giovedì 30 marzo 2023

Il cattivo vezzo dei romanzieri di mettersi a pontificare sulla storia prosegue imperterrito da anni.


di Marco Vigna 
Tale Camilleri è riuscito a cesellare un capolavoro d'insensatezza.
Al momento dell’Unità, le maggiori industrie tessili italiane erano domiciliate in Lombardia e Piemonte, mentre erano molto più deboli nel resto d’Italia. Le filande meridionali producevano in tutto un 3,3 % del totale della produzione nazionale, contro l'88 % del nord. Il totale dei fusi, limitandosi al cotone, era di 70.000 nelle Due Sicilie contro 383.000 del resto d'Italia.
Il divario si accentua per ragioni del tutto indipendenti dalla politica. Nel cinquantennio seguente cresce fortemente l’industria settentrionale, meccanizzata, che si può servire dell’energia idrica proveniente dai corsi d’acqua nutriti, d’estate, dai ghiacciai alpini. L’industria tessile centrale e meridionale era legata alle fibre vegetali tradizionali, che mal si prestavano alla lavorazione meccanica; si ridusse ancora di più proprio perché la lavorazione a mano diventò sempre più costosa.
S. FENOALTEA. «Peeking Backward: Regional Aspects of Industrial Growth in Post-Unification Italy», Journal of Economic History, vol. 63, no. 4, 2003, pp. 1059-1102; «Textile Production in Italy’s Regions, 1861-1913», Rivista di Storia Economica, vol. 20, n. 2, 2004, pp. 145-174.
Una considerazione andrebbe aggiunta sulla sericoltura, che fu la principale fonte delle esportazioni sia degli stati preunitari ottocenteschi, sia del regno d'Italia fino ad inizio Novecento, attestandosi mediamente attorno al 30% del valore complessivo delle esportazioni. Ebbene, la regione che fu per l'intero Ottocento la più importante nel settore fu la Lombardia. B. CAIZZI, Storia dell’industria italiana dal XVIII secolo ai giorni nostri, Torino 1965.

sabato 25 marzo 2023

I danni della pseudostoria

di Marco Vigna 

 La pseudostoria è una delle pseudoscienze ed è verosimilmente la più diffusa fra queste, perché concerne direttamente componenti politiche, ossia è strumentale a rivendicazioni e progetti di tale natura. Interi movimenti politici difatti sono stati fondati e sono attivi sulla base di pseudostorie. Nonostante le differenze di contenuti, di protagonisti, di temi e periodi storici, la pseudostoria ha alcuni fattori comuni, riassunti da Garrett G. Fagan nel suo saggio Archaeological Fantasies (Routledge, New York 2006), che riguarda in modo specifico la pseudoarcheologia. Riprendendo quanto scritto da Fagan e rielaborandolo, si possono individuare alcune componenti abituali nella pseudostoria.
  1.  È immancabilmente opera di semplici dilettanti, invariabilmente privi sia d’una preparazione culturale specifica, sia d’esperienza di ricerca storica. Spesso costoro sono privi persino di una formazione universitaria di qualsivoglia genere e nella loro esistenza hanno svolto professioni lontanissime da quella di storico. In Italia, fra celebri autori di pseudostoria si ritrovano uno sceneggiatore televisivo, un tabaccaio, un cantante, giornalisti esperti di cronaca nera o di calcio…
  2. Rifiuta ogni forma di confronto con la storiografia, che viene escluso accusando a priori e senza prove tutti gli storici d’essere falsari e mentitori consapevoli, perché intenzionati a nascondere una verità che loro stessi conoscerebbero ma che vorrebbero nascondere. Insomma, postula un gigantesco complotto degli storici, nonostante la sua inverosimiglianza, considerando che tale categoria professionale è diversificata per nazionalità, idee politiche, metodologie, istituti di ricerca etc. etc. etc. Ad esempio, in Italia il sedicente revisionismo del Risorgimento immagina fantasiosamente che esista una “storia ufficiale” i cui membri sarebbero parte, tutti, di una medesima congiura contro la verità. Tale complotto comprenderebbe quindi storici monarchici e repubblicani, fascisti, liberali, democratici, socialisti, comunisti, del Nord e del Sud, cattolici e laici, durante il regno d’Italia e durante la repubblica d’Italia, insomma proprio tutti nonostante le profondissime differenze biografiche, ideologiche ed anche metodologiche. Una variante del complotto della “storia ufficiale” è quella secondo cui "la storia la scrivono i vincitori". Si potrebbe scrivere un'intera monografia per spiegare quanto tale affermazione sia falsa, ma bastino pochi esempi. Scendiamo all’Antichità ed ai capolavori indiscussi dei suoi storici, modelli esemplari per tutti i loro eredi. Chi ha scritto della guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta, rendendola immortale? Tucidide, che era fra gli sconfitti ed aveva partecipato di persona alla guerra. Chi ha scritto meglio di tutti sulla II guerra punica e sulla salita di Roma a massima potenza del Mediterraneo? Polibio di Megalopoli, che finì a Roma come ostaggio dopo che la Grecia cadde sotto controllo romano. Chi ha scritto l’opera che è alla base della conoscenza della guerra giudaica fra Roma e l’insurrezione ebraica? Giuseppe Flavio, che fu il comandante dei ribelli. Chi ha descritto il fallimento del progetto di restaurazione pagana dell’imperatore Giuliano e la gravissima disfatta militare di Adrianopoli, in cui la miglior armata romana dell’epoca fu distrutta? Ammiano Marcellino, ufficiale romano di convinzioni pagane. Secondo il revisionismo del Risorgimento, la storia di tale periodo sarebbe stata “scritta dai vincitori”, dunque non rappresenterebbe la “vera storia del Sud”. Tuttavia, è sufficiente scorrere le bibliografie della saggistica universitaria sul Risorgimento per ritrovare un numero alto, se non maggioritario di storici risorgimentali che sono del Meridione. Anzi, coloro che sono ritenuti essere i maggiori studiosi del Risorgimento furono meridionali: Benedetto Croce, abruzzese e napoletano d'adozione, che fece in tempo a conoscere e frequentare vecchi borbonici; Gioacchino Volpe, abruzzese, che con L’Italia in cammino pose una pietra miliare nell’interpretazione del Risorgimento; Rosario Romeo, abitualmente ritenuto il più grande di tutti, autore di un capolavoro indiscusso come i tre ponderosi volumi di Cavour e il suo tempo, gigantesco ed accuratissimo affresco di un’intera epoca imperniata sul grande statista, era siciliano e, politicamente, un ferreo repubblicano; Alfonso Scirocco e Giuseppe Galasso, napoletanissimi. Nel periodo repubblicano, si può anzi dire che erano numerosissimi i libri di testo marxisti, insospettabili di simpatie ideologiche per la monarchia sabauda ed il liberalismo risorgimentale. Per portare un esempio concreto, per interi decenni le cattedre di storia contemporanea delle università italiane hanno visto una prevalenza di docenti di provenienza marxista, tutt’altro che disposti a simpatizzare per la monarchia dei Savoia ed il liberalismo e liberismo di Cavour e dei suoi eredi. Si noti ancora che la storiografia accademica sul Risorgimento italiano è solo in parte stata scritta da studiosi italiani, ed in buona misura da stranieri. Ad esempio, alcuni fra i maggiori biografi di Garibaldi sono stranieri. Si trovano fra di essi inglesi, tedeschi, russi, americani, uruguagi, brasiliani, persino un giapponese. A Tōkyō esiste infatti una sezione locale dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, retto dal prof. Fusatoshi Fujisawa dell'Universita Keizai, autore di molti saggi sulla figura del Nizzardo Lo stesso si può dire per la “questione meridionale", i cui principali storici sono di norma italiani del Sud, ma anche con il concorso di molti stranieri. Insomma, la storia studiata a scuola e nelle università non è stata scritta dai "vincitori" (anche perché nel secondo dopoguerra buona parte di essa è di provenienza marxista!), ma da una molteplicità di studiosi, correnti, scuole, prospettive ecc. La differenza fra essa ed il cosiddetto "revisionismo" consiste nel metodo, ovvero nel valore "scientifico" delle risultanze. Ad esempio, Garibaldi è stato studiato sotto diversi aspetti e si è giunti spesso ad interpretazioni discordanti della sua esistenza: questo però è radicalmente diverso dall'inventarsi fatti mai avvenuti (come fanno alcuni revisionisti) o nel ricostruire i fatti combinandoli a priori in modo da sostenere tesi preconcette. 
  3. La pseudostoria è costruita su ipotesi, che non sono prove. È caratteristico in essa l’interpretazione del conosciuto sulla base dello sconosciuto, ossia l’interpretazione forzata dei dati storici certi sulla base di ricostruzioni astratte ed a priori. Anziché partire dal conosciuto per raccordare gli elementi noti fra di loro ed elaborare una teoria, la pseudostoria postula a priori un’ipotesi astratta e fantasiosa, poi cerca forzatamente d’interpretare i fatti storici accertati sulla sua base. È caratteristico di questo grave errore di metodo la forzatura delle fonti, che sono omesse o rifiutate se in contrasto con l’ipotesi. Lo pseudostorico in modo sistematico o semplicemente le trascura, oppure sostiene che sono false, o che l’autore mente, o che si sbaglia. Inoltre lo pseudo storico tende ad erigere castelli in aria: formula un’ipotesi indimostrata, su cui puntella un’altra ipotesi indimostrata e così via. 
  4. La pseudostoria impiega l’espediente dell’inversione dell’onere della prova, per cui si domanda al critico di provare la falsità di quanto affermato, mentre invece principio fondamentale d’ogni scienza è che un’affermazione senza prove è priva di valore. Lo pseudostorico infila nel testo una sequela di asserzioni prive di ogni prova, senza fonti, pretendendole vere senza dimostrazione, ma invitando chi le contesti a dimostrarle false. 
  5. I suoi testi sono carichi di retorica e di appelli all’emotività. La pseudostoria cerca costantemente di suggestionare il lettore, anziché di provare quanto afferma. In altri termini, non potendo dimostrare razionalmente le sue asserzioni, si sforza di persuadere plagiando con l’irrazionalità. È tipico il caso di coloro che aizzano all’odio contro una categoria etnica, religiosa, sociale, che funge il ruolo di capro espiatorio per i problemi del gruppo di lettori a cui si rivolge lo pseudostorico. Il meccanismo, comunissimo ed elementare, risiede nel rivolgersi al gruppo A additando al gruppo B d’essere la causa dei mali del primo. Le mitologie pseudostoriche del genere della Lost Cause, come il mito asburgico, sono un’altra variante dell’uso ed abuso di un romanticismo mistificatorio. Un popolo, una società, uno stato, un gruppo politico ha subito una sconfitta politica e militare che ha segnato traumaticamente una cesura fra il prima ed il dopo. Gli sconfitti per dare un senso alla loro esperienza e cercare di sopravvivere quale comunità producono una cultura che si proclama continuazione di quella trascorsa anteriormente alla disfatta, ma che in realtà è l’esito proprio della frattura epocale. La nuova identità collettiva si costruisce non soltanto dopo ma attorno alla sconfitta. Una miscela variopinta di emozioni, aspirazioni fallite, nostalgia, collera verso i nemici, desideri di rivalsa, glorificazione dei propri protagonisti etc. sfocia in una idealizzazione del passato, trasfigurato romanticamente e rivisitato con l’omissione di tutte le componenti estranee al mito di un’età dell’oro. Ad esempio, dopo la sua scomparsa è sorto il mito dell’Old South anteriore alla guerra civile. Negli Usa si parla per questo della letteratura della Lost cause (la Causa perduta), il cui esempio più popolare è il romanzo Via col vento, da cui è stato tratta la pellicola omonima. Ma anche qui esiste un divario netto fra l’immagine mitizzata e quella reale.2 
  6. Affine al punto precedente è il ricorso ai giudizi soggettivi, che non sono neppure ipotesi indimostrate, ma appunto puri e semplici asserzioni soggettive. Lo pseudostorico riportandole si limita in ultima analisi ad esprimere suoi personali sentimenti. È come se scrivesse “questo mi piace” oppure “questo non mi piace”, soltanto in maniera più elaborata. Caratteristicamente, nella pseudostoria la figura dell’autore, che nella storiografia di norma scompare nel testo, campeggia invece in primo piano, in misura tale che talora acquista un ruolo preponderante. La sua biografia, le sue esperienze personali per necessità estremamente limitate (è così per ognuno), i suoi soggettivi sentimenti divengono la misura di tutte le cose.
  7. La pseudostoria, per tutte queste cause, sconfina nella letteratura in senso proprio, con una miscela di vero, verosimile ed inverosimile, la mescolanza di realtà e finzione che appartiene ai romanzi storici. Difatti, proprio i romanzi storici sono talora adoperati come fonti dagli pseudostorici e, cosa ancor più importante, alcuni celebri (o famigerati) testi di pseudostoria sono veri e propri romanzi. Restando in Italia, il capostipite del revisionismo del Risorgimento fu uno sceneggiatore televisivo, Carlo Alianello, con suoi quattro romanzi (L’Alfiere, Soldati del re, L’eredità della priora, La conquista del Sud), che sono alla base di tutta la posteriore corrente, in modo diretto od indiretto. Molte sue creazioni puramente letterarie sono state prese per autentiche dai suoi epigoni e spacciate quali storiche, con comica credulità. Infatti il successivo “revisionismo” ha scopiazzato largamente dal romanziere Alianello, da cui riprende gran parte delle proprie ipotesi fantasiose: il fantomatico complotto massonico contro il reame borbonico; l’altrettanto chimerico tradimento dei generali e degli ammiragli; il brigantaggio come sollevazione popolare contro i “piemontesi”; la presunta infelice sorte degli ex militari delle Due Sicilie; la decadenza economica del Mezzogiorno quale conseguenza dell’Unità ecc. Può dare un’idea dell’attendibilità e dello stile di questo novelliere basti accennare alla conclusione de La conquista del Sud, il capitolo Al chiaro di luna. L’autore si troverebbe di notte a Messina presso i ruderi della ex cittadella borbonica ed a questo punto avrebbe una visione, in cui gli apparirebbe il fuciliere Nicola Marturano del 1° reggimento Re. Costui è un fantasma che vaga a Messina, in uniforme e fucile, ma che non sa di essere morto. Quando infine gli viene rivelato da Alianello che è morto, appare in una visione l’intera guarnigione. Durante il colloquio fra Alianello e lo spettro, il romanziere racconta al fantasma che il generale Gennaro Fergola, ultimo comandante borbonico della cittadella, sarebbe stato insultato e fucilato da Cialdini dopo la resa. Visione spiritica a parte, Enrico Cialdini al momento della resa non insultò Fergola, ma anzi si complimentò con lui per la difesa prestata, tanto da concedergli ciò che si definisce resa con l’onore delle armi. Era usanza secolare nelle guerre europee che al momento della capitolazione di un esercito il suo comandante consegnasse la propria spada a quello nemico, che poteva accettarla oppure restituirla per onorare il vinto. È per questo che al generale borbonico fu permesso, in segno di stima e rispetto, di conservare la propria arma personale. Fergola inoltre non fu ucciso da Cialdini, poiché dopo un brevissimo periodo di prigionia fu congedato, con l’autorizzazione a conservare il proprio grado di generale ed una pensione corrisposta dallo stato italiano. Gennaro Fergola morì 10 (dieci) anni dopo la resa della piazzaforte di Messina, nel 1870. Vi sarebbe molto altro da aggiungere sulla pseudostoria, tuttavia i tratti sopra riportati possono ritenersi suoi tipici e si ritrovano regolarmente nei suoi esponenti. La pseudostoria ha sostanziale disinteresse per la storia in quanto tale, poiché essa diviene unicamente lo strumento per perseguire progetti politici oppure interessi personali, o magari entrambi, dei suoi fautori.

 Note 1. Si è avuto un dibattito sulla epistemologia delle pseudoscienze, inclusa la pseudostoria: D. Allchin, ‘Pseudohistory and Pseudoscience’, in Science & Education 13, 2004, pp. 179–195. David R. Hershey, Pseudohistory and Pseudoscience: Corrections to Allchin’s Historical, Conceptual and Educational Claims in Science & Education, 15, 2006, pp. 121-125. 2. K.B. Grant, G. Grant, Lost Causes: The Romantic Attraction of Defeated Yet Unvanquished Men and Movements, Nashville 1999, p. 13. Alan Nolan, The anatomy of the myth in Gary Gallagher-Alan Nolan (a cura di), The Myth of the Lost Cause and Civil War History, Bloomington (Indiana USA) 2010; Eduardo González Calleja-Carmine Pinto, Cause perdute. Memorie, rappresentazioni e miti dei vinti, in «Meridiana», n. 88, 2017, pp. 9–17.

venerdì 17 marzo 2023

162 anni di Italia ? No Molti , molti di più.


di Marco Vigna
La festa del 17 marzo commemora la data in cui fu proclamato il regno d’Italia nel 1861 sotto Vittorio Emanuele II. Si sente talora affermare che questo sarebbe l’inizio dell’Italia stessa, poiché secondo alcuni tale nazione non sarebbe esistita affatto in precedenza, o quantomeno non sarebbe esistito uno stato italiano. Simili visioni, care in particolar modo ai secessionisti o comunque a coloro che contestano lo stato nazionale predicandone la dissoluzione e la scomparsa, non hanno in realtà fondamento storico alcuno.
È appena il caso di precisare che nazione e stato non sono sinonimi e che la patria o gruppo etnico continua ad esistere qualunque sia la forma politica in cui si trova. L’Italia ha un’esistenza più che due volte millenaria che si esprime sul piano della lingua, dell’onomastica, della toponomastica, della letteratura, dell’architettura, dell’urbanistica, della musica, delle strutture giuridiche, della coscienza collettiva ecc. Essa non nasce quindi nel 1861, essendo pienamente esistente quantomeno dal I secolo avanti Cristo.
Non è neppure vero che l’Italia non fosse mai stata unita prima del Risorgimento. Il 17 marzo del 1861 è il momento in cui il regno d’Italia viene ad essere ufficialmente e giuridicamente ri-costituito, non costituito, poiché esso era già esistito in precedenza e per lunghi secoli. Prima ancora del medievale regno d’Italia questa regione e la sua nazione italiana erano state ambedue unificate da Roma antica per un periodo plurisecolare.
L’Italia viene ad essere unificata sul piano giuridico già sotto l’imperatore romano Ottaviano Augusto, il quale così facendo non fa altro che riconoscere l’ormai raggiunta unità culturale ed etnica nella penisola. Questa unificazione legislativa ed amministrativa permane per tutti i secoli seguenti, anche dopo il 476 che alcuni pongono come fine dell’impero romano d’Occidente.
La famosissima deposizione di Romolo Augustolo non equivaleva per nulla, né formalmente, né nelle intenzioni d’Odoacre, alla fine dell’impero, bensì alla sua ricostituzione. Essa coincideva comunque con la costituzione di un “regnum Italiae”, il cui sovrano era Odoacre, corrispondente all’antico ager Romanus, ossia alla prefettura d’Italia ovvero alla diocesi italiana.
Il regnum Italiae continua ad esistere anche sotto i Goti. Il sovrano goto è assieme rex Gothorum (intendendo ciò alla maniera del diritto germanico, che non era territoriale) e rex Italiae (intendendo ciò secondo il diritto romano), ossia sovrano del popolo dei Goti ed assieme sovrano dell’Italia.
Questa distinzione ricompare anche sotto i Longobardi. Questi appartenevano alla famiglia detta dei Germani orientali ed erano, fra tutte le popolazioni germaniche, le meno assimilate alla civiltà romana al momento della loro invasione (oltre che le meno germaniche di tutte le popolazioni germaniche, poiché largamente imbevute di cultura turco-mongola e di sciamanesimo). L’irruzione dei Longobardi in Italia segnò una vera frattura nella storia della penisola, sia perché pose termine sino al XIX secolo alla sua unità politica (mantenutasi ininterrotta dal II secolo a.C.), sia perché sconvolse le strutture politiche, economiche, sociali, culturali ancora conservatesi profondamente tardo antiche. I Longobardi però erano numericamente assai pochi e con una cultura di molto inferiore a quella degli autoctoni, cosicché nel giro di poche generazioni andarono incontro ad un rapido processo di latinizzazione ed assieme di cattolicizzazione (praticamente sinonimi nell’Italia dell’epoca). I loro primi sovrani si definivano rex Langobardorum (intendendo ciò alla maniera germanica), ma si noti che i romanici in territorio longobardo, purché di condizione libera, s’amministravano secondo il diritto romano. Ben presto però, sopraggiunta una prima romanizzazione, Agilulfo (che non era nemmeno di stirpe longobarda, essendo un turingio) si proclamò “gratia Dei rex totius Italiae”. Era il 604 d.C., quindi erano passati meno di quarant’anni dall’invasione in Italia (avvenuta nel 568). La proclamazione avvenne introducendo anche pratiche di corte ispirate a quelle in uso nell’impero romano d’Oriente e su sollecitazione di consiglieri latini. Agilulfo rimaneva rex Langobardorum (alla maniera germanica), ma si proclamava anche rex Italiae (questa volta secondo il diritto romano). L’Italia infatti era sempre rimasta nel sistema giuridico romano regione a sé stante, distinta dalle altre dell’impero, sin dai tempi d’Augusto. Sebbene avesse perduto ogni privilegio nel corso del III secolo d.C., pure era sempre rimasta amministrativamente e giuridicamente separate dalle altre “prefetture” (Galliae, Hispaniae, Grecia ecc.). Proclamandosi rex Italiae, Agilulfo si rifaceva a questa tradizione storica e giuridica.
I longobardi, ormai pressoché completamente italianizzatisi e romanizzatisi, si proposero anzi quale obiettivo fondamentale della propria azione politica la riunificazione dell’Italia, ossia del regnum Italiae: il monarca “longobardo” ad un certo punto prese a definirsi “rex totius Italiae”, re di tutta l’Italia. Tre sovrani, Liutprando, Astolfo e Desiderio, tentarono questa impresa, fallendo soltanto per la capacità del vescovo di Roma di servirsi della propria autorità spirituale e religiosa per scagliargli contro invasioni straniere, ossia i Franchi.
Il concetto e l’istituto di regno d’Italia si ripresenta anche sotto il dominio franco. Carlo Magno, conquistata Pavia, si proclama Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum, ma è anche rex Italiae (781). Proprio con Carlo Magno si ha un passo giuridico fondamentale nella storia di questo “regno”, poiché il sovrano dei Franchi e dei Longobardi facendosi proclamare imperatore (romano), rivendica per sé il titolo di sovrano universale (non re di un dato popolo: la distinzione è basilare). Egli fa ciò anche perché rex Italiae, in quanto il sovrano dell’Italia, patria di Roma e culla dell’antico impero, ha diritto al titolo imperiale.
Il regnum Italiae conserva i suoi istituti politici, amministrativi e giuridici, anche sotto la dominazione carolingia, ma finisce coinvolto come tutti gli altri organismi politici dell’Occidente medievale nella crisi del IX secolo, con una progressiva frammentazione e disarticolazione delle sue strutture a beneficio di poteri locali. Ma continuare ad esistere l’idea di una Italia distinta dai territori transalpini: «Riguardo al regno d’Italia, la nozione di un confine che lo distinguesse dai regni di Germania e di Borgogna rimase, nonostante l’unione dinastica sotto un unico re» [Giovanni Tabacco, Giovanni Grado Merlo, “Medioevo”, Bologna 1989, p. 202]
È nell’Alto Medioevo che si ha comunque un importante tentativo politico di riunificare l’Italia, ad opera di Arduino d’Ivrea, che si proclamò rex Italiae nell’anno 1000, fu incoronato a Pavia nel 1002 e continuò con alterne vicende a perseguire il suo progetto sino al 1014, fallendo soltanto per l’opposizione della Chiesa, che si alleò con principi germanici.
Il titolo di rex Italiae ed il correlato regnum Italiae continuarono però ad esistere anche nei secoli successivi. L’impero romano per gli uomini del Medioevo, non era scomparso, ma continuava ad esistere, soltanto in forma mutata. Semplificando al massimo grado per ragioni di sintesi, l’imperium era ritenuto essere stato ordinato da Dio stesso per l’umanità intera ed avrebbe continuato ad esistere sino alla fine dei tempi. L’imperatore quindi non era sovrano soltanto d’alcuni territori, ma di tutta la terra. Di fatto però, era evidente che l’autorità dell’imperatore era riconosciuta solo in alcune regioni e, si badi bene, non perché imperatore, ma in quanto principe, duca ecc. di determinati territori. Il titolo imperiale però era collegato, sempre e necessariamente, a quello di rex Italiae, poiché l’Italia era il centro dell’impero con Roma. Non è un caso che un altro tentativo di ripristinare l’unità politica della nazione italiana avvenne con Federico II di Svevia, che a detta di
Ernst Kantorowicz
, suo massimo biografo, pensava a sé stesso come “romano” e che fu sia fra i patrocinatori della riscoperta dell’antico, sia fra i promotori dell’italiano letterario. Questo sovrano progettava l’“unio regni et imperi”, ossia l’unione del regnum Italiae in senso stretto, che le vicissitudini storiche avevano portato a comprendere soltanto la maggior parte dell’Italia centro-settentrionale, ed il più giovane regnum Siciliae, sorto solo nel secolo XI.
Seppure solo sul piano simbolico e formale, il regnum Italiae conservò la sua esistenza anche nell’evo moderno, tanto che la famosa Corona Ferrea venne usata dal VI secolo sino al XIX per l'incoronazione dei re d'Italia.
Con buona pace dei separatisti o comunque di coloro che negano l'esistenza della nazione italiana, essa esiste da oltre 2000 anni e la consapevolezza di questo non è mai venuta meno, neppure durante il periodo di frammentazione politica.

venerdì 10 settembre 2021

𝐈𝐥 "𝐌𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐚𝐩𝐨𝐥𝐢"



Non è esistito solo il Muro di Berlino. Meno noto, specie ai visionari che fantasticano di una 𝐂𝐚𝐦𝐨𝐫𝐫𝐚 nata solo nel 1861, è il “Muro” di Napoli.
Di cosa si trattava? Essendo ormai divenuto il quartiere detto Vicaria - cd Imbrecciata - feudo della Camorra, 𝐅𝐞𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐈𝐈 pensò bene di tramutarlo in una sorta di ghetto delimitato entro mura, e chiuso la notte da un'imponente cancellata. Ciò non impedì, comunque, alla delinquenza organizzata di pervadere tutto il Regno delle Due Sicilie.
«𝐿𝑜 𝑠𝑓𝑟𝑢𝑡𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑖 𝑑𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑛𝑛𝑖𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑐𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑜𝑐𝑐𝑎𝑣𝑎 𝑙'𝑎𝑝𝑖𝑐𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑛𝑖𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑖𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑟𝑖𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑔𝑜𝑣𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑏𝑜𝑟𝑏𝑜𝑛𝑖𝑐𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑜𝑟𝑔𝑎𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑜𝑙𝑒, 𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑇𝑟𝑒𝑚𝑖𝑡𝑖, 𝑑𝑖 𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑙 𝐺𝑎𝑟𝑔𝑎𝑛𝑜.» (Barbagallo, 2010, pagina otto).
𝐑𝐚𝐟𝐟𝐚𝐞𝐥𝐞 𝐃𝐞 𝐂𝐞𝐬𝐚𝐫𝐞 (2005, pag.254) è ancora più duro: "𝑓𝑟𝑎 𝑙𝑒 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐𝑜𝑟𝑟𝑜𝑡𝑡𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑟𝑟𝑢𝑡𝑡𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜... 𝑙𝑎 𝑃𝑜𝑙𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒 𝑙𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑧𝑒".
Quando c'erano verifiche o ispezioni, "𝑠𝑖 𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑔𝑎𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑢𝑛 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑐𝑎𝑓𝑓𝑒̀, 𝑐𝑖𝑜𝑒̀ 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖𝑒𝑐𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑐𝑎𝑡𝑖" alle forze dell'ordine per avere un occhio di riguardo. "𝑁𝑒𝑙𝑙'𝑒𝑠𝑒𝑟𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑐'𝑒𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑝𝑖𝑎𝑔𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖̀ 𝑎 𝑐𝑢𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑖"(p.181).
Non ci si stupisca se poi 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐒𝐚𝐯𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐍𝐢𝐭𝐭𝐢 era solito dire che: "𝑎 𝑁𝑎𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑖𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑜 𝑐𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑔𝑜𝑣𝑒𝑟𝑛𝑜"(Bracalini, 2001, pag.263).
C'è chi parla chiaramente , peraltro da un fronte di certo non risorgimentalista, di "𝑒𝑣𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑒 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑜 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝐶𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑎, 𝑣𝑒𝑟𝑎 𝑎𝑢𝑡𝑜𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑝𝑙𝑒𝑏𝑒𝑎 " (𝐂𝐢𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞, 2016, pag.52).
A questo punto, ci sarà il solito lettore portatore (in)sano di pregiudizio, che chiederà polemico: "𝐸 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑖𝑙 𝑅𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑'𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑓𝑒𝑐𝑒, 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒, 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑜𝑟𝑔𝑎𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑎?"
𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐠𝐚𝐥𝐥𝐨 chiarisce che "𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑜𝑟𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑎̀ 𝑎𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐺𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝐺𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑎̀ 𝑝𝑖𝑢̀". (2015, pag.48).
E meno male che i principali attori del Risorgimento erano alleati dei camorristi...
Brano tratto da "𝐋𝐀 𝐆𝐑𝐀𝐍𝐃𝐄 𝐁𝐔𝐆𝐈𝐀 𝐁𝐎𝐑𝐁𝐎𝐍𝐈𝐂𝐀" di 𝐓𝐚𝐧𝐢𝐨 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧𝐨

lunedì 23 novembre 2020

Risposte al video di L. Giovannone sull'economia delle Due sicilie

https://www.youtube.com/watch?v=yvMtvxJ-pew

Vi sarebbe molto da dire in proposito. Per ora mi limito a confutare quanto quel signore scrive sulla finanza. Ricorre con relativa frequenza nella storiografia dilettantesca o nella pubblicistica il richiamo a quanto ebbe a scrivere Francesco Saverio Nitti in un suo saggio pubblicato nell’anno 1900, “Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897”, ripubblicato successivamente in “Scritti sulla questione meridionale”. Ciò che asseriva il Nitti è noto, cosicché non è necessario riprenderlo per esteso: in pratica egli sosteneva che il Mezzogiorno fosse stato svantaggiato dalle politiche economiche dello stato italiano per quasi un quarantennio, versando in tasse ed imposte più di quanto ricevesse come investimenti ed in generale risorse. Questa ipotesi era il cardine di quella, più ampia ed articolata, secondo cui la causa principale del dualismo economico nord/sud sarebbe stato proprio il drenaggio di risorse finanziarie dal mezzogiorno al settentrione. Il sociologo, economista e statistico Corrado Gini, conosciuto in tutto il mondo per il suo “coefficiente di Gini” tutt’ora utilizzato per misurare le disuguaglianze socio-economiche, analizzò l’ipotesi di Nitti nel suo saggio “L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni”, pubblicato nel 1910. Il Gini esaminò e smontò, pezzo a pezzo e con argomentazioni serrate di ordine matematico, quanto aveva sostenuto il Nitti. Questo illustre statistico ebbe modo di provare inoltre che lo scritto dell’importante politico e storico meridionalista era stato viziato da manipolazioni, per non dire falsificazioni. In ogni caso, il Gini poteva concludere che, dati statistici alla mano, il Mezzogiorno non aveva ricevuto dallo stato meno di quanto avesse versato nel periodo 1862-1897, anzi era avvenuto il contrario. Quanto sostenuto sul punto suddetto ne “L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni” non ricevette nessuna replica o contestazione, neppure dal Nitti stesso. Di fatto, chiuse la questione per quanto riguardava la distribuzione regionale delle risorse dello stato italiano nel suo primo quarantennio di vita. A distanza di oltre un secolo, si ritrovano però persone che riprendono i contenuti de “Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897”, ignorando del tutto il successivo studio del Gini del 1910. Zitara ad esempio, che è stato il tramite fra divulgatori puri e semplice quale Aprile o Del Boca ed il dibattito fra Nitti e Gini, si limitava ad osservare in modo sibillino (in “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”) che gli era difficile stabilire chi fra i due avesse ragione, perché l’argomento non era più stato ripreso da specialisti di storia delle finanze (sic!). Questo pubblicista gramsciano non si rendeva conto, o fingeva di non rendersi conto, che nessuno aveva più esaminato di nuovo la questione poiché il Gini aveva detto la parola definitiva, giacché i dati ed i calcoli da egli presentati sono apparsi umanamente incontestabili e difatti sono rimasti da allora incontestati. Non è neppure vero che il liquido posseduto dal regno delle Due Sicilie fosse pari ai 2/3 dell’intero capitale italiano. Basti un semplice dato statistico riferito alle società in accomandita italiane al momento dell’Unità. Esse erano 377, di cui 325 nel centro-nord, escludendo dal computo quelle esistenti nel Lazio, nel Veneto, del Trentino, nel Friuli e nella Venezia Giulia. Comunque, il capitale sociale di queste società vedeva un totale di un miliardo e 353 milioni, di cui un miliardo e 127 milioni nelle società del centro-nord (sempre prescindendo da Lazio, Veneto, Trentino, Friuli, Venezia Giulia!) e soltanto 225 milioni nel Mezzogiorno. Per fare un paragone, il totale della riserva finanziaria dello stato borbonico era pari a 443,2 milioni di lire; praticamente un terzo del capitale delle società per in accomandita del centro-nord. Le sole società in accomandita del regno di Sardegna avevano un capitale totale che era quasi doppio di quello dello stato borbonico: 755,776 milioni contro 443,2 milioni. Si tenga conto sempre poi che in questo calcolo sono escluse tutte le società per azioni del nord-est, poiché non era incluso nel 1861 nel regno d’Italia. Dati relativi alle società commerciali e industriali tratti dall'Annnario statistico italiano del 1864. 
Le 377 società anonime ed in accomandita censite in quegli anni per un capitale di 1 miliardo e 353 milioni erano così ripartite per numero e per capitale tra i vari Stati italiani:
 Antiche province - Numero - Capitale (Stati sardi)----------------- 157---------- 755.776 Toscana--------------------- 75 ----------- 425.047 Regno delle Due Sicilie -- 52 ----------- 225.052 Emilia----------------------- 39 ------------ 117.846 Lombardia ----------------- 56 ------------- 59.435 

Il divario è ancora più abissale se si considerano gli istituti di credito e commerciali, naturalmente privati: nel 1859 ne esistevano 377 nel regno di Sardegna contro i 56 del regno delle Due Sicilie. Il numero di questi istituti del reame borbonico era identico a quello della Lombardia (però diverse volte più piccola, sia geograficamente, sia demograficamente) ed inferiore a quello della Toscana (73). Complessivamente, gli istituti di credito e commerciali, nel 1860, vedevano nella sola area compresa fra Piemonte, Liguria, Lombardia e Toscana un numero quasi dieci volte superiore a quello dell’intero Mezzogiorno: 506 contro 56! La storiografia si ripartisce in quattro correnti principali nell’interpretazione delle cause del divario nord-sud. Le motivazioni principali sono: la politica economica; la geografia; la cultura; le istituzioni locali. La teoria della politica economica si ripartisce a sua volte in tre rami: l’eredità del malgoverno borbonico; l’ipotesi dello sfruttamento; cause congiunturali dovute a scelte sbagliate della classe dirigente. L’eredità negativa del malgoverno borbonico è riconosciuta in maniera pressoché unanime ed ha avuto fra i suoi sostenitori già Giustino Fortunato e Benedetto Croce. La spiegazione del divario quale presunto sfruttamento del nord sul sud è una teoria anacronistica, che è stata esaminata e superata da decenni, per merito anzitutto di Corrado Gini (il maggior statistico italiano) e specialmente di Rosario Romeo (ritenuto il maggior storico del Risorgimento). Coloro che ancora si focalizzano sulla politica economica nazionale quale causa, o meglio quale una delle cause del divario, non sostengono che essa sia stata mossa dall’intento di favorire regioni a scapito di altre, bensì ritengono che errori di scelta (del genere di quelli della Sinistra storica, classe dirigente per lo più meridionale, presi nella politica doganale) abbiano finito con l’avvantaggiare lo sviluppo settentrionale. Un altro esempio di questo viene portato dai sostenitori di questa corrente riguardo alla Cassa del Mezzogiorno ed in generale sulle politiche di intervento con leggi speciali e trasferimento di ingenti risorse dal nord al sud. Alcuni studiosi ritengono che questa tipologia di azioni, che ha cercato di favorire il Meridione e che è stato portato avanti sin quasi dall’Unità, abbia finito con il danneggiare il sud. La spiegazione di ordine geografico si può dire la prima ad essere avanzata assieme a quella del malgoverno borbonico, avendo avuto come suo primo teorico Giustino Fortunato patriarca del meridionalismo. Essa si sofferma su dati di fatto inoppugnabili: la minore presenza in percentuale di terre di pianura e fertili rispetto al centro-nord; la minora presenza di corsi d’acqua, che ha determinato minori risorse energetiche negli anni (fine Ottocento ed inizio Novecento) in cui l’impiego dell’acqua quale fonte energetica era assai importante per l’industria (è quanto afferma, fra gli altri, Luciano Cafagna); la posizione più decentrata e periferica rispetto ai centri della rivoluzione industriale. Questa spiegazione trova ampi consensi anche in anni recenti. Ad esempio, Vittorio Daniele e Paolo Malanima chiudono il loro libro sul divario Nord-Sud: «La Rivoluzione industriale e l’industrializzazione sono avvenute in Inghilterra e poi nell’Europa occidentale. Se fossero avvenute in Africa, le cose, per il nostro Mezzogiorno (e non solo per il Mezzogiorno!) sarebbero certamente state diverse». Anche fra studiosi stranieri questa interpretazione viene accolta, come ad esempio da Brian A’Hearn ed Anthony Venables. Il condizionamento negativo indotto dalla geografia appare quindi riconosciuto, in un modo od in un altro, sebbene esso non sia considerato quale l’unico fattore del dislivello di sviluppo. Le spiegazioni del divario quale dovuto a differenze nel capitale sociale e nelle istituzioni locali sono al contempo diverse fra di loro ma intrecciate. Esse hanno il merito di consentire un’analisi di lunga durata storica. La base comune di entrambe è la presenza, incontestabile, di una struttura sociale plurisecolare segnata dal sistema agrario latifondista e da un feudalesimo particolarmente radicato e persistente (formalmente, è scomparso solo con Murat), che ha portato sia ad un capitale sociale minore rispetto al centro-nord, sia ad una mentalità differente nelle istituzioni. La teoria che si sofferma principalmente sulla mentalità ha avuto quale suoi maggiori teorici due sociologi stranieri, Robert Putnam ed Edward Banfield. Il primo si è concentrato sul ruolo delle istituzioni politiche del centro-nord e del sud nel Medioevo e nell’era moderna, con la minore partecipazione consentita ai meridionali nella vita politica. Il Banfield con “The Moral Basis of a Backward Society” (New York 1958) invece ha esaminato principalmente la funzione delle strutture familiari e di clientela nella formazione di una mentalità determinata. La teoria che invece si focalizza sulle istituzioni locali, politiche ed economiche, trova anch’essa largo consenso in campo internazionale, con autori come Acemoglu e Robinson (D. Acemoglu D., J. A. Robinson, Why Nations Fail. The Origins of Power, Prosperity, and Poverty, London, 2012), oppure S. Engerman, K. Sokoloff , Institutions, Factor Endowments, and Paths of Development in the New World, «Journal of Economic Perspectives», 2000, 14 (3), pp. 217-232. Beninteso, l’elenco di autori che sostengono questa interpretazione è ben più lungo e comprende anche autori italiani, come Emanuele Felice. Le istituzioni politiche ed economiche locali sono il frutto di un processo storico ed influiscono in maniera diretta sulla crescita economica. Anche se la cornice istituzionale è dal 1861 la medesima, le istituzioni locali hanno funzionato e funzionano in maniera diversa, poiché nel Mezzogiorno la vita politica si fonda su un sistema clientelare molto più radicato che nel Centro-Nord (sebbene questo non ne sia esente), e di ciò se ne ha abbondante notizia sin dall’epoca borbonica. L’impostazione clientelare è in parte eredità della precedente amministrazione borbonica, in parte ed ad un livello più profondo e per un periodo di tempo più lungo, della struttura socio-economica meridionale. Il ruolo delle mafie è l’aspetto più appariscente e grave di un fenomeno che attraversa storicamente buona parte della società meridionale. Emanuele Felice nell’articolo “Italy's North-South divide (1861-2011): the state of the art” (pubblicato nel 2015), in cui riassume per sommi capi lo status quaestionis sulla questione meridionale non si sofferma neppure ad esaminare l’ipotesi «dello sfruttamento − del Sud da parte del Nord» che egli ritiene «il meno fondato fra quelli proposti (anche se forse il più popolare, perché meglio si presta a essere strumentalizzato per fini politici). La mia tesi è che vi sia stata un’alleanza fra le classi dirigenti del Sud e quelle del Nord e che la grande maggioranza dei cittadini meridionali è stata sfruttata, in primo luogo, dalle loro stesse classi dirigenti.» Questa ipotesi, vecchia e superata, è già stata confutata da Corrado Gini (il massimo statistico italiano, le cui analisi nell’ambito della ripartizione delle risorse da parte dello stato italiano nel primo cinquantennio rimangono a tutt’oggi incontestate) e da Rosario Romeo (il maggior storico del Risorgimento, che ha stroncato l’ipotesi marxista sulla genesi del divario nord-sud). Dopo il Romeo questa interpretazione difatti è stata praticamente abbandonata. Sono invece vive e vitali e trovano largo consenso altre spiegazioni: 1) il fattore geografico; 2) l’eredità del malgoverno borbonico; 3) la differenza di mentalità ovvero il capitale sociale; 4) il ruolo delle istituzioni politiche ed economiche locali, condizionate dal notabilato e dalla struttura clientelare, che affondano le loro radici nel ruolo del latifondo e del feudalesimo nel Mezzogiono; 5) fattori di ordine congiunturale ed endogeno, ossia legate all’economia internazionale; Si può ancora aggiungere che il Mezzogiorno ha sicuramente ricevuto dallo stato nazionale con investimenti molto più di quanto abbia dato con il prelievo fiscale, senza possibile dubbio. Esistono al riguardo le analisi di due sociologi ed economisti del calibro di Luciano Gallino e Luca Ricolfi, ma si tratta di un fatto noto e provato. In quanto agli istituti bancari del regno delle Due Sicilie, ossia il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia (erano due distinti) essi non scomparvero e non furono espropriati. L’unificazione finanziaria dello stato italiano fu più lenta che in altri settori. L’accorpamento di tutti i debiti pubblici avvenne già nel 1861 con “Il gran libro del debito pubblico”, mentre la moneta unica, la lira italiana, fu creata con la legge Pepoli nel 1862. Tuttavia quasi tutti i vecchi istituti bancari pubblici degli stati preunitari continuarono ad operare, ad avere la facoltà di stampare moneta valida per il nuovo regno ed anche ad esercitare concorrenza reciproca. Esistevano nel 1861: la Banca Nazionale, che derivava dalla fusione della Banca di Genova e della Banca di Torino; la Banca Nazionale Toscana; il Banco di Napoli; il Banco di Sicilia. Nel 1863 si aggiunse la Banca Toscana di Credito e nel 1870 la vecchia Banca degli stati pontifici divenne Banca Romana. Questa situazione fu regolamentata nel 1874 con una legge che attribuiva esplicitamente a questi sei istituti la facoltà di stampare moneta. La scelta di conservare in vita queste diverse banche non fu dovuta ad esigenze di pubblica utilità quanto alle pressioni degli azionisti ed ai gruppi di pressione regionali che non volevano perdere la loro banca di riferimento nel territorio locale. Il famoso scandalo della Banca Romana, dovuto in parte ad una estesa corruzione della classe politica in parte ad una specie di guerra finanziaria mossa dal papato contro l’Italia, condusse alla soppressione ed all’accorpamento di quasi tutti gli istituti autorizzati a stampare moneta. Nel 1893 nasceva così la Banca d’Italia dalla fusione della Banca Nazionale piemontese, della Banca Nazionale Toscana, della Banca Toscana di Credito, mentre la screditata Banca Romana di fatto fallita venne liquidata. Rimanevano attive ed autonome fra le vecchie banche derivanti dagli stati preunitari proprio il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia, che furono accorpati anch’essi nella Banca d’Italia soltanto nel 1933. L’unico importante cambiamento subito dal Banco di Napoli nei primi anni dopo l’Unità (per quanto mi risulta) è il suo passaggio da privato (di fatto) a pubblico, con la nazionalizzazione della quota azionaria di controllo che era in mano al ramo dei Rothschild di Napoli. L’accaduto è anzi piuttosto conosciuta dai biografia del casato dei Rothschild, poiché rappresentò una delle maggiori perdite finanziarie della loro storia e praticamente segnò la fine della loro attività in Italia. Il Risorgimento italiano condusse infatti alla nazionalizzazione della quota di controllo dei Rothschild sul Banco di Napoli, quindi al loro controllo delle finanze dell’Italia meridionale, ed all’espulsione dell’Austria dal Lombardo-Veneto, in cui sempre questa famiglia aveva avuto offerte ampie possibilità. Dopo il 1866, era rimasto ai Rothschild il rapporto privilegiato col papa, tanto che rappresentanti della famiglia d’ebrei viennesi cenavano assieme al cardinale Antonelli, ministro degli esteri vaticano ed autentica eminenza grigia del pontefice. Non è per nulla casuale che i Rothschild fossero in affari con tutti gli stati ostili all’Unità d’Italia. Il regno delle Due Sicilie aveva avuto le proprie finanze controllate dalla famiglia Rothschild, quindi da una famiglia di privati d’origine austriaca, sin dal 1821. In quell’anno, come è noto, un’invasione austriaca pose termine alla costituzione partenopea, da poco concessa. L’operazione militare fu richiesta a Lubiana direttamente dal sovrano Ferdinando I, d’idee assolutiste e del tutto illiberali ed incostituzionali. In cambio della restaurazione del potere assoluto del sovrano borbonico, l’Austria chiese ed ottenne il controllo indiretto delle finanze del regno. Di fatto, la spedizione militare fu finanziata dai Rothschild, i banchieri della casa d’Asburgo, e poi le spese così compiute ed i debiti della guerra furono addebitati al Banco di Napoli, ovvero al regno delle Due Sicilie. Insomma, re Ferdinando I chiese aiuto agli austriaci per abolire la costituzione (che aveva giurato di rispettare e difendere!) ed in cambio accettò che le spese dell’operazione militare con cui l’Austria invase il suo stato combattendo contro le forze liberali dell’esercito costituzionale fossero addebitate al regno delle Due Sicilie stesso. Questo contribuisce a spiegare perché la politica estera borbonica sia sempre stata da allora filo-austriaca: le loro finanze erano in mano ai Rothschild, legatissimi nei loro interessi economici agli Asburgo. Nel 1860, l’austriaco Adolf von Rothschild era il titolare del ramo “napoletano” della famiglia e si trovava a Napoli per i suoi affari. Fu colto alla sprovvista dall’avanzata di Garibaldi e scappò in fretta con Francesco II a Gaeta, ma si vide nazionalizzare tutta la propria quota al Banco di Napoli. Queste avvenne sia perché von Rothschild era legato a filo doppio all’Austria (quindi ad uno stato ostile all’Italia), sia perché le azioni possedute da questo speculatore a Napoli derivavano dall’invasione austriaca del 1821 e dall’imposizione del debito derivante al Banco stesso. Restavano a questo banchiere altre proprietà private in Italia meridionale, ma la perdita del legame privilegiato col reame borbonico e della quota di controllo del Banco partenopeo (che derivava dall’invasione austriaca del 1821) lo convinsero a venderle ed ad andarsene (1863). Sulla vicenda dei Rothschild a Napoli, cfr. F. Morton, The Rothschilds; a Family Portrait, Boston 1962; N. Ferguson, “The House of Rothschild: The World's Banker: 1849-1999”, New York 1999. Invece, una panoramica d’ampio respiro sulla storia della finanza pubblica in Italia si ritrova in F. A. Repaci, “La finanza pubblica italiana” (Zanichelli, Bologna 1962) I Rothschild operavano anche nello stato pontificio, a partire da papa Gregorio XVI che si era servito di questi banchieri per fronteggiare i pesanti deficit di bilancio. Furono specialmente, di questa famiglia, James Rothschild (della casa di Parigi) e Charles Rothschild (della casa di Napoli). Quest’ultimo ottenne anche un’alta onorificenza pontificia. Sul ruolo dei Rothschild nello stato pontificio D. Felisini, Le finanze pontificie e i Rothschild. 1830-1870, Napoli 1990; N. Ferguson, The World banker. The History of the House of Rothschild, London 1998.

domenica 22 novembre 2020

𝗟𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲 (𝗺𝗮𝗶) 𝗰𝗵𝗶𝘂𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗶 𝗦𝗮𝘃𝗼𝗶𝗮 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝗹’𝗨𝗻𝗶𝘁𝗮̀

 𝗟𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲 (𝗺𝗮𝗶) 𝗰𝗵𝗶𝘂𝘀𝗲 𝗱𝗮𝗶 𝗦𝗮𝘃𝗼𝗶𝗮 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝗹’𝗨𝗻𝗶𝘁𝗮̀


di 𝗧𝗮𝗻𝗶𝗼 𝗥𝗼𝗺𝗮𝗻𝗼
“𝑀𝑜𝑙𝑡𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐ℎ𝑒, 𝑠𝑢𝑏𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑙’𝑎𝑛𝑛𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑏𝑜𝑟𝑏𝑜𝑛𝑖𝑐𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑜 𝑆𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑆𝑎𝑏𝑎𝑢𝑑𝑜, 𝑖𝑛 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑆𝑈𝐷 𝑓𝑢𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑢𝑠𝑒 𝑙𝑒 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑎𝑠𝑖 15 𝑎𝑛𝑛𝑖, 𝑖𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑎 𝑜𝑡𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒, 𝑢𝑛’𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑎𝑛𝑎𝑙𝑓𝑎𝑏𝑒𝑡𝑖 𝑑𝑎 𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑧𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑛𝑑𝑢𝑠𝑡𝑟𝑖𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑛𝑜𝑟𝑑”.
Il Meme con questa palla rimbalza di sito meridionalista in pagina web nordista. Inutile dire che è, anche questa, una preziosa gemma del bufalificio scoopista. Analizziamo prima di tutto la condizione della scuola nel Regno delle Due Sicilie:"𝑙𝑒 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑒 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑓𝑓𝑖𝑑𝑎𝑡𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑖𝑛𝑐𝑒 𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑖 𝑎𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑣𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖, 𝑑𝑎𝑙 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑎𝑛𝑧𝑖𝑎𝑟𝑖𝑜, 𝑠𝑢𝑙 𝑏𝑖𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑙𝑜𝑐𝑎𝑙𝑖"
(Villari, 1957, p.39).
Si tenga presente questo importante punto, in quanto, quasi lo stesso identico sistema fu adottato con la 𝑳𝒆𝒈𝒈𝒆 𝑪𝒂𝒔𝒂𝒕𝒊 postunitaria, per la quale “𝑖𝑙 𝑑𝑜𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑣𝑖 𝑓𝑢 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑖𝑡𝑜 𝑎𝑖 𝐶𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖" (Scirocco, 1993, p.428).
Tutto uguale, quindi? No, tra le differenze c'era quella per cui, nel Regno d'Italia " 𝑙'𝑜𝑏𝑏𝑙𝑖𝑔𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑖 𝐶𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑚𝑖𝑛𝑜𝑟𝑖 𝑟𝑖𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜̀ 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑏𝑖𝑒𝑛𝑛𝑖𝑜, 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑠𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑖 𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 4000 𝑎𝑏𝑖𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖." (p. 428)
Questa prima legge sull'istruzione obbligatoria, che fu promulgata nel 1859 e poi estesa a tutta l'Italia unita, prescriveva pertanto due anni di Scuola elementare obbligatoria e gratuita per tutti. Ma mentre "𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑛𝑜𝑟𝑑, 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑓𝑙𝑜𝑟𝑖𝑑𝑖 𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑠𝑜𝑙𝑙𝑒𝑐𝑖𝑡𝑖, 𝑑𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑣𝑖𝑙𝑢𝑝𝑝𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑖 𝑠𝑓𝑜𝑟𝑧𝑖 𝑎𝑑𝑒𝑔𝑢𝑎𝑡𝑖; 𝑎𝑙 𝑠𝑢𝑑 𝑠𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑎̀ 𝑝𝑜𝑐𝑜 𝑜 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑖 𝑒 𝑑𝑖 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎̀". (Mottola, 2014, p.130).
Quindi se capitò che qualche scuola non avesse i fondi necessari, la colpa fu, sia della condizione disastrosa locale a livello economico ereditata dal governo borbonico, sia della mentalità comunale contadina e medievale inculcata in secoli di regime. Secondo lo studioso 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐕𝐢𝐠𝐧𝐚, "𝑖𝑛 𝐿𝑜𝑚𝑏𝑎𝑟𝑑𝑖𝑎 𝑒 𝑃𝑖𝑒𝑚𝑜𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑖 𝑎𝑙 93%, 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑅𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝐷𝑢𝑒 𝑆𝑖𝑐𝑖𝑙𝑖𝑒 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑣𝑎𝑣𝑎 𝑎𝑙 18% 𝑠𝑢 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎 𝑛𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑒𝑙 43%" (2019).
Il Piemonte avrebbe avuto sia un terzo delle Scuole Elementari di tutta Italia (8467), sia un terzo degli scolari italiani (361.970). All'opposto, "𝑁𝑒𝑙 𝑀𝑒𝑧𝑧𝑜𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑡𝑒𝑟𝑧𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑒𝑟𝑎 𝑡𝑜𝑡𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑟𝑖𝑣𝑜 𝑑'𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑡𝑖𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝑆𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎" (Vigna, 2019).
Nella Storia del sottosopra, invece, Il regno d'Italia avrebbe fatto chiudere, prodigiosamente, quelle scuole al Sud Italia, che i Borboni, però, non avevano mai, in modo diffuso, aperto!!! Persino il noto sito generalista Bufale.net (2018)si è dovuto abbassare a smentire, ed irridere, la favola delle scuole chiuse dai Massoni Savoia.
tratto da "𝗟𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗕𝗨𝗚𝗜𝗔 𝗕𝗢𝗥𝗕𝗢𝗡𝗜𝗖𝗔": la verità che smonta tutte le fake news contro il risorgimento.

giovedì 19 novembre 2020

Un simpatico aneddoto su Garibaldi e Jacob von Haynau


Il 4 settembre 1850 il generale austriaco Julius Jacob von Haynau, tristemente noto come la “Iena di Brescia”, recatosi a visitare la birreria Barclay & Perkins in Park Street - nel quartiere operaio di Southwark a Londra- riconosciuto dalla locale manovalanza veniva brutalmente aggredito e violentemente percosso. La spregevole reputazione dell’Haynau - che fu causa dell'aggressione - era legata alla spietata respressione delle dieci giornate di Brescia e alle impiccagioni dei martiri d’Arad di cui il generale si era reso responsabile. Si rischiò un vero e proprio linciaggio. Haynau venne duramente colpito con una balla di fieno e ripetutamente malmenato. Strattonato per i baffi e bersagliato con letame, il malcapitato generale solo fortunosamente riuscì a mettersi in salvo, per poi essere invitato dalle autorità a lasciare Londra non potendo essergli assicurata l’incolumità personale.

Lettere di congratulazioni vennero inviate da varie associazioni operaie anche da Parigi e New York, mentre l’11 settembre successivo a Farringdon Hall si teneva un rally di celebrazione.
Il 16 aprile 1864, durante la sua trionfale visita a Londra, Giuseppe Garibaldi, nonostante i pressanti impegni, volle recarsi anch’egli in visita alla birreria Barclay & Perkins con l’intento di rendere omaggio a quei lavoratori che, queste le parole dell’Eroe dei due mondi riportate da un quotidiano londinese, “have merited the respect and consideration of the whole world”. Oggi in quel luogo si trova una stele a ricordare quella che fu vista e descritta come forma, sia pure istintiva e violenta, di solidarismo internazionale.
Questo aneddoto conferma la vasta fama di cui godeva Garibaldi in Inghilterra ed è stato gentilmente fornito da André Del Corno' della London Library. Cogliamo l'occasione per ringraziarlo nuovamente