giovedì 12 dicembre 2013

Il sacerdote – poeta Luigi Rossi martire della Repubblica Napoletana del 1799


Leggendo le motivazioni della condanna a morte del sacerdote - poeta Luigi Rossi , non si può non provare un senso di orrore per come si poteva morire per le idee espresse in forma di poesia civile.








“Luigi Rossi, per essere stato parimenti Ministro dell’Alta Commissione Militare e per essere intervenuto nelle dette tre decisioni di cause capitali; per aver dato alle stampe alcune scellerate composizioni per lo bruciamento delle bandiere e delle sacre immagini reali e di tutti gli scritti favorevoli al trono, e per il Catechismo Repubblicano, e per essere stato finalmente ascritto nei libro dei giurati della Sala Patriottica, è stato condannato ad essere afforcato nella Piazza del Mercato colla confisca dei beni.”
Come si evince dalla condanna, la colpa più grave del sacerdote Luigi Rossi non fu nelle cariche pubbliche ricoperte, ma nella sua attività pubblicistica e di poeta. D’altronde la poesia era per Luigi Rossi l’interesse principale prima e dopo la Repubblica Napoletana del 1799.

Dal 1799 le sue liriche furono dei veri e propri inni alla Repubblica.
 Luigi Rossi, originario di Montepaone in Calabria ove era nato il 20 gennaio 1769 era, come lo descrive Mariano Ayala, dopo aver osservato un suo ritratto ad olio «bellissimo nel viso, occhi scintillanti, ampia fronte, nudo il collo».
Nel seminario di Catanzaro ebbe come insegnante di matematica e filosofia l’abate Gregorio Aracri, che gli infuse il fuoco del libertarismo e al tempo stesso lo iniziò ai misteri della libera muratoria.
Passato in Napoli fu dottore in «utroque iure» e aprì uno studio legale. Ma più che la toga, lo allettarono la passione poetica e l’impegno politico supportato dalle dottrine illuministiche provenienti dalla Francia.
Poco più che ventenne fu membro della Società Patriottica e, quando questa nel 1794 si sciolse, aderì al club giacobino «Libertà o Morte».
Fondò e gestì infine una loggia massonica nel suo paese natio, nel rione Cittadella. Qui, secondo quanto riferirà in seguito l’arciprete sanfedista Gian Vincenzo della Cananea, «questo Luigi Rossi insegnava ai giovani nefande dottrine ultramontane in una misteriosa casa che tra loro chiamavano Sala di Zaleuco».
Luigi Rossi era, però, essenzialmente un poeta che mise la sua ispirazione lirica al servizio della Repubblica Napoletana, dopo un periodo precedente in cui i suoi componimenti erano stati tipicamente arcadici e neoclassici.
Basta ricordare la sua Ode “Il Bacio“ in cui ritroviamo tutto il classicismo della su apoetica. Ben diversi sono i componimenti  “repubblicani” per cui fu condannato alla forca.
“Cittadini nel sangue aborrito/ Beh venite a bagnarvi la mano/ E’ ben folle chi mostrasi umano/ Con chi tratta de’ Regi il pugnal/”Quindi un più che deciso invito a lottare contri i Troni le cui ragioni Rossi esplicita non solo nel Catechismo Repubblicano, ma nel canto “I diritti dell’uomo”:Sono dell’uomo i primi diritti Uguaglianza e Libertà/Non v’è servo né signore/ Vincitor non v’è né vinto/ Sol dall’un all’altro è distinto/ Per comune utilità/.
A seguire un riferimento chiaro allo stato di Natura di Rousseau:
Dallo stato di Natura/ Venne l’uomo alla Città/ Ma non turba il social nodo/ L’uguaglianza de’mortali /Tutti liberi ed uguali /Sono ancora in società/.
Rossi fu autore anche dell’inno ufficiale della Repubblica Napoletana, musicato da Domenico Cimarosa “l’Inno patriottico per lo bruciamento delle insegne dei tiranni”,  che gli attirò maggiormente l’ira vendicativa di Ferdinando IV.

Erano i nobili ideali dell’uguaglianza e della libertà ad animare l’opera poetica del Rossi, convinto che solo il Popolo è sovrano in una democrazia repubblicana , una tesi pericolosa per i Borbone e che avrebbe condotto il sacerdote - poeta alla condanna a morte per impiccagione.
La sentenza di morte fu emessa dalla Giunta di Stato il 10 ottobre ed eseguita  il 28 novembre.
Pubblicato sul Monitore Napoletano, l’autorevole foglio diretto da Eleonora Fonseca Pimentel, l’Inno patriottico fu riprodotto in migliaia di fogli volanti e cantato dai rivoluzionari, il 19 maggio in piazza Plebiscito, alla festa dello «bruciamento delle bandiere borboniche» allorché fu piantato l’albero della libertà.
Con quelle note sussurrate a fior di labbra «il fior fiore intellettuale e morale della nazione», come scrisse Benedetto Croce, salì il patibolo per quello che non a torto viene considerato il primo forte, ancorché debole, impulso al processo risorgimentale.
di Angelo Martino

martedì 10 dicembre 2013

La poesia di Ignazio Ciaia, patriota e martire della Repubblica Napoletana del 1799 Stampa


Ignazio Ciaia (Fasano 1776 - Napoli 1799), martire della Repubblica Napoletana del 1799, era un giovane borghese di buona famiglia che sacrificò ogni ricchezza per la libertà e la causa rivoluzionaria.
Rinchiuso a Sant’Elmo per le sue idee repubblicane nel 1794, superò quei momenti terribili , ritrovando nella poesia una forte  ispirazione al punto che, non avendo strumenti  per scrivere, memorizzava le sue liriche e le ripeteva al compatriota Mario Pagano.
Era una strenua difesa del suo essere, propria di quegli uomini liberi che sapevano ricorrere al sublime nella sofferenza dell’oppressione.
Durante i gloriosi mesi della Repubblica Napoletana Ciaia rivestì la carica di Presidente, dopo Carlo Lauberg.
Dimostrò le sue alte qualità di statista con competenza nell’organizzazione dello Stato repubblicano democratico con l’affermazione dei princìpi egualitari, come testimonia in particolare un proclama del 23 febbraio che contiene le linee generali della costituzione della Repubblica, in un ambizioso progetto di alfabetizzazione degli adulti per “dissipare le tenebre dell’ignoranza”e consentire al popolo di affrancarsi dallo stato di servitù.
Erano le idee di Montesqieu, di Voltaire, ma soprattutto dei grandi illuministi napoletani, da Ferdinando Galiani a Pietro Giannone, da Gaetano Filangieri ad Antonio Genovesi.
La passione per la poesia rappresentava per Ciaia,  un ideale di affrancamento dalla schiavitù sulle orme di Dante, Petrarca e Vittorio Alfieri. Dalla sua produzione poetica si evince il pensiero politico mirato all’instaurazione di un modello di società fondato sulla libertà, l’uguaglianza repubblicana e la giustizia.
La poetica di Ciaia consta di due “momenti”, un primo caratterizzato da toni intimistici, didascalici, e un secondo in cui prevalgono  i temi civili, politici con toni decisamente più riflessivi e sentimenti più autentici.
Una ricorrente malinconia preromantica legata al pensiero della morte pervade le opere scritte durante la prigionia.
Al primo “momento” di poesie appartengono quelle dedicate alla donna amata, Celeste Coltellini:  “Partendo da Napoli per Vienna” ed “Alla luna”,  in cui si ritrova una poetica legata alla tradizione preromantica, dove la natura costituisce una presenza costante nel suo aspetto idilliaco, arcadico.
Il passaggio tra il primo ed il secondo “momento” avviene con la lirica “Al P.D, Emanuele Caputo villeggiante in Portici” dedicata al suo maestro di filosofia, storia e letteratura, dove inizia ad emergere l’impegno prettamente civile, e la natura poetica sentimentale lascia il posto ad argomenti di trattazione propria della poesia illuministica, considerata di carattere più elevata:
“Non fia giovan Vate unica cura /Invocare l’astro condottier del canto, / Sol quando Amor l’alta possanza adopra”
Rivolgendosi al suo maestro, padre benedettino, il poeta mostra tutta la sua riconoscenza per una libertà di pensiero inculcatogli:
“Io da te l’ebbi: tu prima m’apristi Del vero i fonti, e l’avid’alma allora Vide se stessa, e a contemplarsi apprese… Leggiera e snella Vedasi mai dalla prigion dischiusa/ Sulle rinate varianti piume Uscir farfalla e con inastabil giro/ Di siepe in siepe ir visitando i campi? /Ah! Tale io fui, poiché dal lungo assorto Meditar di me stesso, al chiuso spirto/ Concessi alfin la libertà delle ali .”
La si può definire la “lirica della transizione” e  che costituirà l’incipit del secondo “momento” di componimenti degli anni 1794 - 1798, anni di impegno ideale, civile e politico del poeta al servizio della Repubblica- Ignazio Ciaia diventa “il primo poeta civile del Risorgimento”.
Tra questi ultimi componimenti ricordiamo “A Carlo Lauberg”, in cui si rivivono i momenti drammatici della repressione borbonica e della fuga di Lauberg a Parigi ,” Alla Francia” con i successi di Napoleone Bonaparte che riaccedono le speranze di libertà repubblicana. Molto marcato, in questi versi , è l’odio del poeta verso la tirannia, il profondo desiderio di una giustizia sociale, l’amore per la  libertà:
No, non fia ch’io veggia/ Con iniqui intervalli ognor distinte/ La capanna e la reggia/ Né che trapassi ancor la gloria e il merto/ Delle vetuste immagini dipinte/ Non fia che un dritto incerto/Sempre il reo ch’è forte/ assolver deggia/ Alle futuri genti Passi l’esempio di ardir la nostra etade/
“A Vincenzo Notarangelo” e l’ode “ E’ notte alfine” sono poesie intrise di sofferenza per lo stato di prigionia. Il pensiero dell’autore è rivolto alla caducità delle cose umane, la sofferenza dei patrioti, la loro dura sorte. Erano quei sentimenti che aveva avuto modo di esternare nella lettera a suo fratello il 6 marzo 1799, negli anni fulgidi della Repubblica, ma in cui si ravvisava quanta sofferenza, lotta e dolore costasse l’amore per la libertà:
 “Io sto bene ancora, ma ipocondriaco. L’anima mia avrebbe voluto ad un istante tutti felici, ma trovo che sogno sì caro non è facile a realizzarsi. Non mi perdo però di coraggio e tiro al meglio innanzi la gran soma. Dammi di te ottime nuove. Rammentando quanto ti amo, ti sarà facile intendere quanto le aspetti.”
Con la caduta della Repubblica e la restaurazione borbonica Ignazio Ciaia fu dapprima incarcerato, e nonostante una falsa promessa di espatrio in Francia, ascese al patibolo in piazza Mercato  il 29 ottobre 1799. Con lui  Domenico Cirillo, Mario Pagano e Giorgio Pagliacelli, compagni di vita e di morte.
di Angelo Martino  

martedì 26 novembre 2013

Un caso di vergogna e tradimento dei Borbone nella lotta al Brigantaggio


Lo storico Enzo Ciconte definisce l’assassinio del brigante Gaetano Vardarelli da parte dell ‘esercito borbonico nel 1818 “un omicidio di Stato, criminale , a sangue freddo”. 
Come abbiamo evidenziato, tornato nel 1815 sul trono, il re Borbone si era ritrovato già nel 1816 , con una lista di “fuorbandi”, scorridori armati” in Calabria, Basilicata, Molise e Campania, i cui principali esponenti erano i briganti Vito Caligiuri, Carlo Cironti, Paolo Negro detto Pecora, Emanuele Greco e i fratelli Vardarelli. 
La banda dei Vardarelli era così chiamata perché la famiglia dei capi esercitava l’arte del “vardaro “ che in dialetto indica gli artigiani che producono o riparano basti, selle. Il vero cognome dei Vardarelli era Meomartino e nell’ atto di nascita in Celenza Valfortore Gaetano è iscritto infatti come nato il 13 gennaio 1780 da Pietro Meomartino e Donata Iannantoni. La banda era formata anche i suoi due fratelli Geremia di anni 29 e Giovanni di anni 25, due donne, di cui una era sua sorella, e complessivamente erano 50 elementi. La compagnia aveva disciplina militare, vestiva una divisa, ognuno era armato di sciabola, fucile, baionetta. La banda si mostrava attiva e aveva sempre la meglio contro l’esercito borbonico al punto che viene mandato in Puglia Filippo Cancellier , ispettore della gendarmeria reale con poteri eccezionali. Intanto si fa strada la convinzione che la distruzione della banda per via militare è impossibile e, per suggerimento degli stessi alti ufficiali che avevano comandato le truppe, il governo borbonico , confessando la propria incapacità di sconfiggere la banda, approva il 6 luglio 1817 un patto col quale si concordava che tutti i membri della banda godessero di uno stipendio con il compito di agire contro i malviventi del Regno. L’accordo, accettato dai Vadarelli previa una Santa Messa e discorso d’occasione alla presenza delle autorità militari, fu giurato l’11 luglio 1817 nella Chiesa della Masseria Carignani. 
Tuttavia il fatto che il Valdarelli “sia diventato da brigante in sbirro al soldo dei Borbone pone più problemi di quanti ne risolva “ scrive Enzo Ciconte, facendo riferimento ad una somma ingente pagata dal governo borbonico. Il partito contrario ai Vardarelli faceva capo al generale Amato, acerrimo loro nemico e influente presso il Governo e la Corte reale. Così a Gaetano Vardarelli fu riservato un tranello ben congegnato su ordine del generale Amato e aventi quali esecutori il tenente Campofreda e Paolo Antonio Grimaldi , un ricco signorotto del luogo che lo riteneva responsabile dello strupro di una sua sorella. Il Gen. Amato, ordina al Vardarelli di recarsi in Larino , particolarmente infestato dal brigantaggio e Il 2 aprile 1918 i Vardarelli sono a S. Martino in Pensilis e qui il capo Gaetano, la compagna Annamaria Durante e il segretario particolare, sono ospiti del sindaco Antonio Sassi. La mattina dell’ 8 aprile la Durante con 12 armati si trasferì in Ururi ove prese alloggio nella casa del compare Emanuele Occhionero. D’accordo col sindaco Giovanni Musacchio si provvide agli alloggi per la notte e il capo Gaetano Vardarelli ordinò ai suoi di trovarsi pronti all’appello alle ore 8 del mattino successivo in Piazza della Porta ed egli stesso cenò e pernottò in casa degli Occhionero. E la mattina di domenica 9 aprile e Gaetano Vardarelli stava passando in rassegna i suoi tra una calca di popolo riunitosi per assistere. Il Vardarelli aveva terminato l’appello e il trombettista aveva dato il segnale di partenza, quando dalle finestre della casa Grimaldi e dal palazzo Vescovile tutti gli appostati, al segnale fatto con un panno bianco da una delle finestre dei Grimaldi , scaricarono contemporaneamente i fucili sui fratelli Vardarelli che caddero insieme con altri tre loro fedeli. Grande fu lo scompiglio tra la popolazione che provocò solo qualche ferito e nel trambusto la banda riuscì a fuggire. Si è scritto che ad uccidere Gaetano Vardarelli fosse stato lo stesso signorotto Paolo Antonio Grimaldi il quale, scese in piazza e sì lavò le mani e il volto col sangue della vittima agonizzante gridando a gran voce “ l’ho lavata “ con evidente allusione ad una offesa patita dalla sorella.. Nei libri parrocchiali di Ururi si legge indata 9 aprile 1818:” Gaetano De Martino figlio di Pietro e Donataannantoni del Comune di Celenza, domiciliato in Castelnuovo è morto ammazzato a colpi di schioppettate, in età di 40 anni circa, senza ricevere alcun sacramento, verso le ore 15 di detto giorno. Ilsuo cadavere è stato seppellito nella Congregazione dei morti di questo suddetto Comune. In tal modo si attua ciò che lo storico Enzo Ciconte definisce “vergogna e tradimento borbonico” 
Angelo Martino.

domenica 29 settembre 2013

la regola e l’eccezione nella lotta al brigantaggio

Quante furono le vittime della lotta al brigantaggio nell’ex Regno borbonico subito dopo l’unità d’Italia?

Quale ruolo ebbe la legge Pica (moderare gli eccessi o favorire la repressione)? Alla prima domanda è quasi impossibile rispondere, ma nel quinquennio che va dal 1861 al 1865 il conteggio oscilla tra 18.250 e 54.750 «briganti morti in combattimento, fucilati in seguito, arsi vivi, o uccisi in altro modo». A questi andrebbero aggiunti le vittime del secondo quinquennio (1866-1870) quando operarono nel Mezzogiorno piccole bande che ancora non si erano arrese ai carabinieri (le valutazioni qui oscillano da 1.825 a 20.075). «Aggregando i due quinquenni», scrive Roberto Martucci nel saggio molto denso e articolato, “La regola è l’eccezione: la legge Pica nel suo contesto”, sulla «Nuova rivista storica» diretta da Gigliola Soldi Rondinini e Eugenio Di Rienzo, si arriva a cifre oscillanti tra una «minima di 20.075 e una cifra massima di 73.875». Come mai una oscillazione così ampia dei dati? Secondo Martucci, che ha considerato tutta la letteratura sull’argomento, a partire dallo studio che egli ritiene fondamentale, “Storia del brigantaggio dopo l’unità” di Franco Molfese (Feltrinelli 1964 e 1983), non si potrà fare un bilancio serio finché non «si avrà uno spoglio sistematico dei documenti contenuti negli archivi provinciali».
Riguardo alla domanda sulla legge Pica, in vigore dall’agosto 1863 al 1865, l’autore contesta l’interpretazione che ne ha dato Salvatore Lupo ne “Il grande brigantaggio” («Annali della Storia d’Italia», Einaudi) di una legge che avrebbe «affermato per la prima volta un qualche principio di legalità, il diritto cioè anche dei briganti catturati con le armi in mano a un processo, davanti a una corte legalmente costituita». In realtà secondo Martucci siamo di fronte a «una legge di abilitazione all’esercizio dei poteri d’emergenza travestita da legge penale speciale… la cui portata continua a sfuggire alla storiografia generalista che ne dà una fuorviante lettura attenuativa in termini di “legalizzazione d’eccezione”».

venerdì 13 settembre 2013

La camorra nell’esercito borbonico: una preoccupazione per i governanti italiani

Il 28 ottobre 1860 Antonio Scialoja, nativo di San Giovanni a Teduccio, che era stato nel governo provvisorio di Giuseppe Garibaldi, aveva scritto al conte Cavour, denunciando il discredito di cui si era reso responsabile il governo di Garibald dato che certi ministri si erano circondati di "quei capi-popoli canaglia, che qui diconsi camorristi".
Il testo I prigionieri dei Savoia di Alessandro Barbero dedica un intero capitolo, alla presenza della camorra nell’esercito borbonico che preoccupava i nuovi governanti italiani per una possibile penetrazione nelle carceri e nello stesso esercito italiano.

“L’annessione delle province meridionali nel 1860 - scrive Alessandro Barbero - rappresentò un momento decisivo per la presa di coscienza, a livello nazionale dell’esistenza della camorra”.

L’autore cita lo studio di Marcella Marmo per evidenziare come l’opinione pubblica del Nord venne a conoscenza di una “ realtà ignorata”.
In particolare i rapporti dedicati alla questione erano incentrati sulla presenza della camorra nelle carceri e nelle esercito borbonico su cui l’abruzzese Silvio Spaventa, esponente della Destra Storica aveva redatto, su richiesta dello stesso Cavour tramite Costantino Nigra, un dettagliato rapporto che il 20 maggio 1861 era così compendiato:

“Nelle carceri, nell’esercito, nelle amministrazioni, in tutti i luoghi pubblici esercitata largamente la camorra”.

Silvio Spaventa era un liberale meridionale il cui impegno si era rivelato molto attivo nei moti napoletani del 1848, per cui l’anno seguente fu arrestato e rinchiuso nelle carceri di S. Francesco e della Vicaria per poi essere condannato all’ergastolo e inviato a Santo Stefano insieme a Settembrini.
Solo dieci anni dopo il suo ergastolo fu mutato in esilio a Torino, che aveva lasciato per ritornare a Napoli dopo l’arrivo di Giuseppe Garibaldi.
Egli farà parte di quegli intellettuali, che, allontanati dal Meridione, lottarono per l’unificazione italiana e per il liberalismo e per la costituzione parlamentare.
La relazione di Spaventa evidenzia che la primaria attività estorsiva è il pizzo sul gioco e che il luogo ove la camorra ha “la sua sede principale è nei luoghi di custodia e di pena”.
Il rapporto completo di Silvio Spaventa si può ritrovare nel testo di Marcella Marmo Il coltello e il mercato alle pagg. 31-57.
Riguardo alla presenza della camorra nell’esercito borbonico Marc Monnier, in uno studio del 1862, conferma che “ l’armata tosto si corruppe, la camorra vi si stabilì, e presto passò nella marina".
Francesco Barbagallo nel suo saggio Storia della camorra fa risalire la diffusione della camorra nell’esercito borbonico al “secondo quarto dell’ottocento”.
Dopo aver analizzato le possibili origini dell’etimologia del termine, lo storico Barbagallo scrive a pag. 6 di  Storia della Camorra.

"La camorra, come attività ed organizzazione distinta dalla criminalità comune, si diffuse nella città di Napoli, e in particolare nelle carceri e nell’esercito, dove spesso erano arruolati i criminali detenuti, presumibilmente nel secondo quarto dell’Ottocento".
Dunque la preoccupazione che, tramite gli ex soldati borbonici , la camorra potesse attecchire nell’esercito italiano fu molto sentita dall’opinione pubblica, data il risalto che la stampa ne dava.

Già il 23 agosto 1861 un articolo in prima pagina della Gazzetta del Popolo riportava:


"E’ noto che la camorra esisteva su vasta scala nell’esercito borbonico, e contribuiva potentemente ad accrescerne la demoralizzazione", riportando successivamente di "un ospedale militare dove una dozzina di soldati e bass’uffiziali napoletani erano già riusciti a stabilire un principio di camorra, ed anche alcuni de’ nostri settentrionali s’erano lasciati imporre per modo, che se talvolta giuocavano, chi guadagnava pagava il tributo al camorrista precisamente come a Napoli!"

Marc Monnier, nel suo studio del 1862, elenca una serie di provvedimenti, punizioni, per contrastare tale minaccia.

Il 12 marzo 1863, un Regio Decreto, introduceva norme anticamorra, come riporta il Giornale Militare del 1863, che facevano seguito a tale iniziale constatazione della relazione ministeriale:

“Una delle piaghe sociali nelle Province meridionali che in questi ultimi tempi maggiormente preoccupa l’opinione pubblica dell’universale e fermò l’attenzione del Governo, fu senza dubbio la Camorra. Questa setta, del tutto ignota nelle altre Provincie Italiane, esercitava la sua influenza e metteva anche le sue funeste radici nell’Esercito dell’ex Regno delle Due Sicilie…”

Nel prosieguo il capitolo ottavo del libro “I prigionieri dei Savoia”, da cui abbiamo primariamente attinto le informazioni del presente scritto, tratta di vari i casi di camorra nella fortezza di Fenestrelle e dei relativi processi. 


Bibliografia:
Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia, Laterza, 2012

lunedì 9 settembre 2013

Quei musici girovaghi che divennero massoni

Da Francesco Pizzo ricevo e pubblico volentieri questa recensione su un aspetto poco conosciuto della nostra storia.
Viggiano: Alta Vald’Agri, provincia di Potenza, Lucania.
Un piccolo paese con una grande tradizione di musicisti girovaghi in tutto il mondo, effigiati già nel settecentesco presepe “Cuciniello” di Napoli fino alle imprese concertistiche, didattiche e musicali di gente del calibro di Alberto Salvi – arpista del Metropolitan con Toscanini e Mahler – e di Leonardo De Lorenzo, che cambiò il modo di suonare il flauto nello scorso secolo.
La maggior parte di questi “miracolosi” musicisti furono massoni, giacchè nel paese della laterale Lucania della fine ottocento fiorì la loggia “Mario Pagano”, una delle più importanti, per numerosità ed attività, del mezzogiorno – alcuni dicono la seconda dopo quella di Bari.
Franco Angeli nel 2012, nella collana “Temi di storia” ha pubblicato il saggio di Vittorio Prinzi e Tommaso Russo “La Massoneria in Basilicata”, con il sottotitolo “Dal decennio francese all’avvento del fascismo”, che testimonia con metodo inappuntabile – da annalisti francesi – questa pagina di storia latomistica e negletta.
E’ un saggio a due mani, in cui Vittorio Prinzi ricostruisce la vita delle due Logge di Potenza e Viggiano e Tommaso Russo inquadra il tutto nella cornice più ampia della storia delle idee che percorsero, come tutto il mezzogiorno napoletano, anche la regione in questione.
Viene così descritto con un piglio sempre avvincente il mordente delle idee illuministiche ed innovative che, dalla fine del settecento, dettero vita a Napoli a quel fenomeno sorprendente delle illuminazioni della ragione rivoluzionaria, portate avanti dai nobili – dal principe di Sangro fino alla Sanfelice – passando per l’elaborazione filosofica e politica degli emergenti intellettuali espressione delle provincie del Regno, i vari Rinuccini, Tanucci, Genovesi, Pagano.
L’intreccio ed il vario dispiegarsi dei rapporti tra logge massoniche di varia osservanza ed i circoli carbonari, liberali e rivoluzionari sono sminuzzati, per così dire, da Tommaso Russo; una nuova luce viene così a dispiegarsi sulle congiure, sulle connivenze tattiche dei circoli intellettuali, fino all’altrettanto rapporto “doppio” con l’unificazione della penisola sotto i Savoia e gli atteggiamenti difformi di strati della nobiltà e del notabilato nei confronti del brigantaggio postunitario.
Vittorio Prinzi, nella sua parte, più centrata sulla Basilicata, illustra o meglio svela come, nonostante il relativo isolamento della regione, lo “spirito del secolo” permeò nell’ottocento anche le case private della non numerosa borghesia urbano-comunale più avanzata e sensibile, sotto il profilo della cultura e della politica.
L’aspetto più sorprendente rasta per me quello della Loggia Mario Pagano di Viggiano: il grosso dei suoi adepti erano “musicanti”, sopravanzavano nettamente i possidenti, i negozianti, gli artigiani, come invece avveniva nella Loggia di Potenza – più fedele questa ai canoni dell’appartenenza massonica da parte delle classi medie e piccolo-borghesi delle professioni e degli impieghi.
La Loggia massonica di Viggiano quindi si qualificò come una fucina di appartenenza, sviluppo e solidarietà della cultura musicale, molla potente anche per il reimpiego dei capitali accumulati nel girovagare per il mondo, dalla musica di strada fino all’accademia ed a i teatri di rinomanza mondiale.
Grandi emigranti e viaggiatori i viggianesi con questo particolare senso di amore per la tradizione di Mozart e delle logge illuministiche: Leonardo De Lorenzo ad esempio suonò in Sud Africa e negli Stati Uniti, ma prima di partire si affiliò alla Loggia, al pari di tanti altri musicanti.
Il Gran Maestro Venerabile fu per decenni un professore di Norcia, Gaetano Argentieri, il quale lasciò un’impronta fortissima nella cultura e nella musica del luogo.
Ma non è il caso di svelare l’articolata trama delle tante attività massoniche nel piccolo centro del Val d’Agri, basta leggere l’avvincente saggio di Prinzi e Russo…
LA MASSONERIA IN BASILICATA
Dal decennio francese all’avvento del fascismo
Franco Angeli editore 2012

venerdì 30 agosto 2013

I FANTASMI DEL MONTE MALEDETTO

IL VIAGGIO

Legioni di insepolti giacciono ancora nelle gallerie del termitaio che fu la cima del Pasubio. Tutto si giocò in un brandello di montagna che fece 4500 morti
Ma qui almeno la guerra ebbe un senso, gli italiani compirono un capolavoro nella primavera del ’16 bloccando la Strafexpedition a un soffio dalla pianura

La Grande guerra/23


PAOLO RUMIZ
MONTE PASUBIO

Eccola in mezzo ai tuoni la caldaia delle streghe, il luogo dove vivere fu più duro che morire. Sfiata lingue di vapore da rocce gialle e sinistre, forse non ha mai smesso di fumare da allora, come un vulcano che dorme dopo la grande eruzione. Sopra uno sterminio di canaloni, pinnacoli e gole da racconto nero di Buzzati, la sua cima biforcuta tocca i 2200 metri, ma non si sa quanti ne abbia persi con le esplosioni tra il ‘16 e il ‘18. Cinquanta, cento, qualcuno dice centottanta. I massi enormi — alti fino a trenta metri — spostati lassù parlano di un evento inumano, qualcosa da inserire negli annuari della geologia più che nella storia. È la montagna dal nome di tenebra: il Pasubio.

Legioni di insepolti giacciono ancora nelle gallerie del termitaio che fu la cima. Tutto si giocò in un brandello di montagna di duecento metri per ottanta che fece 4500 morti, tanti che per farceli stare tutti insieme — scrisse il generale austriaco von Ellison — si sarebbe dovuto impilarli, e forse non sarebbe bastato. I corpi fatti a pezzi erano così numerosi che si aspettò il 1921 per riaprire la montagna agli umani. Ventisei mesi c’erano voluti per sgomberarla dai corpi. Ma le ossa biancheggiarono così a lungo nei burroni che fino agli anni ‘50 si piazzarono dei cestini perché i gitanti le deponessero. A fine stagione gli alpini col cappellano militare ne portavano via carrettate.

Anche sulla mappa ha una forma sinistra la montagna maledetta. Niente a che fare con il blocco isolato del Pelmo o la divina scogliera delle Tofane. Nelle Piccole Dolomiti il Pasubio disegna un polipo i cui tentacoli si ramificano in tutte le direzioni. Su quello che si protende verso il Novegno, a monte di Schio, corre il famoso sentiero delle 52 gallerie. Golgota dei soldati e sublime capolavoro degli ingegneri, dice cosa è capace di fare l’uomo per costruire la propria morte. Qui ci si ammazzò di fatica per mesi, come schiavi delle piramidi, solo per camminare sulla rampa di un’inevitabile crocefissione
.
Bocca di Campiglia, quota 1179. Salgo nella pioggia con l’alpinista di Recoaro Franco Perlotto e il gestore del rifugio Campogrosso, Davide Ferro. L’inizio è sacrilego: due muri di cemento rosa eretti per imbottigliare i turisti verso una biglietteria che non c’è, costo mezzo milione di euro. S’era pensato di ripagare quella follia con l’obolo d’ingresso, ma poi s’è lasciato perdere nel timore di dover risarcire i visitatori per eventuali incidenti su una montagna, per così dire, privatizzata. Solo per questo oggi il “bip” di un cancelletto non uccide la leggenda del Pasubio. Figurarsi se era per rispetto dei morti.

Tuoni lontani, verso il Baldo. Salita lenta, col magone. Il più cupo è Perlotto. Ha speso una vita in zone d’emergenza, con la Cooperazione italiana. «Dopo i bombardamenti nel Sud Sudan e soprattutto dopo tre attentati a Kabul, conosco l’odore della morte. Sangue, merda e decomposizione. Posti così mi mandano in ansia. Qui i ragazzi salivano pallidi come Cristo, sapendo di non tornare. E intanto Cadorna si sbarbava in albergo».

Ma qui, almeno, la guerra delle cime ebbe un senso, qui non si visse l’inutilità della morte in salita come sul Col di Lana o l’Ortigara. Sul Pasubio, come sul Grappa, gli italiani compirono un capolavoro nella primavera del ‘16, bloccando la Strafexpedition a un soffio dalla pianura. Lo fecero con forze minime, nonostante Cadorna fosse stato messo sull’avviso con anticipo. Il generalissimo non aveva ascoltato nessuno, nemmeno Cesare Battisti, che pure era nato su quelle montagne e aveva notizie precise dal Trentino. «Il generale — gli fu detto dopo una lunga anticamera — non ha bisogno del tenente Battisti».

Nebbia da Giro d’Italia, tornanti che s’attorcigliano su un purgatorio di anime perse. Non un uccello che canti, oppressione nell’aria. Davide conosce a memoria il terreno, lo descrive a voce bassa, come per non disturbare. «Qui risento i racconti di mio padre. Ma il vero tuffo al cuore arriva quando in Sardegna o Abruzzo leggo su un monumento la parola Pasubio».

Sulla cima, storie di fantasmi. Ne sa qualcosa Mauro Zattera, un trentino che ha speso mesi attendato sul Pasubio a studiarne la complicata topografia. «È un monte corteggiato dalle folgori, ti accorgi subito che c’è qualcosa di strano. Una sensitiva belga che è stata portata al rifugio Papa, ex posto di comando italiano, si è rifiutata di entrare. Il gestore ti narra storie che poi ti raccomanda di non riferire, “se no — dice — ci prendono per ubriaconi”».

«Una sera — dice il Mauro — siamo saliti a dormire e, verso le due di notte, una tremenda baldoria ci ha svegliato tutti. Veniva dalla stanza di sotto. Urla, canti, risate. È durata a lungo, e stavamo già per scendere a insultare i maleducati, quando è tornato il silenzio. Al mattino abbiamo detto al gestore che cose simili non erano tollerabili. Lui ci ha guardato strano e ha risposto ridendo: ma se siete soli in tutto il rifugio! Siamo rimasti senza parole. E poco dopo, quando abbiamo filmato, lì vicino, il luogo della cattura di Battisti, la telecamera ci ha restituito un filmato buio».

In cima i resti di un’intera città di baraccamenti appesi a strapiombi, a trecento metri dal luogo del combattimento. Quella italiana era così grande che la chiamavano “il Milanin”, la piccola Milano. In quella sul dente austriaco la vedetta, per dare ai reparti la certezza di non essere stata soppiantata da attaccanti italiani, doveva sparare un colpo ogni minuto. Se dopo due minuti il silenzio proseguiva, le riserve scattavano in automatico per rimpiazzare l’uomo, sicuramente accoppato da un cecchino. Era uno scontro millimetrico, segnato — scrisse un superstite — da “un formichio di esseri... sovrannaturali demoni... che correvano fra le rovine..., le fiammate delle bombe a mano e le eruzioni delle granate”.
Faccio sogni orrendi quella notte al rifugio Campogrosso. Qualcosa di innominabile mi sta entrando dentro: l’orrore cimiteriale di una guerra immobile per topi, calata nella putredine di fogne. All’alba mi salva solo la neve. Scende benedetta e silente tra le guglie e le forcelle.
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Sul sito diRepubblica,le immagini tratte dal videoreportage di Paolo Rumiz realizzato con il regista Alessandro Scillitani