martedì 23 novembre 2010

Sui risarcimenti al Sud


Un lettore del Corriere della Sera scrive  a Sergio Romano e dice che

In una risposta a un lettore che parlava, in caso di secessione, di risarcimenti dovuti a questo e a quello, lei non ha fatto cenno al diritto del Sud a un risarcimento per i danni subiti nella forzata annessione al Nord, danni che vanno dai fondi della Banca del Mezzogiorno a industrie, beni marittimi e tante altre cose che avevano fatto del Regno delle Due Sicilie e della sua capitale, Napoli, un insieme di ricchezza e felicità. Il successo del libro «Terroni» di Pino Aprile che parla di queste cose testimonia come sempre più italiani diventino sensibili ai problemi del Sud”


Risponde Sergio Romano : 
”Caro Castellano, Il Corriere riceve in questi giorni molte lettere, soprattutto di lettori meridionali, che deplorano i soprusi dei piemontesi, l’ arroganza del Nord, il sacco del Sud, e rimpiangono una specie di età dell’ oro durante la quale i Borbone di Napoli avrebbero fatto del loro regno un modello di equità sociale e sviluppo economico. Le confesso che, leggendo queste lettere, ho due reazioni alquanto diverse. La prima è un sentimento di fastidio per questo travisamento della storia nazionale. Per unanime consenso dell’ Europa d’ allora il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati peggio governati da una aristocrazia retriva, paternalista e bigotta. La «guerra del brigantaggio» non fu il fenomeno criminale descritto dal governo di Torino, ma neppure una guerra di secessione come quella che si combatteva negli Stati Uniti in quegli stessi anni. Fu una disordinata combinazione di rivolte plebee e moti legittimisti conditi da molto fanatismo religioso e ferocia individuale. La classe dirigente unitaria fece una politica che favoriva le iniziative industriali del Nord perché erano allora le più promettenti, e non fece molto, almeno sino al secondo dopoguerra, per promuovere lo sviluppo delle regioni meridionali. Ma il Sud si lasciò rappresentare da una classe dirigente di notabili, proprietari terrieri, signori della rendita e sensali di voti, più interessati a conservare il loro potere che a migliorare la sorte dei loro concittadini. La seconda reazione, invece, è molto più ottimistica. Vi sono circostanze in cui la rabbia e il sentimento di una ingiustizia patita, anche se fondato su una lettura sbagliata del passato, possono produrre risultati positivi. Se queste lettere indicassero la crescita al Sud del numero di coloro che sono stanchi di andare a cercare fortuna altrove e vogliono dare al Nord una lezione di energia e dinamismo, ne sarei felice. Anziché temere la Lega, il Sud avrebbe interesse a imitarla creando nelle sue regioni un movimento che non si limiti a raccogliere voti per darli al migliore offerente. In altre parole al Meridione serve una «Lega Sud» che cambi in una generazione, come è avvenuto al Nord, tutto il personale politico delle amministrazioni comunali e provinciali. Per raggiungere i loro obiettivi, Umberto Bossi e i suoi compagni hanno inventato i celti e la Padania. Il Sud può inventare il regno felice dei Borbone. Quando sono utili al futuro, i travisamenti del passato sono perdonabili.”

domenica 21 novembre 2010

Garibaldi da buttare


Alberto Maria Banti

Lo storico Banti sostiene che Risorgimento e fascismo sono imparentati dall’idea di nazione, di “sangue e suolo”. E che la storia dell’unità d’Italia è inservibile, come le idee dei padri fondatori e il loro linguaggio. L’errore di Ciampi e il nazionalismo nordista

Che ce ne facciamo del Risorgimento? Siamo sicuri che il Risorgimento liberale non sia imparentato con il fascismo? Uno storico dell’Università di Pisa, Alberto Maria Banti (53 anni), sta mettendo in crisi i festeggiamenti per il Centocinquantenario. Con un’antologia di testi (“Nel nome dell’Italia”, editore Laterza) intende dimostrare quanto sia lontano, posticcio e polveroso il Risorgimento, e quanto controversa l’idea di nazione che esso veicolò fin dentro il ventennio mussoliniano.

"Se vogliamo capire cosa celebriamo, facendo del Risorgimento uno dei miti fondativi della Repubblica, dobbiamo conoscerele strutture elementari del discorso nazionalistico e stabilire poi se davvero fanno ancora al caso nostro", dice il Professore ironizzando sui proclami ridondanti di garibaldi, sugli appelli in lingua aulica del cattolico Gioberti, sulla monarchia autoritaria suggellata dallo statuto albertino.
Banti prenda di mira il neopatriottismo risorgimentale di Carlo Azeglio Ciampi, che in funzione antileghista, ha deciso di riesumare valori e simboli perduti, come il primo tricolore romboidale della repubblica cisalpina. L'ex presidente voleva riattivare la mitografia del Risorgimento per far rinascere il senso di appartenenza della nazione e scongiurare il rischio di secessione.
Così facendo però, obietta Banti, non si è accorto di ripescare nel repertorio della storia gli stessi materiali utilizzati dalla Lega, e di fornire a quest'ultima argomenti preziosi.
La Lega, infatti, secondo Banti, non è un movimento antinazionale: "E' un movimento nazionalista contro la nazione italiana, perchè identifica un soggetto che appartiene ad un territorio specifico, con il meccanismo del Sangue e del suolo".
Sicchè, per quanto ruidimentali nel caso di Bossi e Borghezio e più complesse nel caso di Ciampi, le strutture elementari del loro discorso restano identiche e rimandano alla stessa matrice.
"La nazione per il Risorgimento non è un'astrazione culturale, ma un legame biopolitico, cementato dal concetto di stirpe. E' un dispositivo che implica il sacrificio come forma di martirio, facendo dell'eroismo bellico il fulcro della memoria storica;comporta un'asimmetria di genere tra maschi e femmine, e insiste sulla difesa dell'onore nazionale come onore sessuale".
Sono queste le strutture che alimentano la nazionalizzazione delle masse durante il Risorgimento liberale e continuano ad animare la pedagoiga della nazione durante il fascismo, spiega Banti.
 "Riproporle adesso come fa la Lega per legittimare l'invenzione della Padania, e come ha fatto Ciampi per legittimare il suo ecumenismo "crispino" (dal nome dell'esponente della sinistra storica Francesco Crispi, ex garibaldino, ex repubblicano, poi parlamentare, dunque tenuto a giurare fedeltà alla monarchia) confondendo in un tutto armonico Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio emanuele II, e annullando ogni differenza come se fossero tutti protesi allo stesso scopo dell'Unità d'Italia, vuol dire ammantare di nebbia dorata tutta la storia del Risorgimento senza capire cosa celebrare e perché" .
E' un vecchio vizio storico italiano, visto che accomuna, secondo Banti, liberali e fascisti, uniti dalla stessa idea risorgimentale di nazione. Arriviamo così all'altra tesi scandalosa per le sue conseguenze(studiata da Banti in un libro, "Sublime Madre nostra. L'idea di nazione dal Risorgimento liberale al fascismo", che uscirà in gennaio da Laterza). "Le leggi razziali in fondo non sono che la gemmazione coerente del fatto che la  nazione è sangue e suolo per i fascisti, come lo era stata per i liberali", dice Banti. Anche se il grande storico Carlo Ginsburg, ricorda sull'Espresso in edicola che il padre Leone, "italiano per scelta", eroe e martire dell'antifascismo, visse con Vittorio Foa le leggi razziali come un tradimento dell'eredità del risorgimento",  con il quale si identificava fortemente.  Ma tant'è. Se davvero sono questi, cioè il sangue e il suolo, il culto sacrificale del bellicismo, e l'ossessione dell'onore, i materiali che tengono insieme l'Italia di oggi, al di là della frattura che si rivela ogni giorno più labile, tra fascismo e democrazia repubblicana, sarebbe meglio trovarne degli altri, suggerisce Banti.
"E prenderli sul serio" , aggiunge. Per es. il patriottismo costituzionale che io m'immagino con un bel rituale civico, di giuramento di lealtà nei valori fondanti della nazione, da imporre a tutti gli italiani maggiorenni, e non solo agli stranieri naturalizzati. Dobbiamo liberarci dell'idea che il sangue da solo sia in grado di trasmetttere i valori fondanti. Purtroppo non è così. Basta uscire di casa e domandare al pruimo venuto di recitare a memoria i primi articoli della Costituzione. farà scenma muta. "E i fischi contro Balotelli e Ledesma nell'ultima partita di calcio, fischi lanciati dagli stessi ultrà, che facevano il saluto romano, cantando l'inno di Mameli, ne offrono l'ennesima, grottesca dimostrazione", dice questo allievo di Romanelli, approdato alla Storia intellettuale dopo un tirocinio di Storia Sociale, che oggi si considera un agnostico ma si considera "un po' di sinistra", e da anni lavora su un'idea fantasma come la nazione "scomparsa dal discorso pubblico dei paesi d'europa dopo la sconfitta del 1945, quando nessuno voleva più passare per fascista o nazista, e consumata in Italia da 50 anni di egemonia cattocomunista".

giovedì 18 novembre 2010

È LA NOSTRA RIVOLUZIONE


   Ora, grazie a Arbasino, rivisiterò con più attenzione la pittura risorgimentale alle Scuderie del Quirinale. La annuserò, anzi, perché Arbasino descrive, su questo giornale, i quadri che rappresentano interni familiari come un insieme di "porcai e cessi", "bimbi lerci e massaie ripugnanti", "padellini bisunti"; e gli esterni storici come "baraonda e bailamme". Insomma, caos, profumi e balocchi, altro che idee di libertà e di unità della nazione. Sì, anche balocchi, perché il quadro di Gerolamo Induno sulla battaglia di Magenta del 1859 mostra tra i soldati francesi delle "truppe inturbantate e africane". E Arbasino si chiede: «Avranno poi "marocchinato" le magentine come nella Ciociara ?». La risposta è, certamente sì. Se no perché l'insolita domanda? Insomma, aveva ragione Petrolini. Cosa è stato mai questo Risorgimento se nelle strade di tutte le città d' Italia vi sono targhe con su scritto "via Cavour", "via Garibaldi", "via Mazzini". Cacciamoli via, finalmente, questi signori. Lo dice anche il politologo Banti (sempre su questo giornale): «Ma ce li avete presenti i protagonisti del "dibattito" sul 150° anniversario dell' Unità d' Italia? Politici, giornalisti, scrittori e intellettuali che parlano di Risorgimento come se fosse un evento accaduto ieri, carico di valori da rispettare e osservare proprio come se fossero in perfetta sintonia con la nostra vita?». La risposta è ancora sì, ce li abbiamo presenti, anche se tra i protagonisti del "dibattito" il politologo non a caso non mette gli storici i quali attualizzano in modo diverso il Risorgimento e hanno qualche dubbio sugli altri "valori" rivendicati come veri, cioè il brigantaggio (del quale, su questo giornale, è stato fatto il rimpianto da Paolo Rumiz) i Borboni, la rivoluzione sociale comunista, le masse contadine ingannate da Garibaldi, eccetera. E non sono neanche convinti che l' Italia, come ha scritto Curzio Maltese, sia in fondo «patria di sudditi divisi ieri come oggi». Il "succo del nocciolo", (ma il nocciolo ha succo?) è quindi, secondo Banti, che il Risorgimento «avvenne sotto il segno di Cavour e della monarchia sabauda», che «lo Stato che si forma tra il 1859 e il 1860 vede l' opposizione fermissima del papa», che «il Risorgimento è stato un processo complesso, contraddittorio». Queste, sì, sono grandi scoperte... Comunque sia, questa storia non ha da dirci più nulla dato che «il Risorgimento è un paese lontano». Dunque, questo è, sui giornali, lo stato attuale del "dibattito". Ma non sorprende più di tanto chi sa che a ogni passaggio di regime politico, il Risorgimento è stato messo da inesperti studiosio giornalisti sotto accusa, ridicolizzato. Lo fu nel 1922, quando crollò il sistema liberale, lo fu venti anni dopo al momento della crisi finale del regime fascista, quando Adolfo Omodeo fu costretto a scrivere una Difesa del Risorgimento e quando, sull' ultimo numero di Primato, la rivista di Bottai, un grande storico liberale, Carlo Morandi, difese il Risorgimento. E se provassimo allora a immaginare che proprio in questo momento, in Italia, sia più che mai necessaria la memoria dell' unica rivoluzione che ha portato il nostro paese nel regno della libertàe della modernità?E se ricordassimo il Risorgimento con le parole con cui Giansiro Ferrata ne rievocava a Elio Vittorini nel 1946 una pagina particolare ma importante: le Cinque Giornate di Milano? «Fu tutta la vitalità profonda che sta dentro al sangue popolarea dir no alla paura e a dir di sì al sacrificio, a strappare di slancio vittorie in ogni via e ad ogni Porta. Questo è il significato delle Cinque Giornate e i milanesi lo sentono così».
 LUCIO VILLARI

RISORGIMENTO Quel mito fondativo che fa discutere l' Italia


   Alla fine dell' Introduzione all' ampia antologia da lui curata e ora in uscita dalla Laterza, Nel nome dell' Italia. Il Risorgimento nelle testimonianze, nei documenti e nelle immagini, Alberto Mario Banti scrive di aver voluto trasmettere al lettore la visione di un Risorgimento come «un movimento ampio, ricco, complesso, contraddittorio», che appare «ancora oggi straordinariamente affascinante e degno di essere attentamente studiato, piuttosto che acriticamente giudicato, enfaticamente esaltato o liquidato senza appello». Meglio di così, alla vigilia della celebrazione del Centocinquantesimo dell' unità d' Italia non si sarebbe potuto dire. Lo studioso non vuole giustamente sapere del mito del Risorgimento in chiave semplificata e retorica. E perciò invita a considerare la «distanza storica che ci separa dal Risorgimento»: non già per lasciarlo da parte, ma per considerare quell' evento fondativo dell' unità italiana «con maggior freddezza e con minori passioni politiche (positive o negative)». Invita a guardare alle divisioni che opposero i repubblicani ai monarchici, i centralisti ai federalisti, i liberali ai democratici, i clericali prima al processo di unificazione e poi al nuovo Stato, che, appena costituito, si trovò a dover affrontare «una fase di furibonda guerra civile», quella del brigantaggio nel Mezzogiorno. Detto tutto ciò Banti pone la domanda cruciale (la domanda, appunto che avanzano le varie correnti anti-risorgimentali, a partire dai leghisti): se uno Stato nato da profonde lacerazioni interne non si presenti come «una compagine eticamente marcia dalle fondamenta»: e risponde acutamente che allora si dovrebbero «applicare le stesse considerazioni a qualunque altro Stato che incontriamo nell' Occidente contemporaneo» (e non solo). È questo l' approccio giusto, della ragione storiografica che riflette con un atteggiamento critico, al "problema Risorgimento", contrapposto a quello del facile e intellettualmente inutile mito celebrativo, culminato nella retorica fascista. Sono passati 150 anni dal 1861, che per un verso - come nota ancora Banti - «hanno effettivamente creato il senso dell' esistenza di una comunità nazionale italiana», per l' altro mostrano e continuano a mostrare quanto l' Italia sia stata e resti percorsa da ininterrotte e profonde disunità. Di qui gli interrogativi sul suo percorso. Orbene, non diamo però l' impressione che sia venuto solo ora chi prende finalmente a riflettere criticamente sul "problema Risorgimento"; poiché si iniziò a farlo sin dall' indomani del compimento dell' unità. Abbiamo alle spalle un robusto deposito di altissima qualità, che fece tutt' altro che suonare le trombe del facile mito. Si pensi a come tutto il pensiero dei meridionalisti da Pasquale Villari in poi fu un denso e diverso misurarsi sull' eredità lasciata dal Risorgimento; si pensi al dibattito suscitato dalla pubblicazione dei Quaderni di Antonio Gramsci, che oppose in primo luogo Rosario Romeo agli studiosi che al leader comunista si rifacevano, a quello acceso da Denis Mack Smith; e via dicendo. La discussione, critica e acritica, sulla nostra unificazione nazionale la si può vedere ripercorsa nelle pagine del classico volume einaudiano Interpretazioni del Risorgimento di Walter Maturi, pubblicate nel 1962 e recentemente nel saggio edito da Donzelli di Lucy Riall, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni. L' antologia curata da Banti si colloca quindi in una scia di interpretazioni che ben rispecchiano le persino opposte tendenze della storiografia. Due considerazioni finali. La prima per attirare l' attenzione sull' osservazione di Banti che la Lega si è proposta di promuovere essa stessa un suo «risorgimento», quello della Padania. A imitazione in un certo senso delle élite che, con una «invenzione» ideologica e politica, fecero nascere lo Stato nazionale, anche la Lega persegue il fine di inventare la sua nazione; dal che egli avanza l' ipotesi che essa possa essere considerata a suo modo «erede del nazionalismo risorgimentale». Lo studioso esorta a indagare. La seconda considerazione riguarda l' altra osservazione di Banti che gli sforzi di coloro che, come il presidente Ciampi (ma dobbiamo aggiungere il nome del presidente Napolitano), si sono fatti difensori del Risorgimento e dell' unità nazionale alla luce di un «neopatriottismo "buono"», rischiano col cedere al mito retorico di dar corda alle posizioni opposte degli anti-risorgimentali e dei nazionalisti di destra. Qui mi pare che si prema troppo l' acceleratore. Né l' uno né l' altro presidente - si vedano in proposito i recenti interventi di Napolitano su Cavour e in generale sull' unità italiana - hanno gonfiato il mito retorico. Essi hanno invece invocato - contro le divisioni e i contrasti attuali e quelli stessi ereditati dal 1859-61 - l' esigenza di far prevalere ciò che si definisce il "patriottismo costituzionale"; che è, direi, altra cosa. Discutiamo e ragioniamo, ma nella consapevolezza che l' unità del paese uscita dal Risorgimento con i suoi ulteriori sviluppi è l' unica storia che abbiamo, da cui non possiamo prescindere e da cui dobbiamo in ogni caso partire: certo con gli occhi bene aperti ai problemi della difficile unità italiana.
 - MASSIMO L. SALVADORI

martedì 16 novembre 2010

IL RISORGIMENTO NON È UN MITO

Anticipiamo una parte dell' introduzione di Alberto Mario Banti al libro "Nel nome dell'Italia" in uscita da Laterza.
   Ma ce li avete presenti i protagonisti del "dibattito" sul 150° anniversario dell' Unità d'Italia? Politici, giornalisti, scrittori e intellettuali di varie discipline che parlano del Risorgimento come se fosse un evento accaduto ieri, carico di valori da rispettare e osservare proprio come se fossero in perfetta sintonia con la nostra vita? Che parlano di Garibaldi, di Mazzini, di Vittorio Emanuele II o, se è per questo, anche di Francesco II, come di leader politici per cui schierarsi pro o contro, grosso modo come ci si può schierare proo contro Bossio Vendola, Berlusconi o Bersani, D' Alema o Fini? Bene. Adesso provate a leggere qualcuno dei documenti raccolti in questa antologia, e ditemi se ci trovate qualcosa che vi fa battere per davvero il cuore. O qualche leader i cui valori vorreste seguire davvero, consapevoli delle conseguenze e degli atti concreti che comporterebbero. Ascoltate, intanto, qualche frammento: «Il genio proprio degli Italiani nelle cose civili risulta da due componenti, l' uno dei quali è naturale, antico, pelasgico, dorico, etrusco, latino, romano, e s' attiene alla stirpe e alle abitudini primitive di essa» (Gioberti); «L' han giurato: altri forti a quel giuro / Rispondean da fraterne contrade, / Affilando nell' ombra le spade/ Che or levate scintillano al sol. / Già le destre hanno strette le destre; / Già le sacre parole son porte: / O compagni sul letto di morte, / O fratelli su libero suol» (Manzoni); «Amanti della pace, del diritto, della giustizia - è forza nonostante concludere coll' assioma d' un generale americano: "La guerra es la verdadera vida del hombre!"» (Garibaldi). Trovato qualcosa? No? Allora provate con testi più ufficiali: che so, lo Statuto albertino: «Lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo. Il Trono è ereditario secondo la legge salica.- Il potere legislativo sarà collettivamente esercitato dal Re e da due Camere: il Senato, e quella dei Deputati <per la quale vota meno del 2% della popolazione del Regno&. - La persona del Re è sacra e inviolabile». Vivreste volentieri in uno Stato con una Costituzione di questo genere? Oppure, vivreste volentieri in una monarchia assoluta senza libertà e con una notevole quantità di arbitrii, com' era il Regno delle Due Sicilie? Se la risposta è sì, buona fortuna, e speriamo che il viaggio nel tempo vi sia benigno. Se la risposta è no, è arrivato il momento di fare il punto sulla situazione. E il "succo del nocciolo" quale sarebbe? Lo enuncio per punti, il più schematicamente possibile:
  1. il Risorgimento è un paese lontano: fanno le cose diversamente, laggiù;
  2. la distanza storica che ci separa dal Risorgimento ci dovrebbe invitare a considerare ciò che è successo allora con maggior freddezza e con minori passioni politiche (positive o negative);
  3. ma cos' è successo allora? è successo che si è costruito uno Stato di tipo nuovo, uno Stato-nazione;
  4. ovvero uno Stato fondato sul principio secondo il quale la sovranità appartiene non a un singolo (il re),oa gruppi ristretti (i nobili), ma all' intera popolazione di un territorio, una collettività che dalla fine del Settecento viene identificata prevalentemente col termine di «nazione»;
  5. questo concetto è costruito attraverso materiali ideologici che - sin dal primo Ottocento - descrivono la nazione come una comunità di destino, cementata dal sangue, dotata di una terra, di una cultura, di una tradizione religiosa e storica, e pronta a combattere per riscattarsi da secoli di oppressione;
  6. questa appena descritta non è una dinamica che riguardi solo l' Italia: il nazionalismo, così come si forma nel primo Ottocento, è un fenomeno europeo, ed è strutturato dovunque intorno a un' ideologia che è materiata, essenzialmente, dei medesimi elementi;
  7. si tratta anche di un' ideologia che invoca la libertà nazionale, anche se dev' essere ben chiaro che la libertà di cui si parla riguarda solo una parte ben specifica della comunità nazionale: - per i nazionalisti liberali, infatti, gli individui che possono godere del diritto di voto devono essere maschi, adulti, ricchi, coltie membri della comunità nazionale per legami di sangue: niente donne, niente poveri, niente ceti medi, niente stranieri; - per i nazionalisti democratici, invece, questi individui devono essere maschi, adulti e membri della comunità nazionale per legami di sangue: niente donne, niente stranieri; 
  8. il movimento risorgimentale vede crescere - nell' arco di tempo che va dal 1796 al 1861 - il numero di militanti o di simpatizzanti che lo sostengono; se è un movimento unito per quel che riguarda l' idea di nazione, è invece un movimento profondamente diviso per ciò che concerne gli assetti politico-costituzionali del nuovo Stato: i repubblicani si contrappongono ai monarchici; i centralisti ai federalisti; i liberali ai democratici; e queste diverse opzioni si combinano variamente, dando vita a gruppi politici vari, sebbene di vario peso politico e militare;
  9. la conclusione del processo risorgimentale, la costruzione di uno Stato unitario, avviene sotto il segno di Cavour e della monarchia sabauda. Ciò non significa che questi siano gli unici agenti del processo: senza il determinante contributo del volontariato democratico e di opinioni pubbliche variamente nazionalpatriottiche, nel 1859-1860 non ci sarebbe stato che un piccolo ampliamento territoriale del Regno di Sardegna, che avrebbe inglobato la Lombardia: e basta;
  10. lo Stato che si forma tra 1859 e 1860 vede l' opposizione fermissima del papa, Pio IX, e di una parte dell' opinione pubblica cattolica (i cattolici "intransigenti"), che lo segue anche come leader politico: il motivo della contrapposizione è sia lo sforzo di costruire uno Stato laico, perseguito dal Regno di Sardegna sin dal 1850 (politica proseguita anche dopo la costituzione del Regno d' Italia), sia lo smembramento dello Stato pontificio, necessario per la costruzione di uno Stato italiano unitario;
  11. lo Stato che si forma in Italia attraversa anche una fase di furibonda guerra civile, concentrata nel Mezzogiorno continentale, quella del "brigantaggio"; si tratta certamente di una tragica esperienza; ma avete mai riflettuto che non c' è un singolo Stato moderno che non si formi attraverso scontri politici molto duri, e molto spesso attraverso guerre civili sanguinosissime? Pensate alla Gran Bretagna: lì ci vuole un secolo di massacri - il XVII - per costituirla; e i massacri continuano ancora per almeno tre secoli (con cicli e cronologie diversi) in aree territoriali marginali come la Scozia o l' Irlanda. Pensate alla Francia: dalla Rivoluzione alla Comune è una guerra civile incessante tra partiti di diverso orientamento ideologico, a Parigi, in Vandea, e altrove in provincia, fino alla repressione della Comune (1871), che in pochi giorni miete decine di migliaia di vittime. Pensate agli Stati Uniti, che nascono con una prima secessione violenta e che, proprio negli anni del brigantaggio italico, sprofondano nelle violenze di una seconda secessione, la guerra civile, che costa agli Stati Uniti tanti caduti quanti ne sono stati causati da tutte le guerre combattute dagli americani nel XX secolo. Che vuol dire, tutto questo discorso? Che uno Stato unitario che nasce con così tanti contrasti, che è fondato su così gravi violenze fratricide, non può che essere una compagine eticamente marcia dalle fondamenta, di cui sarebbe meglio liberarsi una volta per tutte? Se dicessimo così, credo che dovremmo applicare le stesse considerazioni a qualunque altro Stato che incontriamo nell' Occidente contemporaneo. Meglio porre la questione italica da un altro punto di vista. Il Risorgimento è stato un processo complesso, contraddittorio, e alimentato da sistemi di valori forse lontani dalle sensibilità di oggi. E se c' è da difendere l' unità dell' attuale Repubblica italiana contro ipotesi di secessione, piuttosto che tirare in ballo il Risorgimento dovremmo ponderare altre ragioni. Per esempio dovremmo considerare che storicamente sono pochissimi i casi di rilevanti mutamenti geopolitici che non siano stati preceduti o accompagnati da gravissime violenze: e questo, per me, sarebbe più che sufficiente per opporsi a ogni ipotesi secessionista, chiunque la avanzi. Oppure potremmo anche semplicemente osservare che il senso di uno Stato dovrebbe giudicarsi non dalla congruenza della sua territorialità con presunte identità etniche, quanto dai valori fondamentali che si pensa debbano regolare la sua vita collettiva: da questo punto di vista, i valori ideali della Repubblica italiana sono scritti nella Costituzione (se e per quanto ancora reggerà), e sono molto belli, se solo uno si prendesse la briga di leggere il testo e di rifletterci su. D' altro canto non saprei dire quali potrebbero essere i valori di un possibile Stato padano o neo-borbonico; e da quel che si vede c' è da dubitare che sarebbero altrettanto belli di quelli difesi dalla carta costituzionale della Repubblica italiana.
 ALBERTO MARIO BANTI

martedì 12 ottobre 2010

Posillipo nel 1800



Scritto da: Dino Messina alle 13:15
I centocinquant'anni dell'unità d'Italia saranno un'occasione persa se non si rifletterà sui problemi ancora aperti della nostra nazione. E' che con questo spirito che la Fondazione Corriere della sera ha organizzato una serie di incontri, da ieri sino al 10 febbraio, ogni lunedì sera, al teatro Grassi, ex Piccolo teatro, di via Rovello a Milano. Promotore dell'iniziativa è stato il presidente della Fondazione, Piergaetano Marchetti, ideatore e direttore scientifico degli incontri lo storico ed editorialista del "Corriere", Ernesto Galli della Loggia, che ieri sera ha tenuto la prima relazione, arricchita da filmati e lettura di brani, dedicata al tema Nord Sud nella storia del Risorgimento.
In una sala piena in ogni ordine di posti Galli della Loggia ha affrontato il tema ancora aperto della cosiddetta questione meridionale e ha polemizzato con quegli autori, in primis Pino Aprile, con il suo "Terroni", che sta avendo un notevole successo editoriale con la divulgazione di un'idea storica assolutamente sbagliata. Il fatto cioè che prima dell'unificazione il Regno delle due Sicilie fosse un Eden, "la terza potenza industriale d'Europa", lo definisce Aprile, che dall'unità del Paese ebbe tutto da perdere. "Non fu affatto così", ha sostentuto Galli della Loggia, citando alcuni dati. In questo blog siamo già intervenuti sulla materia ma è bene ritornarci.
Innanzitutto Nord e Sud, così come la maggior parte degli Stati prima dell'unità avevano economie scarsamente integrate: l'80 per cento del commercio avveniva non tra gli Stati italiani ma tra questi e il resto dell'Europa. Nel 1871 il Nord aveva il 54 per cento di analfabeti, contro oltre l'80 per cento del Sud. Se si considerano Lombardia e Piemonte, la scolarità primaria era pari al 90 per cento, mentre nel Regno delle due Sicilie arrivava al 18. Nel 1863 la rete stradale della Lombardia era di 28mila km mentre quella del Regno di Napoli, territorio molto più esteso, di 14 mila, la metà. E' vero cche al Sud si produceva tanto grano e olio (olio che per lo pù serviva non per condire l'insalata ma per l'illuminazione) e vino, ma la maggior parte del commercio era in mano a società straniere (in particolare gli inglesi controllavano l'esprtazione del Marsala in Sicilia). E via enumerando...
E' stato detto che la nazione italiana nacque monca per via del centralismo piemonense. In parte è vero ma bisogna anche ricordare, come ha fatto Galli dela Loggia, che su invito del geniale Cavour, Marco Minghetti, preparò un progetto di legge per uno Stato federale che fu ritirato quando cominciarono a venire dal Sud le notizie sulla rivolta dei contadini e dei briganti. E' vero che la repressione fu molto cruenta, ma come tutte le repressioni di guerriglia. Dopo la fine della repressione, durante la quale oltre alle migliaia di "briganti" e contadini morirono un numero notevole di soldati dell'esercito sabaudo, di più che in tutte le guerre risorgimentali, il fenomeno del brigantaggio venne rimosso. Se ne tornò a parlare molto tardi per sostenere la tesi di un Sud penalizzato dall'unità, speculare alla tesi leghista del Sud palla al piede del Nord virtuoso.  

mercoledì 6 ottobre 2010

Quel maestro di doppiezza che unì Napoli all’Italia


MINISTRO DI FRANCESCO II, FU IN CONTATTO CON CAVOUR. E ANALIZZÒ LUCIDAMENTE I GUAI DEL SUD


Liborio Romano usò anche la camorra per aiutare Garibaldi

Il suo giorno di gloria don Liborio Romano, protagonista quasi sconosciuto dell’Unità d’Italia, lo ebbe il 7 settembre 1860, a Napoli, seduto in carrozza alla destra di Garibaldi che entrava trionfalmente nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Egli stesso, nelle memorie, così ricorderà l’episodio: «E Garibaldi, spettacolo sublime ed indescrivibile, entrava in Napoli, solo inerme e senza alcun sospetto; tranquillo come se tornasse a casa sua, modesto come se nulla avesse fatto per giungervi! ». Eppure quel momento di gloria, sarebbe stata anche la sua dannazione. E lo avrebbe inchiodato, più o meno giustamente, all' immagine del voltagabbana.

Nato a Patù, un paesino che non contava neppure mille abitanti, nei pressi del capo di Santa Maria di Leuca, Romano era il frutto di una contraddizione clamorosa: dopo un apprendistato politico nelle sette anti- borboniche, era stato nominato poche settimane prima, da Francesco II, ministro degli Interni. Una nomina decisa il 14 luglio 1860, quando Garibaldi, sbarcato a Marsala l’11 maggio, occupava già una parte considerevole del regno delle Due Sicilie. E voluta dal re di Napoli, presumibilmente, per lanciare un segnale estremo di svolta riformatrice.
Era stata molto difficile la vita di Liborio Romano.Figlio di famiglia che vantava la discendenza da un ramo dei Romanov, nel Regno di Napoli egli si fece la reputazione di avvocato «principe». Aveva avuto perfino l’ardire di difendere interessi vicini alla corte britannica contro i Borbone, costringendo il sovrano napoletano a un compromesso oneroso. Per le sue idee liberali, Romano aveva patito molti anni di prigione, e poi di esilio in Francia. Rientrato in patria, venne tenuto sotto vigilanza. Ma riuscì ugualmente a portare avanti l’attività forense. A corte, di lui, si guardava sempre con preoccupazione al grande ascendente sul popolo.
Francesco II salì giovane al trono. Mentre il Regno di Napoli si avviava allo sfacelo, egli attuò una mossa ardita, nominando (14 luglio 1860) ministro di polizia proprio Romano. Il disegno del re sarebbe stato quello di schierare un oppositore dalla propria parte.
L’ingresso di Garibaldi a Napoli: al centro, in piedi, Liborio Romano con il cilindro in testa accanto al Generale in divisa
Un aspetto importante della sua capacità politica, Romano lo mostrò da ministro borbonico.
Mentre Garibaldi avanzava, Cavour in una lettera dette atto al ministro borbonico «del suo illuminato e forte patriottismo» e della sua «devozione alla causa» nazionale italiana. Roba da mandare don Liborio davanti alla corte marziale; ma anche titolo di gloria nel processo unitario. In quel gioco, Romano riuscì a salvare la testa; ma vedremo che non potrà invece far valere i suoi meriti patriottici.
Sotto Francesco II, il ministero di Romano durò molto poco, eppure realizzò passi avanti nel regime delle prigioni. Poiché ebbe il problema di una forza pubblica insufficiente a fronteggiare la malavita, col consenso del re assunse perfino qualche camorrista a rinforzare la polizia.
Cavour
Cavour intanto fece clandestinamente arrivare a don Liborio un carico di fucili, affinché fossero utilizzati per la conquista di Napoli; per sbarcare quelle armi, servirono i camorristi che il ministro aveva assunto. Ma tutta questa disinvoltura, al nostro sarà fatta pagare nella futura attività politica e perfino nella postuma reputazione.
Per realizzare la conquista di Napoli, il nostro non volle però utilizzare i fucili di Cavour, ma scelse un’occupazione pacifica con l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli (7 settembre 1860) e la camorra in funzione di ordine pubblico. Anche questa operazione, descritta dallo stesso Romano nelle memorie, venne utilizzata per spezzargli la carriera nel Regno d’Italia. A lui non servì neppure l’elezione alla Camera dei Deputati, ottenuta in ben nove collegi (1861), né la rielezione (1865).
Il viso di «Don Liborio»
Due possono considerarsi i meriti di Liborio Romano. Il primo, lo abbiamo visto, quello di avere reso possibile la conquista del Regno di Napoli senza spargimento di sangue. Il secondo, quello di avere indicato a Cavour, con un lungo memoriale, le caratteristiche peculiari e i problemi gravi dell’Italia meridionale. Egli avvertì che, se di quelle cose non si fosse tenuto conto per tempo, sarebbero sorti problemi molto gravi. Soltanto poco prima di morire, Cavour gli concesse un’udienza. L’artefice dell’unità d’Italia dovette sentirsi spiegare da un politico di provincia, che per di più veniva da un regno conquistato, che non sarebbe stato né giusto né opportuno ignorare i problemi del Mezzogiorno. Almeno questo lo si sarebbe dovuto ricordare come un punto importante della visione politica del nostro. A proposito della fiducia riposta in Cavour, Liborio Romano scrisse: «fatale illusione, inescusabile e tanto più grave errore», quello di avere creduto «di poter continuare a servire il Paese, attuando un indirizzo governativo di conciliazione e di concordia».
Cavour morì il 6 giugno 1861. Ma a Romano non daranno ascolto neppure i suoi successori. Egli ebbe una presenza assidua al parlamento unitario; ma non si può dire che essa sia stata incisiva. Commise, il nostro, un peccato imperdonabile, quando per stizza rese pubblici gli arricchimenti illeciti che si erano realizzati dopo l’Unità intorno alla liquidazione del debito pubblico borbonico. La visione costruttiva e ampia dei problemi del Mezzogiorno che egli aveva illustrato a Cavour, continuò invece a caratterizzare la sua azione parlamentare.
Romano non aveva attitudine per le alchimie politiche e neppure per le semplici mediazioni. Soprattutto non seppe capire la necessità, affinché le sue analisi fossero almeno conosciute, di inserirsi in uno schieramento politico. Ebbe l’incapacità di capire le posizioni diverse dalle sue, sognando un ruolo di leader indiscusso, che non poteva essergli consentito.
Uno schizzo di Romano che saluta Garibaldi
I suoi critici non vollero mai affrontare in modo spregiudicato il problema della doppiezza di Romano. La doppiezza è stata studiata, talvolta giustificata, soltanto con riferimento ai personaggi che raggiunsero vette molto elevate. Non fu il caso dell’ex ministro borbonico. Condannato, e perciò espunto: questo successe a Liborio Romano. Grande fu invece la complessità della sua figura politica: disconoscerlo, non è stato né giusto né utile. L’averlo cancellato ha avuto la conseguenza di negare alla conoscenza una parte importante della storia nazionale.
Nel Parlamento italiano Romano fu isolato; nei suoi interventi dovette perciò ripiegare su questioni sempre più secondarie. Se ne tornò in quel paesetto nel quale era nato, e vi morì. Dimenticato in Italia, in Francia invece ha ottenuto l’attenzione di un’intera colonna sulla grande enciclopedia Larousse.
professore di Storia all’Università di Bari e all’Università danese di Roskilde, autore de «L’inventore del trasformismo» dedicato a Liborio Romano
Nico Perrone
06 ottobre 2010