lunedì 30 agosto 2010

I segreti di Garibaldi /1

Fra guerra di corsa e massoneria


Aspetti meno conosciuti fra America ed Europa dell'Eroe dei due mondi di cui si celebra il bicentenario della nascita


di Luigi Pruneti
prodotto per Esonet.it

Giuseppe Garibaldi sbarcò a Rio de Janeiro tra il Novembre e il Dicembre del 1835, dopo una navigazione di un paio di mesi. Aveva sulle spalle una condanna a morte comminatagli l'anno precedente dal Consiglio di Guerra divisionario di Genova [1]. Questa sentenza lo rendeva agli occhi dei compatrioti esuli in Sud America un rivoluzionario di grande rilievo: la severità della pena era tale da accreditarlo quale affiliato di spicco della Giovane Italia. 

Fra i tanti rifugiati incontrò Luigi Rossetti col quale strinse una solida amicizia. Molti anni più tardi nelle Memorie lo ricordò con affetto, usando espressioni tipicamente massoniche: “Gli occhi nostri s'incontrarono, e non sembrò per la prima volta. Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili. Non sarà questa una di quelle emanazioni di quella intelligenza infinita, che può [...] animare lo spazio, i mondi e gli insetti che brulicano sulle loro superfici?” [2].

Questa singolarità non è casuale, giacché proprio in America Latina divenne libero muratore. È probabile, infatti, che non avesse ancora trovato un alloggio stabile, quando fu iniziato insieme a Rossetti, in un'officina irregolare dal nome distintivo “Asilo de la Virtud”.
Alcuni autori, fra i quali il biografo uruguayano Settembrino Pereda [3] non sono di questo avviso e posticipano la sua adesione all'associazione di qualche anno: poco prima della partenza per Montevideo o addirittura nella stessa capitale dell'Uruguay [4]. È una posizione difficilmente condivisibile e come Max Gallo [5] o Alfonso Scirocco [6] ritengono che la “luce massonica” sia stata ricevuta dal Nostro a Rio, qualche settimana dopo il suo sbarco.

Fra l'altro, da un paio di mesi, era ritornato in città, l'esule ligure Giuseppe Stefano Grondona, giacobino, massone di vecchia data e seguace di Filippo Buonarroti, il “grande vecchio” dell'Ottocento. Grondona aveva fondato fin dal 1834 la “Società filantropica”, un gruppo con fini umanitari [7], emanazione della loggia Asilo de la Virtud [8] e Garibaldi, quasi certamente, entrò a far parte dell'una e dell'altra [9]. È certo comunque che la frequentazione dei templi massonici fu di supporto a quella visione umanitaria pervasa da un certo deismo, caratteristica dell'Eroe. L'essere “frammassone” significava, però, “aver firmato un patto col diavolo e meritare la scomunica” [10].
I “figli della vedova”, in effetti, erano sotto anatema ormai da un secolo in virtù della celebre bolla In eminenti Apostulatus specula, promulgata da Clemente XII net lontano 1738 [11]. Da allora le cose non erano cambiate, anzi la condanna della Chiesa era diventata ancor più decisa grazie ai pronunciamenti di Pio VII, di Leone XII, di Pio VIII e infine di Gregorio XVI. Questo ultimo nella Mirari vos, senza mai nominarla, aveva sottolineato come tutti i mali del secolo avessero origine “dalle macchinazioni di questa società in cui confluisce quasi una sorta di sozzura, tutto ciò che di sacrilego, di pericoloso e di blasfemo si ritrova nelle eresie e nelle sette pin scellerate” [12].

Garibaldi, in tal modo, entrando nella “sinagoga satana” [13] trovò un'ulteriore motivazione per essere anticlericale. La fobia per la Chiesa crebbe col passate degli anni fino a raggiungere, dopo il Sessanta, livelli estremi. In quel periodo, facendo eco a Timoteo Riboli, giunse ad auspicare l'eliminazione del “prete, bugiardo e sacrilego insegnatore di Dio ed ostacolo primo all'unità morale delle nazioni” [14]. Si dice inoltre che in una lettera del 1869 definisse Pio IX “metro cubo di letame”, espressione di cui poco dopo smentì la paternità [15].

L'apprendista Garibaldi Giuseppe, tuttavia, nel 1835 non pensava alla querelle col Vaticano e viveva la massoneria come una palestra di libertà repubblicana, non a caso l'associazione era diffusa fra i benestanti e la classe colta di tutta l'America latina, pervasa spesso da aspirazioni libertarie. La sua prima occupazione nel Nuovo Mondo fu il commercio. Insieme al fratello di loggia Luigi Rossetti fondò un piccola compagnia di navigazione, ma dato che ai traffici “non erano atti” [16] e poiché desideravano militare sotto le bandiere della libertà, ovunque garrissero, accorsero in difesa della neonata Repubblica del Rio Grande del Sud.

L'immenso impero brasiliano, sorto pacificamente nel 1822, era allora travagliato da una profonda crisi. Nel 1831 Pedro I aveva abdicato a favore del figlio Pedro II di soli cinque anni e il potere era passato in mano al reggente Antonio de Feijo. Di questo stato di cose avevano approfittato i grandi latifondisti di lingua spagnola della provincia meridionale del Rio Grande [17] che avevano costituito una repubblica indipendente, con capitale Porto Alegre. Presidente era stato nominato il massone Bento Gonçalves de Silva, al cui fianco agiva quale consigliere politico, il confratello Livio Zambeccari [18]. II Brasile però non accettò la secessione e immediatamente mosse il proprio apparato militare contro i ribelli. Esplose pertanto la cosiddetta Guerra dos farrapos che registrò all'inizio significativi successi per i lealisti: Porto Alegre fu conquistata e nel 1836 venne catturato e imprigionato Bento Gonçalves. Bisognava quindi correre in difesa della pereclinante Repubblica, guidata per di più da Fratelli [19]. A Garibaldi balenò l'idea di armare una nave per fare la guerra di corsa. Aveva già pensato di dedicarsi a questa attività predando, in nome di Mazzini, legni asburgici e sabaudi. Aveva difatti scritto all'Apostolo: “dimenticavo cosa di non poca importanza, cioè se degno ne credete e che si possa inviarmi una o più lettere di Marca, oppure una autorizzazione vostra, per correre sopra le nemiche bandiere Sarda ed Austriaca; e non credete sia chimerico questo progetto ... Lettere di Marca, per Dio, e ordine al più pronto su ciò che dobbiam fare” [20].
Richiesta abbastanza pittoresca la sua dato che era ben difficile considerare la Giovane Italia un paese sovrano. Il problema comunque non si pose per la mancata risposta di Mazzini [21], arrivarono invece il 14 Novembre del 1836, firmate dal generale Joao Manoel de Lima y Silva [22], le sospirate patenti del Rio Grande con le quali si autorizzava ad “incrociare liberamente per tutti e qualunque mare e fiumi sui quali navighino navi da guerra e mercantili del Governo del Brasile e dei suoi sudditi, con podestà di appropriarsene e prendere con la forza delle sue armi, essendo considerate buona preda, in quanto ordinata da autorità legittima e competente [23]. Il Nostro approntò a tal punto una garopera [24] da venti tonnellate, battezzata “Mazzini” la quale, l'8 maggio del 1837, lasciò Rio per “sfidare un impero” [25].
La prima vittima del corsaro Garibaldi fu la Marinbondo, una lancia talmente malconcia che fu lasciata andare senza nulla togliere, se non una pompa per l'acqua [26]. Il secondo arrembaggio fu più fortunato, si trattava della Luisa una lumaca [27] con a bordo 428 sacchi di caffé [28]. Garibaldi, esaminò soddisfatto la preda, apprezzandone la robustezza, tanto da eleggerla a propria ammiraglia e vi si trasferì con la ciurma, accresciuta da cinque negri liberati dal giogo della schiavitù [29].
In seguito, come in un romanzo, ebbe numerose avventure e partecipò a cruenti combattimenti, fu addirittura ferito e costretto a rifugiarsi a Gualeguay in Argentina, dove fu aiutato da alcuni confratelli cola residenti [30]. Il suo si rivelò però una sorta di domicilio coatto, pertanto tentò la fuga, fu scoperto ed imprigionato. Condotto alla presenza del capo della polizia locale, Leonardo Milian, venne sottoposto ad un brutale interrogatorio: “ei fece passare una fune alla trave della prigione e mi fece sospendere in aria legato per le mani! Due ore di quella tortura mi fece soffrire quello scellerato!!!” [31]. Finalmente, grazie all'intervento del governatore, ottenne la libertà e ritornò nel Rio Grande, pronto ad impugnare di nuovo le armi.
Nel Luglio del 1839 partecipò con una flottiglia alla spedizione di Davide Canabarro: si trattava di soccorrere la città costiera di Laguna, l'impresa riuscì e quel grosso villaggio diventò la capitale di un nuovo effimero stato: la Repubblica di Santa Catarina.
Canabarro aveva ora la responsabilità di presidiare Laguna e di respingere una probabile controffensiva. Era un tipo pletorico, facile allira, resa ancor più frequente dalla consapevolezza della situazione. Maltrattava subalterni e soldati e inveiva contro i locali, accusati di non collaborare sufficientemente, li tacciava di collusione con i preti. Egli, infatti, come la maggior parte dell'intellighentia riograndina era un libero muratore e detestava indifferentemente impero e chiesa [32]. Quando venne a sapere che nel vicino villaggio di Imaruhy sventolava sempre la bandiera brasiliana montò su tutte le furie ed ordinò a Garibaldi di punire i lealisti. Alla testa di una formazione poco disciplinata ed eccitata dall'alcol e dalla brama del saccheggio, il Nizzardo colse di sorpresa quel borgo isolato, la guerra mostrò allora il volto più disumano: uccisioni, stupri, violenze di ogni genere furono perpetrati su una popolazione pressoché inerme. Nelle Memorie il Nostro scrisse a sua discolpa: “Io non ho avuto mai una giornata di tanto rammarico e di tanta nausea dell'umana famiglia! Il mio fastidio e la fatica sofferta, in quel giorno nefasto, per raffrenare almeno le violenze contro le persone, furono immensi [...] Non valse l'autorità del comando, né i ferimenti usati da me e da pochi ufficiali non domi dalla sfrenata cupidigia” [33] . Sara tutto vero, o Garibaldi ebbe precise responsabilità nella tragedia di Imaruhy come suppone qualcuno? [34] Difficile dirlo e questo episodio della sua vita resterà, al pari di tanti altri, avvolto dal mistero.
Un altro evento assai controverso è l'incontro con Anita, avvenuto al momento dello sbarco a Laguna. Nelle Memorie la vicenda è narrata con toni salgariani: “Io passeggiavo sul cassero della Itaparica ravvolgendomi nei miei tetri pensieri, e dopo ragionamenti di ogni specie conclusi finalmente di cercarmi una donna [...] Gettai a caso lo sguardo verso le abitazioni della Barra [...] La con l'aiuto del cannocchiale [...] scopersi una giovane” [35]. Si trattava della diciottenne Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, figlia di povera gente originaria delle Azzorre [36]. Era piacente, selvaggia forse un po' troppo esuberante, per questo la madre, a quindici anni, l'aveva fatta maritare col calzolaio Manoel Duane. Garibaldi lo ignorava ma anche se lo avesse saputo gli sarebbe importato ben poco. Raggiunge la terraferma, la cerca, invano, la ragazza sembra essersi dileguata, … poi il miracolo. Uno sconosciuto lo invita in casa a prendere il caffé, accetta ed appena varca la soglia s'imbatte nella bella creola: “Restammo entrambi estatici e silenziosi [...] La salutai finalmente e le dissi ‘tu devi essere mia' [...] io fui magnetico nella mia insolenza. Avevo stretto un nodo, sancito dalla sentenza, che la sola morte poteva infrangere! Io avevo incontrato un proibito, ma pure un tesoro di gran prezzo” [37]. Fu dunque un colpo di fulmine da fotoromanzo, ma permane un'incognita: il marito della muchacha che fine fece? A rendere ancor più intricante l'enigma ci pensò poi lo stesso Garibaldi, scrivendo: “Se vi fu colpa, io l'ebbi intiera! E ... vi fu colpa! Si!... si rannodavano due cuori con amore immenso e s ‘ infrangeva l'esistenza di un innocente! Io infelice! E lui vedicato ... Si! Vendicato! Io conobbi il gran male che feci [...]” [38]. Quale fu la colpa del Nostro? L'aver infranto il sacro vincolo del matrimonio altrui? Non credo proprio. Forse l'aver rovinato la vita ad un povero cristo senza alcuna colpa, se non quella di avere una moglie giovane e piacente? Può darsi. Rimane il fatto che l'incomodo sembra essersi dileguato. In seguito i biografi di Garibaldi si affanneranno a dire del calzolaio di Laguna un gran male: era un imbelle, un traditore, un filo imperiale, probabilmente un impotente tanto da lasciare vergine Anita [39], ma sulla sua sorte forniscono spiegazioni poco convincenti. Secondo alcuni sarebbe sparito, distrutto dalla vergogna, per altri sarebbe stato ucciso. Questa ipotesi è avvalorata da una dichiarazione rasa nel 1935 all'arcivescovo Joaquim Dominiques de Olivera da Taciano Barreto Nascimento dal bisnipote dello zio di Manoel. Questi avrebbe riferito che il poveretto sarebbe stato arrestato dagli uomini di Garibaldi. Più tardi il generale avrebbe dato ordine di liberarlo, troppo tardi, era già stato ucciso o era morto a causa delle ferite subite [40]. Si tratta comunque di una testimonianza poco attendibile per la natura della fonte e il periodo alla quale risale. Molti anni dopo quando Dumas lesse l'oscuro passo delle Memorie, avrebbe chiesto spiegazioni. Al che il Generale sospirando avrebbe risposto: “Bisogna che resti così” [41].

All'epoca dei fatti comunque Garibaldi non aveva una reputazione da difendere e ben altri pensieri si agitavano nella sua mente: aveva trovato sì una compagna ma i Brasiliani, pronti ormai ad attaccare, potevano distruggere il suo bel sogno d'amore e non solo quello.

Nel Novembre del 1839, difatti, flotta ed esercito imperiale investirono Laguna e il Nostro, insieme ad Anita e alle truppe riograndine, dopo un'inutile resistenza, fu costretto a ritirarsi sull'altipiano, fu l'inizio della fine del Rio Grande [42]. Ben presto le sorti della guerra volsero al peggio a nel 1842 quando la Repubblica era ormai condannata, Garibaldi lasciò il Brasile insieme ad Anita e a Menotti, il figlioletto nato il 16 Settembre del 1840 [43]. Si rifugiò a Montevideo dove si apre il suo secondo capitolo massonico. Qui, secondo alcuni, sarebbe entrato prima in una loggia, costituita da italiani sotto l'egida del Grande Oriente di Napoli e quindi, il 18 Agosto o il 28 del 1844 [44], fu regolarizzato dalla Loggia “Amis de la Patrie”. La prima notizia è sicuramente falsa, la seconda è certa.
L'Officina che accolse l'Esule era stata fondata nel 1827 e dipendeva dal Grande Oriente di Francia. Fra le sue colonne sedevano non solo numerosi residenti francesi e diversi locali ma anche alcuni italiani fra i quali il commerciante modenese Pietro Farini e il tornitore di Valenza Po, Vincello Zucchelli [45]. Nel verbale della tornata di regolarizzazione si legge: “ Il Fratello G. Garibaldi, precedentemente ammesso [...], è presentato per essere regolarizzato. Introdotto dal primo maestro delle cerimonie all'Oriente e collocato nella dovuta posizione, ripete il giuramento massonico che gli detta il Venerabile, aggiungendo che rinuncia con ogni formalità alla loggia Asilo de la Virtud, della quale faceva parte, come pure ad ogni altra associazione massonica irregolare. In seguito a ciò il Venerabile lo proclama e consacra Apprendista massone regolare e membro attivo di questa Officina. Collocato fra le due colonne, questo nuovo fratello e riconosciuto da tutti i membri dell'Officina, che tirano una triplice batteria di felicitazioni per la bella acquisizione. A sua volta, il nuovo fratello risponde e, accompagnato dai due maestri di cerimonie, ringrazia con uguale batteria. Dopo di che tutti uniti firmano a testimonianza dell'unione che ci anima” [46].
Garibaldi ottenne la matricola n. 50 e soprattutto l'appoggio dei numerosi liberi muratori, presenti nella Capitale [47]. Sembra che siano stati i confratelli ad inserirlo nella nutrita comunità straniera di Montevideo e a fargli conoscere l'abate Paul Felix Semidei, un corso, ordinato prete a Parigi e costretto all'esilio per aver pubblicato un libro contro le gerarchie ecclesiastiche.

Padre Paolo, legatissimo ai massoni del luogo [48] e forse massone lui stesso, assunse Garibaldi come insegnante di matematica nel proprio collegio e in seguito lo convinse a sposare Anita. Le nozze furono celebrate da Semidei il 26 Marzo, nella chiesa di San Bernardino [49]. Il matrimonio, avvenuto all'ombra della squadra e del compasso, fu facilitato dagli ognipresenti massoni che prima avrebbero cercando di sapere se il marito dell'aspirante sposa, Manoel Duarte, fosse deceduto, quindi individuarono un notaio Juan Pedro Gonzales che, nonostante l'assenza di documenti, consentì comunque gli sponsali [50]. Infine furono ancora i Liberi Muratori a fare pressione sull'incaricato d'affari brasiliano José Diaz da Cruz Lima affinché Garibaldi ottenesse l'amnistia da Pedro II, impegnandosi “a non commettere altri atti ostili contro l'impero” [51].
Nonostante questa consuetudine continua con i confratelli, alcuni biografi come Gustavo Sacerdote affermano che Garibaldi, tutto indaffarato nella difesa dell'Uruguay, frequentasse ben poco la loggia come dimostrerebbe il fatto che in Sud America rimase apprendista [52]. Alessandro Luzio poi, animato dalla sua proverbiale verve antimassonica scrive che, nonostante l'iniziazione del 1844, Garibaldi ebbe il battesimo massonico solo a Palermo sedici anni più tardi [53]. Si tratta di una falsità bella e buona, è vero tuttavia che tanto tempo da dedicare all'officina Garibaldi non lo ebbe, giacché si dannò nella difesa dell'Uraguay, minacciato dal dittatore argentino Manuel de Rosa. Prima comandò una flottiglia di tre legni, poi organizzò e guidò la legione italiana, nata nell'Aprile del 1843.

Il reparto, costituito all'inizio da 400 volontari, aveva una bandiera nera con ricamato un Vesuvio che eruttava fiamme tricolori, “simbolo dell'ardore dei combattenti” e per uniforme dei camicioni rossi, destinati in origine ai saladeros argentini [54].
La Legione si comportò con onore a Cerro e Colonia nell'Agosto del 1845 e, l'8 Febbraio dell'anno successivo, nel sanguinoso scontro di Sant'Antonio del Salto [55]. Questa battaglia fu celebrata anche oltreoceano e in Italia fu organizzata una sottoscrizione per regalare all'Esule un'artistica spada [56]. Alla fama di Garibaldi avevano contribuito non poco i giornali pubblicati in ambito massonico e diffusi in Sud America specie fra la comunità Italiana. Durante il periodo brasiliano a celebrare l'Eroe aveva pensato “O Povo”, mentre in Uraguay l'incarico fu assunto da “Il legionario italiano”. Si trattò secondo Gilberto Oneto di una “delle prime grandi campagne promozionali della stampa, un vero e proprio lancio pubblicitario” [57]. “Il Legionario”, tradotto in più lingue, fu fatto circolare dai “settari” anche fuori dai confini dell'Uruguay e rappresentò un vero e proprio trampolino di lancio per il Nostro, ormai accreditatosi quale brando della libert à italiana. A quel punto il momento del grande rientro era maturo e il 15 Aprile del 1848 il fratello Garibaldi s'imbarcò con o 85 o 65 compagni della Legione sul legno sardo Bifronte, ribattezzato per l'occasione Esperanza [58]; ormai era una celebrità e le ulteriori avventure affrontate nella Penisola lo avrebbero consegnato alla storia come uno degli Italiani più famosi al mondo.

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Note


  1. R UGOLINI, Garibaldi, genesi di un mito, Roma 1982, p. 53. (torna al testo)

  2. G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche, Firenze 1982, p. 15. (torna al testo)

  3. Cfr. E. PEREDA, Garibaldi en el Uruguay, Montevideo 1916. (torna al testo)

  4. EPIPHANIUS, Massoneria e sette segrete: la faccia oscura della storia, Roma s. d., pp. 126-127;

  5. PATRUCCO, Documenti su Garibaldi e la Massoneria nell'ultimo periodo del Risorgimento italiano, Bologna 1986, p. 9;

  6. AA.VV. La liberazione dell'Italia nell'opera della Massoneria, Foggia 1990, p. 62. (torna al testo) 

  7. M. GALLO, Garibaldi. La forza di un destino, Milano 2000, p. 85. (torna al testo)

  8. A. SCIROCCO, Garibaldi. Battaglia, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari 2004, p. 34. (torna al testo) 

  9. R UGOLINI, Garibaldi, genesi di un mito, Roma 1982, pp. 69-70. (torna al testo)

  10. Ibidem, p. 74. (torna al testo)

  11. Ibdem, p. 74. (torna al testo)

  12. M. GALLO, Garibaldi ... at; p. 89. (torna al testo)

  13. L. PRUNETI, La sinagoga di satana. Storia dell'antimassoneria (1725 - 2002), Bari 2002, p. 25. (torna al testo)

  14. L. PRUNETI, La sinagoga di satana ... cit p. 45. (torna al testo).

  15. L'espressione “Sinagoga di Satana” si ritrova in due passi dell' Apocalisse e si riferisce “a coloro che dicono di essere giudei e non lo sono, essendo della comunità di Satana” . Il termine fu poi acquisito dalla letteratura antigiudaica del periodo patristico e rispolverato nell'Ottocento per indicare la massoneria, quale setta anticristiana dai risvolti satanici. L. PRUNETI, La sinagoga di satana ... cit, p. 81. (torna al testo)

  16. G. LETI, Massoneria e Carboneria nel Risorgimento italiano, Bologna 1925, p. 374. (torna al testo)

  17. E R ESPOSITO, La Massoneria e l'Italia dal 1800 ai nostri giorni, Roma 1979, p. 71. (torna al testo)

  18. G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche ... cit, p. 16. (torna al testo)

  19. G. ONETO, L'iperitaliano. Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi, Rimini 2006, p. 25. (torna al testo)

  20.  A.A. MOLA, Storia delta Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano 1992, pp. 57-58. (torna al testo)

  21. M. GALLO Garibaldi ... cit, p. 90. (torna al testo)

  22. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi, Milano 1982, p. 27. (torna al testo)

  23. R. UGOLINI, Garibaldi ... cit, p. 75. (torna al testo)

  24. Ibidem, p. 99. (torna al testo)

  25. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 32. (torna al testo)

  26. La garopera era un battello da pesca. (torna al testo)

  27. Corsaro! Lanciato sull'Oceano con dodici compagni a bordo d'una garopera, sfida va un impero”. G. GARIBALDI, Memorie cit p. 16. (torna al testo)

  28. R UGOLINI, Garibaldi ... cit, p. 100. (torna al testo)

  29. La sumaca era piccola nave da carico, con velatura simile ad una goletta. Cfr. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 35. (torna al testo)

  30. R UGOLINI, Garibaldi ... cit, p. 103. (torna al testo)

  31. M. GALLO, Garibaldi ... cit, p. 93. (torna al testo)

  32. Ibidem, p. 101. (torna al testo)

  33. G. GARIBALDI, Memorie ...cit, p. 32. (torna al testo)

  34. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari, Milano 2002, p. 40. (torna al testo)

  35. G. GARIBALDI, Memorie ... cit, p. 61. (torna al testo)

  36. G. ONETO, L'iperitaliano ... cit, p. 29. (torna al testo)

  37. G. GARIBALDI, Memorie cit, pp. 55- 56. (torna al testo)

  38. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 63. (torna al testo)

  39. G. GARIBALDI, Memorie cit, p. 56. (torna al testo)

  40. Ibidem, p. 56. (torna al testo)

  41. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 64. (torna al testo)

  42. G. ONETO, L'iperitaliano ... cit, p. 27. (torna al testo)

  43. MONTANELLI - M. NOZZA, Garibaldi. Ritratto dell'Eroe dei due mondi, Milano 2002, p. 105. (torna al testo)

  44. R. CORSELLI, Garibaldi, Palermo 1933, p. 34. (torna al testo)

  45. In realtà Garibaldi aveva imposto al figlioletto il nome del padre: Domenico. Menotti, infatti, sarebbe stato rifiutato dal prete, in quanto non corrispondente al nome di un santo. Il primogenito di Garibaldi fu però per tutti Menotti, solo Anita, di tanto in tanto, lo avrebbe chiamato Domenico. G. SACERDOTE, La vita di Giuseppe Garibaldi, Milano 1933, p. 214; A. LUZIO, Garibaldi, Cavour, Verdi. Nuova serie di studi e di ricerche sulla storia del Risorgimento, Torino 1924, pp. 34-35. (torna al testo)

  46. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari... cit, p. 220; G. ONETO, L'iperitaliano ... cit, p. 41. (torna al testo)

  47. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari... cit, p. 128. (torna al testo)

  48. G. SACERDOTE, La vita di Giuseppe Garibaldi ... cit, pp. 921-922. (torna al testo)

  49. Garibaldi uomo e massone, a.c. di E. BELMONTE, Salerno 1982, p. 73. (torna al testo)

  50. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari …cit, p. 126. (torna al testo)

  51. G. ONETO, L'iperitaliano ... cit, p. 35. (torna al testo)

  52. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari...cit, p. 136. (torna al testo)

  53. Ibidem, p. 131. (torna al testo)

  54. G. SACERDOTE, La vita di Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 922. (torna al testo)

  55. A. LUZIO, La Massoneria e il Risorgimento italiano, vol. II, Bologna 1925, pp. 11-12. (torna al testo)

  56. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari …cit, p. 174. (torna al testo)

  57. C. SPELLANZON, Garibaldi, Firenze 1958, p. 10. (torna al testo)

  58. Ibidem, p. 11. (torna al testo)

  59. G. ONETO, L'iperitaliano... cit, p. 41. (torna al testo)
Ibidem, p. 43. (torna al testo)Testo estrapolato dal sito: http://www.esonet.it/News-file-article-sid-850.html

venerdì 27 agosto 2010

Il 20 agosto del 1862 il senato del regno d'Italia approvò la legge

mercoledì 25 agosto 2010

Il groviglio Meridionale - undicesima parte

Dar vita alla Nuova Italia
di Rodolfo De Mattei

   Domani, quanto il fenomeno apparirà chiuso, ne sarà meglio misurato il valore; giova qui segnalarlo come esempio dei grandi taciti mezzi istintivi di cui il Mezzodì puo disporre per superare i suoi problemi storici. Intanto, è utile stabilire che siamo in presenza d'una forza autoctona, d'una genuina personalitaàe originalitaà di cui sarebbe impolitico trascurare il significato. E vada pel problema: ma si può negare che questa primitività meridionale ha giovato e giova, nella vita unitaria italiana, dinanzi a un nord ardito e precipitoso, di compenso ed equilibrio? Non sarà una scoperta, ma riteniamo che, per un pezzo ancora, dal continuo confronto e cimento di queste due capacità, settentrionale e meridionale, sarà costituita I'esperienza politica italiana: e può avere il suo valore l'osservazione del Levi, il quale nell'attrito fra la concezione liberale del Nord e quella del Sud ha ravvisato la causa della crisi attuale del liberalismo italiano.
Anzi, se v'è da deplorare qualcosa, si è che le due capacità non hanno avuto finora molte possibilità di confronto: i due gruppi hanno roteato, ciascuno per conto, spesso ignorandosi vicendevolmente. Ora, il sistema parlamentare è, malgrado tutto, il più  adatto a provocare questa mutua conoscenza e misurazione. Dunque, questo Mezzogiorno ha una furzione nello Stato italiano: funzione quanto mai delicata e spirituale, che sarebbe grossolano confondere con una corsegna legittimista o con una mansione burocratica. Ha una sua tradizione-cultura, esperienza, tutta documentabile e inconfondibile, il. Mezzogiomo: e non gli difetta il sentimento, né l'ironia. Così, attraverso il suo vaglio difficile passeranno tutte le esperienze dell'altra parte d'Italia, e ad esso spetterà l'ultima parola. Lungo e doloroso il suo travaglio, più che non si creda, ma che ha tutte le apparenze di un travaglio di gestazione. Questo appunto è il suo problema: dar vita alla nuova ltalia. 
Fine.

martedì 24 agosto 2010

Il groviglio Meridionale - decima parte

Aristocratici e Democratici
di Rodolfo de Mattei

  Per la storia occorrerà stabilire che l'esistenza di un problema Mezzogiorno, di un Sud arretrato e grezzo, ha coinciso  con una continua funzione equilibrativa di esso Sud nella vita politica italiana. Qui sarebbe lungo, ma non utile, cogliere momenti ed elementi di quello, nella lotta politica della terza Italia, è stato lo stile meridionale. Intanto, il Mezzogiorno  ha mantenuto fede ad Istituti giuridici e morali che parvero a un certo momento compromessi: ed ha il suo valore la sincerità dell'attaccamento del Sud, alla Monarchia. Robustezza, controllo interiore, serietà; questi i caratteri del Mezzodì accidentato e rozzo. S'è rivelata, si rivela a ogni occasione la caratteristica intlletuale delle sue classi, che sono quelle, in definitiva, che danno i professionisti e i professori, e allollano le Università e i Ministeri, recando un senso di responsabilità e di marurità: meglio che gente di provincia, gentiluomini di provincia. Esiste un tipo meridionale. Mentalità costruttiva, assestata, razionale, non improvvisa le sue esperienze, conosce il valore del passato, non si muove a fondo perduto, guarda il cielo ma poggia sulla terra. Da qui, quella natural diffiderza e cautela e riservatezza alla tradizione, che lo fa passare per conservatore. Ma può valere per la situazione politico-etnografica dell'Italia quanto il Treitzscke osservò per quella dell'lnghlterra. Il settentrione italiano, come l'inglese "oggiginrno è la sede del radicalismo, la popolazione che vi  abita è di operai, e al paragone il Mezzogiorno, con le sue tradizioni aristocratiche, sembra pressochè a conservatore". Per tradizione aristocratiche intendendo, relativamente al Sud italiano, l'attitudine all'ozio e al lusso, e agli stessi esercizi intellettuali. Intellettuale, dunque, e immobile, il Sud: gli mancò infatti, storicamente, quella civiltà mercantile, quell'organizzazione industriale-bancaria che costiruisce la tradizione delle citta toscane: né va dimenticato che gli mancarono, gli mancano, quei forti nuclei ebraici che avrebbero potuto avvezzarlo al  "maneggio del denaro". Politicamente, il Sud ha trovato nell'organizzazione monarchico-parlamentare un ottimo ubiconsistam e non vi saprebbe rinunziare. Da Crispi a Salandra, da  Spaventa a Orlando, il Mezzogiomo ha mantenuto una perfetta coerenza politica nella riverenza allo Stato, il cui mistico concetto ha talora sopra valutato fino al sacrificio di sé. Con questo carattere serio, non avventuroso, solido, è naturale che il vecchio Regno delle Due Sicilie trovi qualche difficoltà ad amalgamarsi al Settentrione, e a far sue serz'altro le improvvisazioni e le responsabilità di questo. Sicché dedurremo che se Parigi operò la rivoluzione per conto di tutta la Francia, non altrettanto sicuro è che una rivolta di Milano potrà agire a nome e per conto del Sud. Questo Sud ha dato e dà l'impressione di vivere del proprio, per conto proprio, e di tirare per la sua via, badando ai propri municipi. E' possibile che esso stesso attuerà una rivoluzione, ma sarà la sua, e sarà rivoluzione di carattere ideale. Intanto la stessa emigrazione meridionale, avvenimento drammatico quant'altri mai, costituisce a ben guardare lo sforzo istintivo e mirabile di una razza che affronta il suo problema aggiornando il suo spirito, ponendosi a contatto delle civiltà  più avanzate. Il movimento  migratorio che valse e vale ad a creare la vita rurale meridionale e a dissipare le ultime caligini feudali, si risolve tutto sommato, in vantaggio, in attivo materiale e spirituale.
Fine 10. Continua

lunedì 23 agosto 2010

Groviglio Meridionale - parte nona -

Gli Sforzi di Sturzo
di Rodolfo de Mattei
 
   E' ancora presto per lumeggiare quel che il P.P.I. ha fatto nell'interesse del Mezzogiorno, ma non si può negare che esso ha affrontato delicate questioni, quali quella del Credito Agrario, del latifondo, ecc. senza parlare della Proporzionale che si ispirò alla necessità di rompere i circoli chiusi  dei collegi onda dar possibilità di affiatamento agli interessi distanti.  Ma lo sforzo dello Sturzo, apprezzabilisimo, fu di affrontare il problema senza darsi l'aria di lavorare pro domo sua: egli invoca il decenrramento per tutta l'Italia  e non solo pel Mezzodì, ma è chiaro che il Meggiogiorno ne ha più bisogno e il Continente meno.
    Quasi nello stesso tempo (1920) il Partito socialista s'interessiò del Mezzogiorno, pubblicando sull'"Avanti!" un manifesto per un prestito comunista necessario alla "Bonifica Rivoluzionaria" del Sud: "Abbiamo troppo dimenticato i nostri fratelli del sud perchè oggi possiamo indugiare ancora nell'adempimento del nostro preciso doivere. Sappiamo che il Mezzogiorno ci darà le guardie rosse più fedeli ed ardtite..." Ma, venuto dall'alto, questo tentativo non attecchì; lo spirito essenzialmente critico diffidente, pratico dei meridionali, non fece buon viso alla rivoluzione. Piuttosto si fece strada a quell'epoca, una corrente  di cui è utile tener conto, come buon indice di un principio di risveglio e di confidenza nelle proprie forze: la corrente separatista che preoccupò il ministro Nitti, e interessò anche la Massoneria, si da rendere necessaria una visita raffreddatrice di Torrigiani in Sicilia. Questa corrente, che richiamava lo spirito siciliano a quella tradizione e vocazione autonomisita mantenutasi incorrotta fino all'unificazione, fu troppo vaga e sotterranea per denunziare i suoi precisi criteri di assestamento economico: ma era già un richiamo  all'iniziativa e al buon senso locale: elemento non trascurabile di resurrezione politica.
    Quanto al partitofascista, è ancora troppo presto per parlame. E necessario tuttavia stabilire che scarsa è stata la sua penetrazione del Mezzodì. per varie già rilevate ragioni (mancanza del sovversivismo, apatia politica, ecc.), ma sopratrutto 'per la non rilevata ed essenziale ragione psicologica della ripugnanza nativa dei meridionali, specie isolani, all'irregimentazione di partito, all'abdicazione della propria personalità e libertà. S'e detto avanti quanto questo popolo sia, per natura, individualista. Non si dà, mani e piedi legati. Vuole libera la critica e la mossa. Dove andrà a finire, con tale temperamento, è inutile prevedere:  importante
è il fatto. Sono, però, assai promettenti i discorsi dell'on. Mussolini a proposito del Mezzogiomo. Il nuovo govemo sembra animato da precise intenzioni a pro del Sud, ed è indubitabile che molto esso potrà fare e farà. I Gruppi di Competerza, organismi creati con squisito intuito pratico, sarebbero stati singolarmente adatti ad integrare l'opera dei Capo del Governo se non fossero falliti sul nascere.  Pregevole è la Relazione Rocca sui problemi economici siciliani, ma non priva di qualche lacuna, imputabile alla sommarietà dei contatti che il Relatore tenne sul posto. Pure, dai Gruppi di Competenza, se sul serio operanti, molto il Mezzogiorno.avrebbe potuto avvantaggiarsi specie se essi avessero fatto appello sul posto allo spirito e alla cooperazione locale. Qui sta appunto la chiave del problema: scuotere i meridionali dall'aspettazione passiva di taumarurgiche soluzioni del loro problema vitale, e dar loro la sensazione, la convinzione, la volontà di risolverlo direttamente. Ma già un nuovo impulso è sorto in Sicilia - terra caratteristica ripetiamo, che sarà bene avvezzarsi a considerare con interesse negli svolgimenti della vita meridionale e nazionale - un impulso
di cui e necessario prender nota: le Leghe economiche che vanno formandosi fra le classi produttive dell'isola; leghe che hanno, anche se destinate a rnancare, il loro significato, quale spontaunea  espressione di un sentimento ormai desamente acquisito dai siciliani: quello delle possibilità della loro regione e del valore del contributo economico siciliano nel bilancio della nazione.
Fine della puntata
9.Continua

domenica 22 agosto 2010

Il Groviglio Meridionale - parte ottava -

Borghesia e Proletariato
di Rodolfo de Mattei

   Il Mezzogiorno, dunque, non presentò per lungo tempo distinti caratteri politici, anche perché non ne presentò di economici. Il proletariato agricolo che sorse in Sicilia dopo la liquidazione dell'asse ecclesiastico  avrebbe potuto entrare in lotta politica e, denunziando nuove esigenze economiche, impostare e risolvere da sé e sul posto il problema terriero. Ma questo proletariato  non riuscì a diventare un partito: nato e vissuto alle costole della borghesia, ne assunse come poté l'abito e la vocazione; e anziché differenziarsi da essa cercò di sostituirla; ove non poté, cercò di venire a patti, che furono i noti patti agrari.
   L'atteggiamento che le classi povere assunsero dinanzi alle ricche fu perfettamente analogo a quello che la regione e il Mezzogiorno tutto assunse dinanzi allo Stato; atteggiamento di reverenza mistica e di aspettazione passiva. Le classi umili non cercarono di risolvere per conto proprio il problema particolare,
come il Mezzogiorno non cercò di risolvere per conto suo il problema generale. Così non si ebbe un vero partito proletario, come non si ebbe un partito meridionale: non si ebbe, insomma, una franca impostazione di volontà.  Restano da spiegare i Fasci siciliani del 1893, interessante e caratteristico momento della vita meridionale.
   Ma i Fasci dei lavoratori, su cui specularono   minoranze desiderose di conquistare sotto nuova etichetta i municipi, non seppero sufficientemente interessare il proletariato agricolo, che in alcune province non partecipò affatto al movimento, lasciandolo ai ferrovieri e agli zolfatai, sicché la questione del latifondo non fu seriamente posta: né i Fasci disdegnarono, ma carezzarono, l'amicizia dei radicali e d'ogni sorta di democratici. Fatto sta che i risultati delle elezioni politiche del marzo 1897 (cioè dopo l'incendio), segnarono in tutte le regioni d'Italia un aumento dei voti raccolti dai socialisti del doppio e del triplo (di fronte a quelli del '95) mentre in Sicilia i voti da 4.420 si ridussero a 2.378. Insomma, e in genere, durante il quindicennio anteriore alla guerra europea, le correnti politiche meridionali furono essenzialmente statali e costituzionali, per quanto a base democratica, e appunto per opera dei pubblicisti meridionali (Arcoleo, Majorana, Orlando, Salandra, Mosca, Chimienti, Villari, ecc.), l'idea di Stato, come supremo ente superindividuale, trovava la sua dottrina. Negli anni successivi alla pace europea, le formazioni politiche siciliane (insistiamo a considerare in ispecie la Sicilia, significativo  esponente della vita meridionale) assumono un particolare interesse. In questi anni densi, che ancora è impossibile guardare con la distanza  occorrente a un'obiettiva raccolta di somme. Il problema meridionale è nettamente e successivamente proposto da tre partiti, il popolare, il socialista, il fascista, e da correnti caratteristicamente locali: il partito separatista e le varie leghe economiche.
   Assume senza dubbio un interesse storico l'appello del Partito Popolare, coi suoi decisi  programmi di decentramento, da cui le regioni meridionali avrebbero tratto largo beneficio. Non è possibile né giusto dimenticare che questo partito esce dalle mani di un siciliano ed ha per patria d'origine la Sicilia. È con la visione prima e diretta delle possibilità e necessita meridionali che il prof. Sturzo, fin dal 1919, propugna il decentramento a base regionale. Egli si rende conto che solo da uno sviluppo della vita e iniziativa locale (lavori pubblici, porti, scuole, beneficenza, igiene, lavoro, agricoltura, ecc., regionali) il Mezzogiorno può risorgere. Importante è, a tal proposito, l'ordine del giorno deliberato nel luglio 1920 dai depurati popolari del Meridione. Comprende, Don Sturzo, che dando alla regione vita propria, automaticamente sarà ottenuta la soluzione dell'eterno problema. Si può affermare che lo Sturzo ha, primo, fissato categoricamente questo punto, e così facendo ha francamente e direttamente inserito il problema meridionale nel problema nazionale.
Fine Ottava parte.
8. Continua

sabato 21 agosto 2010

Il groviglio Meridionale - settima parte

I PARTITI POLITICI
di Rodolfo De Mattei

   Esaminare in qual modo il Mezzogiorno, come forza del pensiero, si sia irserito nella vita politica della nazione, è ancora un mezzo onde ricercare per quali vie esso abbia prospettato il suo problerut e ne abbia cercato, istintivamente, la soluzione. Forse il segreto, la chiave di studio del problema meridionale, sta qui: guardare a quali espressioni politiche il Sud ha dato la sua adesione, - se bisogno politico è tutt'uno con bisogno economico e spirituale, - appurare quali partiti hanno fatto fortuna nelle sue regioni, sotto quali aspetti ed esigenza - insomma - il Mezzogiorno si è manifestato. Questo è ancora un mezzo di approfondire il problema intimo della sua vita. Ma appunto da questa ricerca emerge come il Mezzogiorno abbia metodicamente mantenuto un costume di abdicazione della propria personalità e individualità a favore del principio statale, riserbandosi un posto di deferente solitudine contemplativa e studiosa. E' necessario ricordare che fu il Mezzogiomo a dare all'Italia la filosofia della destra liberale, una dottrina cioè che aflermando energicamente l'autorità dello Stato approvava la pratica della burocrazia e dell'accentramento, che doveva risolversi a danno dello stesso Mezzogiorno. Dal pensiero meridionale lo Stato fu divinizzato. Tramite fra questo Stato e le masse furono in maggior parte quei rappresentanti delle classi alte, alle spalle delle quali le masse avevano sempre vissuto: indistinti gli interessi, si ebbero dunque uomini e non partiti. D'altronde, popolo profondamente individualista, il meridionale, è infatti storicamente sprovvvisto di una casta militare, esso era legato a qualsiasi organizzazione ideale che raccogliesse gli intelletti in una uniforme posizione politica. Una dedizione generale al socialismo avrebbe risolto il suo problema: a suo modo, ma l'avrebbe risolto, e Colajanrri vi credette fermamente. Ma Colajanni fu un solitario, e solitario fu ogni deputato che il Mezzogiorno espresse. Tutto il Mezzogiomo è una serie di solitari che non riescono a diventare folla. Dal '60 in giù per lungo tempo, i deputati, i politici che il Mezzogiorno diede alla nazione, e non furono podri,  furono onesti e severi uomini che si affacciarono, senza amalgamarsi, nell'agone parlamentare, recando ognuno la stretta resporìsabilita e voce del proprio collegio (tipico è il caso del socialista De Felice, sciovinista rappresentante di  Catania), depositari ed eredi di quello spirito municipale che fin dal'67 l'Amico aveva segnalato nella proverbiale inimicizia fra Messina e Palermo, Catania e Acireale, Giarre e Riposto, ecc. Un problema economico totale, un interesse regionale, non fu visto, per esempio, dei Siciliani, ma sì un interesse particolare di questo o quel circondario. Di codesto sentimento campanilistico ed egoistico è indispensabile tenere rigorissimo conto, allacciandolo al difetto di spirito di associazione e di cooperazione, onde comprendere il mancato verificarsi in Sicilia, e nel Sud in generale, dei grandi passi economici altrove compiuti dalle indigene facolta di affiatamento, promotrici di imprese industriali ed agricole.