lunedì 4 ottobre 2010



 

Messina, Gaeta, Civitella. La fine dell’ultimo sovrano del Mezzogiorno. Battaglie e vendette poco note

L’esercito di Franceschiello una storia di onori e calunnie

I soldati provarono a resistere. Con la regina Maria Sofia di Baviera

Messina, Gaeta, Civitella. La fine dell’ultimo sovrano del Mezzogiorno. Battaglie e vendette poco note
L’esercito di Franceschiello una storia di onori e calunnie
I soldati provarono a resistere. Con la regina Maria Sofia di Baviera
«Fare la fine dell'esercito di Franceschiello»: era un modo di dire napoletano per indicare un completo e anche un po' ridicolo insuccesso. Nel verticale crollo borbonico del 1860 fu, al contrario, proprio l'esercito l'unico elemento del regime allora caduto a salvare l'onore della dinastia e del Paese, con un notevole esempio di valor militare e di fedeltà morale e politica.
Ingiusto, dunque, quel modo di dire, che ora, finalmente, non si usa più, come è bene che sia. L'esercito di Franceschiello, ossia di Francesco II di Borbone, ultimo sovrano del Mezzogiorno, meritava e merita rispetto.
Era stato mal comandato in Sicilia, ma si era battuto bene, mantenendo anche inespugnata la cittadella di Messina. Garibaldi giunse poi a Napoli senza colpo ferire, mentre l'intero personale borbonico, politico e amministrativo, «si squagliava», come suol dirsi, pressoché all'istante. Nello scontro decisivo che Francesco II decise di affrontare sul Volturno, l'esercito combatté con grande impegno, anche se, pur superiore di numero, non riuscì a prevalere sui 20.000 uomini di Garibaldi.
Coi suoi fedeli Francesco II si chiuse allora nella fortezza di Gaeta, dove il sopraggiunto esercito inviato da Cavour, al comando del generale Cialdini, lo assediò. Cavour voleva così dare il colpo di grazia all'ultima resistenza borbonica e prendere in mano le cose del Sud. Temeva, infatti, eventuali colpi di testa di Garibaldi (un attacco a Roma con conseguente intervento francese e ritorno in forze dell'Austria nella penisola, oppure un'azione conforme alle sue note idee repubblicane, minacciose sia per l'unità italiana sotto i Savoia, sia per le posizioni di liberali e moderati nel nuovo Stato nazionale). Garibaldi dimostrò poi coi fatti di non avere simili intenzioni.

Il re Francesco II e la regina Maria Sofia di Baviera
Con l'arrivo di Cialdini la partita era, comunque, chiusa. La resistenza di Gaeta, da una parte, mirava a suscitare una reazione europea all'espansione dei Savoia e alla formazione di un grande Stato unitario in Italia: reazione che non vi fu (e ciò va pure tenuto presente per giudicare quei fatti). Dall' altra parte, vi era sempre l'idea che si potesse ripetere il miracolo del 1799, quando l'appoggio popolare aveva consentito in pochi mesi a Ferdinando IV, bisnonno di Francesco II, il recupero del Regno. La resistenza di Gaeta fu accanita, animata anche dalla bella e balda regina Maria Sofia di Baviera, più energica e determinata del Re, un perfetto gentiluomo, scrupoloso e leale, ma certo poco idoneo a quelle prove, e durò per un bel po', ma a metà febbraio si dovette capitolare. Il Re e la Regina si rifugiarono a Roma. La cittadella di Messina si arrese il 12 marzo. A resistere rimase solo Civitella. Non vi era un grosso contingente. Il comandante, il maggiore Luigi Ascione, aveva ai suoi ordini all'incirca 500 uomini di varie armi e corpi, con 21 cannoni, 2 obici, 2 mortai e una colubrina in bronzo. Le forze degli assedianti, al comando del generale Ferdinando Pinelli, erano superiori e con armi migliori, fra cui cannoni rigati, di vario calibro, e 2 obici da montagna.


Luigi Mezzacapo
La resistenza di Civitella assunse rilievo, specie dopo la caduta di Gaeta, ancor più di quella di Messina, anche per i suoi echi internazionali, che però non furono, e non potevano essere, altro che di simpatia. Pinelli adottò misure durissime anche contro la popolazione civile, per cui nel gennaio 1861 lo si sostituì con il generale Luigi Mezzacapo, un ex ufficiale borbonico, passato a quello sabaudo quando Ferdinando II di Borbone si era ritirato dalla coalizione antiaustriaca degli Stati italiani nel 1848. Con lui l'assedio si fece più energico, sostenuto dal fuoco dei nuovi potenti cannoni a tiro rapido, e da forze armate crescenti, che giunsero a oltre 3.500 uomini. In realtà, piuttosto di un continuo bombardamento che di un'azione di assedio manovrata: alla fine, furono 7.800 i proiettili caduti sulla fortezza per circa 6.500 chilogrammi di esplosivo. Anzi, furono piuttosto gli assediati a condurre un'azione militare di qualche rilievo, fomentando atti di guerriglia nei paesi vicini e cercando di opporsi, dove si poteva, al plebiscito per l'unità italiana il 21 febbraio. Si riuscì pure a tenere qualche rapporto con Gaeta, d'onde giunsero lodi e incoraggiamenti, mentre il capitano Giuseppe Giovene, già capo della gendarmeria, fu promosso colonnello e sopravanzò l'Ascione, promosso solo a tenente colonnello.

Il palazzo del Governatore
Intanto, la caduta di Gaeta e, il 13 marzo, quella della cittadella di Messina toglievano sempre più ragione a quella resistenza. Gli ultimi giorni furono piuttosto convulsi. Anche da parte del decaduto Francesco II giunse, tramite il generale Giovan Battista Della Rocca, l'invito agli assediati a deporre le armi, ma nella fortezza non tutti lo accolsero, sicché il campo dei difensori si rivelò meno compatto di come parrebbe. Lo stesso Giovene propendeva per la resa. In effetti, la difesa di Gaeta e di Messina erano state opera di forze armate regolari ed erano state tenute sul piano strettamente militare. A Civitella la guarnigione operò insieme a molti civili e in rapporto con bande e legittimisti delle zone contigue. In questo senso la resistenza di Civitella è più importante, in quanto preluse a ciò che nel Mezzogiorno accadde nei seguenti cinque anni di guerra contro il brigantaggio e il borbonismo superstite, in un connubio non sempre chiaro, ma indubbio, fra loro. Finalmente, l'Ascione poté, però, stipulare la resa e il 20 marzo i bersaglieri entrarono in Civitella. Quel che seguì non fu un modello di comportamento liberale. Alcuni dei resistenti furono giustiziati, altri furono incarcerati ed ebbero varie sorti. La storica fortezza di Civitella, che risaliva al 1574, fu minata e fatta in gran parte crollare, danneggiando anche le mura angioine della città.


Veduta aerea della fortezza di Civitella
Intanto, il Regno d'Italia, proclamato tre giorni prima della resa di Civitella, muoveva i suoi primi difficilissimi passi. Nel 1866 vi fu la sua prima prova bellica, in alleanza con la Prussia, con la sfortunata guerra contro l'Austria. Se il legittimismo borbonico avesse avuto nel Sud la consistenza e il vigore che molti revisionisti o nostalgici attribuiscono ad esso, quello sarebbe stato il momento della verità. In quei frangenti la nuova Italia molto difficilmente avrebbe potuto resistere a una grande insurrezione o a una guerra civile in atto all'interno. Non accadde nulla di simile. Il miracolo del 1799 non si ripeté; e il nuovo Stato dimostrò una base etico-politica superiore al previsto e fu in grado di resistere alle sue grandi prove di allora e di dopo a Nord come a Sud. Anzi, proprio dopo il 1866 le agitazioni nel Sud declinarono decisamente.
Giuseppe Galasso
04 ottobre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

Eroi, anti-eroi (e disgrazie) tra i banchi dell’Ottocento

Storia e segreti del libro. De Amicis assorbiva le cronache dei giornali inseguendo un progetto

Il sogno di una scuola nazionale, oltre le regioni e le classi 

Storia e segreti del libro. De Amicis assorbiva le cronache dei giornali inseguendo un progetto
Eroi, anti-eroi (e disgrazie) tra i banchi dell’Ottocento
Il sogno di una scuola nazionale, oltre le regioni
e le classi
Tra i compagni di Enrico, il diarista di «Cuore» ci sono il «povero gobbino», il bambino dai capelli rossi con il «braccio morto» e il piccolo eroe che si trascina per tutto il libro «con le stampelle». Cuore è anche una galleria di deformità infantili, di casi pietosi, ma è soprattutto un cupo messale di riti tristi. Qualche critico cattolico si lamentò che nelle pagine di De Amicis non entrassero le feste religiose. Edmondo ignora il Natale, ignora la Pasqua, ma celebra compunto il «giorno dei morti». E il libro gronda davvero di morte. Storia vecchia oramai. «Non era, con la penna in mano, tutto e solo pasta di zucchero il buon Edmondo», scriveva Antonio Baldini: e segnalava, venti anni prima di Arbasino, un «zinzinino di sadismo» in quel libro che tanti uomini illustri (da Pascoli a Turati) avevano ammirato e che persino lo stesso Croce aveva rispettato.
Storia vecchia, certo, ma difficile da modificare, a dispetto di qualsiasi riflusso. La morte rimane infatti il correttivo pedagogico più efficiente di De Amicis, la disgrazia agisce come ricatto immediato in «Cuore». Non solo. La morte non è un evento possibile e minacciato. Edmondo è attento ad aprire sotto gli occhi del proprio lettore quadri concreti di sventure, spettacoli tangibili di sangue. E la sua fantasia macabra può anche essere fastosa. Il tamburino sardo avrà una gamba amputata: ne vedremo il «troncone» fasciato di «panni insanguinati». Un giorno, proprio all'uscita della scuola, passa una «barella» con un «ferito del lavoro». Quell'uomo è «bianco come un cadavere, con la testa ripiegata sopra una spalla, coi capelli arruffati e insanguinati»: perde «sangue dalla bocca e dalle orecchie». Chi porta la barella si ferma «un momento», passando davanti alla scuola perché è giusto che i ragazzi vedano bene, non paghi di quella «lunga striscia di sangue» che intanto rimane «in mezzo alla strada».


Nel centenario di «Cuore» (1986) sono venuti inviti discreti a rileggere questo libro con amore e con rispetto, come fece a modo suo Comencini per la tivù. Dopo la sfuriata degli anni Sessanta, con l'Elogio di Franti di Eco, c'è stato un intento comune a smetterla di trattare questo libro come un reagente della cattiva coscienza borghese, a ridargli il suo spessore storico, a riconoscergli un valore nel tempo. L'artefice di questo riscatto è stato Luciano Tamburini, a cui si deve l'edizione critica di «Cuore » per i classici di Einaudi. Tamburini, nel curare una mostra che si fece a Torino, seguì un curioso percorso tracciato per accostare le pagine deamicisiane ai resoconti dei giornali nelle cronache cittadine. Qualche esempio. Un pezzo stralciato dalla Gazzetta di Torino del febbraio 1881: «Vi sono certemiserie così gravi, così commoventi, che bisognerebbe non avere cuore per non compiangerle ed esser poveri per non soccorrerle. Margherita Robatto, piazza Statuto, sola col marito militare, lavorando assiduamente dalla mattina alla sera provvedeva alla meglio al sostentamento della sua famiglia. Ora, con tre figli, è costretta a vendere o impegnare il non strettamente necessario, perché un non filantropo padrone di casa la mise sul lastrico».

Appena ritoccato, con una cadenza un po' morbida o una vibrazione più toccante di linguaggio, questo brano potrebbe entrare nelle pagine del racconto di De Amicis. Tamburini segnala la frequenza alta di «disgrazie» registrate dai giornali, rende conto di notizie sui «feriti del lavoro», dà ragguagli statistici sulla scuola, sulle classi folte, sugli stipendi bassi dei maestri; riproduce persino la cronaca di una premiazione di fine d'anno degli allievi: una cronaca che appare vicinissima a un brano colorito di De Amicis. Tamburini insomma vuole suggerire che il pietismo spesso rimproverato a Cuore ha un riscontro nella realtà del tempo.

Ma c'è un trucco di Edmondo. Perché questo diario, scritto tra il 1885 e il 1886, è retrodatato al 1881-82? Le risposte probabili sono due. «Forse perché il 2 giugno 1882 si spense Garibaldi e ciò poteva riattualizzare la saga risorgimentale richiamando insieme i nomi di Vittorio Emanuele II, Cavour o Mazzini. O forse, ed è ancora più probabile, perché dopo il 1882 Torino avrebbe subito un'impennata e la realtà sarebbe apparsa meno quieta e trasognata di quanto De Amicis la volesse. Nel 1884 infatti si sarebbe aperta al Valentino la grande Esposizione Nazionale, che avrebbe dato conto di un fervida ripresa economica». E ciò con i problemi che la trasformazione comportava. L'analisi di Tamburini non registra infatti solo le «presenze» del reale, rende conto anche delle «assenze». Il confronto è assai istruttivo. La realtà del lavoro è decoro, dignità in «Cuore»: non c'è traccia tuttavia degli scioperi, pur frequenti in questi anni, come non c'è neppure un accenno al rapido svilupparsi a Torino della nuova civiltà industriale.

«Cuore» allora può ritrovare significato solo se rimesso rigorosamente nello scaffale ottocentesco: se considerato nella sua qualità di un tentativo generoso (sdolcinato quanto si vuole) di tracciare il sogno di una scuola nazionale che superasse diversità regionali e barriere di classe. E non importa che questo sogno sia stato poi smentito vigorosamente da altri suoi libri più graffianti sulla scuola e soprattutto da Amore e ginnastica riproposto da Calvino. Nel libro protagonista non è più l'esangue maestrina dalla penna rossa, ma un'insegnante di educazione fisica dal «corpo giovanile di guerriera »: una «vergine inviolata» che accende i sensi sopiti di un irreprensibile ragioniere baciapile. Non c'è più qui un manipolo generoso di maestri zelanti capaci d'ogni sacrificio, ma una schiera di «impiegati » pigri, attenti a ogni possibilità offerta dal «regolamento » di praticare un furbo assenteismo. Non più una società sterilizzata nel perbenismo conformista, un mondo asettico del «cuore», ma al contrario un universo contagiato dai microbi del sesso, svelato nella sua realtà meschina. Insomma un gustoso «anti-Cuore»: una deliziosa caricatura. Anche questo è cronaca del tempo. 
Giorgio De Rienzo
04 ottobre 2010

Quei giovani intellettuali che presero il moschetto

Toscana e dintorni. Non solo Cavour e diplomazia, ci fu un movimento di grandi dimensioni

La causa patriottica di migliaia di uomini e donne

Primavera del 1848. Studenti universitari di Pisa o di Siena, giovani popolani e borghesi di queste e di altre città toscane, si stanno arruolando volontari per affiancare i reparti regolari del Granducato che hanno l'incarico di muovere verso i confini dello Stato, e forse di spingersi persino nella Pianura Padana all'attacco dell'esercito austriaco. Gli spostamenti delle colonne toscane sono scanditi da canti marziali: «All'armi ne chiama / l'italica terra: / Evviva la guerra! / Vittoria o morir!»; oppure: «Addio, mia bella, addio / L'armata se ne va; / Se non partissi anch'io / Sarebbe una viltà! / Tra quanti moriranno / Forse ancor io morrò; / Non ti pigliare affanno, / Da vile non cadrò». Col passare dei giorni qualcuno dimentica le esibizioni di coraggio dei primi momenti e torna indietro, magari dando ascolto alle lettere accorate di preoccupatissimi genitori. Ma c'è chi non ha nessuna voglia di scherzare: c'è chi vuole partecipare a tutti i costi a una guerra che sente come assolutamente necessaria per la propria integrità etico-politica, manifestando i suoi sentimenti patriottici con toni talora spavaldamente splatter («Addio! Ho giurato di non tornare a Prato se non portando una testa di tedesco infilzata nella mia baionetta »: così scrive un volontario alla madre). I coraggiosi che vanno avanti sono rincuorati dall’entusiasmo della gente che abita nei paesi che attraversano mentre si muovono verso nord. Per Giuseppe Montanelli, giovane professore dell'Ateneo pisano e volontario lui stesso, questi entusiasmi non sono una sorpresa. Da mesi ormai la Toscana è in subbuglio: nel 1847 è stato tutto un susseguirsi di manifestazioni pubbliche in lode di Pio IX o delle riforme annunciate o realizzate. Delle tante manifestazioni Giuseppe Montanelli ne ricorda una in particolare, tenuta a Pisa il 6 febbraio 1847: «Il cielo era a tempesta. Quel magnifico anfiteatro del Lung'Arno, nel cui centro abitavo, era tutto ornato di bandiere. Domandavo se, come ora in festa, ci ritroveremmo insieme al pericolo.

Tavola di Quinto Cenni: uniformi dei volontari toscani
(Civiche raccolte storiche-Museo Risorgimento, Milano) 

Chiedo alle madri e ai padri se manderanno al campo i figliuoli, e la turba rispondeva: sì. Chiedo ai preti se benediranno gli eserciti, se suoneranno a stormo le campane; e ancora quella santa promessa: sì, sì, giuriamo! allora ripresi io: vi saremo tutti. E le braccia alzate, le mani stese, le guancie rigate di lagrime, per tre volte tutti rispondeva la moltitudine con grido immenso e concorde che mi suona ancor dentro ». Tutti forse no; ma molti sui campi di Lombardia alla fine ci arrivano per davvero, per combattere tenacemente contro gli austriaci il 29 maggio tra Curtatone e Montanara. E tra gli altri c'è anche il ventenne Elbano Gasperi, che, miracolosamente illeso ma con i vestiti a brandelli per lo spostamento d'aria causato dallo scoppio di un cassone di polvere, continua a correre come un invasato, seminudo com'è, dall'uno all'altro dei due cannoni che gli sono stati affidati, senza smettere di sparare contro i nemici. Ora, può darsi che questo episodio sia stato anche assai enfatizzato nelle narrazioni del post-battaglia; ciò che è indubbio, invece, è che lo scontro con gli austriaci è durissimo e che diverse centinaia di toscani restano sul campo, feriti o colpiti a morte.
Cristina Belgioioso
Evento minore di un Risorgimento senza vera partecipazione, questo toscano? Nient'affatto. Se solo, anche in forma panoramica, si alza lo sguardo all'intera penisola, e si osserva quello che succede nel 1846-47, si può constatare che alle manifestazioni toscane si accompagnano simili manifestazioni che vengono organizzate nel Regno di Sardegna, nel Ducato di Lucca o nello Stato Pontificio. E se poi si guarda all'incredibile sequenza di eventi che scandiscono il 1848-49, con le insurrezioni di Palermo, e poi con quelle di Milano e di Venezia, capaci di mettere in scacco fortissime guarnigioni militari austriache (dove, come ci ricorda Cattaneo per Milano, a morire sulle barricate non sono solo borghesi o intellettuali, ma soprattutto «operai», e dove l'audace Cristina di Belgiojoso guida a sue spese 180 volontari reclutati a Napoli); se si guarda alle insurrezioni nei Ducati padani; alla strenua resistenza di Brescia all'aggressione austriaca; alla costituzione di un governo virtualmente repubblicano in Toscana; alla proclamazione a Roma di una Repubblica, alla cui difesa partecipano volontari che arrivano da varie parti della penisola; e se si sfoglia la quantità di giornali, fogli volanti, appelli, proclami che circolano incessantemente in questi due anni: ebbene si deve concludere che molte e molte migliaia di persone, uomini e donne, hanno partecipato attivamente, in una forma o nell'altra, ad azioni politiche ispirate da un'idea nata da poco, ma capace di toccare in profondità il cuore e la mente di molti, ovvero l'idea nazional-patriottica.
Una stampa di Elbano Gasperi a Curtatone

In realtà, se dall'osservatorio del 1846-49 guardiamo sia indietro che avanti, non possiamo che trarre altre conferme. Si stima che gli affiliati alle sette carbonare, e poi alla Giovine Italia, siano stati diverse migliaia. I volontari che nel 1859 partono da varie parti d'Italia per andarsi ad arruolare a Torino nel 1859 sono sicuramente almeno 16.000 (e forse addirittura 24.000), mentre a inizio 1859 gli effettivi dell’esercito piemontese sono poco più di 50.000. E 20.000 sono i volontari che da maggio a ottobre 1860, partendo dall'Italia centro-settentrionale, si uniscono a Garibaldi nell'impresa meridionale. E a costoro, che sono l'avanguardia combattente del movimento, si devono poi affiancare i molti altri uomini e donne che non avendo l'età o il coraggio per mettere a repentaglio la propria vita, nondimeno incoraggiano i combattenti, li guardano con simpatia, oppure leggono o ascoltano o ammirano con passione i best seller letterari, musicali, iconografici di ispirazione patriottica (prodotti da autori del calibro di Foscolo, Manzoni, d'Azeglio, Guerrazzi, Verdi, Hayez …).

Un opuscolo commemorativo
È poco, tutto ciò? È irrilevante? Poco in una terra di diffuso analfabetismo, dove lo stato delle comunicazioni non facilita il movimento né delle persone né delle idee? Dove, fino al 1846, tutte le polizie degli Stati esistenti fanno a gara per reprimere il diffondersi dell'idea nazionale? Francamente penso che si debba rispondere che no, non è né poco, né irrilevante. Penso che il movimento risorgimentale—pur diviso al suo interno da gravi e profondi dissensi sulla natura istituzionale del futuro Stato italiano — sia stato un movimento politico compatto nel condividere l'idea dell'esistenza della nazione italiana; e un movimento politico- culturale di grandi dimensioni, senza il quale l'efficace operazione diplomatica compiuta da Cavour nel 1858-59 non avrebbe dato altro frutto che una pura e semplice espansione territoriale del Regno di Sardegna verso la Pianura Padana, secondo un antico disegno della diplomazia sabauda. Senza la cultura patriottica, senza cinquant'anni di lotta politica, senza la formazione di una vasta opinione pubblica di orientamento nazionale, quella operazione non avrebbe avuto il senso che ha avuto: di essere cioè una tappa, insieme a molte altre, nel processo di costruzione di uno Stato nuovo per la nazione-Italia.
Alberto Mario Banti
04 ottobre 2010

«Una grande e bella battaglia»

SOLFERINO - DAGLI ARCHIVI FONDAZIONE CORRIERE DELLA SERA

SOLFERINO - DAGLI ARCHIVI FONDAZIONE CORRIERE DELLA SERA
«Una grande e bella battaglia»
«La baionetta ha fatto bene l’opera sua, ma l’artiglieria pure (...) Ora che la giornata è finita, e che possiamo tranquillamente discorrere, ci sentiamo pieni di contentezza per aver assistito a una così grande e bella battaglia». A scrivere è il generale conte Enrico Morozzo della Rocca, capo di Stato Maggiore dell’esercito sardo all’epoca di Solferino e San Martino. La lettera fu pubblicata dal «Corriere della Sera» del 15-16 ottobre 1893 (nell’immagine la prima pagina). Quando fu combattuta la sanguinosa battaglia tra franco-piemontesi e austriaci, il «Corriere» non c’era ancora, sarebbe nato solo 17 anni dopo, nel 1876. Ma il giornale riuscì a raccontare ugualmente la battaglia «approfittando» dell’inaugurazione del monumento edificato a San Martino in memoria di Vittorio Emanuele II appunto nell’ottobre del 1893. La lettera di Morozzo Della Rocca, contemporanea ai fatti narrati, era quello che oggi definiremmo «un arricchimento». Il pezzo principale fu affidato a Giovanni De Castro, non senza motivo: scrittore e storico, poi collaboratore assiduo del Corriere dal 1894 alla sua morte nel 1897, De Castro all’epoca di Solferino figurava, salvo improbabili omonimie, come redattore del giornale «La Patria», che uscì in un unico numero ora conservato al Museo del Risorgimento di Milano ed era in corrispondenza con Ippolito Nievo, nel 1859 garibaldino di stanza tra Bergamo e Brescia. Fin dai primi anni della sua esistenza, quindi, il «Corriere» sceglieva, per raccontare gli eventi che decideva di pubblicare, grandi firme che fossero anche «esperti» dell’argomento trattato. La prosa è quella immaginifica dell’epoca, ricca di «ardimentose pugne» dove «nell’ora meridiana ardente di gran luce, le nostre bandiere sventolano sulle vette insanguinate». Ma pur nell’esaltazione patriottica, De Castro non rinuncia a mettere in luce che il comportamento della leadership militare a San Martino non fu impeccabile. Troppa voglia di gloria e di venire a contatto con il nemico, con le unità impiegate a spizzichi e bocconi: «fretta ardimentosa ma erronea, vecchio errore del resto dei generali italiani». Insomma, una «bella battaglia» che si poteva combattere meglio.
Paolo Rastelli
04 ottobre 2010

mercoledì 22 settembre 2010

Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare

32. pontelandolfo

Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861

Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare
Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861
Da ventisette interminabili anni, gli stessi trascorsi ad aspettare sul molo dal vecchio ufficiale a riposo di Gabriel García Márquez, a Pontelandolfo aspettano una lettera. Dal capo dello Stato, dal presidente del Consiglio, dal ministro della Difesa, da qualcuno...
E da ventisette interminabili anni, come nel libro Nessuno scrive al colonnello, quella lettera non arriva. E più tempo passa, più diventa insopportabile l'attesa. Incomprensibile. Offensiva. Perché in questo paese arroccato intorno a un'antica torre una ventina di chilometri a nord di Benevento non strillano che Garibaldi era un assassino nazista, non sventolano le bandiere borboniche grondanti di stemmi nobiliari, non celebrano messe nel nome del re Franceschiello, non distribuiscono cartoline raccontando sciocchezze come quella che «il regno delle due Sicilie era una delle prime tre potenze mondiali». Chiedono solo che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconoscono, riconosca infine a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861. Un gesto che nessuno ha ancora avuto il coraggio di fare. Al punto da far nascere una disputa storica, culturale e toponomastica con la lontana Vicenza. E non fra guardiani un po' fanatici dell'onore terrone e dell'onore polentone. Ma tra due sindaci dello stesso Pd.
Ma partiamo dall'inizio. Dal diario lasciato da un uomo che quel giorno era lì, il filatore di seta valtellinese Carlo Margolfo. Un documento prezioso. Che dopo essere stato casualmente ritrovato ed edito a cura di Laura Meli Bassi e Gino Fistolera, squarcia il velo di ipocrisie, silenzi e menzogne steso sulla carneficina:  

«Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l'ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Difatti un po' prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi. Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti».  
«Quale desolazione!», ricorda il bersagliere con raccapriccio: «Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa. Fu successo tutto questo in seguito a diverse barbarie commesse dal paese di Pontelandolfo: sentirete, un nido di briganti…»
Come andassero intesi questi «briganti», com'è noto, è una questione che divide da un secolo e mezzo gli studiosi. Banditi? Patrioti? L'uno e l'altro? Come ha ricordato sul Corriere Giuseppe Galasso, il brigantaggio «non nacque affatto nel 1861. Era un grave problema, endemico e storico, del Mezzogiorno. Nel 1817 e nel 1821 con dure campagne di guerra il governo borbonico ne attenuò la portata, e in seguito cercò di controllarlo, ma non riuscì mai a eliminarlo, come dimostrano le sue cronache giudiziarie fino al 1860».
Né si può affermare fosse un fenomeno «solo» meridionale. Leggiamo «O soldi o vita » di Luigi Piva, che parla del Veneto e della Bassa padovana: «Bande armate formate da disertori degli eserciti austriaco o del Regno Italico e da gente miserabile, letteralmente piena di fame, scorrazzavano in cerca di pane, provocando disordini e seminando terrore con assalti, incendi, distruzioni e violenze ». Il tribunale statario istituito dalle autorità austriache, allarmatissime per una serie di episodi nei dintorni di Este, nelle «sue due sezioni veneta e lombarda» istruì «dal Giugno 1850 al Giugno 1853» in provincia «di Padova, Venezia, Rovigo e Mantova» 3.400 processi emettendo «1.144 sentenze di morte di cui 409 eseguite». Quasi tutte per assalti e rapine in casa. Il tutto «prima» dell'Unità.
Che i «briganti» che infestavano la zona di Pontelandolfo fossero banditi comuni, patrioti borbonici, contadini affamati ed eccitati dai parroci, o tutto questo insieme, è materia che lasciamo agli storici. Così come lasciamo loro la ricostruzione dell'episodio all'origine della spaventosa rappresaglia. Basti sapere che, come racconta in una relazione al governo qualche giorno dopo la strage l’allora sindaco di Pontelandolfo Salvatore Golino e come conferma il sindaco di oggi Cosimo Testa, una quarantina di soldati «piemontesi» e quattro carabinieri mandati a riportare l'ordine nella zona erano stati massacrati. Scrisse Rocco Boccaccino nel libro Memorie dei giorni roventi dell'agosto 1861: «E' indescrivibile l'eccidio che ne seguì con tutte le sevizie, a cui uomini e donne, inferociti e privi di ogni senso di pietà, brutalmente si abbandonarono». La spedizione punitiva, decisa dal generale Enrico Cialdini, fu però spropositata. «Alle prime luci dell’alba» e «mentre gli ignari abitanti dormivano ancora», spiega la delibera comunale che in questi giorni dovrebbe riconoscere al paese lo status di «città martire», i bersaglieri «assalirono il Paese con scariche di fucili, abbattimento di porte e finestre: uccisero bambini, giovani, vecchi, donne e fanciulle, molte di esse dapprima stuprate. Molti soldati si impossessarono di danaro, oro e altri oggetti di valore. Profanarono anche la Chiesa Madre rubando i doni votivi e finanche la corona d’oro della Madonna. Poi il paese dopo la mattanza fu dato alle fiamme, facendo abbrustolire i morti e quanti, ancora feriti o infermi, nelle proprie case imploravano vanamente e cristianamente aiuto!»
Ma quanti furono i morti? «Il conteggio delle vittime —, risponde Pino Aprile nel suo bestseller Terroni,—è difficile, mutevole, e porta a cifre sempre più alte: nell’immediato, dai registri parrocchiali risultano solo tredici “morti e sepolti”; ma uno studio comparato di don Davide Fernando Panella, sulla mortalità nei cinque anni prima e dopo il massacro, fatto sui registri di Pontelandolfo (a Casalduni erano bruciati), rivela che fra agosto e settembre 1861 ci furono 112 morti, contro i 29 dell’anno prima; e fra 1861 e 1862, nonostante la popolazione fosse diminuita, se ne ebbero 462, contro i 285 dei due anni prima (non tutti i feriti e gli ustionati perirono subito). E ancora non basta».
«Il Popolo d’Italia, giornale filo-governativo interessato a minimizzare — spiega il documento consiliare — scrisse che i morti «erano stati soltanto 164, provocando l’indignazione del giornale francese La Patrie e dell’opinione pubblica europea. Da ricerche effettuate negli archivi parrocchiali, essendo stato distrutto nell’incendio quello municipale, si calcola che le vittime civili superarono il numero di 400, qualcuno ipotizza siano state più di 1.000, alle quali bisogna aggiungere i morti nei mesi successivi per le ferite riportate».
Certo, c'è ancora molto da approfondire. Molto. Come scrive Galasso, non ha senso dire che tutto è stato nascosto per un secolo al popolo bue («Come si fa a credere che tutte queste siano “scoperte” e coraggiose “rivelazioni” che ora finalmente vengono fatte emergere? ») perché «il Risorgimento non era neppure terminato, e già si iniziò a processarlo». E lo stesso eccidio di Pontelandolfo pochi mesi dopo era già il nocciolo di una furente invettiva del deputato milanese Giuseppe Ferrari. Che nella seduta del 2 dicembre 1861 denunciò di aver visto e sentito cose da gelare il sangue: «Mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto nella persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione. Appena osai mormorare che non così s'intendeva da noi la libertà italiana, Nulla io chiedo, disse egli, e noi ammutimmo tutti. Aveva due figli, l'uno avvocato, l'altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all'udire che approssimavansi i Piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l'oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione».
Però è altrettanto vero che la strage, sulla quale un appassionato storico locale, Renato Rinaldi, ha accumulato in anni di lavoro una mole di documenti messi online (pontelandolfonews. com), è stata per troppo tempo così rimossa dalla memoria degli abitanti stessi («La vivevamo come una colpa, come se in qualche modo ce la fossimo meritata», sospira il sindaco) e così poco studiata dagli specialisti che la lapide del 1973 sul muro della chiesa dedicata agli «ignari inermi innocenti» travolti dall’«inconsulto sterminio» elenca ancora «solo» 17 vittime.
Una rimozione gravissima. Inaccettabile. Come ha scritto Bernard-Henri Levy a proposito del genocidio degli armeni, «si crede che i negazionisti esprimano un’opinione: no, essi perpetuano il crimine. E pretendendo d’essere liberi pensatori, apostoli del dubbio e del sospetto, completano l’opera di morte». Eppure, subito dopo quell'apocalittica alba d'agosto, un certo Girolamo Gentile, in una lettera al Governatore di Benevento, aveva tutto chiaro: qualunque cosa fosse successa e avesse scatenato la reazione «la pena doveva esercitarsi contro i singoli colpevoli e non contro la città».
Parole sacrosante: scatenando una rappresaglia così feroce a Pontelandolfo e Casalduni (sia pure con meno vittime, qui), il governo si era comportato come se non considerasse quelle terre appenniniche un pezzo di patria ma una terra straniera. Occupata. Non si distrugge un «proprio» paese. Mai.
E mette i brividi rileggere la lucida preveggenza di Ferrari che (come se indovinasse i guasti che avrebbe causato la scelta di rimuovere alcuni errori piuttosto che riconoscerli come tali per salvare il Risorgimento nel suo insieme) disse a un Parlamento ottuso e sordo: «Io vi proposi di fare un'inchiesta affinché una metà della nazione conoscesse appieno l'altra metà, e le due parti della Penisola si unissero fraternamente». Macché.
Un secolo emezzo dopo, al comune di Pontelandolfo aspettano ancora. Soprattutto una risposta alle lettere mandate in questi 27 anni. Cominciò a spedirle l’allora sindaco Giuseppe Perugini nel 1973, quando il paese, ridotto alla metà della popolazione d’un tempo dall'emigrazione (ci sono più paesani a Waterbury, nel Connecticut, che qui), organizzò con Carlo Alianello, autore de La conquista del Sud, un convegno per denunciare per la prima volta la strage. Un piccolo convegno di nicchia accompagnato da piccoli gesti di cortesia meridionale: «Al termine si avrà un vermouth d'onore nella torre medievale alla cui ombra si svolsero i tragici eventi».
«Per 112 anni l'Italia ufficiale non ha avuto una sola parola di ricordo, un solo palpito di pietà per le nostre povere vittime: 112 anni non sono stati bastevoli per costruire per Pontelandolfo e la sua gente una sola azione riparatrice», tuonò il sindaco. E scrisse all'allora presidente Giovanni Leone invocando «un atto ufficiale di riconoscimento». Nessuna risposta.
Da allora, è andata sempre così. Nessuna risposta. E mano a mano, negli ultimi anni, a ridosso del centocinquantenario dell'Unità d'Italia, il silenzio si è fatto più pesante. Tanto più che Cosimo Testa e la sua giunta non solo sono estranei al più scriteriato revanscismo neoborbonico («Noi siamo italiani, ci sentiamo italiani, vogliamo celebrare l'unità d'Italia. Quando i nostalgici dei Borboni hanno cercato di mettere il cappello sulla nostra cerimonia annuale a ricordo dei nostri morti, li abbiamo mandati via») ma sono partiti da richieste sensate. Moderate. Modeste.
Hanno scritto a Silvio Berlusconi, a Giorgio Napolitano, a Carlo Azeglio Ciampi. Dicendo che bastava loro un convegno nazionale che ricordasse l'eccidio e analizzasse il fenomeno del brigantaggio post unitario perché Pontelandolfo «non sia più nominata terra di briganti bensì città martire e simbolo della sofferta eppur amata Unità d'Italia». Nessuna risposta. Hanno scritto al ministero dello Sviluppo economico chiedendo di valutare «la possibilità di emissione di un francobollo celebrativo». Nessuna risposta. Hanno scritto a Stefano Caldoro, il governatore della Campania, chiedendo un po' di soldi per mettere un monumento in piazza in memoria dei morti. Nessuna risposta. Hanno scritto a Ignazio La Russa per dirgli che un secolo e mezzo dopo era giusto «ammettere che quei cosiddetti bersaglieri (...) lerciarono le loro divise di delitti infamanti» anche «per rendere onore a tutti quei bersaglieri d'Italia che si sono ricoperti di gloria con atti di vero eroismo ». Nessuna risposta.
Hanno scritto al sindaco di Vicenza, Achille Variati, per manifestare il loro stupore alla scoperta, tardiva ma scioccante, che Pier Eleonoro Negri, l'alto ufficiale che comandava la spedizione punitiva, era considerato nella città berica «un eroe» e non un uomo che a Pontelandolfo «si comportò da macellaio della peggiore risma». E hanno chiesto la cancellazione del Negri da una targa celebrativa sul palazzo di famiglia, dalla toponomastica e dalla intestazione d’una scuola elementare. «Approfondirò», ha risposto Variati. Poi ha deciso: «Non posso farlo. Non credo che queste questioni vadano affrontate così. Le guerre sono guerre. Si accompagnano sempre a lutti, errori… Ma le valutazioni devono farle gli storici. Forse invece che rimuovere le lapidi val la pena di riflettere insieme. Vogliamo fare un convegno? Benissimo. Ma è una storia controversa. Posso io assumermi la responsabilità di cancellare la prima medaglia d’oro dei bersaglieri?» Quanto all'associazione del corpo «piumato», il presidente vicentino Antonio Miotello ha detto ad Antonio Trentin, del Giornale di Vicenza, che non se ne parla neanche: «Era in zona di guerra. Eseguì degli ordini».
E rieccoci punto e a capo. L'unica cosa che hanno portato a casa, i nipoti di quegli italiani massacrati per rappresaglia, dopo un secolo emezzo di silenzi e ventisette anni di lettere, è una concessione di Mauro Della Giovanpaola, che prima di essere arrestato per lo scandalo del G8 alla Maddalena, era anche il coordinatore dell'unità tecnica di missione del centocinquantenario. Nessun inserimento, neppure postumo e in ritardo, nel lunghissimo elenco di 371 luoghi della memoria, tra i quali figura ad esempio Sorrento per una «statua a Torquato Tasso inaugurata nel 1870». E manco un euro. Ma via libera (crepi l'avarizia) al permesso a usare il logo ufficiale delle celebrazioni. Un regalone. Concesso soltanto ad alcune centinaia di altre entità: le auto della Ferrari in Formula1, il «Centenario del primo sorvolo delle Alpi», la fiera VinItaly 2011 di Verona, la manifestazione culturale e politica «Cortina InConTra»…
Tutto in regola, per carità. Ma il giorno che dovesse divampare un leghismo meridionale rancoroso, per favore, risparmiateci lo stupore.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
22 settembre 2010

lunedì 20 settembre 2010

 di Giulia Maestrini 
20 settembre 1870. Sono passati esattamente centoquaranta anni dalla “Breccia di Porta Pia”, lo storico ingresso dei bersaglieri nella Città Eterna che, di fatto, annetteva Roma al Regno d’Italia, mettendo fine al potere temporale della Chiesa e unificando il paese. Quale data migliore di questo importante anniversario poteva essere scelta, dal Comune di Siena, per dare il via alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Il desiderio di “Roma capitale” – oggi concetto “politico”, ma allora vero e proprio simbolo di un paese che lottava per la propria unità – era già stato espresso dal conte Camillo Benso di Cavour nel suo discorso al Parlamento italiano del 1860, ben dieci anni prima e, in realtà, il trasferimento definitivo della capitale a Roma, da Firenze, avvenne solo l’anno successivo, nel 1871. Tuttavia, la “Breccia di Porta Pia” rappresenta una data fondamentale, un crocevia imprescindibile dell’intera storia italiana.

Ieri sera, dunque, il Comune di Siena ha dato il via ai festeggiamenti che dureranno fino alla prossima primavera: il 17 marzo 2011, infatti, sarà la giornata di festa nazionale che celebrerà ufficialmente l’unità d’Italia, nel 150esimo anniversario della proclamazione di Vittorio Emanuele II di Savoia come primo Re d’Italia, proclamazione che sancì definitivamente la fine del Risorgimento.

Nel pomeriggio, nella Sala del Risorgimento di Palazzo Pubblico, le celebrazioni senesi erano iniziate con una conferenza di Tommaso Detti – direttore del dipartimento di storia dell’Università di Siena – su “Risorgimento e storia d’Italia” e sono proseguite, alle 21,15 al Teatro dei Rinnovati con il concerto lirico “Le note del Risorgimento italiano” che ha visto protagonisti la soprano senese Cristina Ferri e il baritono Brian Nickel, accompagnati al pianoforte da Fabrizio Corona.

“Non potevamo iniziare – ha detto l’assessore alla cultura del Comune di Siena, Marcello Flores d’Arcais – che da questa Sala che ci invidiano dappertutto. Pensate che i bozzetti e cartoni preparatori di questi affreschi ci sono stati richiesti da tantissime città e mostre che celebreranno l’unità d’Italia nei prossimi mesi, poiché sono tra le immagini più conosciute a livello nazionale e non solo”.

L’assessore ha colto, inoltre, l’occasione per annunciare brevemente il calendario degli eventi che festeggeranno l’Unità d’Italia. Un calendario, per la verità, ancora da stabilire nel dettaglio.
“Il calendario completo – ha aggiunto infatti Flores – sarà definito a ottobre e comprenderà tante iniziative diverse, intrecciate con quelle promosse dalla Provincia e dalla Regione. Certamente cominceremo con una serie di incontri settimanali, sul modello di Lunedilibri, con storici e autori di libri già editi, o in uscita a breve, sul Risorgimento. Incontreremo, inoltre, romanzieri che hanno ambientato nel Risorgimento le loro storie e organizzeremo una serie di iniziative legando quel particolare periodo storico all’arte, la musica, la letteratura, il cinema. Tutto questo ci accompagnerà verso la grande mostra sul Romanticismo nel Risorgimento che sarà il maggiore evento cittadino, in programma da marzo a maggio 2011 al Santa Maria della Scala”.

Insomma, senza dubbio il calendario degli eventi sarà complesso e articolato e comprenderà, ha annunciato l’assessore Flores, anche diversi spettacoli teatrali, tra cui una lettura di Manzoni attraverso le marionette e una trasposizione teatrale di “Piazza d’Italia” di Antonio Tabucchi.
Per concludersi la prossima primavera con il gran finale, in programma il 17 marzo quando ci saranno una tavola rotonda – con la partecipazione, tra gli altri, di Tommaso Detti ed Ernesto Galli della Loggia – e un concerto dei Cameristi della Scala.

sabato 18 settembre 2010

C’era l’Italia anche prima del Risorgimento

di Ugo Finetti 

L’identità del Paese affonda le radici in una comune tradizione linguistica e artistica nata dalla sintesi di culture locali. Negarlo, come fanno certi storici, è un’operazione ideologica


La successione degli attacchi al governo a proposito delle celebrazioni della nascita dello Stato italiano sta avvitando la sinistra e i suoi storici militanti su posizioni sempre più arretrate.
In particolare non si comprende quale «pericolo» possa venire dalla valorizzazione delle realtà e storie locali, una delle accuse mosse più di frequente. Del resto la soluzione federalista fu presente nella cultura risorgimentale ed è stata ricorrente in particolare nella sinistra italiana. Uno dei temi della polemica antifascista fu contestare al regime la compattezza della nazione italiana, ottenuta censurando articolazioni e diversità. Basterebbe guardare infatti a come è stata impostata la rappresentazione della Resistenza da sinistra a cominciare dal testo che la celebra nel modo più ortodosso e cioè il Dizionario della Resistenza, edito nel 2000 da Einaudi. Perché quel che vale per la Resistenza che aveva alle spalle uno Stato unitario consolidato non può valere per i moti risorgimentali di un secolo prima e per il 1861?
Il testo einaudiano è articolato in due tomi così intitolati: «Storia e geografia della Liberazione», «Luoghi, formazioni, protagonisti». La rievocazione della Resistenza è svolta in capitoli dedicati in modo minuzioso alle varie vicende nelle singole regioni, proprio secondo il tanto bistrattato principio della «valorizzazione della storia localistica»: dalla loro specifica «situazione sociopolitica» al «potenziale economico» e all’«impulso autonomista». «L’accentuazione geografica accanto a quella storica - è spiegato nell’Introduzione - ci sembra rappresenti uno spiccato elemento di novità non solo perché rompe l’idea cristallizzata e diffusa di una Resistenza dal carattere unitario, ma perché dà spazio a una notevole mole di lavori regionali e locali che in questi ultimi anni hanno contribuito a restituire complessità e veridicità». E quindi si motiva la valorizzazione della «geografia» come base per poter meglio valutare «il rapporto tra un’esperienza così sconvolgente come fu la lotta di liberazione con il suo attuale assetto istituzionale».
Ma allora perché le manifestazioni di «Italia 150» non possono dar luogo a una riflessione sugli assetti istituzionali? Comunque sia, negare il policentrismo della cultura italiana significa negare almeno otto secoli di storia. E cercare nel solo processo risorgimentale le radici dell’Unità è un errore per difetto che trascura una lunga tradizione letteraria, dibattiti a volte furiosi sulla lingua nazionale (quando la nazione ancora non esisteva; segno che però esisteva una coscienza unitaria), una politica di equilibrio e scambio reciproco da cui nacque, ad esempio, il Rinascimento. La storia d’Italia, insomma, non inizia nel 1861. «Giardino dell’Impero» ed «espressione geografica» sono modi di dire che hanno sfregiato per secoli gli italiani privi di uno stato unitario. Ma l’Italia - gli italiani - esistevano ed erano riconosciuti per una lingua che era la dimensione unitaria, disegnava una comunità che si articolava e si consolidava da Milano a Palermo nella letteratura, nell’arte, nella ricerca scientifica e, quindi, nello stesso pensiero politico. Basti pensare all’Italia invocata dal Machiavelli e che animava il pensiero rinascimentale. «Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia» è l’incipit della Storia d’Italia che Francesco Guicciardini scrisse tra il 1537 e il 1540. Anche l’altra contestazione più frequente - la citazione di Vincenzo Gioberti insieme con Carlo Cattaneo e più in generale il coinvolgimento dei «guelfi» - investe il rapporto tra unità d’Italia e identità nazionale. Che cosa si deve fare nel 2011? Celebrare la rottura con la Chiesa e la divisione tra laici e cattolici? Per comprendere il fastidio di vedere il Gioberti accanto al Cattaneo bisogna tener presente come nella sinistra italiana si sia andata sviluppando e consolidando una corrente che soprattutto sull’onda del Sessantotto, in un periodo in cui vacillavano molti riferimenti tradizionali (a cominciare dalla Chiesa investita dalla crisi postconciliare), ha proposto una lettura critica della identità italiana mettendo sotto accusa radici latine e radici cattoliche. L’eredità della cultura latina sarebbe stato il manzoniano «latinorum» ovvero l’Italia di una cultura giuridica nel segno degli «Azzeccagarbugli», mentre il lascito più importante del cattolicesimo andrebbe visto nell’Inquisizione. Tutti i mali d’Italia deriverebbero da un Paese che aveva conosciuto la Controriforma senza aver avuto alcuna Riforma.
È auspicabile che «Italia 150» consenta anche una riflessione critica su come si studia e si insegna la storia d’Italia. Vittorio Emanuele II che entra a Milano con a fianco Napoleone III e alle spalle l’esercito francese, Giuseppe Garibaldi che avanza nel Regno borbonico grazie alla protezione delle navi inglesi (e alla corruzione dei comandanti avversari), il Veneto che diventa italiano come regalo dei francesi in quanto gli austriaci, avendoci sconfitto per terra e per mare (Custoza e Lissa), rifiutano una cessione diretta agli italiani: sono pagine di storia che non possono essere cancellate o ritoccate. Dopo 150 anni si è abbastanza «adulti» per conoscere come si è nati.
Il nervosismo crescente sembra in verità tradire una seria preoccupazione per il fatto che per decenni certa storiografia ha avuto come cultura dominante la lettura classista, la storia d’Italia come teatro di scontro fra capitalismo reazionario e movimento dei lavoratori. Questa architettura storiografica è ancora presente nei più diffusi manuali e «testi consigliati» redatti da storici che per decenni si sono formati e hanno lavorato essendo convinti - una citazione per ricordare il clima - che «la storiografia marxista» è quella che «ha saputo meglio spaziare dalla storia antica a quella contemporanea... allargando la tematica al di là dei confini nazionali» (Rosario Villari). Nel 1959 la socialdemocrazia tedesca «mandava in soffitta» Marx con il Congresso di Bad Godesberg. È forse il tempo di celebrare in Italia una Bad Godesberg storiografica. Che queste celebrazioni siano l’occasione giusta?