giovedì 22 maggio 2014

La Repubblica napoletana del 1799: società, ideali, istituzioni


La Repubblica Napoletana del 1779 ha rappresentato un momento storico variamente interpretato. La storiografia di stampo nazionalistico l’ha fortemente ridimensionata con giudizi come quello di Oriani, che addirittura la identifica con “un melodramma… recitato da una compagnia di poeti e scienziati”.
Storici di orientamento laico-democratico l’hanno invece valorizzata con posizioni diverse, alcuni apprezzandone gli ideali, ma rilevando l’esiguità dei risultati conseguiti, altri sottolineandone il contributo allo sviluppo di una nuova cultura politica, ma criticando lo scollamento dal popolo dei patrioti napoletani.
Le ricerche più recenti  hanno liberato questo periodo storico dalla incrostazioni ideologiche e lo hanno restituito a ciò che realmente fu quell’esperienza, esaltandone la portata storica.
Per molti studiosi contemporanei quell’esperienza, riprendendo la posizione di Benedetto Croce, aprì le porte al Risorgimento italiano e quindi vedono nei “patrioti napoletani, i precursori e i primi partabandiera dell’Unità d’Italia”.
Nell’ambito dei più recenti contributi storiografici, va riconosciuto all’Istituto di  Studi storici di Napoli il merito di aver  condotto una ricerca sistematica con varie pubblicazioni e con coinvolgimento di molte scuole presso le quali sono stati organizzati per un periodo convegni e conferenze, che hanno consentito ad un pubblico più ampio di venire a conoscenza di un storia, che, per ragioni varie, era stata trascurata se non in alcuni casi deliberatamente rimossa.

Dalle letture fatte mi sono convinto che  la Repubblica napoletana del 1799 è stata una grande esperienza democratica realizzata a Napoli e in tutto il meridione d’Italia, nata non soltanto da un’elite di intellettuali illuministi, ma prodotta da   una forte spinta popolare, che attraversò diversi ceti sociali, da quelli nobili  a quelli borghesi, ad esponenti di ceti contadini , artigiani ecc. Un movimento che si distinse oltretutto per la partecipazione di molti giovani.
A mio avviso fu proprio la scelta ampiamente democratica, che sarà uno dei motivi  della sua tragica fine, per approfondire il quale  ho preferito  trattare  del  contesto sociale, in  cui si colloca la Repubblica del 1799, degli  ideali che ne provocarono la nascita ,della struttura del nuovo  Stato. 
Società
Del quadro sociale del tempo molti  cercarono  di darne una lettura in termini di contrapposizione tra ceti alti e ceti bassi .Cuoco nel suo famoso “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799” distingue infatti una città alta, ricca e benestante,  ed una città bassa, segnata dalla miseria e dal bisogno. Filangieri divide la società napoletana del tempo in nobili e masse contadine.
Per molti altri la società napoletana  e meridionale era molto più articolata al suo interno. C’è chi vede nella società napoletana del tempo l’articolarsi di una società di tipo moderna con una nobiltà differenziata al suo interno in generosa, di un ceto medio composto da intellettualità colta, ma anche da una borghesia arricchitasi con vari lavori e da un popolo danaroso, composto cioè da contadini, artigiani, una plebe nullatenente e in condizioni di miseria, dai lazzari
Queste articolazioni emergono da una Legge del 25 Gennaio del 1756, promulgata da Carlo III di Borbone e predisposta quasi certamente dal suo Ministro Bernardo Tanucci. 
In essa la società napoletana della seconda metà del ‘700 viene divisa in una ceto nobile, differenziato al suo interno  in nobiltà generosa, proprietaria di feudi ereditati nel corso dei secoli; in nobiltà di privilegio, composta da alti prelati, alti funzionari di corte, ministri e dirigenti di strutture militari; in nobiltà civile, composta da grandi commercianti ed imprenditori.
La legge poi individua  un ceto medio, composto a sua volta da un’area di cittadini professionisti, come  avvocati, giuristi, economisti, scienziati, filosofi, docenti universitari, amanti della cultura e di un vivere civile all’altezza del secolo, che era quello dei lumi e quindi di un periodo storico segnato da un processo di rinnovamento sociale, culturale, politico ed economico. Di questo ceto medio faceva però parte anche una borghesia , composta   da persone arricchitesi con lavori vari, da proprietari terrieri, unicamente interessati  ad accumulare risorse per incrementare il loro profitto.
Infine sempre secondo la legge del 1756 a Napoli e nel Meridione esisteva  un vasto ceto popolare, a sua volta diviso in popolo danaroso, composto al suo interno dalla vasta massa di contadini ed artigiani; in una  plebe nullatenente e che viveva in uno stato di miseria e precarietà, nell’esteso gruppo sociale dei  lazzari, compatti e organizzati con propri capi, interpreti di una napoletanità folclorica, festosa,
teatrale, che nei momenti del cosiddetto “serra serra” si davano ad azioni di vandalismo, di ruberie, di saccheggi. Erano i rappresentanti dei mestieri più bassi,poco o per nulla redditizi, e quindi segnati pur essi da una profonda miseria.
In questo contesto sociale sostenitori della Repubblica furono sia alcuni rappresentanti della nobiltà, soprattutto generosa, del ceto medio colto e di quello parte di popolo, che vedeva nel nuovo governo una possibilità di risolvere annosi problemi di categoria.
 Il ceto contadino soprattutto, che non era guidato da alcuna ideologia politica, ma solo dal desiderio di abolire i feudi e i loro latifondi ,su cui nel passato c’era stato un vivace dibattito, che non era approdato però mai ad alcun risultato, sostenne inizialmente il governo repubblicano.
La Repubblica aveva quindi un’ampia base di consenso, rappresentata da diversi referenti sociali, spesso portatori d’interessi e con obiettivi talvolta contrapposti, che pesarono non poco sull’azione di governo.
E’ chiaro che in una tale società emerge soprattutto questo ceto colto e raffinato, che aveva contribuito a trasformare Napoli in una delle capitali europee della cultura e che intratteneva  rapporti con la migliore intellettualità francese, inglese, tedesca:
Cirillo con Voltaire, Diderot, D’Alambert; Genovesi con Montesquieu; Filangieri con Franklin e con lo stesso Napoleone; Pagano con lo Zar di Russia, che interverrà anche a sua difesa quando sarà condannato a morte; Cimarosa  con le migliori corti europee e con la Russia; Di Fiore con Sthendhal ecc.
Questa folta schiera di intellettuali aveva reso Napoli un centro di attrazione culturale ed un crogiolo di nuove idee. Essi furono i veri sostenitori della Repubblica e fornirono ad essa le elaborazioni del loro pensiero, le loro competenze  e la loro passione politica.
I più feroci oppositori al regime repubblicano saranno invece i lazzari, che, nonostante le sollecitazioni del commissario francese Antoine Jullien di conquistare questo ceto, non fu mai possibile guadagnarlo alla causa repubblicana.
In una società così composita un ruolo determinante  ebbe la Chiesa con i suoi circa 90.000 religiosi tra sacerdoti, monaci e suore.
"Non vi è una casa a Napoli dove non si trova un prete o una monaca - sosterrà il diplomatico francese Charles Louis d’E’on-Sono consultati su tutto e decidono di ogni cosa. Sono arbitri tra mariti e mogli, fratelli, sorelle, parenti, amici e anche domestici; tutti nella famiglia dipendono da loro”.
Questa sorta di società religiosa  in parte non fu ostile alla Repubblica. Molti furono infatti  gli appelli di vescovi e di sacerdoti, a sostegno del nuovo governo.
Ci restano, tra le altre cose, catechismi repubblicani e lettere pastorali di Vescovi per la Repubblica.   In una di queste, Bernardo Della Torre, vescovo di Lettere, così si rivolge ai fedeli:
"Voi che versate i vostri sudori per coltivare le nostre campagne, rammentatevi che eravate stimati il rifiuto della società… Mentre i potenti e i ricchi godevano  dei loro agi appena vi era permesso di avvicinarvi ad essi. Ma ora la Legge che Iddio aveva scolpito nel cuore dell’uomo, che la luce evangelica aveva annunziato alla terra, è divenuta il fondamento della nostra Repubblica. Voi avete ad un tratto acquistato quella considerazione e quei diritti che l’ignoranza, l’errore e la superbia vi avevano ingiustamente rapiti. Voi chiamati fin’ora Villani siete ormai cittadini. Se le attuali circostanze della Repubblica richiedono dei sacrifici gravosi, la Libertà e l’Uguaglianza vi promettono un largo compenso”.
Ideali
Le idee che favorirono lo sviluppo del movimento rivoluzionario del 1799 erano di provenienza diversa. Lo storico Rosario Villari sostiene che gli ideali di libertà e di uguaglianza  a Napoli già c’erano e si erano formati intorno alla Repubblica napoletana del 1647 dopo la morte di Masaniello. Quell’esperienza fu molto significativa perché scaturì da un  forte movimento contro i baroni che unì contadini, borghesi e Chiesa allora rappresentata dal Cardinale Filomarino,
sostenitore delle istanze popolari e mediatore tra il popolo e la corte.
Le nuove idee furono raccolte soprattutto nei due famosi  Manifesti di  Ottobre e Dicembre del 1647 nei quali i repubblicani napoletani svolgono per la prima volta in Europa un’ analisi sulle responsabilità del vicereame, sul concetto di  Nazione, entità che appartiene  non solo ai nobili, ma  anche al popolo, e sulle colpe dei baroni nel turbare la quiete pubblica. 
Questi manifesti fecero il giro dell’Europa e attirarono l’attenzione  dello stesso Cromwell, che si accingeva a guidare un movimento simile contro Carlo I d’Inghilterra.
Il sanfedismo nel 1799 sarà responsabile della rottura di questa unità e del distacco dei  ceti contadini dalla battaglia risorgimentale e dalla successiva vita repubblicana.
Gramsci sottolineerà come la perdita delle masse contadine alla causa repubblicana sarà  una delle ragioni dell’incompiutezza del nostro Risorgimento prima e della conseguente esperienza dello Stato unitario dopo.
Un’altra sorgente di produzione delle nuove idee  liberali fu la Francia rivoluzionaria. Esse  giunsero in Italia e a Napoli  soprattutto attraverso l’esperienza dell’esilio di molti patrioti napoletani e meridionali i quali , dopo la repressione borbonica del 1794, si recarono  a Marsiglia, a Tolosa, a Lione, dove vennero in contatto con associazioni, società, con il clima culturale, che si era creato dopo la Rivoluzione francese. Singolare fu l’esperienza dell’esilio fatta, come sostiene AnnaMaria Rao, da diversi patrioti napoletani, come Lauberg, Letizia, Abamonti,  Michele De Tommaso, Salfi, Galdi, nella piccola repubblica di Oneglia,presieduta da Filippo Buonarroti, inviato dalla Francia a governare quella prima repubblica napoleonica in Italia.
Quando Benedetto Croce collegherà l’origine del Risorgimento alle idee della Repubblica di ’99 penserà soprattutto a questi patrioti che erano animati da una tensione unitaria  e coltivarono per primi il sogno di un’Italia libera e indipendente. Di fronte alla crisi che colpì le repubbliche napoleoniche furono soprattutto i patrioti napoletani a chiedere alla Francia di raccogliere tutte le energie in un’unica battaglia nazionale per l’indipendenza dell’Italia, richiesta che non troverà ascolto da parte  francese.
Un’altra fonte di produzione delle idee repubblicane fu il dibattito che si aprì tra gli intellettuali del tempo e dei periodi seguenti.
Autorevole fu  la posizione di Alessandro Manzoni che nel suo “Saggio comparativo tra la Rivoluzione francese e la rivoluzione napoletana” sostenne  che gli ideali liberaldemocratici scaturirono dal movimento riformatore del ‘700 e dal dispotismo illuminato. In questa posizione c’è un fondo di verità perché soprattutto a Napoli c’era stato il governo di  Carlo III, sovrano illuminato, che con l’aiuto di intellettuali come Filangieri, Genovesi, Galiani ecc. aveva promosso una serie di riforme.
A me interessa però soprattutto sottolineare il significativo contributo per lo sviluppo delle nuove idee dato dagli intellettuali napoletani. Essi erano tutti imbevuti di idee illuministe. Va ricordato che tra le opere fatte pubblicate dal governo provvisorio a Napoli vi furono anche quelle di Montesquieu , di Rousseau , di Voltaire, i padri cioè dell’illuminismo europeo.
A Napoli però la filosofia dei lumi finisce di essere solo un’occupazione mentale e diventa un’attività applicabile  ai problemi dell’economia, della società, della legislazione, della cultura e soprattutto uno stimolo all’impegno civile.
Tra i  maggiori, Antonio Genovesi, Giuseppe Maria Galanti e  Gaetano Filangieri seppero legare le  visioni teoriche alla società. “Perché è vero che la società è animata dal pensiero dei filosofi, ma la grandezza di una società - osserva  Genovesi - è sostenuta ed alimentata dall’agricoltore, dal pastore, dal filatore , dal tessitore, dal mercante, dall’arti in somma, che  non fioriscono dove non si lasci libertà agli artisti. Quell’opprimere lo spirito dei contadini, dei pastori, degli artisti, perché muoiono senza aver mai saputo di essere cittadini, significa indebolire i fondamenti della grandezza” dello Stato. E ancora per Filangieri  la società potrà essere trasformata solo da una nuova legislazione in uno stato, come quello napoletano, dove la società è proprio soffocata da un impianto legislativo, che immobilizza la vita economica, sociale e politica  e non favorisce alcun cambiamento.”La vita degli uomini - dirà Filangieri - merita maggiore rispetto; ci è un altro mezzo, indipendente dalla forza e dalle armi, per giungere alla  grandezza; le buone leggi sono l’unico sostegno della felicità nazionale… Merito di questa trasformazione va agli intellettuali, la cui filosofia da mezzo secolo si affatica per richiamare le mire dei principi a questi utili oggetti”.
La società europea appare al Filangieri profondamente mutata. “Il popolo non è più schiavo, ed i nobili non ne sono più i tiranni” ma  “il regno di Napoli si distingue per involuzione ed arretratezza economica e politica”. La filosofia dei lumi deve servire a dare alla società  un’anima civile: “Per formare lo spirito pubblico - dirà Giuseppe Maria Galanti, allievo di Genovesi – occorrono tre mezzi: il primo è la libertà civile dei popoli… che deve però dipendere dall’osservanza delle leggi; il secondo mezzo è di perfezionare l’educazione in tutte le classi della nazione, e dirigerla agli abiti ed ai sentimenti utili allo Stato; il terzo e ultimo mezzo si riduce alla particolare educazione dei magistrati, per ottenere l’esatta amministrazione della giustizia”.
Tutto questo dibattito a cui bisognerebbe aggiungere altri nomi, come quello
di Palmieri (come creare un ceto di proprietari terrieri borghesi, per  un vero sviluppo capitalistico dell’economia),di Broggia (sulla difesa degli strati più poveri), di Domenico De Gennaro (con gli studi sull’economia del grano), di Grimaldi (con le ricerche sull’oleario). Sarebbe anche molto interessante approfondire le ricerche sullo sviluppo del settore serico,che favoriranno la nascita di un’industria nel meridione, i cui prodotti si faranno spazio  in mercati europei e mondiali e il cui tracollo, dopo l’Unità d’Italia, sarà una delle cause dell’impoverimento del Meridione.
Queste posizioni si trascineranno  dietro anche la stessa letteratura che abbandonerà le visioni idilliche ed  incomincerà a misurarsi coi problemi della società e dello Stato.
In molti  scrittori infatti s’incominceranno a legare gli  interessi letterari agli interessi politici.
Cuoco, ad esempio, non scrive solo  il famoso Saggio,ma anche  il romanzo Platone in Italia, in cui Cleobolo, allievo di Platone, visita la Magna Grecia ed esalta la civiltà
italica precedente a quella ellenica distintasi per le sue istituzioni civili, per lo sviluppo scientifico  ed  artistico. Per cui c’è stata già una nazione italiana, come quella etrusca o sannita; ad essa bisogna rifarsi per costruire il nuovo Stato unitario e indipendente. A queste idee s’ispirerà poi lo stesso Gioberti per scrivere  il suo famoso libro “Del primato morale e civile degli Italiani” .
Anche Vincenzo Monti , richiamandosi al romanzo di Cuoco, scriverà l’opera” I
Pittagorici”, musicata da Paisiello e rappresentata  al S. Carlo, in cui ricorda il buon governo dei seguaci di Pitagora, venuti  nel VI-V secolo a.c.nel Meridione d’Italia, cacciati e trucidati dai tiranni. Con i pitagorici   identifica i patrioti napoletani del 1799 perché colpiti dalla stessa sorte.
Sull’onda di questi ideali a Napoli e nel Sud  si costituirono Società, Associazioni,
Comitati, Circoli, sale d’istruzione attraverso cui i rappresentanti della Repubblica comunicavano coi cittadini.
Perciò l’idea che il governo della Repubblica napoletana del 1799 fosse separato dal popolo mi sembra del tutto fuorviante. Anzi appare una strumentalizzazione della posizione di Cuoco, che non ha mai sostenuto che questa classe di governo vivesse in solitudine tale esperienza.
Ci sono pervenuti proclami che parlano di pubbliche assemblee, di riunioni di governo aperte alla partecipazione popolare e agli interventi dal pubblico tanto che in una di esse tenuta  a porte aperte e, di fronte ai tumulti provocati dai presenti, la decisione del presidente Albanese di continuare la riunione a porte chiuse fu contestata dalla stessa Pimentel sulle colonne del Monitore, con l’invito a comunicare coi cittadini e magari ad impiegare la forza pubblica per sedare le agitazioni,proposta che sarà poi accolta.
Durante la Repubblica napoletana il popolo  interveniva con riunioni   nelle cosiddette sale d’istruzione. Spesso  lo stesso governo convocava i cittadini per consultarli su alcune proposte di legge, come ad esempio quello sui banchi, sui feudi, sui fedecommessi.
I rappresentanti del Governo provvisorio  ricevevano il  pubblico tutte le mattine. I comitati si riunivano ogni giorno ed erano aperti alla partecipazione dei cittadini.
Dai documenti in possesso della Biblioteca nazionale di Napoli e dell’Archivio storico si ricava che funzionarono le Sale  d’Istruzione, a cui fu assegnato  un responsabile nella figura di Vincenzo Russo. In queste sale veniva riunito il popolo, al quale si presentavano proposte di legge o si illustravano leggi già approvate.
Risulta inoltre che a Napoli e in tutto il Meridione operarono Società patriottiche, nelle quali si svolgevano assemblee popolari su diversi problemi.
E poi  le rappresentanze ufficiali, tra membri del governo centrale, dei dipartimenti, delle municipalità, delle varie commissioni  ammontavano ad un numero di circa 40000 componenti.
L’esperienza repubblicana,pur essendo stata breve, creò quindi una rete  di organismi democratici; la sua  eccessiva articolazione ed estensione però provocò non pochi problemi alla funzionalità del governo.
Ci tengo a sottolineare questa specificità degli illuministi napoletani, di essere stati i diffusori delle prime visioni democratiche; dalle loro elaborazioni scaturirono idee sull’organizzazione dei vari settori produttivi o della vita sociale, ma anche contributi   su quelli, che poi diverranno i principi sacri  degli Stati moderni, come la libertà di tutti, l’uguaglianza come strumento di giustizia sociale e di lotta ai soprusi, la laicità dello stato e della cultura, il sistema giudiziario pubblico, tutore della legalità e del rispetto delle leggi, il riformismo sociale. L’Europa intera ci invidiò queste risorse intellettuali. 
La struttura dello Stato repubblicano
Se gli ideali furono originali e decisivi per aprire la fase di costruzione dello Stato unitario, la gestione incontrò non poche difficoltà fin dal primo momento prima coi francesi, poi all’interno della compagine governativa stessa.
Con la fuga del Re e della sua corte a Palermo, il Regno di Napoli fu lasciato nella più completa anarchia. La decisione di  un gruppo di cittadini di dare vita ad un governo a Napoli e al Sud d’Italia è perciò legittima sia sul piano politico sia su quello giuridico. Il governo provvisorio fu proclamato per colmare questo vuoto di potere, di cui approfittarono soprattutto i lazzari per procedere ad azioni di saccheggio e ad atti di  violenze. Per riportare la calma nella città ci fu poi l’intervento militare del  generale francese Championnet e  del Cardinale di Napoli, che organizzò una processione nella quale portò in giro per la città l’ampolla contenente il sangue  di S.Gennaro.
La nascita del nuovo Stato non fu serena. Fu  tormentata innanzitutto  dallo scontro con il Direttorio francese.
Dalla Francia il ministro degli esteri inviò istruzioni al  neo ambasciatore a Napoli Lacombe-Saint Michel, invitandolo a creare una sola Repubblica, libera e indipendente, ma con un rappresentante nazionale e un Direttorio esecutivo.
Il ministro delle finanze francese C. Faypoult, provvide subito a sequestrare  i beni privati  del re e della sua famiglia, i  banchi, i musei, gli scavi di Pompei, provocando la violenta reazione di Championnet,  che con una sua lettera accusò Faypoult di prepotenza.
Lo stesso Championnet da parte sua prima disse  ai napoletani che “l’estensione dei poteri, che la legge vi affida è enorme” e poi deliberò che  ogni atto del governo per divenire esecutivo sarebbe dovuto essere approvato dal generale in capo, cioè da lui stesso.
Ci volle l’opera di mediazione del commissario inviato dalla Francia Antoine Jullien, per  ricomporre i contrasti e giungere  alla Nascita della Repubblica con il  Progetto di decretazione presentato ai patrioti napoletani da Giuseppe de Logoteta il  22 Gennaio 1799 nella Piazza del Castello di S.Erasmo.
Per l’occasione fu issata la nuova bandiera di colore rosso,giallo e blu e fu suonato il nuovo inno repubblicano musicato da Domenico  Cimarosa.
Il giorno successivo, il  23 Gennaio 1799, Championnet emanò  il decreto di costituzione del governo provvisorio. Sul modello francese il governo fu organizzato in comitati, con la differenza che nella Francia rivoluzionaria erano stati istituiti appena due comitati, nella Repubblica napoletana furono istituiti 6 comitati (Centrale, Dell’Interno,di finanze, di legislazione, di polizia generale, Militare), per un totale di 25 membri, che componevano a loro volta una commissione di legislazione, una sorta di Parlamento, che deliberava in materia legislativa.
Furono nominati 4 ministri: Finanze, Giustizia e polizia, Interno, Guerra e Marina.
Questi organi a loro volta furono affiancati da una molteplicità di commissioni per un totale generale di circa 60  organismi.
Presidente della Repubblica fu nominato Carlo Lauberg, originario di Teano;
segretario il francese Antoine Jullien; generale in capo, com’era scontato, Jean Antoine Étienne Vachier detto Championnet.
Tutto il territorio della Repubblica  fu diviso in 11 Dipartimenti dal francese  Bassal con un decreto, che sarà contestato un po’da tutti tanto che il 25 Aprile il nuovo commissario inviato dalla Francia Abrial dovette   revocarlo e  riportare i Dipartimenti allo stesso numero delle antiche province con l’aggiunta del Dipartimento di Napoli.
Per il governo delle municipalità il presidente Lauberg, impartì delle istruzioni che prevedevano un presidente, un segretario, sette membri, quindici nelle comunità superiori ai diecimila abitanti.
Anche in questo caso però di fronte ad episodi di anarchia si dovette disporre che restassero in carica fino a nuove decisioni “tutti gli agenti ed impiegati e autorità dell’antico governo… tranne i sindaci laddove erano già stati sostituiti nella municipalità”.
La vita dei comitati e di tutti gli organismi del governo repubblicano non fu facile. Fu condizionata dallo scontro con il Direttorio francese. E’ notorio l’episodio relativo al rifiuto di ricevere da parte  del Direttorio di una deputazione della Repubblica napoletana , dopo che si era recata a Parigi, a seguito della concessione dell’incontro.
La vita interna agli stessi organismi fu agitata da varie polemiche e conflitti di potere.
Ci furono molte sostituzioni di membri.
Il Presidente Lauberg sarà sostituito da  Abamonti e il segretario Jullien da Salfi dal 18 Marzo.
Furono sostituiti diversi membri all’interno dei comitati e delle commissioni. In qualche comitato il presidente sarà nominato con notevole ritardo, nei Dipartimenti i commissari organizzatori furono nominati soltanto a Maggio, quando l’esercito della santa fede era già alle porte di Napoli.
Ci furono diverse sostituzioni di ministri. Alle finanze furono cambiati ben tre ministri; negli altri ministeri ci saranno almeno due sostituzioni.
Ad Aprile ci sarà una vera e propria crisi di governo con molte sostituzioni e con la costituzione di due commissioni,una legislativa di 25 membri e l’altra esecutiva di 5 membri, nate per separare la funzione legislativa da quella di governo, confusione che aveva costituito un’anomalia nella precedente compagine governativa.
Il generale Championnet sarà richiamato in Francia e sostituito da Macdonald. Quest’ultimo abbandonerà Napoli con il suo esercito per difendere il Nord Italia dall’attacco degli austro - russi e quindi a Napoli furono lasciate guarnigioni di soldati del tutto insufficienti alla difesa della Repubblica.
Parecchi furono gli atti compiuti dal Governo provvisorio, ma alla loro approvazione o talvolta alla non approvazione, si arrivò  dopo lunghe ed interminabili discussioni, lunghi scontri di posizioni, che in non pochi casi modificavano il deliberato, a volte in senso peggiorativo.
Così ad esempio avvenne per l’abolizione dei fedecommessi, uno strumento attraverso il quale l’eredità veniva assegnata  ad un unico erede,il primogenito.
Genovesi li aveva definiti “rovina delle famiglie”; Filangieri aggiunse“ le primogeniture, che  diminuiscono all’infinito il numero dei proprietari, sono oggi la rovina della popolazione”.
La Legge fu contestata da Pagano perché senza il parere del comitato di legislazione. Ciò comportò la riapertura della discussione, che si chiuderà solo dopo aver raggiunto un compromesso tra le posizioni dei  radicali e quelle dei moderati.
Ancora più travagliato sarà l’iter della Legge per l’abolizione dei feudi.
La questione era stata già sollevata da Antonio Genovesi per il quale “La causa più grave dell’arretratezza e della miseria sta nella cattiva distribuzione della proprietà”; da Gaetano Filangieri, che  nella Scienza della Legislazione,aveva affermato : “Le cause della miseria sono le ricchezze esorbitanti ed inalienabili degli ecclesiastici, il numero infinitamente piccolo dei proprietari rispetto ai non proprietari, ai braccianti, ….e perciò condannati  alla più spaventevole miseria”.
Le masse contadine si aspettavano subito una legge. Ci fu però una lunga discussione con diverse posizioni, come quella di abolire tutti i privilegi o di abolire solo diritti personali o solo quelli reali o tutti e due insieme,o di mantenere la proprietà dichiarata con titoli di proprietà, o di mantenere quest’ultima ma con pagamento di un indennizzo  da parte dei nobili.
La discussione sulla  proposta di legge fu diverse volte  sospesa. Dopo aver trovato un accordo tra le varie posizioni, il generale in capo Macdonald si rifiutò di firmarla; la Legge sarà quindi firmata dal nuovo commissario francese  Abrial, ma solo il 26 Aprile  quando già si era persa la fiducia della popolazione contadina.
Tre mesi per l’approvazione di una legge sulla feudalità non sono tanti, ma i contadini, stanchi delle discussioni precedenti, avrebbero voluto una legge subito.
Anche per l’abolizione dei monti familiari, cioè di quei  patrimoni messi insieme da una o più famiglie, dichiarati inalienabili e formanti la dote dei figli, le discussioni furono molto lunghe e l’approvazione avvenne solo dopo il primo Maggio.
Il "Progetto di Costituzione", preparato da Mario Pagano, composto da oltre 400 articoli,richiamò l’attenzione di molti soprattutto per le idee che la ispireranno. “La libertà, la facoltà di opinare - è scritto infatti nell’Introduzione - di servirsi delle sue forze fisiche, di estrinsecare i suoi pensieri, la resistenza all’oppressione sono modificazioni tutte del primitivo dritto dell’Uomo di conservarsi e di migliorarsi. La libertà è la facoltà dell’Uomo di valersi di tutte le sue forze morali, e fisiche, come gli piace, colla sola limitazione di non impedire agli altri di far lo stesso. L’Uomo schiavo è un Uomo deteriorato. l’Uomo deve far uso della ragione in tutta l’estensione. La sola limitazione dell’esercizio della facoltà di pensare sono le regole del vero. La tirannia, che inceppa gli spiriti, è più detestabile di quella, che incatena i corpi.”
Questa proposta non sarà mai approvata. Eppure questo modello,che si richiamava sì alla costituzione francese, ma con diversi  elementi di novità, sarà utilizzato da molti altri costituzionalisti.
Fu approvato il progetto di assistenza, una prima sorte di moderno Welfare, presentato da Domenico Cirillo, che prevedeva la creazione di “un’Associazione nella quale ognuno, in base alle proprie forze, volontariamente si tassi di un somma mensile con una cassa da affidare a persone probe”. Da qui scaturì la nomina di  una Commissione di 11 membri, a cui fu affidata una cassa con sede nella casa del cittadino Berio in Via Toledo. La struttura  effettuò  visite ai poveri  per soddisfare urgenti bisogni, soddisfece anche  qualche offerta di lavoro,  provvide a sistemare ragazze povere nei Conservatori.
Fu approvata la riforma dei  7 banchi. Questi enti morali, simili alle moderne banche, da privati divennero di corte per volontà di Maria Carolina.
Chi depositava denaro al banco aveva in cambio una “fede di credito”che circolava come moneta.  Quando non era coperta si ricorreva alla polizza.
I banchi furono trovati dai repubblicani con fedi di credito non coperte per 35 milioni di ducati. Questo debito, dopo lunghe discussioni, fu assunto come proprio dal nuovo governo. La decisione fu avversata da molti, soprattutto da Cuoco e dalla Pimentel.
Altri provvedimenti saranno approvati dal governo,come la Legge costitutiva   dell’Istituto Nazionale di ricerca,diviso in 4 sezioni e composto da 52 membri, le leggi sull’obbligo della rendicontazione da parte dei funzionari pubblici, sulla  Guardia nazionale, sul rafforzamento della vigilanza, sulla stampa.
Furono abolite la  tassa del testatico, da cui erano esclusi solo i nobili, la tassa sul grano, la gabella sul pesce.
Nell’ambito della proposta di un nuovo ordinamento giudiziario, furono  abolite la tortura e la carcerazione per debiti, fu istituito il Giudice di pace e sancito il diritto che l’accusato e l’accusatore potevano ricusare fino a due giudici. Fu approvato il nuovo Codice militare.
Tutto avvenne però con molti contrasti, con dimissioni, con conflitti col generale in capo e con il Direttorio, che non riconobbe mai questo governo, con eccessive mediazioni, con rinvii e ritardi, che a volte fecero perdere efficacia politica ai provvedimenti, da qui l’indebolimento del governo.
L’atto finale fu  lo  scontro tra i due generali Girardon e Manthonè, che bocciò il piano di difesa del primo per una strategia militare fallimentare e causa finale  della caduta della Repubblica.
In conclusione l’esperienza repubblicana del ’99 fu quella di una giovane democrazia che fece dell’allargamento dei poteri, della moltiplicazione degli organismi,del confronto tra le posizioni, della dialettica  gli strumenti essenziali della sua azione politica. Le diverse anime, presenti nel governo, nei comitati, nelle commissioni spesso furono un arricchimento,ma a volte anche  un elemento di paralisi.
E’ la natura dei regimi democratici, che non sempre trovano le  giuste regole per ricomporre conflitti e per gestire la partecipazione dei cittadini.
Forse la decisione di partire con una struttura di governo  parcellizzata in molti  comitati e commissioni, fu audace nella situazione di un’emergenza creata dai progetti di rivincita da parte dei Borbone,dai contrasti con il Direttorio, dalle dimensioni territoriali troppo estese della nuova Repubblica.
Le scelte della giovane democrazia furono quelle di chiudere con il passato borbonico. Non ci fu perciò una fase di transizione, che in genere si ha anche a seguito di cambiamenti rivoluzionari. Le aspirazioni alla sovranità del popolo napoletano e l’influenza dei tanti comitati patriottici spinsero in direzione di una rottura col passato.
In non poche occasioni si dovette però fare marcia indietro come con la divisione del territorio in Dipartimenti, con la elezione dei rappresentanti della municipalità, come in parte anche sull’abolizione dei feudi.
In queste marce indietro si inserirono spesso esponenti della ricca borghesia terriera, i cui rappresentanti in massa conquistarono il governo delle municipalità. Spesso contro questa borghesia erano gli stessi nobili a sostenere la Repubblica e a piantare alberi della libertà. Si crearono perciò situazioni poco chiare  nei soggetti sociali sostenitori del nuovo Stato.
Il sanfedismo lavorò molto su queste difficoltà e sul conseguente  malcontento  dei ceti popolari, mandando nelle case di contadini e artigiani sacerdoti a fare campagna contro la Repubblica e minacciando chi coltivava sentimenti repubblicani.
In questo scontro il Cardinale Ruffo e il suo esercito della santa fede provocheranno  una rottura storica tra borghesi e contadini, tra contadini e movimento repubblicano, rottura che sarà pagata duramente  dal popolo meridionale.
La conclusione fu terribilmente tragica.
Il primo atto fu compiuto dal “civile”Nelson, che farà impiccare senza un processo all’albero della sua nave uno dei più grandi ammiragli del tempo, Francesco Caracciolo.
Seguirono a migliaia arresti e condanne; oltre cento furono mandati  a morte, scelti tra la migliore intellettualità di Napoli e del Sud.
Napoli divenne teatro di una delle più orribili tragedie della storia, con violenze inaudite sulla popolazione da parte di criminali e delinquenti liberati dalle carceri, con assedi di case, con ruberie varie, con accensione di falò in vari punti della città, su cui venivano bruciati alla rinfusa cittadini feriti,morenti e morti con macabre scene di cannibalismo.
La Napoli della cultura e capitale europea della musica divenne preda di un’animalità, che sfogò tutti  i suoi istinti bestiali e perversi.
La storia di Napoli però non finirà qui;aprirà le porte ad un’altra storia, quella risorgimentale.
Pagano prima di salire sul patibolo avrebbe detto “Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma l'Italia, o signori, si farà”.
Le idee e il sacrificio di questi uomini  plasmeranno infatti l’anima della nazione e tracceranno  quella linea di pensiero  lungo la quale si collocheranno  pensatori come Silvio e Bertrando Spaventa (Teoria dello Stato), Francesco De Sanctis (Identità nazionale), Antonio Labriola (La necessità di un’organizzazione politica della società,l’antimetafisica e la filosofia della prassi), Antonio Gramsci (Il blocco storico, il ruolo degli intellettuali e il partito politico), Piero Gobetti (Conciliazione di Socialismo e liberalismo, la visione morale della politica) e Benedetto Croce (Lo storicismo e l’azione delle forze morali operanti nella storia, il legame tra la Repubblica Napoletana del ‘99 e il Risorgimento italiano).
E su  questa linea saranno fissati i principi di una nazione democratica e di una  nuova società, nella quale viviamo ancora noi.

martedì 22 aprile 2014

Il sogno democratico del clero repubblicano in Terra di Puglia nel 1799

 

Oltre al vescovo di Potenza, Giovanni Andrea Serrao, barbaramente trucidato in casa il 24 febbraio 1799 da ignoti sanfedisti, e successivamente decapitato con la testa fissata su un’alta picca ed esposta in pubblica piazza per quattro giorni, tanti uomini di chiesa repubblicani condivisero il sogno della Repubblica e non pochi furono uccisi dalla reazione nelle Puglie.Nonostante si sia cercato di bruciare o occultare i documenti per nascondere la barbarie, la partecipazione dei religiosi agli avvenimenti della Repubblica, quali sostenitori delle idee di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicana, è ampiamente venuta alla luce.
Un ottimo lavoro in tal senso si deve ad Antonio Lucarelli, il quale, nell’opera La Puglia nel Risorgimento (Bari,1934) ha descritto l’ardore che mosse tali religiosi a sostenere le idee di libertà e democrazia.
“Non fu istituita alcuna municipalità, di cui non fossero partecipi, come presidenti o segretari o giudici di pace, gli uomini del clero; non vi furono benedizioni di alberi o di vessilli tricolori, né altre civiche manifestazioni, a cui non risonasse la concitata parola dei ministri del cattolicesimo, disconosciuti per lo più dalla romana Curia.”
Infatti dalle chiese, dai conventi, dai seminari uscirono religiosi di ogni ordine e grado per supportare i repubblicani, dai carmelitani ai cassinesi, dagli agostiniani ai paolotti, senza dimenticare il tributo di sangue che i domenicani diedero alla Repubblica.
La Tavola necrologica dei rei di Stato del 1799 racconta episodi specifici, ad iniziare dal monaco benedettino Arcangelo Carbonelli il quale, “dopo aver piantato l’albero, lo baciò e recitò il Sermone Repubblicano nella Cattedrale Chiesa di Lecce”.
Il minore conventuale Domenico Grande bruciò i ritratti dei sovrani, il carmelitano Eustachio Morgese e il carmelitano Luigi Varrone montarono la guardia a favore della repubblica. Inoltre trai i sacerdoti repubblicani sono annoverati i paolotti Michelangelo De Carolis e Vincenzo Carbotti, i minori conventuali Pietro Caramita e Raffaele Conserva.
A Trani a piantare l’albero della libertà furono i monaci cassinesi Tanfa e Santacroce e il domenicano Luigi Acquaviva. A Molfetta la comunità del convento dei domenicani era considerata tutta repubblicana, uomini di grande cultura e di scienza che furono assaliti dai sanfedisti il 5 febbraio 1799 mentre erano nel loro refettorio. Quelli che non riuscirono a scappare vennero trucidati in convento.
A Molfetta anche la comunità dei francescani fu “saccheggiata”.
A Lecce un folto gruppo di benedettini propugnatori della democrazia repubblicana, docenti di lettere, filosofia e matematica subirono il saccheggio del convento da parte della reazione legittimista.
A Gioia del Colle il domenicano Gisotti, fu “ condannato all’esilio per le sue libere opinioni” e terminò la sua vita da randagio tra le carceri delle Puglie e di Napoli.
Inoltre non possiamo non ricordare i minori osservanti, i domenicani e i cappuccini di Altamura e l’arcivescovo Ginevra che a Bari aveva benedetto l’albero della libertà.
Un lungo elenco, quindi, di uomini di chiesa che credevano nella democrazia repubblicana, apportatrice di libertà e di uguaglianza. La lista - per concludere con le parole di Antonio Lucarelli - densa di centinaia e centinaia di nomi, fra secolari ed ecclesiasti, prosegue per duecento fogli, consacrando alla venerazione dei posteri quei ribelli dell’assolutismo […] A loro che disertano le chiese e corrono impavidi per le muraglie delle assediate città agitando la croce e la spada, noi, quale che sia la nostra fede politica e religiosa, dobbiamo inchinarci reverenti. Nel furore della mischia, quando più sovrastava il terrore e la morte, essi adempivano egregiamente il noto monito di Mario Pagano […]: la libertà non si conquista che col ferro, e non si mantiene che col coraggio; occorre virtù, talento, sentimento del dovere!” E di tali doti- riconosciamo la verità appassionata- rifulsero in Puglia tanti e tanti ministri della chiesa cattolica”.

Pubblicato Martedì, 22 Aprile 2014 23:11 Scritto da Angelo Martino

venerdì 4 aprile 2014

Fenestrelle lager dei Savoia? Non esattamente.


Faccia a faccia con il Prof.Alessandro Barbero
Immagine articolo - Il sito d'Italia
Da qualche tempo sembra tornato alla ribalta nel nostro Paese il revisionismo di matrice antirisorgimentale, fenomeno a ben vedere mai completamente sopito. Libri, articoli di giornale e , soprattutto, discussioni nel variopinto mondo della rete in cui i lunghi ed articolati processi che condussero l'Italia all'Unità vanno incontro ad una rilettura e ad una una riscrizione. Ecco allora che Garibaldi da “Eroe dei Due Mondi” può diventare un “ladro di cavalli” ed un “assassino”, i Savoia si trasformano nei “Saboia” e l'antica fortezza di Fenetsrelle è raccontata come un campo di concentramento dove trovarono la morte schiere di soldati duosiciliani dopo la definitiva sconfitta del loro Paese. Ma le cose stanno davvero così? Cosa c'è di vero? E che cosa di falso? Ne abbiamo parlato con il Prof.Alessandro Barbero, uno dei maggiori storici italiani ed autore del best seller “I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle”.


-Professore, perché un libro su argomento come il carcere di Fenestrelle?

-Perché nel 2011, durante le celebrazioni dell'Unità d'Italia, mi sono imbattuto, per caso, nella storia dello sterminio di Fenestrelle, e mi sono accorto che non ne sapevo niente; e mentre mi pareva abbastanza probabile che si trattasse di una mistificazione, mi seccava però molto non esserne sicuro. Non si può mai sapere, nella storia sono successe così tante cose che uno non avrebbe mai creduto possibili. Così sono andato in archivio a vedere cos'era successo davvero, e mi sono appassionato scoprendo la ricchezza straordinaria della documentazione.

-Ma che cosa fu in realtà Fenestrelle? E che cosa fu il Risorgimento?
-Fenestrelle era tante cose, e nessuna particolarmente strana. Era un forte nato per difendere la frontiera con la Francia; era stato, in passato, luogo di detenzione per prigionieri politici; era la caserma del Corpo Franco, ovvero il corpo di punizione disciplinare dell'esercito piemontese prima e italiano poi; fu uno dei luoghi in cui nel 1859-60 vennero brevemente detenuti prigionieri di guerra austriaci, pontifici e napoletani; e fu uno dei luoghi in cui nel 1860 transitarono i contingenti di disertori alla leva arrestati nel Sud e trasferiti al Nord per essere incorporati nell'esercito. Dopodiché , siccome queste cose accadevano nell'Ottocento, età che credeva al progresso, alla civiltà e ai diritti umani, e accadevano sotto gli occhi dell'opinione pubblica, della stampa, del parlamento e della Chiesa, e non nell'epoca di Conan il Barbaro o del Trono di Spade, Fenestrelle in tutte queste sue diverse incarnazioni non fu mai teatro di niente di particolarmente oscuro o sinistro, con buona pace di chi sostiene il contrario senza uno straccio di documento a cui appigliarsi.

Quanto alla seconda domanda, che cosa fu il Risorgimento, non crederete davvero che si possa rispondere così in poche righe? Se permettete mi accontenterà di dire che fu una pagina decisiva della storia italiana; e come ogni pagina di storia (specialmente italiana, verrebbe da dire) fu intrecciato di contraddizioni, di errori e di momenti poco chiari; e tuttavia fu una modernizzazione decisiva per il paese, e come ogni modernizzazione ebbe i suoi oppositori e anche le sue vittime; e finalmente, che fu uno dei pochi momenti della nostra storia recente in cui l'Italia e gli italiani furono al centro dell'attenzione mondiale e suscitarono affetto e ammirazione in tutto il mondo, cosa che magari sarebbe bene non dimenticare...

-Non sono state poche le critiche (anche ai limiti dell'educazione del buongusto) che hanno interessato la sua persona, dopo la pubblicazione del libro. Come se lo spiega?
-Il movimento neoborbonico ha costruito una versione alternativa della storia, totalmente immaginaria, ma molto seducente, e ha attirato molte persone in buona fede, ma anche molti fanatici, che non hanno voglia di discutere, né saprebbero farlo, ma solo di urlare e insultare. La rete ha fatto il resto, dal momento che fra chi interviene in rete,  su qualunque argomento, la tendenza a trascendere nella volgarità e nell'insulto sembra essere irresistibile.
 
-Il nostro Meridione sta conoscendo negli ultimi anni una certa rivalutazione del passato duosiciliano, contestualmente ad un rigetto della memoria risorgimentale. Secondo lei qual è la ragione del fenomeno?
-C'è la disperazione di chi al Sud non crede più di poter colmare il ritardo strutturale del paese, e preferisce rifugiarsi in un sogno consolatorio, e anche nella voglia di dare la colpa a qualcun altro - che siano i piemontesi, i massoni, i Savoia o chicchessia. E c'è l'ignoranza profonda di un paese - e parlo dell'Italia tutta - dove lo spirito critico sta a zero, e alla gente si può far bere tutto quello che si vuole, anche le panzane più enormi, quando si parla del passato...

-Che cosa c'è di vero nel revisionismo “neoborbonico”? E di falso?
-Per come si presenta, non c'è niente di vero, è tutto falso. Perché , beninteso, che l'unità d'Italia sia stata fatta male, lo si è sempre detto, si è cominciato a discuterne nel 1861 e non si è mai smesso. Che per il Sud l'unificazione sia stata particolarmente traumatica, che la grande speranza sollevata da Garibaldi fra i contadini sia stata delusa, che il brigantaggio abbia anche espresso un malessere profondo del mondo contadino e abbia dato origine a una vera guerra civile fra meridionali, che la repressione del brigantaggio da parte dell'esercito italiano sia stata feroce, tutte queste cose si sono sempre sapute e discusse - solo chi non ha mai avuto voglia di cercare dei libri e informarsi può strillare, come molti fanno oggi, che queste cose "sono state tenute nascoste". Ma il revisionismo neoborbonico non dice queste cose: dice che c'è stata l'invasione piemontese, che i briganti erano eroi che difendevano il loro paese e il loro re dagli invasori, che c'è stato un milione di morti, e che prima di allora il regno borbonico era prospero e felice, era la terza potenza industriale d'Europa, aveva cento primati, ecc. ecc. - tutte queste sono frottole così grosse che c'è da vergognarsi perfino di doverle discutere, e che ci possa essere qualcuno che ci crede.

giovedì 20 marzo 2014

Considerazioni sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni

Pontelandolfo - veduta panoramica 
I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente sfruttati da certi propagandisti e pubblicisti con intenti politici di critica all’Unità d’Italia. 
Come insegnava fra gli altri il grande Max Weber, le scienze umane devono escludere ogni considerazione ideologica, estetica, etica ecc., limitandosi a fornire un’analisi obiettiva dell’oggetto esaminato. Il sottoscritto pertanto non si prefigge d’esprimere qui un giudizio morale o politico sugli accadimenti suddetti, ma solo e più modestamente di provare a riportarne una sintesi con meri fini divulgativi, essendo già stati trattati esaurientemente da alcuni studiosi.


Si può premettere che queste vicende, contrariamente a ciò che sostengono taluni, non sono per nulla rimaste “nascoste” ossia “occultate”. Al contrario, dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni parlarono già nel secolo XIX studi sul brigantaggio, come ad esempio quello celebre di Marc Monnier, nostalgici del regno borbonico quale Giacinto De Sivo, memorie autobiografiche, articoli di giornale d’ogni tendenza ecc. L’onorevole Giuseppe Ferrari ne discusse in Parlamento, nella seduta alla Camera del 2 dicembre 1861, dopo aver visitato personalmente Pontelandolfo il 1 novembre dello stesso anno. Praticamente in contemporanea a questi accadimenti e negli anni immediatamente posteriori, mentre la lotta al brigantaggio continuava, questi fatti erano conosciuti, liberamente divulgati, discussi in prospettive differenti. Naturalmente, anche la storiografia scientifica del Novecento li ha affrontati. Ad esempio, lo storico Franco Molfese li riferisce nella sua opera “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, pubblicata a Milano nel 1964 e che viene ritenuta tutt’ora, per quantità delle fonti esaminate e per bravura e capacità nel comporre un quadro complessivo ed equilibrato, il miglior saggio mai scritto sulla repressione del fenomeno brigantesco dopo il 1860. È sufficiente conoscere le fonti primarie ottocentesche, oppure la storiografica accademica novecentesca, per sapere che di quel che accadde in questi due paesi del Beneventano si è sempre scritto pubblicamente e liberamente. Non ci si trova dinanzi ad un evento tenuto segreto ed infine smascherato in anni recenti, ma di un avvenimento conosciuto e studiato praticamente dal momento in cui si compì fino ad oggi. Ciò premesso, si può passare ora a fornire una rapida sintesi delle vicende. 

Il 7 agosto del 1861 un gruppo di briganti, aventi per capobanda Cosimo Giordano, fece irruzione a Pontelandolfo, approfittando dell’allontanamento di volontari della Guardia nazionale. Secondo alcune fonti, sarebbero stati invitati dall’arciprete Epifanio De Gregorio e da un gruppo di canonici. In ogni caso, dopo il loro ingresso in paese si diedero al saccheggio, incendiarono abitazioni e pubblici registri e devastarono uffici ed edifici dell’amministrazione. Furono bruciati gli archivi comunali e la biblioteca e venne gravemente danneggiata la grande collezione d’arte del giudice Giosuè De Agostini, ospitata nel suo palazzo signorile. Fu assalita la corriera postale e vennero derubati i suoi passeggeri. Si ebbero anche diversi assassini d’abitanti. Fra la cittadinanza, parte simpatizzò con i briganti, parte fuggì o fu vittima delle violenze, parte ancora rimase neutrale ovvero non ebbe alcun ruolo attivo. 

Le autorità, avvisate dell’accaduto ma ignare delle dimensioni della banda brigantesca e dell’appoggio datole da parte della popolazione, decisero d’inviare un reparto di militari in perlustrazione. L’11 agosto 1861 giunse così a Pontelandolfo il luogotenente Luigi Augusto Bracci alla testa di 40 bersaglieri del 36° reggimento, con il rinforzo di 4 carabinieri. Entrati in paese senza aver compiuto alcun gesto ostile, anzi inalberando una bandiera bianca in segno di pace e cercando solo d’acquistare viveri, furono assaliti dai briganti e da alcuni cittadini. I soldati, dinanzi ad un numero soverchiante di nemici, ripiegarono prima all’interno d’una torre medievale (il simbolo di Pontelandolfo, ultimo resto d’un castello del Trecento), poi cercarono scampo in direzione di Casalduni. Durante tale ritirata finirono però in un’imboscata e, serrati da ogni direzione da forze preponderanti, s’arresero. Cinque erano caduti in combattimento, un sesto era stato ucciso in precedenza, due erano riusciti provvisoriamente a nascondersi. Nonostante avessero alzato bandiera bianca, i militari superstiti vennero tutti trucidati, tranne un sergente che venne risparmiato perché aveva promesso che non avrebbe più combattuto contro Francesco II. Il tenente Bracci fu torturato per circa otto ore, prima di venire ucciso a colpi di pietra. La testa gli fu tagliata e venne infilzata su d’una croce, posta nella chiesa di Pontelandolfo. Una sorte analoga toccò a tutto il suo reparto, i cui soldati finirono uccisi a colpi di scure, di mazza, dilaniati dagli zoccoli di cavalli ecc. Sei militari, già gravemente feriti, furono massacrati a colpi di mazza. Un cocchiere si segnalò per il suo comportamento, facendo passare e ripassare dei cavalli al galoppo sopra i corpi dei soldati, alcuni moribondi, altri solo feriti ma impossibilitati a muoversi perché legati. 
Fu allora inviato un altro reparto militare, questa volta di ben maggiore forza, comandato dal tenente colonnello Pier Eleonoro Negri e costituito da 400 bersaglieri. Quando entrarono a Pontelandolfo, il 14 agosto del 1861, questi soldati, che già sapevano della strage dei propri commilitoni arresisi, videro che i loro stessi corpi erano stati smembrati ed appesi dai briganti come trofei in diverse parti della località, con il capo mozzo del tenente Bracci che era stato conficcato su d’una croce, come si è detto sopra. A questo punto iniziò la rappresaglia, che coinvolse certamente persone innocenti e vide l’incendio d’entrambi i paesi, Pontelandolfo e Casalduni.
Rimangono da precisare le dimensioni della rappresaglia, con il numero delle vittime e gli stessi danni materiali. Questo deve essere fatto sulla base di ciò che è possibile provare dalle fonti, altrimenti cessa d’essere storia e diventa romanzo ovvero pseudostoria. Esistono analitici studi di storia locale, dedicati proprio a queste tragiche vicende, che forniscono una stima precisa delle perdite di vite umane. 
Si può ricordare anzitutto il saggio “Storia dei fatti di Pontelandolfo”, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni.

Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio “L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861”, Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.).

Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime. 
Panella poi confronta il totale di decessi avvenuto a Pontelandolfo nell’intero 1861 (furono 291) con quelli del 1860 (furono 142) e del 1862 (furono 171). L’ipotesi di questo ricercatore è che l’aumento della mortalità sia stato condizionato dall’incendio delle case e dalle sue conseguenze indirette, tanto che nei mesi d’agosto e di settembre del 1861 dopo la rappresaglia si registrò una insolita crescita della frequenza dei trapassi. Egli però constata che, anche attribuendo all’incendio ed ai suoi effetti a posteriori questi decessi, si resterebbe comunque ben lontani dalle cifre che alcuni hanno ipotizzato. Il Panella difatti conta dal 15 agosto al 15 settembre (quindi dopo la rappresaglia) un totale di 74 morti, che sono per lo più deceduti nelle proprie case e per il resto in abitazioni di campagna, comunque non a causa d’atti di violenza. 
Il totale di vittime della rappresaglia a Pontelandolfo, quale può essere calcolato con precisione sulla base del minuziosissimo archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, è pertanto di tredici persone. A questi, secondo l’ipotesi di Panella, si potrebbero aggiungere altri decessi ancora, che si ebbero nel mese d’agosto e di settembre e che potrebbero (tale è il parere di questo studioso, ma non è possibile provarlo con certezza) essere stati dovuti in parte alle conseguenze dell’incendio. Questo ricercatore può quindi concludere osservando che il totale di vittime risulta senz’altro di molto inferiore alle stime che erano state precedentemente proposte, facendo notare che i testi che presentavano questo episodio parlavano in maniera generica d’un numero ritenuto elevato di morti, ma senza fornire un computo preciso ed appunto in modo vago ed approssimativo.
Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti.
Un altro caso è stato riferito da questo studioso durante un convegno dedicato al tema “Il brigantaggio nell’Alto Tammaro”, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo “Terroni”, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata, prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione.
Appare evidente da questi due semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati. 
È possibile ora trarre alcune conclusioni da questa breve sintesi. Gli eventi dell’agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni sono stati conosciuti e studiati in pratica dal momento in cui avvennero sino ai giorni nostri: non ci si trova dinanzi ad un fatto storico ignoto, segreto o tenuto celato. La dinamica degli accadimenti è certa: dapprima vi fu un’irruzione di briganti, con saccheggi, incendi ed assassini; poi il massacro d’un reparto di militari caduto prigioniero; infine la rappresaglia dei bersaglieri, con uccisioni ed incendi.
Per ciò che concerne appunto questa rappresaglia, il totale di vittime accertate per Pontelandolfo è di tredici, cifra su cui concordano sia il Pulzella, sia il Panella. È probabile che vi siano stati anche altri decessi in conseguenza dell’azione dei militari, principalmente a causa dell’incendio. Non è però possibile dimostrare ovvero sapere quanti fra i decessi indicati nel registro dei defunti nel mese successivo ai fatti fossero dovuti a cause naturali e quanti al fuoco. In ogni caso, il totale potenziale rimane inferiore al centinaio. I due paesi non furono interamente distrutti dalle fiamme, poiché gli abitanti, in gran parte allontanatisi al momento dell’arrivo dei soldati, una volta ritornati provvidero a spegnere i fuochi. Alcune case certamente bruciarono, ma altre rimasero solo danneggiate. Si continuò a vivere ed ad abitare a Pontelandolfo e Casalduni anche dopo la rappresaglia, tanto che le fonti utilizzate dal Panella segnalano la continuità della presenza abitativa in entrambe le città.
La descrizione che taluni hanno proposto d’una distruzione intera delle due città e dello sterminio degli abitanti è quindi certamente erronea: la rappresaglia è avvenuta, ma con dimensioni di gran lunga inferiori rispetto a quelle ipotizzate senza prove da una certa pubblicistica antirisorgimentale. Il totale delle vittime si può calcolare al massimo nell’ordine delle decine, sicuramente non delle centinaia o migliaia, mentre i danni inferti all’abitato non furono uniformi e non impedirono che molti cittadini continuassero ad abitare in questi due paesi sin da subito. Non si dimentichi poi che i briganti si comportarono esattamente allo stesso modo quando fecero irruzione, uccidendo alcuni cittadini e dando fuoco ad edifici.
È altrettanto sbagliato inoltre tentare d’interpretare questi accadimenti come un contrasto fra un esercito “straniero” ed una popolazione insorta contro di esso. I reparti militari coinvolti appartenevano all’esercito italiano, che comprendeva membri d’ogni parte d’Italia: Cialdini era di Modena, Pier Eleonoro Negri era di Vicenza, Carlo Melegari di Genova, Luigi Augusto Bracci di Livorno ecc. Inoltre i cittadini locali erano divisi fra i fautori del nuovo stato ed i nostalgici del vecchio, tanto che prima i briganti, poi i soldati esercitarono le loro vendette sugli abitanti. 
Ciò che avvenne nel 1861 a Pontelandolfo ed a Casalduni deve pertanto essere considerato un cruento episodio di guerra civile, in cui una popolazione, che era a favore in parte dell’Italia, in parte del sovrano borbonico, si trovò presa in mezzo ai due contendenti armati, subendo alternativamente le violenze d’entrambi. Gli eccidi furono tre, del 7, 11 e 14 agosto, e videro come vittime rispettivamente cittadini fedeli allo stato italiano, i bersaglieri e carabinieri fatti prigionieri, infine i civili caduti nella rappresaglia. Nel totale di morti accertati la netta maggioranza, circa dei 2/3, è costituita dai militari trucidati dopo la resa.
Prof. Marco Vigna, dottore di ricerca in storia


martedì 18 marzo 2014

Repubbliche classiche e Repubblica moderna nel pensiero di Francesco Mario Pagano


Francesco Mario PaganoFrancesco Mario Pagano trovò nell’interesse per il mondo antico una ragione per comprendere la natura umana e quali fossero le motivazioni del suo agire.
Nei suoi Saggi Politici, risuonava non solo l’interrogativo di Socrate riguardo a cosa fosse l’uomo, ma lo sviluppo storico dell’essere umano  in quanto essere sociale nel porsi in relazione alla politica intesa come evoluzione della civiltà.
Lo studio di Mario Pagano tendeva a dimostrare come il mondo classico, dopo aver attraversato  secoli di grande fecondità intellettuale, questa  era stata oscurata dal buio del Medio Evo e dall’affermarsi del feudalesimo.
L’illuminismo del Settecento offriva  dunque  l’opportunità di far emergere i lumi della classicità, in relazione soprattutto all’area mediterranea dell’antico territorio italico.
Era l’influenza di Aristotele che conduceva Mario Pagano  ad opporre una dottrina politica moderata rispetto alle scelte più radicali degli altri patrioti della Repubblica Napoletana.
Erano illuminanti, a tal riguardo, gli esempi in relazione alle forme di governo in cui si intravedeva  più chiaramente l’influenza di Aristotele.
Inoltre l’ideale repubblicano, che si andò progressivamente imponendo nel suo pensiero,  traeva ispirazione anche dalle Repubbliche dell’antichità in cui ritrovava l’enunciazione di alcuni principi repubblicani ben delineati.
Le qualità morali del cittadino che doveva guidare, illuminare ed istruire gli altri riportavano a quell’aristocrazia dello spirito, che rimandava il lettore  agli “ ottimi per virtù” di Aristotele e Platone, a quel concetto di “ politeia” aristotelica e platonica che sostanzialmente faceva riferimento ad un particolare tipo di istituzione politica, la Repubblica, che assumeva per tali filosofi antichi, solo l'interesse per il bene della collettività, per la polis, lo Stato.
L’illuminismo settecentesco di Genovesi e Filangieri costituiva la necessaria integrazione ed evoluzione del concetto di politeia classica nel delineare un nuovo ideale repubblicano di carattere democratico in cui avrebbero trionfato i principi irrinunciabili di libertà ed uguaglianza.
Inoltre, l’antichità classica, per Francesco Mario Pagano, offriva un ideale di purezza dei costumi nella costituzione delle Repubbliche antiche in opposizione alla “ corruzione “ dell’età sua contemporanea. Pagano lo ha evidenziato  nei Saggi Politici in termini diretti:
“L’amore dei più interni piaceri dello spirito, cioè delle cognizioni, della virtù, della libertà, del potere, forma il costume e il carattere che fa nascere per lo più le Repubbliche popolari.”
 Come i filosofi classici, tra cui Platone ed Aristotele in primis, avevano additato l’amore per la conoscenza e per la virtù, si mostrava necessario ritrovare anche in quelle idealità antiche le condizioni per l’esaltazione del governo repubblicano moderno, che aveva già trionfato in America e in Francia con uomini “ animati dalla divina espansione dello spirito, dalle nobili passioni della compassione, dall’amore degli uomini, dalla beneficenza, dal sentimento dell’ordine morale della giustizia”.
Nel momento in cui si accingeva alla redazione del Progetto Costituzionale per la Repubblica Napoletana del 1799, Pagano riteneva che la Repubblica da istituire doveva necessariamente diffondersi nella “classe media” la cui descrizione era stata ben delineata nella “ politeia” di Aristotele, ma che in età moderna avrebbe assunto carattere, oltre che diverso dall’antica polis, quello peculiare dell’età dei Lumi di fine Settecento per una proposta di elevazione sociale e morale di tutti i cittadini virtuosi e votati al bene comune.
 “ Fondare i buoni costumi è il metodo più proprio per estirpare i corrotti” scriveva Pagano nelRapporto che accompagnava il Progetto di Costituzione, aggiungendo che la proposta veniva avanzata “ ad imitazione delle antiche Repubbliche”.
di Angelo Martino

lunedì 17 marzo 2014

Il grande Risorgimento italiano, evento fondamentale dal punto di vista politico, civile, culturale, economico della millenaria storia d'Italia, fondante della sua modernità e del suo rilievo nella storia mondiale tra fine Ottocento e Novecento, riconosciuto ed apprezzato in tutti i paesi del mondo, è figlio sia del Settecento riformatore, sia degli influssi culturali europei, sia delle rivoluzione americana e francese, sia dell'età napoleonica.
Non è affatto un evento solo interno, nè è riconducibile al mito dell'espansionismo sabaudo.
Esso si appoggiò sulla millenaria idea e realtà nazionale italiana, segnalata dalla lingua, dalla religione, dalla tradizione letteraria, artistica, musicale, da tradizioni e costumi sovralocalistici, sulle grandi conquiste dell'età comunale, dell'Umanesimo e del Rinascimento
Il Risorgimento è stata un'affermazione memorabile di indipendenza nazionale contro l'oppressione e la servitù straniere (l'Austria) e la servitù civile e clericale interna, per l'affermazione della dignità di popolo, delle persone, dei cittadini.
Perciò sono divenute naturali la doverosa, impellente, inarrestabile spinta verso l'unità politica e la conquista di un regime di libertà, di diritti individuali e di garanzie costituzionali.
In particolare va sempre, sempre di più, valorizzata l'opera del triennio 1796-1799, dei Martiri e dei sopravvissuti, figli di Giannone, di Beccaria, di Genovesi, di Filangieri e insieme dell'Illuminismo europeo, della filosofia rivoluzionaria, che aveva liberato le Americhe e la Francia, durante il quale i posero le basi granitiche delle vicende successive.
In quel triennio, come osservò il grande storico Salvatorelli, si poserò tutti i problemi del Risorgimento e del Novecento: libertà, democrazia, indipendenza, repubblica, unificazione per via federale o accentrata.
I valori di libertà furono offesi dallo sprofondamento fascista novecentesco, complice la monarchia sabauda, pur benemerita di momenti fondamentali dell'evento risorgimentale.
I valori di patria e di nazione sono stati tenuti in secondo piano dalle forze egemoni dell'età repubblicana, quelle cattoliche e quelle socialcomuniste, storicamente antiliberali e antinazionali, ed hanno creato indubbiamente un clima etico-politico e civile debole, incapace di contrastare decisamente il fenomeno successivo della 'denigrazione'.
In questi ultimi tempi, dalla "emarginazione del Risorgimento"si è passati alla "denigrazione" di esso da parte di forze estranee e nemiche dei valori nazionali, patriottici, liberali, come quelle secessioniste settentrionali e meridionali (dal leghismo al neoborbonismo), da ambienti clericali e nobiliari reazionari e nostalgici di assurde, anacronistiche distinzioni e diseguaglianze.
Grandi storici come Croce, Omodeo, Salvatorelli, Romeo, Scirocco hanno difeso il Risorgimento contro impostazioni nazionalistiche e solo indigene, ora di tratta di difendere il Risorgimento contro più radicali e insidiosi attacchi da parte di quelli che vogliono negarne il significato e il valore nella storia generale d'Italia, d'Europa, del mondo.
Essi hanno introdotto, riprendendo spunti reazionari clericali e romantici, l'immagine deformante ed assurda di un mostro, che avrebbe divorato e distrutto edeniche, pacifiche, felici, anche progressive realtà locali e regionali, mito assurdo che stride da mille lati nei confronti della "effettiva realtà storica".
Questa denigrazione, ci si augura, resterà come segno caratteristico di un periodo di crisi e di sbandamento della società, del popolo italiani, in cui sono stati egemoni gli inetti, i corrotti, i vili, le anime nere, grette, livide e invidiose, piccole, chiuse in nefaste vite locali,  i clericali, i reazionari, i qualunquisti, i guicciardiniani traditori dei doveri anche elementari di sensibilità civile e e storica nei confronti dei destini della società nella quale essi vivevano, godendo poi, da ingrati approfittattori, dei benefici che un patrimonio di sacrifici e di costruzione storici inimmaginabiili, nell'asse risorgimentale-antifascista-resistenziale, intimamente connessi nel profondo, aveva loro garantito.
Ma occorre essere attenti e vigilanti, perchè gli indebolimenti o la disintegrazione degli stati nazionali unitari hanno portato nel cuore stesso dell'Europa a conflitti sanguinosi e ad arretramenti di condizioni di vita.
Questo non toglie che nella complessa, spesso dolorosa e tragica vita storica, l'affermazione e lo sviluppo dello stato unitario nazionale non sono stati vicende semplici e su di esse bisogna sempre tornare, anche riaprendo ferite, per capire e riscoprire più precisamente i termini degli scontri non ricomposti tra le linee politiche ad es. di Cavour, distinte da quelle di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo. di Pisacane.
Così l'Italia unita, miracolosamente ed epocalmente repubblicana, libera, democratica, con una grande economia mondiale, che è invidiata e insieme ammirata nello scenario spesso tragico del Pianeta, potrà essere mantenuta e rinsaldata e aperta a nuove conquiste di civiltà, nelle quali è stata unica per contributi memorabili.

di Nicola Terracciano.

giovedì 13 marzo 2014

Francesco Saverio Salfi e una necessaria evoluzione rivoluzionaria e repubblicana

Francesco Saverio Salfi (Cosenza 1759 - Parigi 1832), sacerdote, nel 1787 si stabilì a Napoli dove insegnò discipline letterarie ed ebbe contatti con gli intellettuali illuministi Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Mario Pagano, Antonio Jerocades, allontanandosi progressivamente dalla Chiesa.
Il suo arrivo a Napoli fu dovuto all’intolleranza del vescovo di Cosenza Gennaro Clemente Falcone che discreditò Salfi al punto di metterlo in condizione di lasciare la Calabria e trasferirsi a Napoli nel 1785.
Nella capitale del Regno Salfi continuò la sua battaglia in difesa della tolleranza ed è nota la sua posizione del 1788 allorché , in occasione del rifiuto al pagamento della Chinea al Papa  da parte del governo di Ferdinando IV di Napoli, scrisse una satira contro lo Stato Pontificio e in favore della politica napoletana.
La svolta in senso illuministico radicale di Salfi era iniziata quando  aveva pubblicato l’anno precedente il suo Saggio di fenomeni antropologici in cui denunciava la degenerazione della fede in superstizione e magia, proponendosi di “sottrarre le povere masse ignare alla nefasta influenza della vecchia scuola gesuitica, che le strumentalizzava a suo piacere nelle manifestazioni “ miracolistiche”.
Nel 1792 entrò nella Società patriottica napoletana. Per evitare il processo, nel 1794 riuscì a fuggire da Napoli e riparare dapprima a Genova, dove abbandonò l'abito ecclesiastico, e poi a Milano.
Ritornò a Napoli assieme al generale Championnet nel gennaio del 1799 e assunse l'incarico di segretario del governo provvisorio della Repubblica napoletana. Nel febbraio 1799, dopo la sostituzione di Carlo Lauberg con Ignazio Ciaia alla guida della Repubblica napoletana, andò in Francia.
Di princìpi massonici, fu consigliere di Gioacchino Murat. Nel 1815 con la Restaurazione che riportò i Borbone sul trono di Napoli, si ritirò definitivamente in Francia.
Francesco Salfi fu autore dell’opuscolo  L’Italie au dix-neuvième siècle, pubblicato nel 1821 nel quale analizzò le motivazioni che avevano spinto un gruppo di patrioti meridionali, partiti da posizioni riformiste, a passare ad inevitabili progetti, idee e valori propriamente rivoluzionari.
Lo scritto di Francesco Salfi rileva come la Rivoluzione francese avesse trovato terreno fertile nel Regno di Napoli dal momento che  vi era già ben presente e vivo un humus di idee rivoluzionarie elaborate dai discepoli di Genovesi e Filangieri.
Ma ancora prima che alla Rivoluzione Francese, essi avevano guardato alla rivoluzione Americana.
I patrioti della futura Repubblica Napoletana erano già pronti ad accogliere gli ideali rivoluzionari. Inoltre per tanti religiosi, come lo era stato anche Francesco Salfi, lo stesso messaggio evangelico aveva assunto una possibilità di riscatto per un’umanità oppressa la cui fede era indirizzata verso la paura e la superstizione.
L’appartenenza alla massoneria, inoltre, aveva svolto  un ruolo importante se non centrale nella progressione ideologica dei patrioti dal periodo riformatore a quello rivoluzionario.
Insieme a Carlo Lauberg e Antonio Jerocades, Francesco Salfi  appartenne a quegli spiriti forti che imposero le loro dottrine illuminate contro le posizioni retrograde degli ecclesiastici che difendevano l’alleanza Trono-Altare. In tale lotta contro il fanatismo e la superstizione religiosa Salfi trovò nella fratellanza massonica la maniera di propagandare gli ideali rivoluzionari e repubblicani prima in Calabria e poi a Napoli, con un’appassionata difesa dei principi illuministici e della tolleranza religiosa.
Francesco Saverio Salvi fu un autore prolifico e anche la sua vasta produzione prettamente letteraria mostra un intellettuale instancabilmente impegnato nella battaglia per la conquista di irrinunciabili diritti civili e politici e per la creazione di una società libera e democratica.
di Angelo MArtino