lunedì 13 luglio 2015

Galasso: «Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica »

Il primo che incontriate per strada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. Risultato delle clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica (con poche eccezioni)


Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro. Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.
Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale».Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia.
Si potrebbe continuare, ma conta ben più ricordare che proprio il Mezzogiorno è stato il teatro di maggiore fortuna del nazionalismo italiano: un nazionalismo tanto forte che il partito delle «camicie azzurre» rimase per un bel po’ in piedi accanto al partito fascista prima di confluire in esso; e anche del fascismo rimase a lungo nel Mezzogiorno la traccia. Conta ricordare che il Mezzogiorno è stato la parte d’Italia con maggiore evidenza più legata alla causa monarchica e alla Casa di Savoia anche quando era ormai esclusa ogni possibilità di ritorno monarchico (e non si dica che i meridionali volevano difendere solo l’istituzione monarchica, perché non è vero: l’attaccamento ai Savoia fu manifestato a lungo in modo indubitabile).
Su questo metro, però, non si finirebbe più, e non serve neppure. Il corso delle cose sistema spesso questioni come questa senza quasi darlo a vedere. Ricordate le fiere proclamazioni secessionistiche della Lega Nord? Ora essa parla e si atteggia da forza nazionale, anche se nei confusi termini delle pasticciate velleità da «líder máximo» di Salvini. Il corso delle cose agirà anche sul piano culturale. Come sono passati il nazionalismo delle camicie azzurre e il fascismo, appoggiati dai maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, e culturalmente ben più forti e provveduti, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica.
La quale onda rivela, intanto, sempre più la sua macroscopica e inattesa incapacità di dar luogo a un qualsiasi serio movimento politico di qualche, sia pur minima, consistenza. E già questo dice quanto sia debole la sua spinta culturale, benché agiti temi tra i più orecchiabili e utilizzabili in chiave demagogica e tra i più ascoltati e utilizzati a sostegno dei movimenti di tipo «leghista» in Italia e altrove («conquista piemontese» e sue violenze, rapina e sfruttamento dello Stato unitario a danno del Sud, e così via). Da ultimo, poi, si è aggiunto il tema della «nazione napoletana», senza, peraltro, mostrare una sufficiente informazione sulla sua antica e complessa storia, e come se fosse una postuma scoperta di oggi, mentre è il tema di tutta la maggiore e migliore storiografia meridionale, da Angelo di Costanzo nel ‘500 a Giannone nel ‘700, e poi a Cuoco e a Croce, nonché ai continuatori della stessa tradizione.
Tutto a posto, dunque? Tutto si spiega e si vanifica? Evidentemente no. Se nel breve giro di un paio di decenni si diffonde a tal punto una certa moda culturale, sia pure senza capacità di riflessi politici, allora vuol dire che qualcosa non va sotto il nostro cielo. Vuol dire che ci dev’essere un perché più profondo dell’atteggiamento di moda. Le risposte possono essere molte: la sprezzante sfida nordista della Lega, che non poteva non provocare una reazione meridionale; o la progressiva scomparsa del Mezzogiorno dalla più immediata e importante agenda politica italiana; o la conseguente sensazione di un’estrema, definitiva difficoltà a trovare nello Stato italiano, come si era sperato soprattutto dal 1945 al 1990, un modo di compensare e superare le gravi negatività della politica italiana verso il Mezzogiorno dopo il 1860, da subito denunciate dal pensiero meridionalistico; o, ancora, le difficoltà dovute alla non ancora superata crisi di questo Stato, che sul Mezzogiorno per forza di cose si sono ripercosse in peggiore maniera e misura.
La ragione eminente pare, però, sempre più la crisi dello Stato e dell’idea nazionale, in corso dalla metà del ‘900 in tutta Europa, che l’Unione Europea non ha saputo finora superare e compensare in un nuovo quadro etico e politico di uguale forza ideale. Si è verificato così il paradosso di una realtà europea in cui la forza di un persistente nazionalismo degli Stati e delle opinioni pubbliche europee si accompagna a una crisi sempre più diffusa, politica e ideale, dello Stato e dei valori nazionali, che in alcuni paesi (Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Italia) è particolarmente forte.
È su questo fronte che appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno.
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sabato 21 febbraio 2015

L’accusa di Engels ai Borbone: era sangue italiano sparso nel 1848 a Napoli

Scriveva Friedrich Engels nella lettera inviata a Karl Kautsky, datata 7 febbraio 1882:

"Fino a quando manca l'indipendenza nazionale, un grande popolo non è in grado sul piano storico nemmeno di discutere in modo più o meno serio queste o quelle questioni interne. Fino al 1859 di socialismo in Italia non se ne parlava nemmeno, persino i repubblicani erano pochi, anche se erano l'elemento più energico. I repubblicani sono cominciati a diffondersi solo dal 1861 e solo in seguito hanno dato le loro migliori energie ai socialisti."


L'interessamento di Marx ed Engels per le vicende del Risorgimento italiano fu notevole, soprattutto in relazione agli eventi rivoluzionari del 1848, anno di pubblicazione del loro Manifesto del Partito Comunista.
Riguardo alla vicenda della sollevazione di Napoli, fu Engels a fornirci una cronaca minuziosa di tali eventi in uno scritto del 31 maggio 1848, pubblicato sulla Neue Rheinische Zeitung n. 1, del 1° giugno 1848:
"Le Camere vengono convocate a Napoli. Il giorno dell'apertura deve servire alla battaglia decisiva contro la rivoluzione. Campobasso, uno dei capi della polizia del famigerato Del Carretto, viene richiamato di nascosto da Malta; gli sbirri, con i loro vecchi capì alla testa, ripercorrono per la prima volta dopo parecchio tempo via Toledo, armati e a gruppi, disarmano i cittadini, strappano loro gli abiti di dosso, li costringono a radersi i baffi.
Arriva il 14 maggio, giorno di apertura delle Camere. Il re pretende che le Camere s'impegnino sotto giuramento a non modificare la Costituzione da lui concessa. Le Camere rifiutano. La Guardia nazionale si dichiara solidale coi deputati. Si scende a tratte, il re cede, i ministri si dimettono. I deputati chiedono che il re renda pubbliche, con un suo proclama, le concessioni accordate. Il re promette il proclama per il giorno seguente.
Ma durante la notte tutte le truppe dei presidi vicini entrano a Napoli. La Guardia nazionale si accorge di essere stata tradita; innalza delle barricate, dietro le quali si schierano 5-6.000 uomini. Ma di fronte ad essi vi sono 20.000 soldati, in parte napoletani, in parte svizzeri, con 18 cannoni: fra gli uni e gli altri, per il momento neutrali, stanno i 20.000 lazzaroni di Napoli. Il 15 mattina gli svizzeri dichiarano ancora che essi non avrebbero attaccato il popolo.
Ma in via Toledo un agente di polizia, che si è mescolato al popolo, spara sui soldati; quasi contemporaneamente il Forte di Sant'Elmo inalbera la bandiera rossa e, a questo segnale, i soldati attaccano le barricate.
Ha inizio un'orribile carneficina; le Guardie nazionali sì difendono eroicamente contro forze quattro volte superiori e contro i cannoni dei soldati. Si combatte dalle 10 del mattino fino a mezzanotte; nonostante la grande preponderanza della soldatesca il popolo avrebbe vinto, se la condotta vergognosa dell'ammiraglio francese Baudin non avesse deciso i lazzaroni a unirsi al partito del re.
L'ammiraglio Baudin si trovava di fronte a Napoli con una squadra francese abbastanza forte. La semplice ma tempestiva minaccia di bombardare il Castello ed i forti avrebbe costretto Ferdinando a cedere.
Ma Baudin, vecchio servitore di Luigi Filippo, abituato ai tempi dell'entente cordiale in cui l'esistenza della flotta francese era appena tollerata, se ne restò tranquillo, e così decise i lazzaroni, che già stavano per abbracciare la causa popolare, a schierarsi a fianco delle truppe.
Con questo atto del Lumpenproletariat napoletano, la disfatta della rivoluzione era decisa. Guardie svizzere, soldati di linea napoletani e lazzaroni si gettarono tutti insieme sui combattenti delle barricate.
I palazzi della via Toledo, spazzata dalla mitraglia, rovinavano sotto le cannonate dei soldati; la banda furibonda dei vincitori si riversa per le case, trafigge gli uomini, infilza i bambini, violenta ed assassina le donne, saccheggia tutto ed abbandona alle fiamme le abitazioni devastate. I lazzaroni si dimostrarono qui i più rapaci, gli svizzeri i più brutali.
E’ impossibile descrivere le infamie e gli atti di barbarie che hanno accompagnato la vittoria dei mercenari borbonici, quattro volte più numerosi e meglio armati, e dei lazzaroni, che sono stati sempre sanfedisti, sulla Guardia nazionale di Napoli, che è stata quasi sterminata.
Alla fine, è stato troppo perfino per l'ammiraglio Baudin. Sempre nuovi fuggiaschi giungevano sulle sue navi, e raccontavano quel che accadeva in città. Il sangue francese dei suoi marinai ribolliva. E finalmente, quando la vittoria del re era già decisa, egli pensò al bombardamento.
A poco a poco il macello cessò: non si assassinava più nelle strade, ci si accontentava di rapine e di stupri; ma i prigionieri venivano condotti nei forti e senz'altro fucilati. A mezzanotte tutto era finito, il potere assoluto di Ferdinando era, di fatto, ristabilito, e l'onore della casa di Borbone lavato nel sangue italiano".
E' da rimarcare che Engels, se all'inizio del suo scritto attribuiva all'errore dell'ammiraglio francese Baudin il non intervento dei lazzaroni a fianco dei rivoluzionari napoletani nel corso degli eventi rivoluzionari del 1848, alla fine ha scritto che gli stessi lazzaroni furono di tradizione sanfedista, vittime di un sistema di potere, succubi di una vecchia egemonia conservatrice e reazionaria, senza una minima coscienza di classe tutta da conquistare negli anni a venire, per usare un linguaggio caro ad Engels. Lo stato di ignoranza e superstizione in cui erano stati tenuti da tanti anni aveva fatto sì che i lazzaroni, pur essendo scossi dalla forza dei rivoluzionari napoletani, avevano comunque un background di sudditanza "sanfedista", in cui erano stati inquadrati dal potere da tantissimi anni.
Ci si potrebbe meravigliare dell'espressione "lavato nel sangue italiano" che Engels usa senza esitazione. Chi conosce gli scritti di Engels sul Risorgimento Italiano, invece, è consapevole della valenza che Friedrich Engels attribuiva a quell'espressione. Possiamo dire che, se Metternich considerava l'Italia solo un'espressione geografica, Friedrich Engels era entusiasta della tradizione culturale che l'Italia, pur non essendo ancora Nazione, aveva espresso dal Medioevo.
Basta citare la prefazione al Manifesto del Partito Comunista nell'edizione italiana. In effetti si tratta di un proemio appositamente scritto da Friedrich Engels su richiesta di Filippo Turati, in occasione della prima edizione italiana del Manifesto di Marx e Engels del 1893.
Il “Manifesto”- scriveva Engels- riconosce appieno il ruolo rivoluzionario giocato nel passato dal capitalismo. La prima nazione capitalistica è stata l'Italia.
La conclusione del Medioevo feudale e l'inizio dell'era moderna capitalistica sono segnate da una figura grandiosa: è un italiano, Dante, l'ultimo poeta medievale e insieme il primo poeta della modernità. Come nel 1300, una nuova era è oggi in marcia. Sarà l'Italia a darci un nuovo Dante, che annuncerà la nascita di questa nuova era, l'era proletaria?
Con quell'espressione "sangue italiano" in relazione al sangue versato dai patrioti rivoluzionari napoletani nel 1848 Friedrich Engels intendeva comunicare ed esplicitare un concetto che lui riteneva scontato ed ovvio.

lunedì 9 febbraio 2015

Il "vietato pensare" negli anni dell'antico regime borbonico

Un errore rilevante che fecero i Borbone nel corso degli anni fu quello di estromettere dalla vita pubblica tutte le menti migliori che il Regno delle Due Sicilie esprimeva, e per molto di loro non si trattò di semplice estromissione, ma anni duri di detenzione in varie carceri del Regno, da quelle più noti di Montefusco, Procida, Santo Stefano, Ponza, Avellino, Foggia, Bari a quelle meno note di Marigliano, Baiano, Bovino, Cerignola, Barletta, Molfetta e Andria.
Intendiamo far riferimento ai due brevi momenti costituzionali, a partire dagli anni del 1820-1821 in cui fu data e poi revocata la Costituzione, che aveva espresso, quali rappresentanti, uomini quali Giuseppe Poerio, Galdi, Nicolai, Dragonetti, Arcovito, Netti, Matteo Imbriani, Berni, De Conciliis e tanti altri.
Nel 1848, la momentanea costituzione aveva espresso, quali rappresentanti, le menti brillanti di Carlo Poerio, di Scialoja, Spaventa, Paolo Imbriani, Mancini, Pisanelli, Conforti, Lanza, Blanch, Capitelli, Bonchi, Tupputi, Tarantini, Salvagnoli, Avossa, De Blasiis, Massari, Savarese, Del Re, Baldacchini, Pica, Saliceti, Dragoni e tanti altri, tra cui quelli più rivoluzionari di Zuppetta, Petruccelli, Musolino, Ricciardi, Barbarisi.
Un patrimonio di idee espresse dai tanti eletti dopo la concessione della Costituzione prima in seguito ai moti rivoluzionari del 1820-21 e soprattutto in seguito alla rivoluzione del 1848. Tali uomini furono tenuti lontani dalla vita politica, costretti all'esilio e la maggior parte di loro in stato di detenzione per tanti anni.
Di questa verità da rilanciare in anni in cui si tenta di dimenticare o meglio far finta di non ricordare che il Mezzogiorno fece parte a pieno titolo della graduale e lunga storia del Risorgimento, che dal Sud partirono le radici e gli ideali del Risorgimento, facciamo riferimento a quanto ha scritto al riguardo proprio uno storico borbonico, Giacinto De Sivo.
Scrivendo di Ferdinando II e del suo errore di non far tesoro dei grandi uomini che il Regno esprimeva, invece di costringerli all'esilio o incarcerarli, il De Sivo afferma:
“Temuti gli uomini di testa, s'andò cercando la mediocrità, perché più mogia; non si volle o non si seppe cercare i migliori e porli ai primi seggi. Per non fidarsi in nessuno e per non aver bisogno di intelletto, fu ridotta a macchina di amministrazione il governo. Si credeva così non s'avrebbe mestieri di pensare.”
Insomma durante il passato regime borbonico, secondo lo stesso storico borbonico De Sivo, si temevano le teste pensanti, non si gradiva avere a che fare con gente che pensava con la propria mente, e i nomi citati erano esempi di grandi pensatori, di uomini con la schiena dritta.
Era possibile che patrioti come i tenenti Morelli e Silvati, come Cesare Rosaroll, come i fratelli Poerio non pensassero con la propria testa? Si poteva chiedere a un Luigi Settembrini, ad un Francesco De Sanctis, per citare altri esempi di rinomati patrioti di non pensare con la loro mente?
Il “vietato pensare” dei Borbone provocò l'esilio nel migliore dei casi, e tanti anni di detenzione di uomini abituati a pensare e a sacrificarsi per le proprie idee, perché gli ideali liberali, rivoluzionari avevano scosso l'Europa, e la Costituzione garantiva la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di stampa e quanto siamo, noi uomini contemporanei, talmente abituati, assuefatti e a volte ci sembrano parole inutili solo perché nel tempo le abbiamo svuotate della loro essenza. Questo fu l'errore rilevante dei Borbone.
Tale fu la "protesta" di Luigi Settembrini, che uscì provato dal carcere di Santo Stefano solo agli inizi del 1859 per essere inizialmente imbarcato su una nave per New York, dopo otto anni nella prigione di Santo Stefano.

domenica 23 novembre 2014

1799. Lo zar al Borbone: "Non puoi uccidere il fiore della cultura napoletana" Stampa


Paolo I di RussiaGerardo Marotta, Presidente dell' Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nella prefazione al saggio di Camillo Albanese "Cronache di una rivoluzione. Napoli 1799", ha sottolineato che con il massacro di Piazza Mercato "furono spenti nel sangue filosofi, scienziati, statisti, tutta la più illustre nobiltà napoletana e l'alto clero che si erano schierati per la filosofia, per la libertà e per un vero Stato fondato sulla ragione e sulla giustizia”.L'Italia e l'Europa avevano assistito alla distruzione di tutto un governo legale, legittimo perché fondato dai patrioti dopo la fuga del re in Sicilia e riconosciuto a tutti gli effetti dal trattato di armistizio firmato dal governo della Repubblica napoletana, dal viceammiraglio della flotta inglese, dal comandante delle truppe turche, dal comandante delle truppe russe e dallo stesso cardinale Ruffo, plenipotenziario del re e comandante supremo dell'armata della Santa Fede.
Giustino Fortunato, nel raccogliere le memorie dei martiri della Repubblica, così iniziava nel 1882 il suo scritto I Napoletani del 1799:
 " [...] i Borboni mandarono al patibolo i più dotti e generosi uomini, che avevano preso parte per la Repubblica, e il mondo sa i nomi di questi uomini ... ".
Luigi Settembrini, parlando dei giustiziati di Napoli del 1799: 
"Consacrati dalla gratitudine e dalla riverenza de' posteri, richiamati a vita nuova dall'arte, oggi quei nomi, divenuti sacro patrimonio della nazione redenta, hanno l'aureola della gloria e il culto della memoria. È storia e già pare epopea. Il martirio di quegli uomini è agli occhi nostri come una leggenda, come un vivo sprazzo di luce, che redime tutto un passato d'obbrobrio, e che è primo inizio delle rivoluzioni del secolo; ed oggi ancora, monumento d'eroismo, i nomi di quegli uomini danno fede e sentimento alle giovani generazioni, che hanno la fortuna, dopo tante aspettative, di vedere attuata e benedetta l'unità della patria. Né altro, in tutto il martirologio italiano, è paragonabile a questo primo e generoso tributo di sangue, offerto dai Napoletani del 1799".
Tuttavia ciò che desta davvero massima riprovazione e senso di sgomento sono le parole dello stesso zar Paolo I, che come ricorda il filosofo napoletano, scrisse al cugino Ferdinando di Borbone: - "Cugino Ferdinando, ti ho inviato i miei battaglioni per aiutarti a riconquistare il regno perduto, ma tu non puoi mandare a morte il fiore della cultura napoletana".
Lo zar, scrivendo al Borbone, sapeva benissimo che si trattava di patrioti i quali, quando i francesi erano partiti, lasciandoli soli, avevano esultato in quanto volevano compiutamente dimostrare che la loro causa per la libertà, l’uguaglianza non aveva bisogno di protettori, a differenza dei Borbone per la cui riconquista del trono si erano attivate le armate sanfediste, turche, inglesi, russe e svizzere, ossia tutta la forza prepotente di un antico regime di assolutismo, di privilegi e di oppressione di uomini sugli altri uomini.

Lo zar Paolo I, figlio della grande Caterina, aveva ricordato al cugino Ferdinando in maniera diretta la verità di quanto successo: grazie ai suoi battaglioni e a quelli delle altre Nazioni monarchico-assolutiste dell’Antico Regime aveva riottenuto il regno, ma non poteva uccidere il fior fiore della cultura napoletana.
D'altronde lo stesso zar era ben a conoscenza del trattato internazionale di resa firmato dai patrioti repubblicani, ai quali si avrebbe dovuto, all'uscita dai forti, rendere gli onori militari, come dalla III clausola del trattato internazionale che recitava: “ Le guarnigioni usciranno cogli onori di guerra, armi , bagagli, tamburo battente, bandiere spiegate, miccia accesa, e ciascuna con due pezzi di artiglieria; esse deporranno le armi sul lido”.
Per lo zar Paolo I era stato Baillie a porre la firma all'accordo, come avevano fatto Ruffo e Micheroux per il Borbone, Bonieu per la Turchia, Foote per l’Inghilterra, Méjèan per i Francesi, e Massa per la Repubblica Napoletana.
Scrivendo : "Cugino Ferdinando, ti ho inviato i miei battaglioni per aiutarti a riconquistare il regno perduto, ma tu non puoi mandare a morte il fiore della cultura napoletana", lo zar di Russia voleva anche ricordare ad un monarca borbone che non si poteva disattendere un trattato internazionale, oltre a rimarcare che alla Repubblica del 1799 avevano aderito i maggiori intellettuali del Sud.

giovedì 23 ottobre 2014

Avigliano 1799. Un’intera comunità infervorata dalla democrazia repubblicana


AviglianoIl delegato borbonico Gaetano Lanzara, nel commentare senza nascondere un certo sdegno i momenti gioiosi che animarono i giorni della Repubblica ad Avigliano in Basilicata, nel 1799, tra l'indignato e l'incredulo scrisse: "Santo Iddio! Anche i ragazzi di Avigliano si avevano imparato e andavano pubblicamente cantando gli obbrobri alla Monarchia e alle sacre persone dei sovrani".
Ciò sta ad indicare che all'esperienza repubblicana di Avigliano del 1799 partecipò un’intera comunità infervorata degli ideali della democrazia repubblicana. La cronaca degli avvenimenti  dimostra quanto l’illuminato ceto intellettuale riuscì allora  a coinvolgere artigiani, contadini, braccianti. Tanti erano i giovani che frequentavano l’Università di Napoli e tanti avevano interiorizzato la grande conquista del pensiero moderno, partecipando in prima persona ai diversi tentativi di rinnovamento dei costumi e delle idee.
I rapporti fra Avigliano e Napoli, alla fine del 1700, erano molto intensi ed estesi.
Il clima illuministico e giusnaturalistico della città era vissuto dai giovani studenti aviglianesi appieno. Tra di essi vi erano Girolamo Gagliardi, Girolamo e Michelangelo Vaccaro, che fecero parte della municipalità repubblicana aviglianese.
Al fine di rimarcare la consistenza della partecipazione degli aviglianesi al grande dibattito di idee rivoluzionarie, mirate all’affermazione degli ideali di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicani, bisogna ricordare che ben 248 repubblicani aviglianesi furono considerati dalla controrivoluzione borbonica “rei di stati”.
Di essi facevano parte non solo il ceto intellettuale e i giovani universitari, ma anche artigiani, braccianti e contadini, i quali, parteciparono alle manifestazioni di piazza, guidate da Girolamo Gagliardi e Girolamo Vaccaro già il 19 gennaio 1799, quando le truppe francesi non erano ancora entrate in Napoli.
Pochi giorni dopo, il 23 gennaio il prete aviglianese Nicola Palomba, che sarà uno dei martiri della Repubblica, era a Napoli con i patrioti repubblicani, investito del grado di commissario democratizzatore del dipartimento di Bradano dal Governo Provvisorio della Repubblica Napoletana.
Ad Avigliano l’Albero della Libertà fu eretto il 5 febbraio, prima della stessa Napoli. La municipalità repubblicana aviglianese fu costituita da Girolamo Vaccaro, Girolamo Gagliardi, Giustiniano Gagliardi, Nicola Francesco Maria Corbo, Francesco Corbo, Padre Tommaso Gagliardi, Diodato Sponsa, Canio Stolfi, Giustiniano Palomba, Nicola Cubelli, Gaetano Mancusi e Maria Nicola Samela.
La Repubblica ad Avigliano durò quattro mesi. Il 12 maggio il brigante Sciarpa entrò in paese per abbattere l’Albero della Libertà, mentre invano gli aviglianesi attendevano gli aiuti dei francesi, che ormai avevano lasciato al loro destino le sorti della Repubblica.
Avigliano si conquistò la gloria di essere stata la parte avanzata del movimento rivoluzionario repubblicano in terra di Lucania a tal punto che il borbonico Lanzara, sconcertato ed incredulo, di fronte alle profonde convinzioni repubblicane del popolo aviglianese, scrisse:
“Si rifletti un poco all’ostinazione del popolo aviglianese. Vide realizzato Picerno, uccisi i fratelli Girolamo e Michelangelo Vaccaro con altri del partito, sente la notizia dei paesani spediti in Altamura di essere stata presa quella città dalle truppe del Vicario del Regno, e ciò non ostante si continuano a costruire cartocci di polvere e palle a dispensare da Giustiniano Gagliardi, Nicola Maria e Francesco Corbo generalmente a tutti li paesani, per poter vincere o morire sotto il vessillo rivoluzionario”.
Gaetano Lanzara, delegato ad indagare sui rei di Stato di Avigliano, non poté fare a meno di confessare che l’indagine” non poteva non riuscire difficoltosa, sì perché, essendo tutti di indole rivoluzionaria, non li faceva animo a quei che han deposto di mordere la sua specie”.
Ancora agli inizi dell’Ottocento, vi furono segnali che riconfermavano  la presenza ad Avigliano di un’anima repubblicana che non intendeva arrendersi alla reazione borbonica, dalle “ strane” lettere piene di fiducia nel futuro che i repubblicani aviglianesi rinchiusi nelle carceri di Napoli, di Potenza e di Matera, facevano pervenire ai loro congiunti ed amici.

martedì 7 ottobre 2014

Montefusco, il lager dei Borbone

«Le sue prigioni sono cadenti e squallide.» – scrisse Angelo Ruggi(er)o, nell'anno 1738 e così riporta una lapide sita in Via Seggio.


“Quello era l'elevato ed alpestre patibolo dei Normanni, già definito Spielberg–Borbonico dell'Irpinia. Al romito luogo, soventemente si giungeva in ginocchio e in catene, oppure strisciando e con le carni lacerate e sanguinanti; tutto questo avveniva, perché si era legati ai possenti cavalli dei gendarmi del Re. E persino quei muscolosi destrieri, nonostante fossero abituati a tale travaglio, assai spesso erano provati per le fatiche dovute a quelle impervie mulattiere che, per tutta l'epoca dell'ancien régime, mai videro rotolar su di esse il legno tondo e raggiato d'una qualsiasi “ruota”.

Le strade per Montefusco (AV) in realtà non c'erano, e quei pochi sentieri che fin sopra vi giungevano, erano così stretti che, i cavalli dovevano viaggiare in fila indiana. Erano mulattiere, adatte più ai buoi e alle capre che a questi agili destrieri campestri”.  
Così dunque, in un passato mai tropo lontano, si vedevano queste torbide scene di carne, sangue, sudore e dolore. E allora, strette file di guardiani, cavalli di grossa stazza e, poveri uomini striscianti e tenuti in catene, rumoreggiavano zigzagando con affanni, nitriti, colpi di frusta e imprecazioni.
Questi erano i suoni che contraddistinsero l'epoca Borbonica a Montefusco; tali suoni riecheggiavano e creavano sgomento in tutta la valle felice.
Oggi quella valle si chiama, Santa Paolina.
“Soventemente i cavalli scuotendo la testa, manifestavano l'intento di fermare quella marcia tortuosa che, gli procurava sudori e affanni; e allora il gendarme borbonico senza provare pietà, né per gli uomini e nemmeno per le bestie di cui si serviva, con possenti colpi vibrati, sferrati con la normale crudeltà di cui vivevano nel loro quotidiano, costringevano anche i cavalli doppiamente sofferenti, (sia per le fatiche e, sia per l'esser indotti) di salire, lungo tali ripidi strapiombi che circondavano il fosco Monte della Forca Borbonica.
[Dalle scritture dell'Abate Pasquale Ciampi, poi riprese da Palmerino Savoia nel XX° secolo]

Le prigioni Borboniche erano un “carnaio"

[...]. Le carceri del Napoletano erano e sono da considerare come la più nefanda creazione della ingiustizia e della malvagità umana, la negazione d’ogni bene, l’affermazione d’ogni male, bolge d’espiazioni crudeli, affatto prive dello scopo di migliorare i traviati, che anzi servivano viemmaggiormente a pervertirli; fosse a serragli di belve e di efferati tormenti, tali che fantasia di romanziere non giunge a inventar più nefandi, cloache di sozzura e di tristizie, scuole di vizi, d’immoralità, di viltà e prepotenza ad un tempo, dove l’umana carne si gettava ad imbrutire e a marcire, e non per altro che per imbrutire e marcire. Noi stessi, i  politici, secondo che la reazione per le sue continue vittorie addiveniva più audace e più avida di vendetta, noi stessi, ripeto, di quella brutta creazione dovemmo assaporare l’immanità sino alla feccia. [...]. «Le carceri del Napoletano non erano, né dovevano esser altro che il “carnaio” dove si perde anima, sentimento, ossa e vita» [Sigismondo Castromediano,  Carceri e galere  politiche , Lecce, 1895 Tomo I°, pagg. 39, 45]

Tuttavia dei lager del Borbone si parla veramente poco o nulla. Così tuttora, nessuno ci parla mai delle memorie degli altri compagni di cella del Castromediano, e per fare qualche esempio, tace ancora nel buio la monografia intitolata:  Raffinamento della tirannide borbonica ossia I carcerati in Montefusco. [Reggio Calabria, Tipografia Adamo D’Andrea, edizione del 1863]

Montefusco negli anni 50 del XX° secolo

L'autore, il calabrese Nicola Palermo, si sofferma parecchio sulla crudeltà borbonica esercitata in particolar modo in Irpinia e proprio in quella Montefusco. La stessa che, è stata recentemente descritta nei libri di P. Antonio Salvatore e da Eduardo Spagnuolo come un’isola felice, beata e tranquilla,  devota alla Madonna del Carmelo e fedele alla corona del Borbone. Così si sentono, persino i sospiri nostalgici di certi autori, affiancati dalle chiacchiere fuori luogo del romanzetto “filo-borbonico” di tale dottor Gerardo Figliolino intitolato: Da qua a Dio[ediz. Albatros 2012]
“Ma il regno del Borbone fu proprio la negazione di Dio!”
E queste durissime parole le troviamo in una lettera di nota memoria storica, scritta dal liberale  William Gladstone, che, fu spedita al ministro degli esteri Britannico Lord Aberdeen; quella frase era una sintesi lampante ed efficace, che descriveva l'esito della sua ispezione nelle Regie Galere Napoletane.
I fatti risalgono al 1851, in quella missiva si ravvisavano ogni sorta di violazione, e la mancanza d'ogni diritto, nonché le disumane condizioni in cui erano tenuti i prigionieri del regime Borbonico del SCarcere borbonicoud Italia.  
E così, mentre tacciono nel silenzio le carte di Nicola Palermo, vediamo alcuni «scellerati negazionisti, neo-restauratori del passato e sanguinario regime» riempire di vuoto orgoglio terrone gli ignavi lettori delle loro opere, e poi si vedono  produrre, recenti mistificazioni che non si curano affatto della serietà richiesta dall'argomento trattato. Anche perché, queste torture, venivano inflitte assai spesso, proprio agli stessi sudditi Montefuscani, unitamente agli altri dissidenti di altri luoghi che venivano lì forzosamente condotti.
La Regia Udienza fu spostata definitivamente ad Avellino nell'anno 1806, e pure il Borbone che tornò al potere dopo il Congresso di Vienna del 1815, non riportò la centralità giuridica a Montefusco, e così il carcere divenne “mandamentale” ovverosia fatto per trattenere soggetti locali e rei di piccoli reati. E questa linea fu mantenuta dal regime sabaudo, fino alle soglie del Fascismo, durante tale periodo il carcere e il Tribunale lasciarono definitivamente Montefusco, e nel 1928, quel luogo di tortura non risorgimentale, bensì pre-risorgimentale ed “esclusivamente Borbonico” divenne Monumento Nazionale, e poi sede dell'Amministrazione Comunale, che nel massimo della stranezza, preferisce tuttora dirigere il paese da dietro le sbarre del Carcere Borbonico di Montefusco.
La Chiesa di S.Maria di Mezzo Mondo


Una storia di spiriti e di fantasmi aleggia come leggenda, intorno alla costruzione della Chiesa di S. Maria di Mezzo Mondo  nel territorio di Montemiletto. La stessa è tratta dal libro Montefusco dell'Abate Palmerino Savoia. [ediz. di settembre 1972; pagg. 155, 156]
In questo luogo venivano seppelliti i condannati a morte dal R. Tribunale di Montefusco.
Un misterioso avvenimento aveva indotto l'arcivescovo di Benevento  G. Battista Foppa a dare alla chiesa quella pietosa destinazione.
Prima i cadaveri degli impiccati magari dopo essere stati squartati e affissi nei trivi delle pubbliche strade, venivano gettati in una fossa comune, detta la carnaia, scavata sulla Serra vicino alle forche.
Intorno all'anno 1665 l'arcivescovo Foppa si recava un giorno da Montemiletto al convento di S. Egidio. Arrivato sulla Serra gli si fecero incontro due signori vestiti alla sgargiante foggia spagnuola, seguiti da molti altri più dimessamente vestiti, dalla apparenza di servi. I due senza qualificarsi, fecero un profondo inchino al Presule e quindi lo pregarono di interporre la sua autorità presso i Magistrati secolari affinché permettessero che i resti degli impiccati avessero cristiana sepoltura nella vicina chiesetta della Pietà (o S. Maria in Piano o di Mezzo Mondo) e non si trascurassero le opere della cristiana pietà verso quelle povere anime.
Fatta la supplica e ripetuto l'inchino si allontanarono. Nonostante le più accurate ricerche eseguite in tutta la zona non fu possibile  per l’arcivescovo scoprire chi erano quei due signori e donde erano venuti. Si pensò allora che fossero Anime del Purgatorio apparse sotto forma umana per sollecitare, con la cristiana sepoltura, preghiere e suffragi per le anime dei condannati a morte.
Il fatto, (con la persuasione che si trattasse di Anime del Purgatorio) produsse in tutti una impressione enorme. Anche i Magistrati preposti alla Giustizia umana si convinsero che era poco cristiano il loro modo di comportarsi verso i poveri resti
degli impiccati. Fu allora che la chiesetta con le spontanee offerte delle popolazioni venne adattata alla pietosa destinazione.
Il Card. Orsini ebbe cure particolari per la chiesa di S. Maria di Mezzo Mondo. Rovinata nel terremoto del 1688 la fece riedificare e ampliare e il 20 luglio 1723 la consacrò in onore della Beata Vergine e del Beato (ora santo) Alberto Magno, concedendo 100 giorni d'indulgenza a coloro che avrebbero pregato per i condannati ivi sepolti e 100 giorni a quelli che avrebbero partecipato alle esequie quando i corpi degli impiccati venivano portati alla sepoltura nella chiesa.
L'ergastolo montefuscano divenne presto tristemente famoso e fu addirittura soprannominato lo Spielberg dell'Irpinia,  perché rappresentò per i patrioti del Regno di Napoli quello che fu la prigione austriaca, immortalata da Silvio Pellico, a simbolo del tributo di sofferenze che gli Italiani dovettero pagare alla storia per avere una patria unita.

Il presente articolo non è bastevole a dare testimonianza, con esaustiva completezza di particolari, in merito a quello che realmente fu per il Sud Italia, il malgoverno borbonico. Né si può rappresentare in così poche pagine, il significato dell'oppressione esercitata dalla monarchia sulle classi popolari, con tasse gabelle e balzelli vari.

All'epoca esistevano “i privilegi” e i privilegiati; mentre oggi siamo titolari di diritti già dalla nascita. Una volta c'era il popolo dei supplicanti,  oggi il popolo manifesta liberamente la sua opinione, e il suo pensiero verbalmente e per iscritto. E chiaramente oggi nessuno si sognerebbe di denunciare l'autore del presente articolo per “Læsa Majestate”, perché la libertà di critica è  sancita nella costituzione, perché rappresentare la propria opinione non è reato. E la libertà, è sacra e inviolabile, così come sta scritto nell'articolo n. 13 della Costituzione della Repubblica Italiana.
E poi, se il lettore, è contrario alla pena di morte, e sensibile al tema dei DIRITTI UMANI, non può essere “negazionista” di un olocausto meridionale che vide proprio il Borbone quale maggiore colpevole e maggior responsabile. Se poi pensiamo che, tale ecatombe si svolse in un paese come Montefusco (tra il 1799 ed il 1855), oggi così tranquillo e riservato; allora il lettore rifletta su quale aberrante sistema di governo sia stato il Borbone, proprio per noi, proprio per il Buon Popolo del Meridione d'Italia.
E per concludere,  le persecuzioni o le atroci torture perpetrate quotidianamente, durante tale lungo periodo buio della nostra storia nazionale, sono un marchio indelebile di cui s'è macchiata la dinastia Borbonica, e per quest'ecatombe d'Italiani, grandi e piccoli, donne e uomini torturati, trucidati per ordine Regio; il Borbone non ha ancora chiesto perdono, né a Dio, né al Popolo Sovrano dell'Italia risorta.
E se qualcuno dopo aver letto, ancora auspica il suo ritorno, e di spaccare l'Italia, allora concludo con le parole di San Paolo, L'Apostolo de' Gentili:
“Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani». [Atti degli Apostoli. 18,6]

lunedì 22 settembre 2014

L'usurpazione del Demanio di Calvi da parte della Real Casa Borbonica


Casino Reale di CalviDel Demanio di Calvi, situato nei comuni di Calvi e di Sparanise e con un'estensione di 1200 moggia circa, si hanno informazioni precise ad iniziare dal 1425 allorché un contrasto sui confini occorse tra la cittadina di Calvi e quella di Capua.
Secondo lo storico settecentesco Francesco Granata fu la regina Giovanna II a stabilire  i confini con un "privilegio" datato 17 settembre 1425.
Nella Storia Civile della fedelissima città di Capua, pubblicata nel 1756, il Granata ha ripercorso tutto ciò che Calvi dovette subire dai governanti che favorirono la città di Capua, ad iniziare dalla regina Giovanna II, da suo figlio Alfonso e successivamente dallo stesso Ferdinando d'Aragona.
La regina Giovanna - scrisse il Granata - appagatasi della gran fedeltà dei Capuani, corrispose con infiniti privilegi e grazie, tra le quali il 17 settembre 1425 concesse un privilegio dichiarando che il tenimento di Capua si estenda fino al Rivo corrente di Calvi, i quali territori sono divisi per certe colonne postesi per termine.
La Real Casa Borbonica successe nell'affitto del Demanio di Calvi al barone Luigi Zona nel 1772. Il contratto durò fino al 18 ottobre 1779, protraendosi per ulteriori dieci anni.
Sia Carlo di Borbone che  il figlio Ferdinando IV intrapresero una graduale opera d’usurpazione del Demanio di Calvi, tanto che Ferdinando IV  arrivò a costituire un maggiorato per i suoi due figli.
Con Decreto Regio del 12 gennaio 1832, il Demanio caleno fu poi affidato in una  parte al settimogenito figlio di Ferdinando IV, Gaetano Maria Federico, conte di Girgenti, e per l'altra al Conte di Castrogiovanni.
I comuni di Calvi e di Sparanise furono dunque spogliati del loro Demanio con due atti che costituirono inaccettabili soprusi.
Con il  primo atto, datato 1791, Ferdinando IV , nonostante il voto contrario delle due Università, da affittatore aveva preteso di diventare “enfiteuta” (l’enfiteusi è un diritto reale su un fondo altrui che attribuisce al titolare “enfiteuta” gli stessi diritti che avrebbe il proprietario,“concedente” sui frutti, sul tesoro e sulle utilizzazioni del sottosuolo). Il  secondo atto, datato 1832, rappresentò una vera e propria  appropriazione indebita  nel momento in cui Ferdinando II, pur sapendo che i demani comunali erano da considerare inalienabili, costituì un maggiorato per i suoi figli.
Il Demanio di Calvi divenne prevalentemente un sito di caccia, destinato al solo divertimento dei Borbone, che vi costruirono un Casino Reale con il pianterreno destinato ai contadini, mentre il primo piano era riservato all'abitazione del Re e dei cortigiani. 
Nel testo  Per Calvi e Sparanise contro Demanio e Casa Reale, pubblicato nel 1888 da
Francesco Saverio Correra e Domenico Di Roberto, si ripercorre tutta la storia dei tentativi dei due comuni di contrastare gli atti di sopruso da parte della Real Casa Borbonica. In relazione al contratto del 1791, gli avvocati Correra e De Roberto evidenziano che “ il re, quando contratta, è un privato e non un sovrano, è soggetto di conseguenza a tutti i vincoli e alle norme di legge".
Dopo la caduta del regno borbonico, i due comuni di Calvi e Sparanise reclamarono il possesso del Demanio con ricorsi che diedero inizio ad un lungo contenzioso che terminò con il “componimento bonario” del 1888 tra i due comuni e la Real Casa Savoia sulla base delle deliberazioni di transizione bonaria del comune di Calvi in data 26-5- 1892 e del comune di Sparanise del 12-12-1892.
Angelo Martino per il NUOVO MONITORE NAPOLETANO 

Bibliografia

Paolo Mesolella- Il Demanio di Calvi- Spring Edizioni- 2008