecario vaticano nel 1879 e arcivescovo di Capua nel 1880.
Nel 1885 fu nominato cardinale e nel 1893 bibliotecario di S. Romana Chiesa e prefetto della Biblioteca Vaticana.
Fu arcivescovo di Capua per 32 anni, lasciando un'orma straordinaria, indimenticabile dal punto di vista pastorale e anche culturale.
Nel 1881 aprì ad esempio al pubblico la biblioteca arcivescovile di Capua e quella del seminario; diede vita nel 1882 ad un periodico divenuto riferimento non solo religioso, ma civile" La Campania Sacra".
Di lui si parlò seriamente di una candidatura al soglio pontificio nel conclave del 1903, con simpatie di cardinali anche stranieri e gradimenti politici italiani ed europei.
Dell'amore per la Patria e dell'obbligo religioso e morale tal senso dei cattolici italiani in particolare, argomentò nel 1900 nello scritto uscito a Milano dal titolo "L'amore di patria e i cattolici particolarmente in Italia",
Morì a Capua il 14 novembre 1912 e, per sua disposizione testamentaria, volle essere sepolto a Montecassino.
Una nipote del cardinale arcivescovo fu Enrichetta Capecelatro, figlia del fratello Antonio, patriota del 1848, antiborbonico fino al 1860, e di Calliope Ferrigni, nata a Torino nel 1863, dove il padre lavorava nelle Poste dopo l'Unità. Fu poetessa apprezzata da Croce e traduttrice dei grandi scrittori russi come Tolstoi e Dostoevskij, Gogol, Puskin.
Nella villa alle falde del Vesuvio del nonno materno, Ferrigni, magistrato, letterato, poi senatore, che sveva sposato la sorella di Antonio Ranieri, Enrichetta, fu ospitato Leopardi durante il soggiorno napoletano e la nipote Enrichetta ne scrisse in "Storia di una casa di campagna" del 1934.
Fu accademica Pontaniana a 29 anni e scrisse una storia della sua famiglia patriottica nel ramo paterno e materno "Una famiglia napoletana dell'Ottocento".
Enrichetta era orgogliosa di essere entrata in una famiglia così patriottica, che aveva dato contributi memorabili nelle componenti maschili e femminili al Risorgimento meridionale e italiano.
Riccardo Carafa fu uno dei fondatori nel 1892 con Croce, Di Giacomo, Schipa, Ceci, della rivista"Napoli Nobilissima". Fu deputato e senatore e morì nel 1920.
Enrichetta è morta a Napoli nel 1941.
giovedì 12 dicembre 2013
Il sacerdote – poeta Luigi Rossi martire della Repubblica Napoletana del 1799
“Luigi Rossi, per essere stato parimenti Ministro dell’Alta Commissione Militare e per essere intervenuto nelle dette tre decisioni di cause capitali; per aver dato alle stampe alcune scellerate composizioni per lo bruciamento delle bandiere e delle sacre immagini reali e di tutti gli scritti favorevoli al trono, e per il Catechismo Repubblicano, e per essere stato finalmente ascritto nei libro dei giurati della Sala Patriottica, è stato condannato ad essere afforcato nella Piazza del Mercato colla confisca dei beni.”
Come si evince dalla condanna, la colpa più grave del sacerdote Luigi Rossi non fu nelle cariche pubbliche ricoperte, ma nella sua attività pubblicistica e di poeta. D’altronde la poesia era per Luigi Rossi l’interesse principale prima e dopo la Repubblica Napoletana del 1799.
Dal 1799 le sue liriche furono dei veri e propri inni alla Repubblica.
Luigi Rossi, originario di Montepaone in Calabria ove era nato il 20 gennaio 1769 era, come lo descrive Mariano Ayala, dopo aver osservato un suo ritratto ad olio «bellissimo nel viso, occhi scintillanti, ampia fronte, nudo il collo».
Nel seminario di Catanzaro ebbe come insegnante di matematica e filosofia l’abate Gregorio Aracri, che gli infuse il fuoco del libertarismo e al tempo stesso lo iniziò ai misteri della libera muratoria.
Passato in Napoli fu dottore in «utroque iure» e aprì uno studio legale. Ma più che la toga, lo allettarono la passione poetica e l’impegno politico supportato dalle dottrine illuministiche provenienti dalla Francia.
Poco più che ventenne fu membro della Società Patriottica e, quando questa nel 1794 si sciolse, aderì al club giacobino «Libertà o Morte».
Fondò e gestì infine una loggia massonica nel suo paese natio, nel rione Cittadella. Qui, secondo quanto riferirà in seguito l’arciprete sanfedista Gian Vincenzo della Cananea, «questo Luigi Rossi insegnava ai giovani nefande dottrine ultramontane in una misteriosa casa che tra loro chiamavano Sala di Zaleuco».
Luigi Rossi era, però, essenzialmente un poeta che mise la sua ispirazione lirica al servizio della Repubblica Napoletana, dopo un periodo precedente in cui i suoi componimenti erano stati tipicamente arcadici e neoclassici.
Basta ricordare la sua Ode “Il Bacio“ in cui ritroviamo tutto il classicismo della su apoetica. Ben diversi sono i componimenti “repubblicani” per cui fu condannato alla forca.
“Cittadini nel sangue aborrito/ Beh venite a bagnarvi la mano/ E’ ben folle chi mostrasi umano/ Con chi tratta de’ Regi il pugnal/”Quindi un più che deciso invito a lottare contri i Troni le cui ragioni Rossi esplicita non solo nel Catechismo Repubblicano, ma nel canto “I diritti dell’uomo”:Sono dell’uomo i primi diritti Uguaglianza e Libertà/Non v’è servo né signore/ Vincitor non v’è né vinto/ Sol dall’un all’altro è distinto/ Per comune utilità/.
A seguire un riferimento chiaro allo stato di Natura di Rousseau:Dallo stato di Natura/ Venne l’uomo alla Città/ Ma non turba il social nodo/ L’uguaglianza de’mortali /Tutti liberi ed uguali /Sono ancora in società/.
Rossi fu autore anche dell’inno ufficiale della Repubblica Napoletana, musicato da Domenico Cimarosa “l’Inno patriottico per lo bruciamento delle insegne dei tiranni”, che gli attirò maggiormente l’ira vendicativa di Ferdinando IV.
Erano i nobili ideali dell’uguaglianza e della libertà ad animare l’opera poetica del Rossi, convinto che solo il Popolo è sovrano in una democrazia repubblicana , una tesi pericolosa per i Borbone e che avrebbe condotto il sacerdote - poeta alla condanna a morte per impiccagione.
La sentenza di morte fu emessa dalla Giunta di Stato il 10 ottobre ed eseguita il 28 novembre.
Pubblicato sul Monitore Napoletano, l’autorevole foglio diretto da Eleonora Fonseca Pimentel, l’Inno patriottico fu riprodotto in migliaia di fogli volanti e cantato dai rivoluzionari, il 19 maggio in piazza Plebiscito, alla festa dello «bruciamento delle bandiere borboniche» allorché fu piantato l’albero della libertà.
Con quelle note sussurrate a fior di labbra «il fior fiore intellettuale e morale della nazione», come scrisse Benedetto Croce, salì il patibolo per quello che non a torto viene considerato il primo forte, ancorché debole, impulso al processo risorgimentale.
di Angelo Martino
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martedì 10 dicembre 2013
La poesia di Ignazio Ciaia, patriota e martire della Repubblica Napoletana del 1799 Stampa
Rinchiuso a Sant’Elmo per le sue idee repubblicane nel 1794, superò quei momenti terribili , ritrovando nella poesia una forte ispirazione al punto che, non avendo strumenti per scrivere, memorizzava le sue liriche e le ripeteva al compatriota Mario Pagano.
Era una strenua difesa del suo essere, propria di quegli uomini liberi che sapevano ricorrere al sublime nella sofferenza dell’oppressione.
Durante i gloriosi mesi della Repubblica Napoletana Ciaia rivestì la carica di Presidente, dopo Carlo Lauberg.
Dimostrò le sue alte qualità di statista con competenza nell’organizzazione dello Stato repubblicano democratico con l’affermazione dei princìpi egualitari, come testimonia in particolare un proclama del 23 febbraio che contiene le linee generali della costituzione della Repubblica, in un ambizioso progetto di alfabetizzazione degli adulti per “dissipare le tenebre dell’ignoranza”e consentire al popolo di affrancarsi dallo stato di servitù.
Erano le idee di Montesqieu, di Voltaire, ma soprattutto dei grandi illuministi napoletani, da Ferdinando Galiani a Pietro Giannone, da Gaetano Filangieri ad Antonio Genovesi.
La passione per la poesia rappresentava per Ciaia, un ideale di affrancamento dalla schiavitù sulle orme di Dante, Petrarca e Vittorio Alfieri. Dalla sua produzione poetica si evince il pensiero politico mirato all’instaurazione di un modello di società fondato sulla libertà, l’uguaglianza repubblicana e la giustizia.
La poetica di Ciaia consta di due “momenti”, un primo caratterizzato da toni intimistici, didascalici, e un secondo in cui prevalgono i temi civili, politici con toni decisamente più riflessivi e sentimenti più autentici.
Una ricorrente malinconia preromantica legata al pensiero della morte pervade le opere scritte durante la prigionia.
Al primo “momento” di poesie appartengono quelle dedicate alla donna amata, Celeste Coltellini: “Partendo da Napoli per Vienna” ed “Alla luna”, in cui si ritrova una poetica legata alla tradizione preromantica, dove la natura costituisce una presenza costante nel suo aspetto idilliaco, arcadico.
Il passaggio tra il primo ed il secondo “momento” avviene con la lirica “Al P.D, Emanuele Caputo villeggiante in Portici” dedicata al suo maestro di filosofia, storia e letteratura, dove inizia ad emergere l’impegno prettamente civile, e la natura poetica sentimentale lascia il posto ad argomenti di trattazione propria della poesia illuministica, considerata di carattere più elevata:
“Non fia giovan Vate unica cura /Invocare l’astro condottier del canto, / Sol quando Amor l’alta possanza adopra”
Rivolgendosi al suo maestro, padre benedettino, il poeta mostra tutta la sua riconoscenza per una libertà di pensiero inculcatogli:
“Io da te l’ebbi: tu prima m’apristi Del vero i fonti, e l’avid’alma allora Vide se stessa, e a contemplarsi apprese… Leggiera e snella Vedasi mai dalla prigion dischiusa/ Sulle rinate varianti piume Uscir farfalla e con inastabil giro/ Di siepe in siepe ir visitando i campi? /Ah! Tale io fui, poiché dal lungo assorto Meditar di me stesso, al chiuso spirto/ Concessi alfin la libertà delle ali .”
La si può definire la “lirica della transizione” e che costituirà l’incipit del secondo “momento” di componimenti degli anni 1794 - 1798, anni di impegno ideale, civile e politico del poeta al servizio della Repubblica- Ignazio Ciaia diventa “il primo poeta civile del Risorgimento”.
Tra questi ultimi componimenti ricordiamo “A Carlo Lauberg”, in cui si rivivono i momenti drammatici della repressione borbonica e della fuga di Lauberg a Parigi ,” Alla Francia” con i successi di Napoleone Bonaparte che riaccedono le speranze di libertà repubblicana. Molto marcato, in questi versi , è l’odio del poeta verso la tirannia, il profondo desiderio di una giustizia sociale, l’amore per la libertà:
No, non fia ch’io veggia/ Con iniqui intervalli ognor distinte/ La capanna e la reggia/ Né che trapassi ancor la gloria e il merto/ Delle vetuste immagini dipinte/ Non fia che un dritto incerto/Sempre il reo ch’è forte/ assolver deggia/ Alle futuri genti Passi l’esempio di ardir la nostra etade/
“A Vincenzo Notarangelo” e l’ode “ E’ notte alfine” sono poesie intrise di sofferenza per lo stato di prigionia. Il pensiero dell’autore è rivolto alla caducità delle cose umane, la sofferenza dei patrioti, la loro dura sorte. Erano quei sentimenti che aveva avuto modo di esternare nella lettera a suo fratello il 6 marzo 1799, negli anni fulgidi della Repubblica, ma in cui si ravvisava quanta sofferenza, lotta e dolore costasse l’amore per la libertà:
“Io sto bene ancora, ma ipocondriaco. L’anima mia avrebbe voluto ad un istante tutti felici, ma trovo che sogno sì caro non è facile a realizzarsi. Non mi perdo però di coraggio e tiro al meglio innanzi la gran soma. Dammi di te ottime nuove. Rammentando quanto ti amo, ti sarà facile intendere quanto le aspetti.”
Con la caduta della Repubblica e la restaurazione borbonica Ignazio Ciaia fu dapprima incarcerato, e nonostante una falsa promessa di espatrio in Francia, ascese al patibolo in piazza Mercato il 29 ottobre 1799. Con lui Domenico Cirillo, Mario Pagano e Giorgio Pagliacelli, compagni di vita e di morte.
di Angelo Martino
domenica 1 maggio 2011
Filippo Cordova : "Uno dei Protagonisti dell'UNITA' D'ITALIA"
Aidone 1 Maggio 1811
Firenze 16 Settembre 1868
La Vita:
Nacque in Aidone il primo maggio 1811, da Francesco Paolo e Giuseppa Cordova.
Sin da giovane stupì i concittadini per il suo genio componendo a 13 anni dei poemi e alcune tragedie.
Il padre Notaio di Aidone , curatore degli interessi dei signori di Aidone Giulio Cesare Rospigliosi e Donna Margherita Colonna-Gioeni lo mandò a Catania, s’iscrisse in quell’Ateneo nella facoltà di Giurisprudenza e a diciotto anni si laureò in diritto canonico e civile. e prese anche la laurea in geologia sotto la guida del Prof. Carlo Maravigna.
Inviato nel 1831 a Palermo dallo zio-cugino il Comm. Gaetano Scovazzo-Cordova , che ricopriva la carica di Ministro di Grazia e Giustizia presso la Luogotenenza della Sicilia del Principe Leopoldo Conte di Siracusa , presso lo studio dell’avv. Agnetta si fece conoscere per la sua profonda cultura e divenne amico stimato dell’Ammiraglio Ruggero Settimo, Vincenzo Fardella di Torrearsa e Michele Amari.
Ritornato in seno al paese natio vi soggiornò poco tempo, per recarsi a Caltanissetta, ove svolse parte della vita pubblica e politica, esercitando l’avvocatura.
Consigliere Provinciale di Caltanissetta per la sua profonda cultura venne nominato Segretario del Consiglio.
Nel 1838 partecipò al grande Congresso scientifico di Clermont-Ferrand in Francia e si fece conoscere dall’Accademia di Francia , all’epoca considerata la più alta Scuola d’Europa con il saggio sul Paradiso Perduto di John Milton.
Molto probabilmente in questa occasione ebbe la possibilità di conoscere anche molti illustri scienziati francesi ,inglesi e tedeschi ( ndr. come l’amico tedesco Herman Abik citato nella sua
breve Storia di AIDONE )
Nominato Consigliere d’Intendenza studiò nel 1839 le decime feudali di alcuni Comuni della Sicilia (Terranova,Butera, S.Cataldo,Sutera e S.Caterina) e nel 1841 partecipò al Congresso scientifico di Napoli. e tramite il Principe di Canino venne introdotto alla Massoneria e venne scritto alla loggia AUSONIA che aveva come obiettivo l’Unità d’Italia con capitale la grande ROMA.
Nacque in Aidone il primo maggio 1811, da Francesco Paolo e Giuseppa Cordova.
Sin da giovane stupì i concittadini per il suo genio componendo a 13 anni dei poemi e alcune tragedie.
Il padre Notaio di Aidone , curatore degli interessi dei signori di Aidone Giulio Cesare Rospigliosi e Donna Margherita Colonna-Gioeni lo mandò a Catania, s’iscrisse in quell’Ateneo nella facoltà di Giurisprudenza e a diciotto anni si laureò in diritto canonico e civile. e prese anche la laurea in geologia sotto la guida del Prof. Carlo Maravigna.
Inviato nel 1831 a Palermo dallo zio-cugino il Comm. Gaetano Scovazzo-Cordova , che ricopriva la carica di Ministro di Grazia e Giustizia presso la Luogotenenza della Sicilia del Principe Leopoldo Conte di Siracusa , presso lo studio dell’avv. Agnetta si fece conoscere per la sua profonda cultura e divenne amico stimato dell’Ammiraglio Ruggero Settimo, Vincenzo Fardella di Torrearsa e Michele Amari.
Ritornato in seno al paese natio vi soggiornò poco tempo, per recarsi a Caltanissetta, ove svolse parte della vita pubblica e politica, esercitando l’avvocatura.
Consigliere Provinciale di Caltanissetta per la sua profonda cultura venne nominato Segretario del Consiglio.
Nel 1838 partecipò al grande Congresso scientifico di Clermont-Ferrand in Francia e si fece conoscere dall’Accademia di Francia , all’epoca considerata la più alta Scuola d’Europa con il saggio sul Paradiso Perduto di John Milton.
Molto probabilmente in questa occasione ebbe la possibilità di conoscere anche molti illustri scienziati francesi ,inglesi e tedeschi ( ndr. come l’amico tedesco Herman Abik citato nella sua
breve Storia di AIDONE )
Nominato Consigliere d’Intendenza studiò nel 1839 le decime feudali di alcuni Comuni della Sicilia (Terranova,Butera, S.Cataldo,Sutera e S.Caterina) e nel 1841 partecipò al Congresso scientifico di Napoli. e tramite il Principe di Canino venne introdotto alla Massoneria e venne scritto alla loggia AUSONIA che aveva come obiettivo l’Unità d’Italia con capitale la grande ROMA.
Il Sen Gaetano Scovazzo (Aidone 1782 - Palermo 1868)
zio-cugino, è il vero maestro di Filippo Cordova
Al Governo della Sicilia (1848 – ’49):
Scoppiata la Rivoluzione nel fatidico “48, Filippo Cordova fù nominato Segretario del Comitato rivoluzionario di Caltanissetta, e dopo venne eletto Deputato alla Camera dei Comuni come rappresentante del paese natio: AIDONE.
A Palermo fu chiamato dal Governo siciliano autonomo a formulare il progetto legge del potere esecutivo, che poi divenne lo Statuto Siciliano; i cui primi tre articoli furono da Lui compilati , e approvati senza discussione,dalle due Camere dei Pari e dei Comuni.
La nazione SICILIA conosciuto nel Cordova un abile statista, lo volle a reggere i suoi destini e Ruggero Settimo Presidente del Parlamento con il Marchese di Torrearsa gli affidarono il dicastero delle finanze il 13 agosto 1848.
Prima di sedere al banco ministeriale, alla Camera dei Comuni, era tale il fascino ch’esercitava con la sua elegante parola, che incombeva rispetto e quindi quando egli parlava, il silenzio dei colleghi Deputati era profondo e l’attenzione massima.
La sua profonda cultura si può rilevare con i suoi discorsi sulla sovranità popolare, sul diritto degli operai al voto e la libertà di stampa.
Dopo poco tempo , quando s’accorse, che le Finanze della Sicilia erano al disastro totale ,chiese ed ottenne il permesso dal Parlamento Siciliano (Assemblea dei pari e dei Comuni) , di pignorare le argenterie e gli oggetti preziosi delle chiese .
Queste parole vennero accolte con fragorosi applausi e il nome del Ministro delle finanze divenne caro a tutti, molti deputati in Lui vedevamo il salvatore della Patria, ma le sorti della Sicilia pur troppo peggioravano.
I soldati accorsi per la difesa di Messina furono decimati e quei pochi rimasti , erano ritornati a Palermo in uno stato da far pietà.
La Sicilia correva il grave pericolo di essere ripresa a forza dal Borbone,l’esercito formato di poche migliaia di uomini non poteva far fronte a quello borbonico e consumata quasi interamente la polvere,i proiettili, perduti alcuni cannoni, si doveva incominciare da capo.
Intanto mancavano i denari, perché le chiese ed i conventi avevano mandato poco argento al ministero delle Finanze;ma Filippo Cordova non si scoraggiò e formulò un progetto di legge per la vendita dei beni nazionali.
Presentandolo alla Camera dei Comuni, venne approvato con assoluta maggioranza; passato alla Camera dei Pari, gli abati e i vescovi in principio l’approvarono; ma dopo pochi giorni, capirono l’intento e odiarono l’uomo che cercava in tutti i modi possibili e convenienti di salvare la Patria, aspettando il momento opportuno per abbatterlo.
La legge intanto non potè essere attuata causa l’indugio e la feroce opposizione dei Pari e dei nuovi ricchi siciliani i borghesi latifondisti.
Nell’ottobre tentò di fare un prestito a Parigi presso la Banca Drouillard di 3 milioni di franchi e di invitare il generale Giuseppe Garibaldi per organizzare a difesa dell’Isola, ma anche questo svanì per opera dei maneggi politici del Re Ferdinando II di Borbone.
Il Cordova tentò ancora, e propose l’abolizione del dazio sul macinato,chiudendo il suo discorso con delle parole roventi per gli ecclesiastici e affettuose per il popolo siciliano.
La Camera dei Pari, formata la maggior parte di abati, vescovi e ricchi capitalisti, non perdeva mai di mira il ministro Cordova, di cui, voleva ad ogni costo disfarsene e lo annoiavano continuamente con delle interpellanze, alle quali però il Cordova rispondeva meravigliosamente.
La legge intanto non potè essere attuata causa l’indugio e la feroce opposizione dei Pari e dei nuovi ricchi siciliani i borghesi latifondisti.
Nell’ottobre tentò di fare un prestito a Parigi presso la Banca Drouillard di 3 milioni di franchi e di invitare il generale Giuseppe Garibaldi per organizzare a difesa dell’Isola, ma anche questo svanì per opera dei maneggi politici del Re Ferdinando II di Borbone.
Il Cordova tentò ancora, e propose l’abolizione del dazio sul macinato,chiudendo il suo discorso con delle parole roventi per gli ecclesiastici e affettuose per il popolo siciliano.
La Camera dei Pari, formata la maggior parte di abati, vescovi e ricchi capitalisti, non perdeva mai di mira il ministro Cordova, di cui, voleva ad ogni costo disfarsene e lo annoiavano continuamente con delle interpellanze, alle quali però il Cordova rispondeva meravigliosamente.
l’ammiraglio Ruggero SETTIMO
Per le spese fatte durante la guerra, progettò un prestito forzoso di un milione di Ducati , ma pur troppo anche questo andò a monte, per cui il Cordova stanco si dimise e con Lui tutto il Gabinetto Fardella di Torrearsa
Il popolo però, che conosceva l’abilità del Ministro, mediante un forte tumulto lo costrinse a ritornare al suo posto e con Lui tutto il Ministero dimissionario.
Il Cordova avendo visto che anche i Deputati desideravano il suo ritorno, animato dalla speranza e dal quel desiderio di salvare l’autonomia e la libertà della nazione Sicilia , presentò un nuovo progetto per un prestito forestiero.
Ma dopo pochi giorni del suo ritorno, quegli stessi Deputati che l’avevano pregato per riprendere il seggio ministeriale, quegli stessi che con discorsi patriottici avevano manifestato il loro piacere per il suo ritorno al ministero, quegli stessi che avevano dato un voto di fiducia al governo del Fardella di Torrearsa , furono i primi ad essere contrari.
I ministri indignati si dimisero immediatamente; il popolo di nuovo protestò perché desiderava ad ogni costo che i Ministri rimanessero al loro posto ma invano.
Il marchese Michele Fardella di Torrearsa tentò di convincere Cordova ma questi per una sua dignità si oppose decisamente.
Il Deputato Bertolami pregò i Ministri acciocché ancora una volta assecondassero il desiderio del popolo, ma essi furono irremovibili.
Il popolo palermitano radunato nei pressi del Parlamento(Chiesa di S. Domenico) , aspettava una risposta decisiva, ma avendo visto il temporeggiamento, cominciò a tumultuare furiosamente, tanto che i ministri dimissionari furono costretti ad uscire dal palazzo ed esporre le ragioni del loro rifiuto.
Ma il popolo che nutriva loro fiducia; si diede a tumultuare in modo piuttosto violento da dar pensiero ,a quel punto il Torrearsa e Cordova, decisero di ritirare le dimissioni.
Il ministero Torrearsa-Cordova continuò il suo indefesso lavoro, per aiutare la Patria siciliana in pericolo, incaricando Giuseppe La Farina a comprare armi e munizioni in Francia; mentre Filippo Cordova pensava ad aumentare i fondi del tesoro.
Ma quando in si gran frangente, il ministro delle Finanze, si vide diminuita la rendita pubblica, l’opposizione intransigente e quindi contraddittoria del popolo, che non voleva far prendere delle somme dal prestito fatto; stanco dei molti lavori, attorniato da tante responsabilità, si dimise e venne sostituito dal Conte Michele Amari.
Dopo tanti lavori resi alla patria, dopo tante sostenute e sacrifici fatti, ritornò al suo posto di Deputato alla Camera dei Comuni.
In quel tempo fondò un giornale a cui diede il titolo “La luce” con il quale indicò ai fratelli siciliani, come unico faro di salvezza l’Unità d’Italia con capitale ROMA.
Il rifiuto del Duca Ferdinando di Savoia al trono di Sicilia, la presa di Messina, l’avvicinarsi delle truppe borboniche su Catania e molti altri avvenimenti luttuosi che seguirono, furono causa della capitolazione dell’Isola del Fuoco.
il Marchese Vincenzo FARDELLA di TORREARSA
il generale polacco MIEROSLASKI comandante dell’esercito siciliano nel 1849
Sen. Vincenzo CORDOVA – SAVINA
Aidone 1819 - 1894
nipote di Filippo CORDOVA
Vice comandante della Guardia nazionale di PIAZZA-AIDONE
Aidone 1819 - 1894
nipote di Filippo CORDOVA
Vice comandante della Guardia nazionale di PIAZZA-AIDONE
RE FERDINANO II di Borbone
LA LUCE il giornale di Filippo CORDOVA del 1849
Esilio a Torino:
Filippo Cordova essendo stato messo nella lista dei 43 proscritti, per opera del generale borbonico , Carlo Filangieri e per non cadere in mano al nemico, dovette esulare e si recò a Marsiglia, dove stesse poco tempo per passare a Torino città che ospitava madre gli esiliati italiani.
Conosciuto da Massimo d’Azeglio, allora Presidente del gabinetto piemontese,lo volle compagno sulla breccia,e siccome la Camera era stata sciolta col proclama di Moncalieri, gli affidò il delicato incarico di acquietare gli animi degli elettori per mezzo della sua parola.
Il Cordova accettò l’incarico e riuscì nell’intento con l’opuscolo:
“Un criterio per gli elettori del Piemonte”.
Quest’opuscolo gli procurò molti ammiratori, fra i quali, il Re Vittorio Emanuele II,
il Conte Camillo Benso di Cavour, Silvio Pellico e diversi altri.
Collaboratore del Risorgimento, direttore del quale era il Conte di Cavour, con un articolo sulle industrie,
Il Cavour lo volle compagno nel giro delle città industriale del Piemonte, in cui conobbe Alessandro Manzoni, Angelo Brofferio, il Durando e l’abate Antonio Rosmini, (l’autore del Primato degli Italiani)
L’abile politico Conte di Cavour nel 1859, ottenne la Presidenza del nuovo gabinetto per cui affidò al Cordova la direzione del Risorgimento, che funzionò con lo stesso nome, sino a quando fu battezzato “Il Parlamento” per la fusione dei due centri di destra e di sinistra per il cosiddetto connubio l’alleanza politica fra destra liberale di Cavour e la sinistra riformista di Urbano Rattazzi.
Il Primo Ministro del Regno del Piemonte e Sardegna
Massimo D’AZEGLIO
Massimo D’AZEGLIO
l’abate Antonio ROSMINI
Camillo BENSO Conte di CAVOUR
successore come Primo Ministro del D’AZEGLIO
successore come Primo Ministro del D’AZEGLIO
Alessandro MANZONI
Croce dell’Ordine dei SS. MAURIZIO e LAZZARO
concessa dal RE VITTORIO EMANUELE II a Filippo CORDOVA
concessa dal RE VITTORIO EMANUELE II a Filippo CORDOVA
Regno d’Italia:
Chiamato a dare lezioni di statistica ed economia politica nel Collegio Nazionale di Torino,diede prova della sua profonda conoscenza in queste due discipline.
Nel 1857 si meritò la croce di SS.. Maurizio e Lazzaro , dono del Re Vittorio Emanuele II, per la pubblicazione di un opuscolo storico.”I Siciliani in Piemonte”e nel 1860 fu nominato da Agostino Depretis Procuratore Generale della gran Corte dei Conti in Sicilia.
Quantunque lontano dalla sua Sicilia, non l’obliò mai,l’isola dei Vespri era sempre nel suo cuore; difatti quando nel Congresso indetto in Russia,i congressisti deliberarono di lasciare la Sicilia e Napoli sotto il dominio borbonico,Filippo Cordova, disse, che la Sicilia ripudiava l’unione al Regno di Napoli, perché sotto il Borbone e se il Congresso non l’avesse tolta dalla schiavitù, si liberava da sé con la Rivoluzione.
Il Congresso non sentì le parole del Cordova e allora la storica campana della Gancia,
il 4 aprile 1860 con i suoi gravi e solenni rintocchi, diede la scintilla per la rivolta.
La notizia che il generale Giuseppe Garibaldi era partito, la notte del 5 maggio dallo scoglio di Quarto con i suoi Mille Eroi “reggendo il timone della nave Piemonte pel mare siciliano alla conquista dei nuovi destini d’Italia” destò ancor più l’entusiasmo.
Filippo Cordova felice di tali avvenimenti, fornì il generale Giuseppe Garibaldi di una carta topografica della Sicilia, per mezzo della fiera e bellissima Contessa Martini con le parole:
”Da restituirsi in Palermo a Filippo Cordova, con una linea del valoroso portatore”

L’eroe dei due mondi il generale Giuseppe GARIBALDI
... la carta gli fu restituita da Giuseppe Garibaldi, e il nipote Vincenzo Cordova la regalò a Francesco
Crispi, che accrebbe il suo museo garibaldino. Cacciati i Borboni dalla Sicilia, incominciarono i dissidi per l’annessione al Regno sabaudo.
La maggioranza era per l’annessione incondizionata ed uno dei più ardenti sostenitori era Giuseppe La Farina.
Per riconciliare gli animi, incaricato anche dal Conte di Cavour, il 23 giugno 1860, partì alla volta di Palermo il Cordova, anche perché era stato nominato Procuratore generale della Gran Corte dei Conti da Agostino Depretis, accompagnato alla stazione da molti amici e fra essi il poeta Giovanni Prati che volle donargli due sonetti, per Lui appositamente scritti.Partito Garibaldi da Palermo alla volta di Milazzo, fu nominato pro-dittatore Agostino Depretis e Segretario di stato, Francesco Crispi, che mal sopportava la presenza del Cordova perché lo sapeva Arrivato il Depretis a Palermo, in compagnia del Crispi si recò a Milazzo per conferire col Dittatore, a cui il Crispi fece noto l’amicizia che passava tra il Depretis e il Cordova,ed ebbe l’incarico di sorvegliarli.
Intanto le lettere del Cavour sollecitavano l’annessione, com’era rimasto col Cordova, che aveva già ottenuto l’assicurazione della maggior parte dei consessi delle città e dei paesi dell’isola.
Crispi venuto a conoscenza dell’operato del Cordova avvisò il Dittatore che lo chiamò a Napoli per discolparsi.
Egli partì accompagnato da Rosario Profeta Boscarini, ma giunto a Napoli, prima ancora di fare la sua discolpa, gli arrivò il decreto di espulsione.
Filippo Cordova allora riprese per la seconda volta la via dell’esilio, ma prima di lasciare Napoli, scrisse una lettera diretta al Dittatore, copia della quale l’ebbe il Profeta, che prima di partire anche lui, alla volta di Palermo, la fece pubblicare nel giornale “Il Nomade".
Crispi, che accrebbe il suo museo garibaldino. Cacciati i Borboni dalla Sicilia, incominciarono i dissidi per l’annessione al Regno sabaudo.
La maggioranza era per l’annessione incondizionata ed uno dei più ardenti sostenitori era Giuseppe La Farina.
Per riconciliare gli animi, incaricato anche dal Conte di Cavour, il 23 giugno 1860, partì alla volta di Palermo il Cordova, anche perché era stato nominato Procuratore generale della Gran Corte dei Conti da Agostino Depretis, accompagnato alla stazione da molti amici e fra essi il poeta Giovanni Prati che volle donargli due sonetti, per Lui appositamente scritti.Partito Garibaldi da Palermo alla volta di Milazzo, fu nominato pro-dittatore Agostino Depretis e Segretario di stato, Francesco Crispi, che mal sopportava la presenza del Cordova perché lo sapeva Arrivato il Depretis a Palermo, in compagnia del Crispi si recò a Milazzo per conferire col Dittatore, a cui il Crispi fece noto l’amicizia che passava tra il Depretis e il Cordova,ed ebbe l’incarico di sorvegliarli.
Intanto le lettere del Cavour sollecitavano l’annessione, com’era rimasto col Cordova, che aveva già ottenuto l’assicurazione della maggior parte dei consessi delle città e dei paesi dell’isola.
Crispi venuto a conoscenza dell’operato del Cordova avvisò il Dittatore che lo chiamò a Napoli per discolparsi.
Egli partì accompagnato da Rosario Profeta Boscarini, ma giunto a Napoli, prima ancora di fare la sua discolpa, gli arrivò il decreto di espulsione.
Filippo Cordova allora riprese per la seconda volta la via dell’esilio, ma prima di lasciare Napoli, scrisse una lettera diretta al Dittatore, copia della quale l’ebbe il Profeta, che prima di partire anche lui, alla volta di Palermo, la fece pubblicare nel giornale “Il Nomade".
Il Pro-dittatore della SICILIA nel 1860 Agostino DE PRETIS
RE VITTORIO EMANUELE II
Francesco CRISPI - Segretario del Governo Dittatoriale di GARIBALDI nel 1860
Rosolino PILO-GIOIENI amico fraterno di Vincenzo CORDOVA
Gli Stati pre-unitari dell’ITALIA nel 1860
Attività Politica
Dopo l’annessione delle Due Sicilie al Regno di Vittorio Emanuele, fù istituita in Palermo la Luogotenenza generale, con il marchese Cordero di Montezemolo e consiglieri Filippo Cordova e
Giuseppe La Farina.
Il Cordova però non volle stare a lungo in quell’ufficio, causa le persecuzioni e gli arresti che il
La Farina ordinava e ritornò a Torino dove fu nominato segretario al Ministero delle finanze,
prima col Seghezzi e poi col Bastogi.
Il 27 gennaio 1861 furono convocati i comizi per le elezioni politiche, e apertosi il Parlamento italiano il 12 febbraio, Filippo Cordova si presentò alla Camera dei Deputati, quale rappresentante di tre collegi: Siracusa, Caltanissetta e Caltagirone e il 20 maggio optò per quest’ultimo in seguito a sorteggio, sicchè Caltanissetta e Siracusa rimasero senza rappresentante.
La città di Siracusa però memore e grata al Cordova, per l’opzione per l’eloquente discorso pronunziato alla Camera, due giorni prima l’opzione per Caltagirone, per il quale le fu ridato l’antico posto di capo luogo di Provincia al posto di Noto e perché il collegio aveva bisogno di un uomo autorevole di un parlamentare esperto, d’un oratore preclaro per sostenere in Parlamento i diritti di Siracusa e gli elettori con intendimenti onestissimi e con animo puro, scelsero Filippo Cordova, (ma il Cordova optò ancora una volta per Caltagirone).
Il primo Ministro Camillo BENSO Conte di CAVOUR
donò la sua divisa Ministeriale all’amico fraterno CORDOVA
indicandolo al RE Vittorio Emanule II come l’uomo che doveva reggere l’ITALIA
donò la sua divisa Ministeriale all’amico fraterno CORDOVA
indicandolo al RE Vittorio Emanule II come l’uomo che doveva reggere l’ITALIA
Collare dell’ANNUNZIATA dei SAVOIA
concesso al Ministro Filippo CORDOVA
concesso al Ministro Filippo CORDOVA
Morto il 6 giugno 1861 il Conte di Cavour,per dimostrare la fraterna amicizia che passava tra lui ed il Cordova, volle lasciargli la sua uniforme di Ministro, addittandolo così a Vittorio Emanuele II e all’Italia suo successore.
Il Cordova però consigliò il Re Vittorio Emanuele II di chiamare il Barone Bettino Ricasoli, che a sua volta chiamò il Cordova al Dicastero d’industria e commercio. e qui operò dal
12 giugno 1861 al 3 marzo 1862
Come Ministro istituì la Divisione di statistica (l’attuale ISTAT diventata nel tempo il vero quadro dell’economia e popolazione italiana )
Re Vittorio Emanuele II era quasi illimitata.
Quando si discusse il progetto per la distruzione della Pineta di Ravenna, fu il solo Cordova che sostenne la discussione con parere contrario alla distruzione, e fu si eloquente la sua dimostrazione che il progetto venne annullato.
Dimessosi da Ministro, per ragioni di salute e con lui tutto il Ministero, nel 1862 ricomparve con Urbano Rattazzi al Dicastero di Grazia e Giustizia, ma lasciò dopo breve tempo
( dal 3/3/1862 al 7/4/1862) anche quel portafogli, per non fare un torto all’amico fraterno
il Barone Bettino Ricasoli.
Nello stesso anno veniva nominato Consigliere di Stato, e dopo i luttuosi fatti di Torino per lo spostamento della capitale a Firenze che molto addolorarono Vittorio Emanuele II , ebbe la Presidenza della Commissione che doveva provvedere alle Finanze dello Stato.
Nel 1866 per espressa preghiera del Re, ritornò al Ministero con Bettino Ricasoli col suo preferito portafogli dell’Agricoltura, industria e commerci, ma vi siede poco tempo. e svolse l’attività di Ministro di Grazia .Giustizia e per i Culti dal 24/3/1867 al 10/4/1867 .
Caduto il Gabinetto Ricasoli II a formare il nuovo fu chiamato nuovamente il Barone,
che memore dell’ottima collaborazione del Cordova, ancora una volta lo chiamò a far parte dell’amministrazione ma il Cordova si rifiutò; ricomposto da Urbano Rattazzi anche lui chiamò il Cordova ma questi si rifiutò di nuovo e nel 1867 ancora al Menabrea.
Nel 1868 accettò la presidenza della Commissione per l’inchiesta del corso forzoso, facendo vedere alla Nazione ch’Egli voleva ancora lavorare per la sua prosperità.
Nel breve periodo che sedette alla Camera, sino alla sua morte, sferzò a sangue, gli speculatori della cosa pubblica, con discorsi pronunziati nell’alta assemblea.
Ottenuta la legge sul “Catenaccio” le banche, le società nazionali ed estere si sollevarono contro di Lui, ma il Cordova non ebbe paura e continuò imperterrito, animato da sentimenti italianissimi, l’opera sua patriottica.
Il primo Ministro Urbano RATTAZZI
Il Ricordo
Dopo poco più di trentenni di vita politica e battagliera, proscritto ed esiliato, Deputato e Ministro alto magistrato e Commendatore, dopo aver dato tutto l’aiuto del suo grande ingegno alla patria che vide quasi una, il 16 settembre 1868 moriva sulla breccia, come il soldato al suo posto di combattimento. Non mutò mai la sua fede politica e seguì sino all’ultimo anelito gli esempi del grande statista torinese. Oratore profondo e solenne, sdegnava i riempitivi inconcludenti; resse i più alti uffici dello Stato con dignità veramente aristocratica del gentiluomo compito e con l’acume competente dello studioso, della mente e l’ingegno versatile alle più alte discipline, della vasta cultura senza lacune. Scese nella tomba alla giovane età di 57 anni e con Lui l’ITALIA perse uno dei migliori campioni dell’oratoria. Le sue ceneri riposano a S. Miniato in Firenze,ma nessuna lapide ricorda il suo nome illustre, mentre altri poco o niente noti,nel mondo letterario e politico, sono ricordati con solennità. Questo oblio non valse a cancellare dalla memoria di chi amò e sentì il dovere di ricordare lo statista aidonese, per rendere immortale il suo nome, la sua dottrina, le sue gesta politiche e rivoluzionarie.
Caltanissetta memore del suo illustre concittadino, per la prima gli eresse un mezzobusto in marmo e ornò un giardino che si onora del suo nome.
Caltagirone grata al suo primo rappresentante alla Camera italiana, diede il suo nome ad una delle strade principali, e quantunque troppo poco, ebbe il delicato pensiero del ricordo.
Nella tornata del 26 novembre 1868 a Firenze , il Presidente della Camera dei Deputati,
l’avv. Adriano Mari, commemorò con un lusinghiero ed erudito discorso, Filippo Cordova.
Alla fine dell’eloquente e veritiero discorso del Presidente seguì un profondo e religioso silenzio, persino nel banco ministeriale,e quel silenzio dimostrò all’Italia, come l’immatura perdita di Filippo Cordova, lasciò un largo vuoto nella rappresentanza nazionale.
Ricordarono pure la sua vita, il Comm. Matteo Raeli, Consigliere di Stato come collega, l’onorevole Giuseppe Massari segretario della Camera come rappresentante di quest’ultima e il Comm.
De Cesare, con dei discorsi pronunziati alla presenza del feretro, e raccolti religiosamente furono da un amico del Cordova pubblicati,mentre il Parlamento Italiano più tardi gli decretava un monumento nazionale al Pincio, fra gli uomini illustri italiani.
E AIDONE, la patria natia dell’illustre statista, non avendo potuto rendere prima immortale, la gloriosa figura del suo più illustre figlio, l’aveva ricordato con una lapide posta sulla facciata della casa ove Egli nacque.
Ma pochi anni or sono, sorse un Comitato d’intelligenti cittadini, animati da squisiti sentimenti patriottici, col fine di erigere un monumento in bronzo all’illustre statista.
A quest’opera patriottica, contribuirono, oltre a molti Deputati, il Governo e
S.M. Vittorio Emanuele III.
Dopo poco più di trentenni di vita politica e battagliera, proscritto ed esiliato, Deputato e Ministro alto magistrato e Commendatore, dopo aver dato tutto l’aiuto del suo grande ingegno alla patria che vide quasi una, il 16 settembre 1868 moriva sulla breccia, come il soldato al suo posto di combattimento. Non mutò mai la sua fede politica e seguì sino all’ultimo anelito gli esempi del grande statista torinese. Oratore profondo e solenne, sdegnava i riempitivi inconcludenti; resse i più alti uffici dello Stato con dignità veramente aristocratica del gentiluomo compito e con l’acume competente dello studioso, della mente e l’ingegno versatile alle più alte discipline, della vasta cultura senza lacune. Scese nella tomba alla giovane età di 57 anni e con Lui l’ITALIA perse uno dei migliori campioni dell’oratoria. Le sue ceneri riposano a S. Miniato in Firenze,ma nessuna lapide ricorda il suo nome illustre, mentre altri poco o niente noti,nel mondo letterario e politico, sono ricordati con solennità. Questo oblio non valse a cancellare dalla memoria di chi amò e sentì il dovere di ricordare lo statista aidonese, per rendere immortale il suo nome, la sua dottrina, le sue gesta politiche e rivoluzionarie.
Caltanissetta memore del suo illustre concittadino, per la prima gli eresse un mezzobusto in marmo e ornò un giardino che si onora del suo nome.
Caltagirone grata al suo primo rappresentante alla Camera italiana, diede il suo nome ad una delle strade principali, e quantunque troppo poco, ebbe il delicato pensiero del ricordo.
Nella tornata del 26 novembre 1868 a Firenze , il Presidente della Camera dei Deputati,
l’avv. Adriano Mari, commemorò con un lusinghiero ed erudito discorso, Filippo Cordova.
Alla fine dell’eloquente e veritiero discorso del Presidente seguì un profondo e religioso silenzio, persino nel banco ministeriale,e quel silenzio dimostrò all’Italia, come l’immatura perdita di Filippo Cordova, lasciò un largo vuoto nella rappresentanza nazionale.
Ricordarono pure la sua vita, il Comm. Matteo Raeli, Consigliere di Stato come collega, l’onorevole Giuseppe Massari segretario della Camera come rappresentante di quest’ultima e il Comm.
De Cesare, con dei discorsi pronunziati alla presenza del feretro, e raccolti religiosamente furono da un amico del Cordova pubblicati,mentre il Parlamento Italiano più tardi gli decretava un monumento nazionale al Pincio, fra gli uomini illustri italiani.
E AIDONE, la patria natia dell’illustre statista, non avendo potuto rendere prima immortale, la gloriosa figura del suo più illustre figlio, l’aveva ricordato con una lapide posta sulla facciata della casa ove Egli nacque.
Ma pochi anni or sono, sorse un Comitato d’intelligenti cittadini, animati da squisiti sentimenti patriottici, col fine di erigere un monumento in bronzo all’illustre statista.
A quest’opera patriottica, contribuirono, oltre a molti Deputati, il Governo e
S.M. Vittorio Emanuele III.
Il Presidente della Camera avv. Adriano MARI
Finalmente dopo tante aspettative, il Comitato permanente potè dare la commissione allo scultore Prof. Mario Rutelli, che ci diede un mezzo busto La Massoneria italiana, memore del Gran maestro, in occasione dell’inaugurazione del mezzobusto, mandò una bella ghirlanda di rami e foglie di quercia in bronzo con la scritta: Al gran Maestro Filippo Cordova la Massoneria italiana”. Il 20 settembre 1913, nel giorno immortale della presa di Roma, s’inaugurò il monumento posto nel centro della Piazza che prende il nome del Cordova, ornata da diversi gonfaloni e bandiere. La commovente cerimonia resterà scolpita nei cuori dei presenti, specialmente quando scoperto il monumento, fu salutato con grida di “Viva Filippo Cordova “ e da fragorosi applausi, mentre la musica intonava l’Inno reale, e i più canuti capi si scoprivano riverenti, Ricordarono, con applauditi discorsi, la vita del Cordova, l’avv. Enrico Capra, Ugo Filippo Mascari, Gaetano De Arena e la sera, la patriottica festa, fu coronata da un sobrio ed erudito discorso, letto dal professore Francesco Guardione appositamente venuto da Palermo. Dell’illustre figlio, Aidone conserva le sue ultime reliquie; presso la biblioteca comunale in parte dimezzata, e alcuni cimeli; l’uniforme del Conte di Cavour col rispettivo spadino d’argento, l’uniforme di Lui che posti in uno scaffale, ornano la sala del Consiglio, e un bel medaglione in marmo, regalo della città di Caltanissetta dove trovasi scolpita la sua effigie. Il Primo Ministro Camillo Benso di Cavour a Lui intimo e compagno nel giornalismo lo definì: ”il più importante uomo dell’Italia meridionale, destinato a reggere la finanza nazionale”, Giuseppe La Farina, compagno negli anni 1848-49 e 1860-61 ” d’ingegno potente, di volontà indomabile, di memoria prodigiosa, di eloquenza inesauribile”; Quintino Sella “il primo ingegno d’Italia “e Bettino Ricasoli lo chiamò “Degno per la sua facondia e talenti, disposizione eminentissima in Parlamento” Il Presidente della Camera Adriano Mari” il più vigoroso atleta nelle lotte parlamentari”mentre il sarcastico Petruccelli della Gattina ”l’uomo politico dell’avvenire d’Italia, l’organizzazione la più completa dell’uomo di Stato italiano” Francesco Domenico Guerrazzi “L’uomo dell’ammirabile vasta dottrina e della favella inesauribile “ Rossi “stella polare, vindice delle ingiustizie portate alla nazione, organo autorevole dei lamenti e dei diritti della medesima” e Giuseppe Saracco” il gran Ministro decoro d’Italia”.
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