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martedì 28 febbraio 2017

La pena di morte secondo le leggi penali borboniche

Carlo di Borbone, con la Prammatica del 14 marzo 1738, aveva proibito la tortura e l’uso di pozzi sotterranei per l’isolamento dei detenuti. Ma la Lex Julia majestatis, introdotta dal suo successore Ferdinando IV come legge dello Stato con rescritto del 21 luglio del 1771, prevedeva pene severissime e torture per chiunque partecipava ad una congiura, escludendo ogni beneficio o diminuzione della pena, e contro i rei si procedeva ad modum belli. Era questo un rito eccezionale in cui il termine a difesa era brevissimo: conclusa rapidamente l’istruttoria senza osservarne i normali termini, comunicata la sentenza, venivano concesse poche ore al difensore per prendere visione degli atti e preparare la memoria difensiva. 

Stimata regina tormentorum per l’intenso dolore che essa procurava, era la tortura acre con funicelle. Si allacciavano dapprima i polsi rivolti dietro la schiena del reo con una cordella rotonda e la si stringeva fino a lacerarne le carni. Poi se ne allacciava un’altra alle braccia e lo si sollevava. Il destino dei rei non era mai definitivo e poteva mutare in qualsiasi momento o per intercessione diretta del sovrano, spesso su richiesta di un familiare o di persona influente, o tramite la «Giunta per il destino dei condannati». 
Tra i luoghi di detenzione napoletani più noti furono la Vicaria, un carcere situato nei sotterranei del Castel Capuano, e quello di S. Francesco, fuori le mura di Porta Capuana, oltre il distretto di Napoli i penitenziari di Procida e di S. Stefano destinati agli ergastolani. Il Codice per lo Regno delle due Sicilie, promulgato per editto da Ferdinando I di Borbone nel 1819, pur nel formale ripudio di alcune pene, persisteva in tratti ancora profondamente reazionari adottati nelle prammatiche sanzioni dei precedenti anni di reggenza.
Le pene criminali per il nuovo codice erano soltanto l’ergastolo, i ferri, la reclusione, la relegazione, l’esilio dal regno, la interdizione da’ pubblici uffizii, la interdizione patrimoniale e la morte. Le norme per le esecuzioni capitali erano stabilite nei seguenti articoli:
  • Art.4. La pena di morte si esegue colla decapitazione, col laccio sulle forche e colla fucilazione. 
  • Art.5. La pena di morte non può che eseguirsi in luogo pubblico. Quando la legge non ordina letteralmente che la pena di morte debba essere espiata col laccio sulle forche, espiar si deve colla decapitazione. La pena di morte si esegue colla fucilazione quando la condanna sia fatta da una Commissione militare, o da Consigli di guerra ne’ casi stabiliti dallo Statuto penale militare. 
  • Art.6. La legge indica i casi ne’ quali la pena di morte si debba espiare con modi speciali di pubblico esempio. I gradi di pubblico esempio sono i seguenti: 
  1. Esecuzione della pena nel luogo del commesso misfatto, o in luogo vicino: 
  2. Trasporto del condannato nel luogo delle esecuzione a piedi nudi, vestito di giallo, con cartello in petto a lettere cubitali indicante il misfatto: 
  3. Trasporto del condannato nel luogo della esecuzione, a piedi nudi, vestito di nero, e con un velo nero che gli ricopra il volto:
  4. Trasporto del condannato nel luogo della esecuzione, a piedi nudi, vestito di nero, e con velo nero che gli ricopra il volto, e trascinato su una tavola con piccole ruote al di sotto, e con cartello in petto in cui sia scritto a lettere cubitali: l’uomo empio.[1] . 
 [1] Codice per lo Regno delle Due Sicilie – Leggi Penali, Parte Seconda, Tip. Domenico Capasso, Napoli, 1848, pp.1-2. Abstract: A Orefice, I giustiziati di Napoli, D'Auria, Napoli, 2015 Giustizia del Capitano Santolo Castaldo. Esempio di crudeltà nell’esecuzione. Anno 1646 Archivio Storico Diocesano di Napoli, Bianchi della Giustizia, vol.87, c.40 r

 Trascrizione documento A di 7 di maggio uscì la giustizia da S. Giacomo per eseguirsi come fu eseguita nel largo del Castello in persona di Capitan Santolo Castaldo della Fragola quale fu decapitato e non lascia alcuni. Questo Povero afflitto passò molto travaglio nel morire perché la mannaia le colse sopra le spalle onde fu necessario secargli il collo con un coltello nel che ci volle un pezzo che fu cosa di molta compassione vi intervennero li seguenti fratelli…


Dettagli Categoria principale: Storia Categoria: Storia XVIII sec. Creato Martedì, 28 Febbraio 2017 18:51 Ultima modifica il Martedì, 28 Febbraio 2017 18:51 Pubblicato Martedì, 28 Febbraio 2017 18:51 Scritto da Antonella Orefice Visite: 2399

martedì 24 gennaio 2017

Speciale Risorgimento: quando banchieri e inglesi facevano affari con i Borbone (parte I) Aggiunto da Redazione il 24 gennaio 2017.

Roma, 24 gen  Quella che segue è la prima di tre parti di un contributo fondamentale del nostro collaboratore Luca Cancelliere sulla storia del Risorgimento. In questo articolo vengono decisamente e rigorosamente confutate le teorie complottiste filo-borboniche e anti-risorgimentali che, fondandosi spesso su illazioni e falsi storici, mirano a rimettere in discussione l’unità politica e morale della nostra nazione, conquistata dai patrioti italiani lungo l’arco di molti decenni con alto tributo di sangue. (IPN)
Risorgimento

Introduzione

Negli ultimi 25 anni, il cosiddetto “revisionismo del Risorgimento”, con particolare riguardo alla conquista garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie, da tema relegato all’ambiente intellettuale (o presunto tale) è stato oggetto di ampio dibattito nella cultura popolare. Il dibattito pubblico sull’argomento, contrariamente a quanto si crede, risale ai primi anni dell’Unità. La questione meridionale fu dibattuta sin dagli anni ’60 del secolo XIX dalla classe politica e intellettuale del tempo e il Parlamento del Regno dedicò alla questione anche numerose commissioni d’inchiesta. Meridionalisti come Pasquale Villari, Leopoldo Franchetti, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, con toni e argomenti di ben altro livello rispetto agli odierni denigratori del Risorgimento e soprattutto senza mettere in discussione il risultato storico dello Stato unitario, esaminarono gli aspetti più controversi dell’unificazione nazionale.
Il fascismo storico esaltò con ogni mezzo e in ogni ambito il Risorgimento, senza concessione alcuna alle tesi revisioniste: lo attestano la filatelia, l’odonomastica, le intitolazioni di istituzioni e beni civili e militari, i libri di testo delle scuole di ogni ordine e grado, la letteratura accademica, la cinematografia, i discorsi e i documenti ufficiali del Regime e in particolare del Duce e dei massimi gerarchi. Nel secondo dopoguerra il revisionismo del Risorgimento si affacciò in ambito accademico nel solco del meridionalismo pre-fascista e in particolare dell’insegnamento marxista di tipo gramsciano.
A livello popolare e di cultura di massa, praticamente fino agli anni ’90 del Novecento il revisionismo anti-risorgimentale, anti-sabaudo e filo-borbonico era sconosciuto nell’Italia meridionale. Una conferma viene dal fatto che nel secondo dopoguerra la Monarchia e Casa Savoia godevano di una grande popolarità nel Mezzogiorno. Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946 tutte le 12 circoscrizioni elettorali meridionali e insulari (sulle 31 totali) garantirono alla Monarchia maggioranze molto superiori al 51%: Napoli 78,9%, Lecce 75,3%, Salerno 72,9%, Benevento 69,9%, Catania 68,2%, Bari 61,5%, Palermo 61%, Cagliari 60,9%, Catanzaro 60,3%, Potenza 59,4%, L’Aquila 53,2%, Roma 51%.
Dalla seconda metà degli anni ’40 alla fine degli anni ’60 i partiti di ispirazione monarchica (Partito Nazionale Monarchico, 1946-1959; Partito Monarchico Popolare, 1954-1959; Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, 1959-1972) raccolsero risultati elettorali considerevoli in tutto il Mezzogiorno. Nelle elezioni politiche del 1953, il Partito Nazionale Monarchico raccolse alla Camera dei Deputati il 7,7% in Abruzzo, il 9,61% in Molise, il 21,46% nella Circoscrizione Napoli-Caserta, il 22,21% nella Circoscrizione Benevento-Avellino-Salerno, il 10,36% in Basilicata, il 16,28% nella Circoscrizione Bari-Foggia, il 14,41% nella Circoscrizione Brindisi-Lecce-Taranto, l’8,82% in Calabria, il 10,51% in Sicilia Occidentale, il 12,57% in Sicilia Orientale. Questo senza tenere conto che tutti gli altri partiti dell’epoca, dal Pci al Msi, pur con diverse sfumature, erano tutti convintamente risorgimentalistianche se anti-monarchici e di ispirazione repubblicana.
A partire dagli anni ’50, tuttavia, in alcuni ristretti circoli intellettuali cominciò a diffondersi un tipo del tutto nuovo di critica anti-risorgimentale, che attingeva per la prima volta alla polemica legittimista, cattolica integralista e reazionaria del secolo precedente, mettendo in discussione anche la legittimità dello Stato unitario. Si pensi ai romanzi di Carlo Alianello (L’Alfiere, scritto nel 1942 ma censurato dal regime fascista e diffusosi solo nel dopoguerra, e L’eredità della priora del 1963), che furono entrambi oggetto di una trasposizione televisiva da parte della Rai. Il maggiore contributo divulgativo anti-risorgimentale fu dato dallo scrittore marxista (già dirigente del Psiup) Nicola Zitara con il libello L’Unità d’Italia: nascita di una colonia (1971). È però solo a partire dalla fine degli anni ’90 del Novecento che si sono diffusi numerosi libelli divulgativi di scarso valore scientifico e di ancor minore obiettività, in massima parte scritti da giornalisti. A parte i famigerati libelli di Pino Aprile, si ricordino in questa sede: Maledetti Savoia (1998) e Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento italiano (2003) di Lorenzo Del Boca1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato (1998), I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli (2004) e Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento (2007) di Gigi Di FioreRisorgimento da riscrivere (2007) di Angela PellicciariI lager dei Savoia. Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali (1999) di Fulvio Izzo. Di seguito si esamineranno analiticamente le argomentazioni del revisionismo anti-risorgimentale con riferimento alla conquista garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie.

La politica interna e internazionale del Regno delle Due Sicilie

Risorgimento
L’incoronazione di Carlo II dei Borboni di Spagna come Re di Napoli (10 maggio 1734) e rex utriusque Siciliae a Palermo (3 luglio 1735) inaugurò una fase positiva per il Meridione d’Italia. Il primo Re Borbone di Napoli (1734-1759) lasciò il trono per quello di Madrid rimasto vacante. Durante la prima parte del regno del figlio Ferdinando IV (1759-1816; Re delle Due Sicilie dal 1816 al 1825) a partire dalle illuminate riforme in campo legislativo, economico ed ecclesiastico promosse dal Primo Ministro Bernardo Tanucci dal 1754 al 1774, Napoli conobbe un indubbio progresso, diventando anche un importante centro culturale grazie a intellettuali riformisti come l’economista Antonio Genovesi,  i giuristi Gaetano Filangieri e Mario Pagano, il filosofo Vincenzo Cuoco e il letterato Francesco LomonacoLa Rivoluzione Francese prima e la Repubblica Partenopea (1799) poi, tuttavia, indussero i Borboni ad abbandonare la politica riformista per abbracciare posizioni sempre più reazionarie. Durante il brevissimo periodo della Repubblica Partenopea (22 gennaio – 13 giugno 1799) e nella più lunga fase in cui Napoli, transitata nell’orbita francese, fu governata da Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi (1806-1815), la continuità dinastica dei Borboni fu salvaguardata grazie alla fuga della casa regnante a Palermo e alla protezione militare accordata dalla Marina Britannica. L’ammiraglio britannico Horace Nelson fu insignito del titolo di duca di Bronte nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie, con una donazione significativa di terreni. Durante il protettorato di Sir William Bentinck (1811-1815), imprenditori britannici come i Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse avevano impiantato in Sicilia numerose aziende soprattutto nel campo della estrazione e commercializzazione dello zolfo e della viticoltura. I Siciliani, gelosi della propria autonomia, non vedevano di buon occhio la dinastia borbonica e nel 1812 Ferdinando I fu costretto a concedere una Costituzione per il Regno di Sicilia. È opportuno dunque ricordare che il Regno Unito, cui infondatamente si attribuisce una qualche influenza nel crollo della dinastia borbonica, fu in realtà la potenza grazie alla quale quest’ultima poté sopravvivere alla tempesta rivoluzionaria e riproporsi sul trono di Napoli nell’Europa della Restaurazione.
Dopo l’unificazione dei Regni di Napoli e Sicilia nella nuova entità statuale denominata Regno delle Due Sicilie (8 dicembre 1816), venuta meno l’autonomia dell’isola, la Costituzione siciliana del 1812 fu revocata, dando vita a un insanabile conflitto tra dinastia borbonica e classe dirigente siciliana che durò fino al 1860. L’egemonia britannica veniva confermata dal trattato del 26 settembre 1816 tra il Regno delle Due Sicilie e il Regno Unito, con il quale si concedeva a quest’ultimo lo status di «nazione più favorita». Un parziale tentativo di affrancarsi dall’egemonia britannica avvenne per il Regno delle Due Sicilie con la “guerra dello zolfo” (1838-1840), una controversia commerciale durante la quale Ferdinando II di Borbone esperì un tentativo di trasferire le concessioni per l’estrazione e l’esportazione del minerale alla francese “Taix & Aycard”. A seguito della decisa presa di posizione britannica, Ferdinando II dovette però recedere dal suo proposito.
Risorgimento
Per quanto riguarda la politica interna, il dissenso nei confronti del nuovo Stato fu particolarmente marcato in Sicilia a seguito della soppressione dell’autonomia del Regno, del trasferimento della capitale a Napoli e dell’abrogazione della Costituzione del 1812. Nel Mezzogiorno continentale, gli antichi sostenitori della Repubblica Partenopea e soprattutto di Gioacchino Murat manifestavano insofferenza verso la restaurazione borbonica e non tardarono a organizzarsi in seno alla Carboneria, che insieme ad altre associazioni segrete ebbe grande diffusione nel Regno. Non è questa la sede per descrivere nel dettaglio la lunga serie delle rivolte che per quarant’anni si susseguirono contro il governo borbonico. Il 15 giugno 1820 insorse la Sicilia, il 1° luglio 1820 i reparti militari insorti guidati dagli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati marciarono da Avellino a Napoli costringendo il Re a concedere la Costituzione. Una spedizione contro-rivoluzionaria fu decisa dalle potenze della Santa Alleanza a Troppau e Lubiana con il finanziamento della Banca Rothschildche sin dai tempi della coalizione anti-napoleonica era la Banca di riferimento della Casa d’Austria. Nel 1822 l’Imperatore Francesco I, per i meriti acquisiti, investì del titolo ereditario di barone Salomon Mayer Rothschild, primo ebreo che entrò a far parte della nobiltà austriaca. Nel marzo 1821 l’esercito asburgico, dopo aver sconfitto i patrioti napoletani ad Antrodoco (Rieti), occupò Napoli, con l’inevitabile seguito di condanne a morte e a lunghi periodi di detenzione. A seguito di questo evento i Rothschild diventarono i padroni delle finanze del Regno delle Due SicilieCarl von Rothschild fu inviato a Napoli per costituire la filiale napoletana della Banca Rothschild di Francoforte sul Meno. Gli stretti legami tra Carl von Rothschild e il Ministero delle Finanze borbonico retto da Luigi de’ Medici di Ottajano resero la Banca Rothschild l’istituto di credito dominante a NapoliLa fine della filiale della Banca Rothschild a Napoli fu provocata dall’arrivo di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860Adolf von Rothschild seguì Francesco II delle Due Sicilie prima a Gaeta e poi nell’esilio, finanziando il brigantaggio anti-unitario fino al 1863.
I moti del 1820-1821 furono seguiti da più limitati, ma numerosi tentativi insurrezionali, tra i quali spiccano quelli del Cilento (1828) e della Calabria (1844 e 1847). Ma fu nel 1848 che insorsero di nuovo la Sicilia (1° gennaio) e Napoli. Il 24 febbraio 1848 Ferdinando II fu costretto a concedere la Costituzione e inviare le truppe nella pianura padana per partecipare alla guerra guidata da Carlo Alberto di Savoia contro l’Austria. Ma appena possibile Ferdinando II fece spergiuro sciogliendo la Camera appena eletta e richiamando il corpo di spedizione di 11.000 uomini guidato da Guglielmo Pepe nella valle del Po. Ferdinando II di Borbone riconquistò la Sicilia per mezzo del Generale Carlo Filangieri, sciogliendo il Parlamento di Palermo. La pagina più tragica della riconquista della Sicilia fu l’assedio e il bombardamento della città di Messina. La città fu distrutta e abbandonata alla vendetta dei vincitori, supportati anche da delinquenti comuni inviati appositamente dal Re[1]Salvatore La Farina narra che «li Svizzeri ed i Napolitani non marciavano che preceduti dalli incendii, seguìti dalle rapine, da’ saccheggi, dalli assassinamenti, dalli stupri […]. Donne violate nelle chiese, ove speravano sicurezza, e poi trucidate, sacerdoti ammazzati sulli altari, fanciulle tagliate a pezzi, vecchi ed infermi sgozzati ne’ proprii letti, famiglie intere gittate dalle finestre o arse dentro le proprie case, i Monti di prestito saccheggiati, i vasi sacri involati»[2].
La dura repressione borbonica dell’estate del 1849 contro un governo provvisorio ormai instabile decretava la fine dell’esperienza rivoluzionaria del 1848-1849 e l’ulteriore allargamento del preesistente divario tra la classe politica siciliana e quella napoletana. Il 15 dicembre 1849 venne imposto all’isola un debito pubblico di 20 milioni di ducati e il capo della polizia borbonica in Sicilia, Salvatore Maniscalco, dovette affidarsi alla criminalità organizzata per controllare un ordine pubblico ormai difficilmente gestibile in un’isola che rifiutava categoricamente il governo borbonico. Il tracollo borbonico nella Sicilia del 1860 di fronte all’avanzata garibaldina è perfettamente comprensibile alla luce del profondo risentimento maturato nei Siciliani contro la dinastia regnante in 44 anni di storia del Regno delle Due Sicilie. (Continua).
Luca Cancelliere
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Note
[1] Cfr. C. Gemelli, Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49, Bologna 1867.
[2] S. La Farina, Storia della rivoluzione siciliana e delle sue relazioni coi governi italiani e stranieri, Milano 1860, pp. 356-357.

lunedì 22 settembre 2014

L'usurpazione del Demanio di Calvi da parte della Real Casa Borbonica


Casino Reale di CalviDel Demanio di Calvi, situato nei comuni di Calvi e di Sparanise e con un'estensione di 1200 moggia circa, si hanno informazioni precise ad iniziare dal 1425 allorché un contrasto sui confini occorse tra la cittadina di Calvi e quella di Capua.
Secondo lo storico settecentesco Francesco Granata fu la regina Giovanna II a stabilire  i confini con un "privilegio" datato 17 settembre 1425.
Nella Storia Civile della fedelissima città di Capua, pubblicata nel 1756, il Granata ha ripercorso tutto ciò che Calvi dovette subire dai governanti che favorirono la città di Capua, ad iniziare dalla regina Giovanna II, da suo figlio Alfonso e successivamente dallo stesso Ferdinando d'Aragona.
La regina Giovanna - scrisse il Granata - appagatasi della gran fedeltà dei Capuani, corrispose con infiniti privilegi e grazie, tra le quali il 17 settembre 1425 concesse un privilegio dichiarando che il tenimento di Capua si estenda fino al Rivo corrente di Calvi, i quali territori sono divisi per certe colonne postesi per termine.
La Real Casa Borbonica successe nell'affitto del Demanio di Calvi al barone Luigi Zona nel 1772. Il contratto durò fino al 18 ottobre 1779, protraendosi per ulteriori dieci anni.
Sia Carlo di Borbone che  il figlio Ferdinando IV intrapresero una graduale opera d’usurpazione del Demanio di Calvi, tanto che Ferdinando IV  arrivò a costituire un maggiorato per i suoi due figli.
Con Decreto Regio del 12 gennaio 1832, il Demanio caleno fu poi affidato in una  parte al settimogenito figlio di Ferdinando IV, Gaetano Maria Federico, conte di Girgenti, e per l'altra al Conte di Castrogiovanni.
I comuni di Calvi e di Sparanise furono dunque spogliati del loro Demanio con due atti che costituirono inaccettabili soprusi.
Con il  primo atto, datato 1791, Ferdinando IV , nonostante il voto contrario delle due Università, da affittatore aveva preteso di diventare “enfiteuta” (l’enfiteusi è un diritto reale su un fondo altrui che attribuisce al titolare “enfiteuta” gli stessi diritti che avrebbe il proprietario,“concedente” sui frutti, sul tesoro e sulle utilizzazioni del sottosuolo). Il  secondo atto, datato 1832, rappresentò una vera e propria  appropriazione indebita  nel momento in cui Ferdinando II, pur sapendo che i demani comunali erano da considerare inalienabili, costituì un maggiorato per i suoi figli.
Il Demanio di Calvi divenne prevalentemente un sito di caccia, destinato al solo divertimento dei Borbone, che vi costruirono un Casino Reale con il pianterreno destinato ai contadini, mentre il primo piano era riservato all'abitazione del Re e dei cortigiani. 
Nel testo  Per Calvi e Sparanise contro Demanio e Casa Reale, pubblicato nel 1888 da
Francesco Saverio Correra e Domenico Di Roberto, si ripercorre tutta la storia dei tentativi dei due comuni di contrastare gli atti di sopruso da parte della Real Casa Borbonica. In relazione al contratto del 1791, gli avvocati Correra e De Roberto evidenziano che “ il re, quando contratta, è un privato e non un sovrano, è soggetto di conseguenza a tutti i vincoli e alle norme di legge".
Dopo la caduta del regno borbonico, i due comuni di Calvi e Sparanise reclamarono il possesso del Demanio con ricorsi che diedero inizio ad un lungo contenzioso che terminò con il “componimento bonario” del 1888 tra i due comuni e la Real Casa Savoia sulla base delle deliberazioni di transizione bonaria del comune di Calvi in data 26-5- 1892 e del comune di Sparanise del 12-12-1892.
Angelo Martino per il NUOVO MONITORE NAPOLETANO 

Bibliografia

Paolo Mesolella- Il Demanio di Calvi- Spring Edizioni- 2008

martedì 13 agosto 2013

Le violenze antisemite durante l'invasione borbonica del Lazio





Scritto da Marco Vigna   
Sabato 10 Agosto 2013 20:48

Ferdinando Il CattolicoIn epoca moderna le comunità ebraiche dell’Italia meridionale, risalenti sino all’Antichità romana e molto numerose (nel regno di Napoli costituivano il 2,5% della popolazione, in quello di Sicilia il 5%), furono condannate all’esilio ed alla dispersione da una serie di decreti d’espulsione dei sovrani iberici: nel 1492-1493 fu ordinata la loro cacciata dalla Sicilia.
Il 23 novembre 1510 re Ferdinando il Cattolico emise una prammatica sanzione con la quale s’ordinava agli ebrei ed ai neofiti di lasciare il regno di Napoli entro quattro mesi; ad alcune famiglie a cui era stato concesso eccezionalmente di restare fu intimato d’andarsene dal reame napoletano con un altro editto, emesso il 31 ottobre del 1541.
Queste norme rimasero in vigore nei secoli seguenti e furono conservate anche dopo la conquista militare del Mezzogiorno da parte della dinastia borbonica. Carlo di Borbone permise temporaneamente agli ebrei di ritornare nel suo reame, ma l’editto, emesso il 3 febbraio del 1740, fu ben presto abrogato, già nel 1747, cosicché da allora e sino al 1831 non fu concessa alcuna presenza ebraica nel regno di Napoli ed in quello di Sicilia. (1)
L’assenza d’ebrei nel Meridione, derivante da questa operazione di pulizia etnica, non impedì la conservazione negli strati sociali a cui s’appoggiava la monarchia borbonica d’un rabbioso antigiudaismo d’impronta religiosa, tanto che fra le cause della cancellazione del suddetto editto di tolleranza di Carlo di Borbone vi furono le pressioni congiunte di parte del clero e della popolazione stessa.

Mezzo secolo più tardi, l’antisemitismo di Ferdinando I di Borbone e dei suoi sostenitori ebbe modo di manifestarsi in modo violento nel 1798-1799. Negli anni finali del secolo XVIII quella che viene definita la “prima emancipazione” degli ebrei italiani, conseguente alle dottrine rivoluzionarie, fu seguita da una controrivoluzione che colpì duramente le comunità ebraiche, con il saccheggio di ghetti, la cacciata d’intere collettività dai propri insediamenti aviti, massacri, assassini ed altre sopraffazioni.
I territori dello stato pontificio furono quelli in cui avvennero gli accadimenti più rilevanti contro gli ebrei, con gravi violenze a Pesaro, Urbino, Ancona, Lugo e con tre autentici pogrom, a Roma e Velletri nel 1798 ed a Senigallia il 18 giugno 1799.(2) Ebbero un ruolo fondamentale in questo le truppe borboniche e sanfediste, che avevano invaso la Repubblica Romana. (3)
Durante la disastrosa (per l’esercito borbonico) campagna militare intrapresa nel 1798, in cui il regno di Napoli mosse guerra alla Francia e fu totalmente sconfitto da forze nemiche di gran lunga inferiori numericamente alle sue, per un brevissimo periodo re Ferdinando con il suo esercito prese possesso di Roma.
Il “re dei laCarlo di Borbonezzaroni” ebbe cura di riportare gli ebrei allo stato di discriminazione anteriore, giacché «aveva […] ripristinato tutti gli antichi divieti e restrizioni»(4), come la reclusione nel ghetto con la chiusura dei suoi portoni ed il “segno giallo” da indossare sui vestiti, che erano stati aboliti dalla repubblica, la quale aveva concesso l’equiparazione dei cittadini di religione ebraica a tutti gli altri romani. Inoltre la breve permanenza del Borbone e del suo esercito nell’Urbe fu segnato da gravi violenze.
Il De Felice scrive che «la plebe sanfedista scatenata assalì il ghetto», (5) mentre il governo provvisorio definiva questo pogrom come frutto d’un eccesso di zelo (sic!) e si limitava ad annunciare in modo blando provvedimenti contro perturbatori dell’ordine pubblico, con un risultato prevedibile:
«Naturalmente le aggressioni e i saccheggi non cessarono». (6)
Le autorità militari inoltre accollarono agli ebrei il costo esorbitante dell’occupazione, per un totale di 32.914 scudi e 22 baiocchi, imponendo una cifra enorme in rapporto ad una comunità così piccola: per dare un termine di paragone, nel 1797 le entrate comunitarie erano state di circa 6000 scudi, quindi meno di un quinto di quanto fu ingiunto come esazione bellica dai comandanti borbonici nel giro di pochi giorni. (7)
Al contempo la famelica truppa d’un «esercito straccione»,(8) costituito arruolando alla rinfusa gente d’ogni sorta in una condizione di profonda disorganizzazione (9) e senza assicurare neppure l’approvvigionamento, cosicché «i soldati e i cavalli intanto morivano di fame»,(10) si diede al saccheggio delle proprietà ebraiche, non risparmiando neppure vestiti e polli.(11)
Ferdinando I di BorboneLe milizie di re Ferdinando avevano una cattiva nomea presso la popolazione prima ancora che arrivassero a Roma («pessima fama», scrive la studiosa Manuela Militi)(12) ed erano costituite in parte da criminali comuni liberati o graziati con l’istituto giuridico cosiddetto del “truglio”, che rimetteva loro ogni pena a patto che prestassero servizio nell’esercito borbonico.
La medesima prassi fu poi seguita nella costituzione dell’armata della “Santa fede” del Ruffo ed ancora nel 1806.(13)
È in questo modo che il noto Michele Pezza, alias fra’ Diavolo, fu arruolato nelle forze del “re nasone” proprio nel 1798, così ricevendo il condono degli assassinii che aveva compiuto in precedenza.(14)
Anche al di fuori di Roma vi furono violenze antiebraiche, che ebbero il proprio apice a Velletri dal 26 al 28 novembre, con una vera caccia all’uomo accompagnata dalla consueta messa al sacco di case e negozi. I caporioni del pogrom furono il pescivendolo Gioacchino Savelli, detto Cimarra, che già a Roma aveva istigato un’insurrezione contro gli ebrei durante il periodo repubblicano ed era poi ritornato nel Lazio dietro alla protezione offerta dalle baionette borboniche, ed il facchino Antonio Caprara, soprannominato “Senza culo” (sic!), che in seguito s’arruolerà nell’armata della “Santa fede” del Ruffo. (15)
Facilmente disfatte fra il dicembre del 1798 ed il gennaio del 1799 le armate di re Ferdinando da un esercito francese diverse volte inferiore di numero,(16) bisognerà attendere il ritorno delle forze borboniche molti mesi più tardi, dopo la ritirata francese provocata dalle vittorie austro-russe in Svizzera ed Italia settentrionale, per assistere ad altre scene di sopraffazione contro gli ebrei di Roma.
Si provvide a restaurare nuovamente la reclusione nel ghetto, il distintivo giallo ed in generale la legislazione antiebraica anteriore, come già era avvenuto durante la prima invasione borbonica del Lazio nell’anno precedente. L’armata del Borbone impose inoltre agli ebrei, ancora una volta, il pagamento delle spese d’occupazione militare, per un totale superiore a 26 mila ducati.(17)
Ancora, non appena l’esercito del “re lazzarone”, costituito da una miscellanea di truppe regolari, mercenari stranieri, criminali comuni, briganti ecc. entrò nell’Urbe, s’ebbero molte violenze contro gli ebrei, che videro la partecipazione congiunta di truppe borboniche e popolaccio. I disordini furono solo in parte repressi dalle autorità militari, che in buona misura lasciarono fare.
Fabrizio RuffoIl Ruffo avrebbe infatti promesso alle “masse”, ossia ai reparti irregolari della sua armata, il saccheggio di Roma, secondo la prassi seguita da questo esercito. Un capomassa sanfedista, il Rodio, avrebbe ricevuto dal cardinale stesso con una lettera l’autorizzazione a procedere in tal senso:
«Il Ghetto sarà la prima parte della Città, che esporrete al saccheggio». (18) Anche gli uomini di fra’ Diavolo, in forza nell’esercito sanfedista ed accampatosi nei pressi del Tevere, rivendicavano ciò che gli sarebbe stato assicurato dal Ruffo ossia la licenza di saccheggiare, secondo quanto conferma nel suo diario l’allora abate e futuro cardinale Giuseppe Antonio Sala. (19)
Fra i sanfedisti compariva anche Antonio Caprara, che già era stato l’istigatore del pogrom di Velletri del 1798 e si trovava ora quale capobrigante sottoposto a Michele Pezza. Così questa coppia di personaggi era descritta nelle parole d’un nipote del cardinale Borgia:
«il famoso Fra Diavolo, brigante fuoriuscito, omicidario imbastaro di professione, che davasi titolo di generale, avendo come capo di briganti un tale Antonio Capraro, alias senza culo, uomo villano ignorante, mulattiere e facchino di professione e si intitolava coman­dante».(20)
Commenta il De Felice che durante l’occupazione borbonica di Roma del 1799 soltanto «superiori motivi di politica […] salvarono il ghetto e preservarono gli ebrei da un vero e proprio massacro».(21)
Insomma, se non si ripeterono anche nell’Urbe le scene che avevano regolarmente accompagnato l’avanzata dell’armata detta della “Santa fede” dalla Calabria sino a Napoli fu solo perché non parve opportuno che la città del papa, capitale d’uno stato amico ed alleato come quello pontificio e centro universale della religione cattolica, subisse un eccidio di grandi proporzioni.
Questo non impedì comunque che s’avessero gravi disordini provocati dalle indisciplinate ed incontrollabili turbe che componevano l’esercito del Ruffo.
L’avvocato Antonio Galimberti, uno dei principali testimoni degli eventi legati alla Repubblica Romana ed alla sua fine, ricorda che le masse sanfediste si resero colpevoli di violenze e saccheggi sia a Roma, sia nel territorio limitrofo, nonostante alcuni tentativi di porre freno alle loro azioni.(22)
Al di fuori della Città eterna gli invasori poterono usare meno riguardi nei confronti della popolazione e specialmente degli ebrei, odiati dai sanfedisti per intolleranza religiosa. I fatti più gravi avvennero a Senigallia il 18 giugno del 1799 e nei giorni immediatamente successivi.
Michele PezzaUna forza congiunta di russi, turchi e sanfedisti, gli stranieri giunti per mare, gli altri da terra, bombardarono la città e la conquistarono, sottoponendola poi a saccheggio per cinque giornate. Furono numerosi i cittadini assassinati ed ancora di più quelli depredati, ma l’accanimento dei sanfedisti e dei loro alleati raggiunse il culmine contro la comunità ebraica locale. Tutte le case e tutti i negozi dei ebrei furono saccheggiati, mentre la sinagoga fu profanata, devastata e depredata.
La «sfrenata canaglia», così definita da una dettagliata cronaca dei fatti come quella di Domenico Bossi nella sua Enarazione di quanto è accaduto in Sinigaglia nell’invasione dei Turchi e Russi, si comportò come uno stuolo di cavallette, vuotando completamente le abitazioni e gli esercizi commerciali, sino ai «cocci più vili e i chiodi più rugginosi. Lo persone restarono ignude affatto, e la massima parte senza camicia. Le abitazioni colla sola paglia sparsa sul terreno». (23)
Molti ebrei furono trucidati, ancora di più feriti. Tutti i membri superstiti della comunità ebraica, cinquecento o seicento circa, fuggirono nella notte. Dopo le devastazioni e le stragi del 1799 la comunità degli ebrei di Senigallia non riuscì più a riprendersi e decadde rapidamente. (24)
L’operato di re Ferdinando, del cardinale Ruffo e delle loro truppe nei territori pontifici ovvero della Repubblica Romana conferma, cronica debolezza militare a parte, il tratto fondamentale della reazione borbonica e sanfedista, che ha visto l’esigua oligarchia dominante cavalcare la tigre di masse amorfe accortamente aizzate e provenienti dal sottoproletariato e dal crimine comune, per le quali l’asserita e conclamata difesa della fede, interpretata in modo radicalmente intollerante, diveniva occasione o pretesto per atti puramente delinquenziali come saccheggi, stupri e vendette private.
Bandiera dei SanfedistiIn questo contesto gli ebrei, piccolissima minoranza religiosa emarginata e discriminata, costituirono un bersaglio ideale per gli insorgenti, così come era avvenuto nel Medioevo e nell’era moderna nel corso di molte sollevazioni popolari in Germania, Francia ed Europa orientale, che avevano abbinato ostilità verso il “diverso” ed avidità.(25)
La differenza risiede nel fatto che nel 1798-1799 fu la stessa monarchia borbonica a sobillare ed appoggiare gli insorti, in questo modo ottenendo di sfruttare a proprio vantaggio l’aggressività anarchica degli strati più poveri della popolazione, che fu indirizzata verso i nemici veri o presunti dell’apparato di potere dominante nonostante essa fosse provocata dalla marginalità sociale e dall’estrema miseria causate proprio dalle politiche e dallo sfruttamento del ristretto ceto egemone.
La comunità ebraica divenne così un capro espiatorio offerto ai sanfedisti dai loro burattinai, secondo quelle dinamiche psicologiche descritte da René Girard ed altri antropologi.(26)
Anche per questi meccanismi ed il loro interessato sfruttamento da parte di scaltri propagandisti l’antigiudaismo fu largamente condiviso dai cosiddetti insorgenti dell’era napoleonica.
Ad esempio, pochi anni più tardi il 1799 la rivolta dei tirolesi guidata da Andreas Hofer nell’area alpina vide i pogrom antiebraici di Trento e d’Innsbruck: emblematicamente, anche la piccola minoranza dei protestanti fu duramente colpita e quasi interamente scacciata.(27)
La Restaurazione fu tale anche nei confronti degli ebrei, segnando per loro un ritorno alle condizioni dell’antico regime. Bisognerà attendere l’Unità d’Italia per vedere in tutta la penisola la cosiddetta “seconda emancipazione” ebraica, con la piena parificazione giuridica e sociale degli ebrei al resto della comunità nazionale italiana.(28)



Note
[1] M. ArchivioL'editto di espulsione degli Ebrei dal Regno di Napoli (1510) e la loro breve riammissione nel Settecento, in La Rassegna Mensile di Israel terza serie, vol. 43, n ° 1/2 (Gennaio - Febbraio 1977), pp. 32-35; F. VenturiSettecento Riformatore. Da Muratori a Beccaria, Einaudi, Torino, 1998, pp. 86‐89.
R. G. Salvadori, 1799: gli ebrei italiani nella bufera antigiacobina, Firenze 1999. Per un inquadramento generale della condizione degli ebrei italiani nel periodo compreso fra l’assolutismo illuminato e gli anni della rivoluzione, cfr. M. CaffieroGli ebrei italiani dall’età dei Lumi agli anni della Rivoluzione, in Storia d’Italia. Annali 11. Gli ebrei in Italia, a cura di C. Vivanti, tomo II, Dall’emancipazione a oggi, Einaudi, Torino 1997, pp. 1089-1132.
3 Un’ottima sintesi d’insieme della condizione giuridica e sociale degli ebrei di Roma dall’Antico Regime alla Repubblica Romana, prima della temporanea restaurazione posteriore, è offerta da un articolo di Renzo De Felice: cfr. R. De FeliceGli ebrei nella Repubblica romana del 1798-99, in Rassegna storica del Risorgimento, 1953, pp. 327-356.
4 De FeliceGli ebrei, cit., p. 354.
5 Op. cit.
6 Op. cit.
7 De FeliceGli ebrei, cit., p. 332; M. Militi, Il costo della Repubblica “sorella” per gli ebrei di Roma (febbraio 1798settembre 1799)in Eurostudium3w, aprile-giugno 2012, n. 23, Roma, pp. 100-105.
8 Sia consentita qui la citazione, di per sé d’origine letteraria ma corrispondente alla realtà storica: R. NigroI fuochi  del Basento, Milano 1988, p. 38.
9 Sulla disorganizzazione dell’armata di re Ferdinando basti una breve descrizione dal Colletta: P. CollettaStoria del reame di Napoli, Torino 1975: «I soldati, se allora coscritti, scontenti; se antichi, peggiori, perché usati alle male discipline di milizia sfaccendata o ribalda; gli usi di guerra nessuni, l'ordinarsi negli alloggiamenti, preparare il cibo, ripararsi dalle inclemenze delle stagioni, provvedere al maggior riposo, e, insomma, tutte le arti del miglior vivere, necessarie al sostegno delle forze, non praticate, né conosciute ne' campi. L'amministrazione mal regolata ingrandiva i disordini; le distribuzioni incerte, il giungere dei viveri non misurati coi bisogni, sì che spesso vedèvi l'abbondanza dove mancava chi la consumasse, e presso a lei la penuria.»
10 Il Cuoco osserva che durante la campagna borbonica nel Lazio del 1798 «i viveri mancarono del tutto», cosicché «i soldati e i cavalli intanto morivano di fame»; V. CuocoSaggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Bari 1976, p. 68.
11 Militi, Il costo della Repubblica, cit., pp. 100-101.
12 Ibidem, p. 100.
13 Sul truglio sono utili le considerazioni del professor Francesco Gaudioso dell’Università degli Studi del Salento: F. Gaudioso, Brigantaggio, repressione e pentitismo nel Mezzogiorno preunitario, Galatina 2002, pp. 11 sgg.
14 Su questa figura: B. AmanteFra Diavolo e il suo tempo, Firenze 1904.
15 A. Damascelli, Cimarra e gli ebrei nella Repubblica romana del 1798-1799, in La repubblica romana tra giacobinismo e insorgenza 1798-1799, Roma 1992, pp. 39-60; Militi, Il costo della Repubblica, cit., pp.105-106.
16 A. Cretoni, Roma giacobina. Storia della Repubblica Romana del 1798-99, Roma 1971, pp. 275-291.
17 De FeliceGli ebrei, cit., p. 355.
18 Il Monitore di Roma. Foglio nazionale, n. XXIII, 21 fruttifero anno VII repubblicano e II della Rep. Romana, (7 settembre 1799). Il De Felice giustamente commenta che i borbonici non contestarono l’autenticità di tale ordine, cosicché, sia esso stato dato o meno nella forma riportata da Il Monitore, pure doveva corrispondere ad intenzioni  reali. De FeliceGli ebrei, cit., p. 355.
19 G. A. SalaDiario romano degli anni 179899, in Scritti di Giuseppe Antonio Sala pubblicati sugli autografi da Giuseppe Cugnoni a cura di V. E. Giuntella, Società romana di storia patria, Roma, 1980; vol. III, p. 122: « dicono esser stato loro promesso il saccheggio del Ghetto».
20 A. LeoneG. Murat e Fra' Diavolo a Velletri. Con documenti inediti, Torino 1912, p. 791.
21 De FeliceGli ebrei, cit., p. 355.
22 A. GalimbertiMemorie dell’occupazione francese in Roma dal 1798 alla fine del 1802, Roma, Istituto nazionale di studi romani, 2004.
23 D. Bossi, Enarazione di quanto è accaduto in Sinigaglia nell’invasione dei Turchi e Russi, citato in De FeliceGli ebrei,, cit., pp. 354-355.
24 A. CastracaniGli ebrei a Senigallia tra Settecento ed Ottocento, pp. 155-187in S. Anselmi-V. Bonazzoli (a cura di), La presenza ebraica nelle Marche. Secoli XIII-XX, quaderno 14 di “Proposte e ricerche”, Ancona 1993.
25 Sull’argomento, per il quale esiste ampia bibliografia, si forniscono qui solo alcuni riferimenti: G. FourquinLe sommosse popolari nel Medioevo, Milano 1976; G. GalassoLe rivolte contadine nell’Europa del secolo XVII, Napoli 1970; S. Lombardini,Rivolte contadine in Europa (secoli XVI-XVII), Torino 1983.
26 Uno studio che offre una sintesi di molte prospettive ed analisi sul rapporto fra violenza e sacrificio è quello di R. G. Hamerton-Kelly (a cura di), Violent Origins: Walter Burkert, René Girard, and Jonathan Z. Smith on Ritual Killing and Cultural Formation, Stanford 1987.
27 Una raccolta di 680 documenti di Hofer, fra atti, lettere, appunti, è Andreas Hofer (1767-1810). Dalle fonti alla storia (Trento 2010). Si tratta d’uno studio elaborato da un ricercatore dell’Università di Innsbruck, Andreas Oberhofer, e curato nell’edizione italiana da Rodolfo Taiani e Valentina Bergonzi.
28 A. CanepaConsiderazioni sulla seconda emancipazione e le sue conseguenze, in La Rassegna Mensile di Israel terza serie, Vol. 47, No. 1/6, Numero speciale a cura del Centro Documentazione Ebraica Contemporanea (Gennaio-Giugno 1981), pp. 45-89; F. della PerutaGli ebrei nel Risorgimento fra interdizioni ed emancipazione, in Storia d’Italia, Annali II. Gli ebrei in Italia, a cura di C. Vivanti, Torino 1997.
Ultimo aggiornamento Martedì 13 Agosto 2013 11:48

sabato 6 luglio 2013

Il Regno di Napoli, tra i Vicerè e i Borbone

Scritto da Antonella Orefice


Sabato 06 Luglio 2013 14:19
Dopo due secoli in cui l’operato dei viceré Spagnoli si era distinto per immobilismo e malgoverno, nel  Settecento il Regno di Napoli visse un risveglio culturale, artistico ed economico.
I vicerè  avevano considerato Napoli un territorio di conquista, una colonia da cui trarre ricchezze, in gran parte sperperate da una burocrazia corrotta ed avida.
Il sistema sociale si era fondato  su una aristocrazia estranea al potere politico ed impegnata solo a conservare gli atavici privilegi, e su una potente borghesia formata da un consistente numero di giudici, notai, medici ed avvocati, che di fatto deteneva il potere amministrativo, perché professionalmente mediava tra interessi dei nobili e del clero e la condizione sociale di un popolo, sempre più oppresso da imposizioni e tributi vari.
Napoli era la città degli opposti eccessi e la sua popolazione si ripartiva, in linea generale, in due gruppi numericamente molto disuguali: i privilegiati, clero e nobiltà da una parte, e dall’altra i non privilegiati, popolino e plebe.
Il popolo avrebbe lavorato se avesse potuto trovare lavoro: Napoli attirava tutti i poveri del regno, ma non dava loro una occupazione.
L’insensata politica del periodo dei viceré aveva distrutto il commercio e l’industria ed inoltre il sistema fiscale colpiva e stroncava i veri lavoratori.
Soltanto il parassita era onorato e protetto. In un tale stato di cose la legge della facilità, del minor sforzo era divenuta una legge fondamentale della popolazione: procacciarsi i mezzi di sostentamento con il minor  lavoro, anche senza lavoro, era la regola di condotta alla quale si uniformava la maggior parte dei napoletani e che essi applicavano con modalità diverse, a seconda della loro categoria sociale.
Ingannare, truffare, era dunque il principio dell’attività del napoletano: non trovava in ciò nulla di male, era la regola del gioco.
Così la parola buscare, che aveva una significato che stava tra guadagnare e rubare, era una delle parole più correnti del vocabolario popolare tutt’ora in uso.
C’erano mille maniere di buscare: una delle più singolari e molto fiorente era l’industria della falsa testimonianza.
Pullulava a Napoli una schiera di uomini rapaci di ogni genere, che provocavano l’imbroglio e la giustizia si vendeva. Il diritto napoletano era dunque una foresta inestricabile e, come la foresta favorisce il brigantaggio, così il diritto napoletano, con i suoi inghippi offriva il mezzo più propizio per qualsiasi azione disonesta.
La città contava un avvocato o un notaio ogni centocinquanta abitanti, proporzione superiore a quella di tutte le altre città d’Italia.
Tutti erano dottori in legge, ma questa laurea, il più delle volte comprata a buon denaro contante al Collegio dei Dottori e non concessa dall’Università, non era affatto una garanzia di competenza. Tuttavia si univano ad essa dei vantaggi fiscali ed onorifici: una tale laurea conferiva una specie di dignità che permetteva al beneficiario di bazzicare con la nobiltà.
Gli uomini di legge vestivano secondo la moda spagnola: giacca nera con le maniche strette, calzoni neri, un lungo mantello ed il cappello senza fregi.
Poi conservarono il vestito nero per i giorni feriali ed adottarono per quelli festivi e di gala la moda francese al fine di confondersi con la nobiltà.
La Vicaria era il dominio di questo mondo del tranello dove lanciavano urla spaventose nel proferire ingiurie più grossolane. Da lì un altro modo di dire ancora in uso nel vocabolario popolare per indicare chi con toni alti prevarica gli interlocutori: voce da tribunale.
Il soprannome di paglia o paglietta, proveniente dal cappello di paglia che gli avvocati usavano portare d’estate, fu il nomignolo che il popolo diede a questa corporazione ignorante, venale ed odiata.
Tuttavia, si trovavano tra costoro anche persone amabili e colte che, sotto l’aspetto esteriore grezzo che avevano contratto a Napoli, nascondevano uno spirito sottile e cortese ed un cuore eccellente.
L’arrivo nella capitale il 10 maggio del 1734 di Carlo di Borbone, dopo un breve periodo di occupazione austriaca (1707- 1734 ) segnò l’inizio della rifondazione morale ed istituzionale del Regno.
Carlo di Borbone riuscì a dare un nuovo impulso economico e politico al Regno grazie alla collaborazione dello spagnolo Josè Joaquin Guzman del Montealegre, nominato Segretario di Stato, di formazione culturale riformatrice e convinto estimatore dei nuovi indirizzi economici che si stavano affermando in Europa.
Il nuovo Segretario di Stato per attuare le sue idee si circondò di numerosi esperti, alcuni dei quali provenienti dalla Toscana, tra cui Bartolomeo Intieri e Bernardo Tanucci, ed altri presenti nel mondo accademico del Regno, come Celestino Galiani e Antonio Genovesi.
Tutto ciò venne favorito principalmente dal pieno appoggio e dal consenso di Elisabetta Farnese, conosciuta anche come Isabel de Farnesio, moglie di Filippo V, il primo re di Spagna della dinastia dei Borbone, che inviò direttamente dalla Spagna cospicue risorse finanziarie indispensabili per creare un nuovo esercito, per la costruzione in breve tempo della strada per la Calabria, del teatro San Carlo, dei palazzi reali di Portici, Caserta e Capodimonte dell’Albergo dei Poveri e per dare inizio agli scavi archeologici di Ercolano e Pompei, che destarono l’ammirazione e l’invidia delle altre corti europee.
Dal punto di vista culturale, grazie all’impegno di Celestino Galiani si diede un nuovo impulso all’Università degli studi con l’istituzione di nuovi insegnamenti a carattere scientifico e, grazie a Bartolomeo Intieri, venne introdotta la cultura illuministica.
Gli intellettuali plaudivano al nuovo principe che era riuscito a ricostruire ed a dare dignità ad un Regno, per il quale valeva fornire il massimo impegno per l’attuazione di soluzioni scientifiche moderne nell’attività amministrativa, nel campo economico ed in quello legislativo.
Questo processo di sviluppo sociale ed economico ebbe però un’inversione di tendenza a partire dal 1759, quando Carlo di Borbone, dopo la morte del fratello Ferdinando IV, si trasferì sul tono di Spagna col titolo di Carlo III ed affidò il Regno di Napoli al suo terzo figlio, Ferdinando IV che,  per la sua giovanissima età venne affiancato da un Consiglio di Reggenza in cui spiccava la figura del ministro Bernardo Tanucci.
La parte di Ferdinando IV nel risveglio intellettuale di Napoli fu del tutto  insignificante: per quanto egli avesse il buon senso di rendersi conto della sua nullità e di rendere omaggio alla scienza, in fatto di cultura dovette lasciare campo libero alle fantasie intellettuali della consorte Maria Carolina d’Austria, così come approvò più tardi costei quando consacrò l’intelligenza al sacrificio.
Maledetti furono nei secoli tutto coloro che avrebbero riportato alla luce i sei mesi della Repubblica Napoletana, un momento indimenticabile nella storia di Napoli che ci pose all'avanguardia in fatto di cività in tutta l'Europa.
La maledizione di Maria Carolina oggi onora tutti noi ricercatori di verità. Nonostante l'ondata controrivoluzionaria che ancora opera per metterci a tacere e manipolare la storia, noi continuiamo nel nostro impegno, affinchè la memoria degli eroi del 1799 sia ricordata, compresa e conservata, quale bene inestimabile ed esempio per tutta l'umanità.



A.A.VV., Il Settecento, a cura di G. Pugliese Caratelli, Napoli 1994, p. 42 e ss.
R. Bouvier A. Laffargue,  Vita napoletana del XVIII sec., Napoli, 2006, p.31 e ss.
B. Croce, Storia del Regno  di Napoli, ristampa a cura di G. Galasso, Milano, 1992, p.259.
A. Orefice, Giorgio Vincenzio Pigliacelli, Avvocato tra Massoneria e Rivoluzione, Ministro e Martire della Repubblica Napoeltana del 1799, Napoli, 2010
http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1250:il-regno-di-napoli-tra-i-vicere-e-i-borbone&catid=86:storia-xviii-sec&Itemid=28