martedì 24 gennaio 2017

Speciale Risorgimento: quando banchieri e inglesi facevano affari con i Borbone (parte I) Aggiunto da Redazione il 24 gennaio 2017.

Roma, 24 gen  Quella che segue è la prima di tre parti di un contributo fondamentale del nostro collaboratore Luca Cancelliere sulla storia del Risorgimento. In questo articolo vengono decisamente e rigorosamente confutate le teorie complottiste filo-borboniche e anti-risorgimentali che, fondandosi spesso su illazioni e falsi storici, mirano a rimettere in discussione l’unità politica e morale della nostra nazione, conquistata dai patrioti italiani lungo l’arco di molti decenni con alto tributo di sangue. (IPN)
Risorgimento

Introduzione

Negli ultimi 25 anni, il cosiddetto “revisionismo del Risorgimento”, con particolare riguardo alla conquista garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie, da tema relegato all’ambiente intellettuale (o presunto tale) è stato oggetto di ampio dibattito nella cultura popolare. Il dibattito pubblico sull’argomento, contrariamente a quanto si crede, risale ai primi anni dell’Unità. La questione meridionale fu dibattuta sin dagli anni ’60 del secolo XIX dalla classe politica e intellettuale del tempo e il Parlamento del Regno dedicò alla questione anche numerose commissioni d’inchiesta. Meridionalisti come Pasquale Villari, Leopoldo Franchetti, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, con toni e argomenti di ben altro livello rispetto agli odierni denigratori del Risorgimento e soprattutto senza mettere in discussione il risultato storico dello Stato unitario, esaminarono gli aspetti più controversi dell’unificazione nazionale.
Il fascismo storico esaltò con ogni mezzo e in ogni ambito il Risorgimento, senza concessione alcuna alle tesi revisioniste: lo attestano la filatelia, l’odonomastica, le intitolazioni di istituzioni e beni civili e militari, i libri di testo delle scuole di ogni ordine e grado, la letteratura accademica, la cinematografia, i discorsi e i documenti ufficiali del Regime e in particolare del Duce e dei massimi gerarchi. Nel secondo dopoguerra il revisionismo del Risorgimento si affacciò in ambito accademico nel solco del meridionalismo pre-fascista e in particolare dell’insegnamento marxista di tipo gramsciano.
A livello popolare e di cultura di massa, praticamente fino agli anni ’90 del Novecento il revisionismo anti-risorgimentale, anti-sabaudo e filo-borbonico era sconosciuto nell’Italia meridionale. Una conferma viene dal fatto che nel secondo dopoguerra la Monarchia e Casa Savoia godevano di una grande popolarità nel Mezzogiorno. Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946 tutte le 12 circoscrizioni elettorali meridionali e insulari (sulle 31 totali) garantirono alla Monarchia maggioranze molto superiori al 51%: Napoli 78,9%, Lecce 75,3%, Salerno 72,9%, Benevento 69,9%, Catania 68,2%, Bari 61,5%, Palermo 61%, Cagliari 60,9%, Catanzaro 60,3%, Potenza 59,4%, L’Aquila 53,2%, Roma 51%.
Dalla seconda metà degli anni ’40 alla fine degli anni ’60 i partiti di ispirazione monarchica (Partito Nazionale Monarchico, 1946-1959; Partito Monarchico Popolare, 1954-1959; Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, 1959-1972) raccolsero risultati elettorali considerevoli in tutto il Mezzogiorno. Nelle elezioni politiche del 1953, il Partito Nazionale Monarchico raccolse alla Camera dei Deputati il 7,7% in Abruzzo, il 9,61% in Molise, il 21,46% nella Circoscrizione Napoli-Caserta, il 22,21% nella Circoscrizione Benevento-Avellino-Salerno, il 10,36% in Basilicata, il 16,28% nella Circoscrizione Bari-Foggia, il 14,41% nella Circoscrizione Brindisi-Lecce-Taranto, l’8,82% in Calabria, il 10,51% in Sicilia Occidentale, il 12,57% in Sicilia Orientale. Questo senza tenere conto che tutti gli altri partiti dell’epoca, dal Pci al Msi, pur con diverse sfumature, erano tutti convintamente risorgimentalistianche se anti-monarchici e di ispirazione repubblicana.
A partire dagli anni ’50, tuttavia, in alcuni ristretti circoli intellettuali cominciò a diffondersi un tipo del tutto nuovo di critica anti-risorgimentale, che attingeva per la prima volta alla polemica legittimista, cattolica integralista e reazionaria del secolo precedente, mettendo in discussione anche la legittimità dello Stato unitario. Si pensi ai romanzi di Carlo Alianello (L’Alfiere, scritto nel 1942 ma censurato dal regime fascista e diffusosi solo nel dopoguerra, e L’eredità della priora del 1963), che furono entrambi oggetto di una trasposizione televisiva da parte della Rai. Il maggiore contributo divulgativo anti-risorgimentale fu dato dallo scrittore marxista (già dirigente del Psiup) Nicola Zitara con il libello L’Unità d’Italia: nascita di una colonia (1971). È però solo a partire dalla fine degli anni ’90 del Novecento che si sono diffusi numerosi libelli divulgativi di scarso valore scientifico e di ancor minore obiettività, in massima parte scritti da giornalisti. A parte i famigerati libelli di Pino Aprile, si ricordino in questa sede: Maledetti Savoia (1998) e Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento italiano (2003) di Lorenzo Del Boca1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato (1998), I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli (2004) e Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento (2007) di Gigi Di FioreRisorgimento da riscrivere (2007) di Angela PellicciariI lager dei Savoia. Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali (1999) di Fulvio Izzo. Di seguito si esamineranno analiticamente le argomentazioni del revisionismo anti-risorgimentale con riferimento alla conquista garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie.

La politica interna e internazionale del Regno delle Due Sicilie

Risorgimento
L’incoronazione di Carlo II dei Borboni di Spagna come Re di Napoli (10 maggio 1734) e rex utriusque Siciliae a Palermo (3 luglio 1735) inaugurò una fase positiva per il Meridione d’Italia. Il primo Re Borbone di Napoli (1734-1759) lasciò il trono per quello di Madrid rimasto vacante. Durante la prima parte del regno del figlio Ferdinando IV (1759-1816; Re delle Due Sicilie dal 1816 al 1825) a partire dalle illuminate riforme in campo legislativo, economico ed ecclesiastico promosse dal Primo Ministro Bernardo Tanucci dal 1754 al 1774, Napoli conobbe un indubbio progresso, diventando anche un importante centro culturale grazie a intellettuali riformisti come l’economista Antonio Genovesi,  i giuristi Gaetano Filangieri e Mario Pagano, il filosofo Vincenzo Cuoco e il letterato Francesco LomonacoLa Rivoluzione Francese prima e la Repubblica Partenopea (1799) poi, tuttavia, indussero i Borboni ad abbandonare la politica riformista per abbracciare posizioni sempre più reazionarie. Durante il brevissimo periodo della Repubblica Partenopea (22 gennaio – 13 giugno 1799) e nella più lunga fase in cui Napoli, transitata nell’orbita francese, fu governata da Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi (1806-1815), la continuità dinastica dei Borboni fu salvaguardata grazie alla fuga della casa regnante a Palermo e alla protezione militare accordata dalla Marina Britannica. L’ammiraglio britannico Horace Nelson fu insignito del titolo di duca di Bronte nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie, con una donazione significativa di terreni. Durante il protettorato di Sir William Bentinck (1811-1815), imprenditori britannici come i Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse avevano impiantato in Sicilia numerose aziende soprattutto nel campo della estrazione e commercializzazione dello zolfo e della viticoltura. I Siciliani, gelosi della propria autonomia, non vedevano di buon occhio la dinastia borbonica e nel 1812 Ferdinando I fu costretto a concedere una Costituzione per il Regno di Sicilia. È opportuno dunque ricordare che il Regno Unito, cui infondatamente si attribuisce una qualche influenza nel crollo della dinastia borbonica, fu in realtà la potenza grazie alla quale quest’ultima poté sopravvivere alla tempesta rivoluzionaria e riproporsi sul trono di Napoli nell’Europa della Restaurazione.
Dopo l’unificazione dei Regni di Napoli e Sicilia nella nuova entità statuale denominata Regno delle Due Sicilie (8 dicembre 1816), venuta meno l’autonomia dell’isola, la Costituzione siciliana del 1812 fu revocata, dando vita a un insanabile conflitto tra dinastia borbonica e classe dirigente siciliana che durò fino al 1860. L’egemonia britannica veniva confermata dal trattato del 26 settembre 1816 tra il Regno delle Due Sicilie e il Regno Unito, con il quale si concedeva a quest’ultimo lo status di «nazione più favorita». Un parziale tentativo di affrancarsi dall’egemonia britannica avvenne per il Regno delle Due Sicilie con la “guerra dello zolfo” (1838-1840), una controversia commerciale durante la quale Ferdinando II di Borbone esperì un tentativo di trasferire le concessioni per l’estrazione e l’esportazione del minerale alla francese “Taix & Aycard”. A seguito della decisa presa di posizione britannica, Ferdinando II dovette però recedere dal suo proposito.
Risorgimento
Per quanto riguarda la politica interna, il dissenso nei confronti del nuovo Stato fu particolarmente marcato in Sicilia a seguito della soppressione dell’autonomia del Regno, del trasferimento della capitale a Napoli e dell’abrogazione della Costituzione del 1812. Nel Mezzogiorno continentale, gli antichi sostenitori della Repubblica Partenopea e soprattutto di Gioacchino Murat manifestavano insofferenza verso la restaurazione borbonica e non tardarono a organizzarsi in seno alla Carboneria, che insieme ad altre associazioni segrete ebbe grande diffusione nel Regno. Non è questa la sede per descrivere nel dettaglio la lunga serie delle rivolte che per quarant’anni si susseguirono contro il governo borbonico. Il 15 giugno 1820 insorse la Sicilia, il 1° luglio 1820 i reparti militari insorti guidati dagli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati marciarono da Avellino a Napoli costringendo il Re a concedere la Costituzione. Una spedizione contro-rivoluzionaria fu decisa dalle potenze della Santa Alleanza a Troppau e Lubiana con il finanziamento della Banca Rothschildche sin dai tempi della coalizione anti-napoleonica era la Banca di riferimento della Casa d’Austria. Nel 1822 l’Imperatore Francesco I, per i meriti acquisiti, investì del titolo ereditario di barone Salomon Mayer Rothschild, primo ebreo che entrò a far parte della nobiltà austriaca. Nel marzo 1821 l’esercito asburgico, dopo aver sconfitto i patrioti napoletani ad Antrodoco (Rieti), occupò Napoli, con l’inevitabile seguito di condanne a morte e a lunghi periodi di detenzione. A seguito di questo evento i Rothschild diventarono i padroni delle finanze del Regno delle Due SicilieCarl von Rothschild fu inviato a Napoli per costituire la filiale napoletana della Banca Rothschild di Francoforte sul Meno. Gli stretti legami tra Carl von Rothschild e il Ministero delle Finanze borbonico retto da Luigi de’ Medici di Ottajano resero la Banca Rothschild l’istituto di credito dominante a NapoliLa fine della filiale della Banca Rothschild a Napoli fu provocata dall’arrivo di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860Adolf von Rothschild seguì Francesco II delle Due Sicilie prima a Gaeta e poi nell’esilio, finanziando il brigantaggio anti-unitario fino al 1863.
I moti del 1820-1821 furono seguiti da più limitati, ma numerosi tentativi insurrezionali, tra i quali spiccano quelli del Cilento (1828) e della Calabria (1844 e 1847). Ma fu nel 1848 che insorsero di nuovo la Sicilia (1° gennaio) e Napoli. Il 24 febbraio 1848 Ferdinando II fu costretto a concedere la Costituzione e inviare le truppe nella pianura padana per partecipare alla guerra guidata da Carlo Alberto di Savoia contro l’Austria. Ma appena possibile Ferdinando II fece spergiuro sciogliendo la Camera appena eletta e richiamando il corpo di spedizione di 11.000 uomini guidato da Guglielmo Pepe nella valle del Po. Ferdinando II di Borbone riconquistò la Sicilia per mezzo del Generale Carlo Filangieri, sciogliendo il Parlamento di Palermo. La pagina più tragica della riconquista della Sicilia fu l’assedio e il bombardamento della città di Messina. La città fu distrutta e abbandonata alla vendetta dei vincitori, supportati anche da delinquenti comuni inviati appositamente dal Re[1]Salvatore La Farina narra che «li Svizzeri ed i Napolitani non marciavano che preceduti dalli incendii, seguìti dalle rapine, da’ saccheggi, dalli assassinamenti, dalli stupri […]. Donne violate nelle chiese, ove speravano sicurezza, e poi trucidate, sacerdoti ammazzati sulli altari, fanciulle tagliate a pezzi, vecchi ed infermi sgozzati ne’ proprii letti, famiglie intere gittate dalle finestre o arse dentro le proprie case, i Monti di prestito saccheggiati, i vasi sacri involati»[2].
La dura repressione borbonica dell’estate del 1849 contro un governo provvisorio ormai instabile decretava la fine dell’esperienza rivoluzionaria del 1848-1849 e l’ulteriore allargamento del preesistente divario tra la classe politica siciliana e quella napoletana. Il 15 dicembre 1849 venne imposto all’isola un debito pubblico di 20 milioni di ducati e il capo della polizia borbonica in Sicilia, Salvatore Maniscalco, dovette affidarsi alla criminalità organizzata per controllare un ordine pubblico ormai difficilmente gestibile in un’isola che rifiutava categoricamente il governo borbonico. Il tracollo borbonico nella Sicilia del 1860 di fronte all’avanzata garibaldina è perfettamente comprensibile alla luce del profondo risentimento maturato nei Siciliani contro la dinastia regnante in 44 anni di storia del Regno delle Due Sicilie. (Continua).
Luca Cancelliere
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Note
[1] Cfr. C. Gemelli, Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49, Bologna 1867.
[2] S. La Farina, Storia della rivoluzione siciliana e delle sue relazioni coi governi italiani e stranieri, Milano 1860, pp. 356-357.

domenica 14 agosto 2016

I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente impiegati come argomenti contro il Risorgimento e l’Unità d’Italia, anche da pubblicisti e giornalisti che hanno parlato di molte centinaia di morti per mano dei bersaglieri.
In realtà, la documentazione archivistica ricostruisce un quadro assai lontano. Esistono studi di storia locale che hanno esaminato analiticamente le vicende suddette. Si può ricordare anzitutto il saggio “Storia dei fatti di Pontelandolfo”, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni, 
Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio “L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861”, Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.).
Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime.

Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti.
La documentazione degli archivi contrasta nettamente con quanto sostiene, fra gli altri, il signor Luigi Di Fiore nel suo ultimo libro, “La nazione napoletana”. Costui sostiene, servendosi dello suo stile che lo accomuna ad altri autori della sua medesima corrente, che a Pontelandolfo vi sarebbe stato: 
«Un eccidio spaventoso e violento, con 164 morti dichiarati, tutti civili di ogni sesso ed età. Tanti corpi non furono mai censiti, perche rimasti sotto le case bruciate. Il paese fu infatti completamente raso al suolo, fatta eccezione per tre case di riconosciuti liberali. Un episodio che ricorda i massacri delle giubbe blu americane nei villaggi di pellerossa. Gli stupri, le fucilazioni, i furti dei soldati non si contarono.»
A prescindere dall’inverosimile paragone fra episodi delle “guerre indiane” nell’Ovest americano e la campagna contro il brigantaggio in Italia meridionale, i morti accertati non risultano 164, ma 13, secondo quanto può asserire Panella sulla base dell’archivio locale.

Inoltre il paese non fu affatto raso al suolo per intero tranne tre case, come dimostrano già solo gli edifici risalenti al Medioevo od all’era moderna che tutt’ora esistono, fra cui l’archivio parrocchiale vulnerabilissimo agli incendi per il suo contenuto. Infatti, una volta partiti i soldati, gli abitanti allontanatasi ritornarono in paese e riuscirono a spegnere la maggioranza degli incendi appiccati. Il paese subì danni materiali, ma non fu cancellato, tanto che il censimento del 1861 gli attribuiva 4375 abitanti, saliti a 5079 nel 1871.
Restando a Di Fiore, egli giunge a citare, nel tentativo di supportare l’idea di un eccidio di grandi dimensioni, quel che scrive Gabriele Palladino, presentato come “funzionario e addetto stampa del comune di Pontelandolfo.
”Questo impiegato comunale aveva parlato “di una cripta nella chiesa dell’Annunziata in paese, oggi sconsacrata e diventata tempio dell’Annunziata, dove vennero ritrovati migliaia di resti umani. Ricorda Palladino: «Intorno agli anni ’80 del secolo scorso, e io ero presente a quelle operazioni, fu scoperta una sorta di montagna di ossa, di teschi.»

La chiesa dell’Annunziata esisteva già nel 1525, prima data in cui viene attestata la sua esistenza che era però certamente anteriore. Accanto ad essa esisteva l’ospedale ossia il lazzaretto. Lo storico locale Daniele Perugini afferma che, secondo l’uso diffuso in tutta Europa prima del secolo XVIII, all’interno della chiesa erano seppelliti i defunti, nella fattispecie quelli delle molte pestilenze che colpirono la città nei secoli. Sono pertanto questi i corpi che erano stati ritrovati alla fine del secolo XIX in una chiesa che era stata impiegata per almeno trecento anni, dal Cinquecento al Settecento, quale luogo di sepoltura.

Un altro caso di imprecisione storica su Pontelandolfo è stato riferito dal Panella durante un convegno dedicato al tema “Il brigantaggio nell’Alto Tammaro”, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo “Terroni”, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata, prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione.
Appare evidente da questi cinque semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati; i 13 morti accertati diventano 164 ed oltre; una cripta usata come cimitero per secoli e secoli è considerata quale luogo di sepoltura delle sole vittime della rappresaglia; Pontelandolfo è descritto quale un paese raso al suolo, mentre invece ha continuato ad esistere ed ad essere abitato senza soluzione di continuità, pur avendo subito danni dagli incendi.


domenica 17 luglio 2016

“L’amor di patria” in Gaetano Filangieri

Gaetano Filangieri trattò in un apposito capitolo della "Scienza della Legislazione" il tema "Dell'amor della patria e della sua necessaria dipendenza dalla sapienza delle leggi e del governo".
Secondo  Vincenzo Ferrone, l'illuminista napoletano intendeva esporre con massima chiarezza un concetto  che si prestava ad essere considerato riduttivo e fuorviante per una società moderna da costruire.



"Non confondiamo le idee le più distinte tra loro. – scriveva Filangieri - Non abusiamo del sacro nome della patria per indicare quell'affezione al suolo natìo ch'è un appendice de' mali stessi delle civili unioni e che si può ritrovare così nella più corrotta, come nella più perfetta società".

L'amor di patria, dunque,  non poteva definirsi  con un semplice  riandare con la mente ai ricordi dell'infanzia, alla "culla", ad una primordiale appartenenza etnica. L'illuminismo apportava un amor di patria- nazione come amore delle virtù in una società repubblicana con il dovuto rispetto delle  sue leggi civili. Pertanto, secondo il Filangieri,  l’autentico amore per la nazione napoletana era fatto di ragione e volontà. Dovevano essere le virtù, i valori repubblicani a caratterizzare l'amore autentico per la nazione napoletana in quel Primo Settecento, un amore che doveva superare "l'amore di potere", insito purtroppo, sempre e naturalmente, in ogni società, e introdurre un amore nuovo nelle coscienze del popolo napoletano.
"Vi si deve introdurre, deve essere prima destato e poi adoperato". Così il Filangieri mostrava quanto quel  percorso richiedessero una graduale e necessaria evoluzione ai tempi nuovi affinchè potesse essere sentiro profondamente l’amor di patria.

Vincenzo Ferrone scrive che "il filosofo napoletano aveva subito colto la funzione politica e istituzionale che l'opinione pubblica stava assumendo come possibile forma di espressione della sovranità popolare nei confronti del dispotismo", che si nutriva dell'assenza di un autentico amor di patria incentrato sulle virtù e sui valori politici e civili condivisi. Inoltre, Gaetano Filangieri evidenziava quanto fosse deleterio accomunare uomini virtuosi e uomini corrotti entrambi appartenenti ad un’unica comunità in base ad un'errata concezione dell'amor di patria. 
L'amor di patria doveva esprimersi in un  rispetto virtuoso del nuovo sistema legislativo, che egli proponeva e diffondeva, che additava non solo alla nazione  napoletana ma al mondo intero.
Filangieri delineava un quadro  generale a cui avrebbero dovuto  attenersi la Nazione Napoletana e l’intero territorio meridionale per realizzare quel legame vero e sincero: diffusione della proprietà, abolizione delle differenze di status sociale; una istituzione di truppe civili al posto delle mercenarie, l’equa ripartizione delle ricchezze per il raggiungimento della  felicità, una giusta legislazione criminale, un piano d’istruzione pubblica, presupposto fondamentale per ampliare e fortificare i vincoli dell’unione civile della Nazione, eguale partecipazione al potere di tutti i cittadini, potere inteso come “amore della patria” e uomini virtuosi per l’attuazione della legislazione.
All'interrogativo su come diffondere tra il popolo l'amore per la patria e le sue leggi, su come affermare la passione dei cittadini per le virtù civiche, ossia su come superare la lunga stagione dell'antico regime e forgiare il nuovo cittadino, Filangieri esplicitò il ricorso agli insegnamenti e agli esempi dei grandi uomini della civiltà classica repubblicana greca e romana.
Il filosofo napoletano poneva le basi di quella che sarebbe stata la moderna cultura repubblicana, in opposizione a quell'antico regime che - come scrive testualmente Vincenzo Ferrone - " aveva smarrito i valori delle virtù civiche, dell'interesse collettivo a favore degli egoismi economici individuali", per cui egli riteneva che al più presto "occorresse ridare uno spazio adeguato al culto repubblicano degli eroi che si erano sacrificati per la collettività". Necessitava, secondo il filosofo napoletano,  nel secolo XVIII, rivisitare e aggiornare quanto, in termini di virtù e valori ideali civili, era stato elaborato dai grandi uomini nel passato repubblicano di Atene, Sparta e Roma, alla luce dei diritti dell’uomo moderno, di una rinnovata  passione politica e civile.
Il  Filangieri credeva nella funzione politica, civile e pedagogica del teatro, come scuola di virtù e sollecitava, pertanto, l’istituzione di teatri popolari a spese dello Stato in maniera da  garantire spettacoli a tutti i  cittadini, anche a quelli che vivevano come “ lazzari”, i primi che necessitavano di “una nuova religione civile che doveva predicare la pratica della virtù tra il popolo”.
A tal fine ricordava come ad Atene i cittadini stessi fossero attori.
Il Filangieri additava, pertanto, un nuovo concetto di “amor di patria” mirato a quella felicità dei popoli, quel sostantivo che sarebbe stato primariamente recepito nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America il 4 luglio 1776.



Bibliografia:
Vincenzo Ferrone, La società equa e giusta. Repubblicanesimo e diritti dell’uomo,  in Gaetano Filangieri,  Bari, 2003
Elena Croce,  La Patria Napoletana, Milano, 1999

domenica 10 luglio 2016

Mistificazioni neoborboniche


di Marco Vigna

L’ultimo libro di Gigi Di Fiore, intitolato “La nazione napoletana”, è un omaggio alla galassia dei neoborbonici, di cui egli cita tutto il pantheon: i due capostipiti Carlo Alianello e Nicola Zitara, il presidente del movimento neoborbonico Gennaro De Crescenzo, l’immancabile Pino Aprile, il marittimo in pensione Antonio Ciano autore de “I Savoia e il massacro del sud”, Angelo Forgione conosciuto per il suo mescolare tifo da stadio e storia, Fiore Marro dei Comitati Due Sicilie, Nico Cimino fondatore della pagina Facebook “Briganti”, Marco Esposito ex assessore di Napoli, Vincenzo Guli del sedicente Parlamento delle Due Sicilie ecc. Nella bibliografia si trova citato anche Gilberto Oneto, leghista ed autore di “La strana unità”, pubblicata dalla casa editrice Il Cerchio.
Non vi sarebbe bisogno di aggiungere altro per far capire quale sia il tenore del testo di questo signore, comunque per dare un’idea del modus operandi di Gigi Di Fiore si può citare un solo modesto esempio. Nel suo ultimo libro egli sostiene che la fine della industria di Pietrarsa sarebbe stata dovuta allo stato italiano ed ad una sua presunta volontà di favorire industrie settentrionali: «Cominciò la graduale morte della fabbrica che anticipava decine di future dismissioni dell’industria meridionale, attraverso scelte di politica nazionale che privilegiavano altri mercati e altre collocazioni geografiche. Di pari passo, si alimento il mito dell’industria meridionale assistita, incapace di iniziative private se non sostenute da aiuti statali.» Egli propone la sua ricostruzione storica con un tono melodrammatico e dolente, tanto da terminare il capitolo con la seguente chiusura: «Il vanto dell’industria della Nazione napoletana e oggi un museo, con locomotive antiche e la statua di Ferdinando II ancora al suo posto. A futura memoria.»
Ma questo è un errore storico, poiché, nonostante ciò che scrive Luigi Di Fiore, la chiusura di Pietrarsa non è stata dovuta ad un supposto favoritismo verso le industrie settentrionali.
1) l’azienda chiuse nel 1975 (millenovecentosettantacinque), quindi 115 anni dopo che Garibaldi era giunto a Napoli. Pietrarsa aveva pertanto attraversato un periodo di oltre secolo assai denso di trasformazioni economiche, tecnologiche e di scelte politiche mutevoli, fra cui due guerre mondiali, quelle che sono definite la seconda e la terza rivoluzione industriale, la crisi finanziari del 1929, il miracolo economico italiano del dopoguerra, la fine della convertibilità del dollaro in oro.
La causa immediata della fine di Pietrarsa fu quella che viene chiamata la crisi petrolifera del 1973, che determinò per il 1974 ed il 1975 una grave recessione nell’economia mondiale con chiusura di innumerevoli aziende. Tuttavia, la ragione basilare era stata la scomparsa dell’impiego della trazione a vapore a favore di quella elettrica.

2) invece di essere scientemente “abbandonata” dallo stato italiano, Pietrarsa per un periodo di 15 anni subito dopo l’Unità visse principalmente proprio di commesse statali. Il suo fatturato dipendeva per oltre i 4/5 da lavori commissionati per le ferrovie, l’esercito o la marina. L’azienda inoltre non si autofinanziava, poiché il capitale con cui funzionava proveniva per lo più dal Banco di Napoli
L’incapacità di questa ditta di reggere il mercato era dovuto ai costi di produzione troppo elevati in confronto a quelli dei concorrenti, che erano determinati da una tecnologia superata.
Il suo vero declino però iniziò soltanto quando l’energia a vapore incominciò progressivamente ad essere abbandonata, quindi all’inizio del Novecento.
Inoltre, anche dopo il periodo della Destra storica, ossia in quello successivo della Sinistra storica, Pietrarsa poté contare sul sostegno pubblico, poiché dal 1878 essa tornò sotto diretto controllo dello stato.

[Su tutto ciò, si può consultare anzitutto A. Giuntini, “Ascesa e declino delle prime officine ferroviarie italiane. Appunti per una storia di Pietrarsa dalle origini al museo”, in “Storia economica”, anno IX, (n. 2-3), Napoli 2006.]
Il caso è facilmente riconoscibile. Per lunghi anni anche dopo il 1861 Pietrarsa rimase un’azienda che viveva grazie alle commesse statali ed ai capitali provenienti da una banca a capitale pubblico, non essendo in condizioni di resistere autonomamente alla concorrenza. Di fatto, era un’azienda che lavorava in perdita ma che era sostenuta dallo stato per ragioni di ordine politico e sociale. Già la sua fondazione sotto Ferdinando II aveva risposto ad un progetto di sviluppo basato sull’intervento dello stato, che però nel caso specifico non era riuscito a portare ad un’azienda realmente autonoma dall’aiuto pubblico. Lungi dal brigare per farla fallire, l’amministrazione italiana almeno per tutto il periodo della Destra storica proseguì nella sostanza il sostegno dato a Pietrarsa già dai governi borbonici. La definitiva chiusura dell’azienda è avvenuta soltanto nel 1975 ed ha avuto come causa il mutamento tecnologico con il passaggio delle locomotive alla trazione elettrica.
L'ipotesi di Gigi Di Fiore su Pietrarsa quale azienda condotta al fallimento per responsabilità principale dello stato italiano risulta pertanto priva di fondamento storico. Sul suo libro questo basti, sebbene di affermazioni storicamente discutibili esso “haccene più di millanta, che tutta notte canta”.

domenica 12 giugno 2016

Giuseppe Decina, prigioniero dei briganti

Dalla biografia del patriota Luigi Toro ed il libro del suo discepolo Nicola Borrelli, emerge quanto  il brigantaggio fosse una piaga endemica nel territorio di Terra di Lavoro, ai confini con lo Stato Pontificio, dove operavano le bande di Francesco Guerra e Domenico Fuoco.
Fa riflettere la triste vicenda del tredicenne Giuseppe Decina rapito dai briganti e costretto a vivere con loro fino alla consegna del riscatto da parte della famiglia .
Era un giorno di fine estate del 1865 quando, al calar della sera, il ragazzo fu catturato, mentre con il suo garzone conducevano le bestie a Pescasseroli. Una ventina di briganti con a capo Domenico Fuoco intimarono al garzone di recarsi dalla famiglia Decina per chiedere un riscatto di mille ducati. “La via che percorremmo non saprei indicarla perché fatta di notte . Camminammo molte ore ascendendo una montagna e ci fermammo ad una grotta dove trovammo altri briganti, tra cui Guerra con la moglie”- dichiarò in seguito Giuseppe al Comandante della Frontiera Pontificia, presso il distaccamento di Sora, come riportato nel verbale dell’ 11 novembre 1865 , avente per oggetto “Liberazione di Decina Giuseppe , prigioniero dei Briganti” e inviato al Comandante del Dipartimento Militare – Ufficio Territoriale di Napoli.

L’ampio verbale costituisce una preziosa testimonianza storica in relazione anche al modo di vivere dei briganti capeggiati da Francesco Guerra e Domenico Fuoco, essendo il ragazzo stato con loro per ben due mesi, tempo impiegato dalla famiglia per racimolare il denaro richiesto. Il ragazzo fu fortemente impressionato dalla vita promiscua dei briganti che, anche facendo venire sulla montagna “qualche malafemmina”, consumavano libere oscenità sessuali a cui volevano costringere a partecipare lo stesso ragazzino che ogni volta si era rifiutato  sdegnosamente.
Tra altri particolari Giuseppe raccontò come fosse costretto in quella grotta a leggere ai suoi carcerieri  le avventure di  Guerrin Meschino, un'opera letteraria  a metà strada fra la favola e il romanzo cavalleresco, la cui prima edizione era stata scritta intorno al 1410 dal trovatore italiano Andrea da Barberino. Guerrino era una sorta di condottiero dei poveri e le sue avventure  piacevano tanto al brigante Francesco Guerra la cui compagna, Michelina De Cesare , “si sgravò in quella grotta di un maschio che chiamò Michelangelo”.
Giuseppe raccontò come la lettura del Guerrin Meschino, lo avesse salvato dalle minacce di Domenico Fuoco di recidergli le orecchie. Più volte era stato difeso da Francesco Guerra solo perché quella lettura gli  era particolarmente gradita.
Il verbale aggiunge che “Fuoco raccontava di essere stato nominato Aiutante con decreto del Borbone e di avere avuto assicurazioni che presto gli sarebbe giunto il decreto di Capitano”.
E’ questa un’ulteriore conferma di quanto i briganti si sentissero graduati borbonici autorizzati ad entrare nei paesi sventolando la bandiera gigliata ed  inneggiando a Francesco II, alla Regina Maria Sofia e a Pio IX.
Portavano anelli di zinco fatti distribuire dai Borbone ed ogni sorta di oggetto che credevano li proteggesse dal malocchio e dalla malasorte come anche filtri e porzioni per unire o dividere. Una vita, la loro,  intrisa di superstizione ed egregiamente descritta dall’antropologo Ernesto De Martino nel suo testo “Sud e Magia”. La parte finale dell’ampio verbale redatto riporta la descrizione dei banditi Guerra e Fuoco fornita dal tredicenne rapito, che si soffermò  anche nella descrizione degli orecchini indossati dai briganti. Quando arrivò la somma del riscatto “pagato in Lire 900 circa” il giovanissimo Decima fu trattenuto ancora per due giorni,  il tempo necessario per finire la lettura del Guerrin Meschino.


Categoria principale: Storia
Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Ultima modifica il Domenica, 12 Giugno 2016 19:10
Pubblicato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Scritto da Angelo Martino

Bibliografia
M. Lunardelli, Guardie e ladri. L'unità d'Italia e la lotta al brigantaggio, Torino, 2010

domenica 29 maggio 2016

Carmine Crocco, un brigante nella grande storia


29 MAGGIO 2016 di Dino Messina
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Gli attenti lettori del “Corriere della sera” al nome di Corleto Perticara, paese lucano di 2500 abitanti, assoceranno subito il giacimento petrolifero di Tempa Rossa e l’inchiesta giudiziaria che la Procura di Potenza sta conducendo. Il Comune della val d’Agri su cui sono stati proiettati i riflettori nazionali in realtà ebbe un momento di notorietà ben più vasto e attrasse l’attenzione nientemeno che di Federico Engels, l’economista e filosofo collaboratore di Carlo Marx quando in un articolo apparso sul “New York Daily Tribune” il 21 settembre 1860, a commento della straordinaria spedizione dei Mille, definita “una delle più sensazionali imprese militari del secolo”, individuò in “Carletto Perticara” (sic!) il centro propulsore del movimento insurrezionale in Basilicata. Un movimento, dicono gli storici del Risorgimento, che fu determinante nell’alleggerire la pressione su Garibaldi, facilitarne lo sbarco di Calabria e accelerare la sua marcia nelle regioni continentali.
Questa pillola di erudizione è frutto della lettura della biografia che lo storico Ettore Cinnella ha dedicato a un personaggio che l’Unità nazionale la combatté: Carmine Crocco (1830-1905), il più temuto brigante dell’Ottocento, a capo di un esercito di oltre mille ribelli che nessun generale piemontese sapeva domare. Soltanto il tradimento di un suo compagno d’armi (Giuseppe Caruso) riuscì a sconfiggerlo.
La biografia scritta da Cinnella, che ha insegnato storia dell’Europa orientale all’università di Pisa e di solito si occupa di Rivoluzione russa e dintorni, torna ora per i tipi di Della Porta Editori in una versione arricchita di una postfazione, che pone alcune questioni di metodo e offre un’interpretazione complessiva del “brigantaggio”. Non fu semplicemente una reazione dei lealisti borbonici alla conquista regia sabauda; né soltanto un movimento armato con connotazioni di classe; né un’esplosione spontanea della plebe contro i soprusi e i provvedimenti drastici imposti dal governo piemontese, primo fra tutti la leva obbligatoria; o lo scioglimento dell’esercito garibaldino che spinse le camicie rosse del Nord a rientrare deluse al più presto alle attività domestiche e tanti combattenti del Sud, in un contesto sociale più difficile, a darsi alla macchia.
Carmine Crocco era già un bandito temuto nel 1860. Né si può confondere il suo nome con quello dei patrioti liberali, come Giacomo Racioppi, Michele Lacava, Carmine Senise, Emilio Petrucelli. Tuttavia sarebbe negare l’evidenza dei fatti se non si raccontasse che durante i moti risorgimentali, che culminarono il 18 agosto nella “liberazione” di Potenza, un ruolo militare importante lo ebbe anche il bandito di Rionero in Vulture, chiamato con i suoi compari a dare manforte all’insurrezione. Ne furono testimoni il grande meridionalista Giustino Fortunato, allora un ragazzo dodicenne, che vide “Crocco venire innanzi, alto magro e mobilissimo nella persona, con la fascia tricolore al fianco ed il berretto della guardia nazionale in campo”.
Anche un testimone al processo celebrato a Potenza contro il bandito nel 1872, il canonico Luigi Rubino, disse che Crocco “si mostrava con entusiasmo attaccato al Nazionale Risorgimento…”.
Qualcuno dei maggiorenti liberali gli aveva promesso che i suoi precedenti reati sarebbero stati condonati, ma le promesse non furono mantenute e dopo la denuncia di una guardia nazionale che era stata sequestrata dalla sua banda, Crocco si diede nuovamente alla macchia. Arrestato brevemente, riuscì ad evadere e dal 1861 cominciò la nuova carriera del brigante più temuto del Sud: nella sua banda acquartierata nei boschi attorno ai laghi di Monticchio confluirono sbandati dell’esercito borbonico, renitenti alla leva, altri fuorilegge.
Tra i figuri della banda Crocco, le cui imprese fanno parte dell’epica popolare locale, spiccano Vincenzo Mastronardi, Michele Larotonda e Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco-Nanco, rinomato per la ferocia.
Prima della comparsa in Basilicata di un gentiluomo bretone, Augustin Marie Olivier de Langlais, le macabre imprese della banda Crocco (sequestri, omicidi, assalti ai villaggi) non ebbero colorazione politica. Fu sotto la regìa di questo lealista francese che Carmine Crocco, a capo ormai di 43 bande e di oltre mille uomini, da semplice fuorilegge divenne “generale” al servizio dei Borbone, per riportare sul trono lo spodestato Francesco II.
Un altro personaggio cruciale nella carriera antirisorgimentale di Crocco fu il nobile spagnolo José Borges: fedele alla causa dei Borbone più del francese, cercò di prendere il comando delle bande di Crocco senza riuscirvi. Finì fucilato da un plotone piemontese mentre il Langlais, che era la vera mente delle insorgenze lealiste in Basilicata, cui Crocco faceva riferimento, riuscì a riparare in Francia.
Nell’agosto 1864, pressato dalla morsa predisposta dall’abile generale sabaudo Emilio Pallavicini di Priola, con il determinante aiuto del “traditore” Caruso, Carmine Crocco scappò nello Stato pontificio, dove credeva di poter vivere con i denari che aveva portato con sé. Ma venne arrestato a Roma. Rimase in carcere fino al 1867, quando, scrive Cinnella, “il governo pontificio tentò di liberarsene procurandogli un passaporto francese”. Ma a Marsiglia fu di nuovo arrestato e rimandato nello Stato pontificio: venne rinchiuso nella fortezza di Paliano, nei pressi di Frosinone, “dove rimase fino all’arrivo dell’esercito italiano nel 1870”.
Crocco tornò in Basilicata per la celebrazione del processo a Potenza nel 1872. La condanna a morte, per volere del re, gli venne commutata in ergastolo. Morì nel carcere di Portoferraio a 75 anni. Agli eredi lasciò 6 calze di cotone, una maglia di cotone e una di lana, due berretti da notte.
Il racconto di Cinnella, saggista dalla prosa nitida e coinvolgente, si ispira alla storiografia classica sul brigantaggio, da Pasquale Villari a Franco Molfese, ma soprattutto è basato sui documenti dell’epoca. Innanzitutto le varie autobiografie di Carmine Crocco (fondamentale la versione messa in italiano dal capitano Eugenio Massa) e le interviste che vari studiosi della scuola lombrosiana dedicarono ai vari briganti. Come lo storico di vaglia deve saper fare, Cinnella risale dalla foglia alla foresta. Partendo dalla descrizione della controversa vicenda umana di un pastore semianalfabeta del Sud più arretrato, l’autore ci offre un quadro d’insieme del fenomeno del brigantaggio meridionale.
Dino Messina

mercoledì 11 maggio 2016

Corrado Gini smonta Francesco Saverio Nitti

Francesco Saverio Nitti
Ricorre con relativa frequenza nella storiografia dilettantesca o nella pubblicistica il richiamo a quanto ebbe a scrivere Francesco Saverio Nitti in un suo saggio pubblicato nell’anno 1900, “Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897”, ripubblicato successivamente in “Scritti sulla questione meridionale”. Ciò che asseriva il Nitti è noto, cosicché non è necessario riprenderlo per esteso: in pratica egli sosteneva che il Mezzogiorno fosse stato svantaggiato dalle politiche economiche dello stato italiano per quasi un quarantennio, versando in tasse ed imposte più di quanto ricevesse come investimenti ed in generale risorse. Questa ipotesi era il cardine di quella, più ampia ed articolata, secondo cui la causa principale del dualismo economico nord/sud sarebbe stato proprio il drenaggio di risorse finanziarie dal mezzogiorno al settentrione.


Corrado Gini
Il sociologo, economista e statistico Corrado Gini, conosciuto in tutto il mondo per il suo “coefficiente di Gini” tutt’ora utilizzato per misurare le disuguaglianze socio-economiche, analizzò l’ipotesi di Nitti nel suo saggio “L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni”, pubblicato nel 1910. Il Gini esaminò e smontò, pezzo a pezzo e con argomentazioni serrate di ordine matematico, quanto aveva sostenuto il Nitti. Questo illustre statistico ebbe modo di provare inoltre che lo scritto dell’importante politico e storico meridionalista era stato viziato da manipolazioni, per non dire falsificazioni. In ogni caso, il Gini poteva concludere che, dati statistici alla mano, il Mezzogiorno non aveva ricevuto dallo stato meno di quanto avesse versato nel periodo 1862-1897, anzi era avvenuto il contrario.
Quanto sostenuto sul punto suddetto ne “L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni” non ricevette nessuna replica o contestazione, neppure dal Nitti stesso. Di fatto, chiuse la questione per quanto riguardava la distribuzione regionale delle risorse dello stato italiano nel suo primo quarantennio di vita. A distanza di oltre un secolo, si ritrovano però persone che riprendono i contenuti de “Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897”, ignorando del tutto il successivo studio del Gini del 1910.
Nicola Zitara
Zitara ad esempio, che è stato il tramite fra divulgatori puri e semplice quale Aprile o Del Boca ed il dibattito fra Nitti e Gini, si limitava ad osservare in modo sibillino (in “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”) che gli era difficile stabilire chi fra i due avesse ragione, perché l’argomento non era più stato ripreso da specialisti di storia delle finanze (sic!). Questo pubblicista gramsciano non si rendeva conto, o fingeva di non rendersi conto, che nessuno aveva più esaminato di nuovo la questione poiché il Gini aveva detto la parola definitiva, giacché i dati ed i calcoli da egli presentati sono apparsi umanamente incontestabili e difatti sono rimasti da allora incontestati.
di Marco VIgna