martedì 26 novembre 2013

Un caso di vergogna e tradimento dei Borbone nella lotta al Brigantaggio


Lo storico Enzo Ciconte definisce l’assassinio del brigante Gaetano Vardarelli da parte dell ‘esercito borbonico nel 1818 “un omicidio di Stato, criminale , a sangue freddo”. 
Come abbiamo evidenziato, tornato nel 1815 sul trono, il re Borbone si era ritrovato già nel 1816 , con una lista di “fuorbandi”, scorridori armati” in Calabria, Basilicata, Molise e Campania, i cui principali esponenti erano i briganti Vito Caligiuri, Carlo Cironti, Paolo Negro detto Pecora, Emanuele Greco e i fratelli Vardarelli. 
La banda dei Vardarelli era così chiamata perché la famiglia dei capi esercitava l’arte del “vardaro “ che in dialetto indica gli artigiani che producono o riparano basti, selle. Il vero cognome dei Vardarelli era Meomartino e nell’ atto di nascita in Celenza Valfortore Gaetano è iscritto infatti come nato il 13 gennaio 1780 da Pietro Meomartino e Donata Iannantoni. La banda era formata anche i suoi due fratelli Geremia di anni 29 e Giovanni di anni 25, due donne, di cui una era sua sorella, e complessivamente erano 50 elementi. La compagnia aveva disciplina militare, vestiva una divisa, ognuno era armato di sciabola, fucile, baionetta. La banda si mostrava attiva e aveva sempre la meglio contro l’esercito borbonico al punto che viene mandato in Puglia Filippo Cancellier , ispettore della gendarmeria reale con poteri eccezionali. Intanto si fa strada la convinzione che la distruzione della banda per via militare è impossibile e, per suggerimento degli stessi alti ufficiali che avevano comandato le truppe, il governo borbonico , confessando la propria incapacità di sconfiggere la banda, approva il 6 luglio 1817 un patto col quale si concordava che tutti i membri della banda godessero di uno stipendio con il compito di agire contro i malviventi del Regno. L’accordo, accettato dai Vadarelli previa una Santa Messa e discorso d’occasione alla presenza delle autorità militari, fu giurato l’11 luglio 1817 nella Chiesa della Masseria Carignani. 
Tuttavia il fatto che il Valdarelli “sia diventato da brigante in sbirro al soldo dei Borbone pone più problemi di quanti ne risolva “ scrive Enzo Ciconte, facendo riferimento ad una somma ingente pagata dal governo borbonico. Il partito contrario ai Vardarelli faceva capo al generale Amato, acerrimo loro nemico e influente presso il Governo e la Corte reale. Così a Gaetano Vardarelli fu riservato un tranello ben congegnato su ordine del generale Amato e aventi quali esecutori il tenente Campofreda e Paolo Antonio Grimaldi , un ricco signorotto del luogo che lo riteneva responsabile dello strupro di una sua sorella. Il Gen. Amato, ordina al Vardarelli di recarsi in Larino , particolarmente infestato dal brigantaggio e Il 2 aprile 1918 i Vardarelli sono a S. Martino in Pensilis e qui il capo Gaetano, la compagna Annamaria Durante e il segretario particolare, sono ospiti del sindaco Antonio Sassi. La mattina dell’ 8 aprile la Durante con 12 armati si trasferì in Ururi ove prese alloggio nella casa del compare Emanuele Occhionero. D’accordo col sindaco Giovanni Musacchio si provvide agli alloggi per la notte e il capo Gaetano Vardarelli ordinò ai suoi di trovarsi pronti all’appello alle ore 8 del mattino successivo in Piazza della Porta ed egli stesso cenò e pernottò in casa degli Occhionero. E la mattina di domenica 9 aprile e Gaetano Vardarelli stava passando in rassegna i suoi tra una calca di popolo riunitosi per assistere. Il Vardarelli aveva terminato l’appello e il trombettista aveva dato il segnale di partenza, quando dalle finestre della casa Grimaldi e dal palazzo Vescovile tutti gli appostati, al segnale fatto con un panno bianco da una delle finestre dei Grimaldi , scaricarono contemporaneamente i fucili sui fratelli Vardarelli che caddero insieme con altri tre loro fedeli. Grande fu lo scompiglio tra la popolazione che provocò solo qualche ferito e nel trambusto la banda riuscì a fuggire. Si è scritto che ad uccidere Gaetano Vardarelli fosse stato lo stesso signorotto Paolo Antonio Grimaldi il quale, scese in piazza e sì lavò le mani e il volto col sangue della vittima agonizzante gridando a gran voce “ l’ho lavata “ con evidente allusione ad una offesa patita dalla sorella.. Nei libri parrocchiali di Ururi si legge indata 9 aprile 1818:” Gaetano De Martino figlio di Pietro e Donataannantoni del Comune di Celenza, domiciliato in Castelnuovo è morto ammazzato a colpi di schioppettate, in età di 40 anni circa, senza ricevere alcun sacramento, verso le ore 15 di detto giorno. Ilsuo cadavere è stato seppellito nella Congregazione dei morti di questo suddetto Comune. In tal modo si attua ciò che lo storico Enzo Ciconte definisce “vergogna e tradimento borbonico” 
Angelo Martino.

domenica 29 settembre 2013

la regola e l’eccezione nella lotta al brigantaggio

Quante furono le vittime della lotta al brigantaggio nell’ex Regno borbonico subito dopo l’unità d’Italia?

Quale ruolo ebbe la legge Pica (moderare gli eccessi o favorire la repressione)? Alla prima domanda è quasi impossibile rispondere, ma nel quinquennio che va dal 1861 al 1865 il conteggio oscilla tra 18.250 e 54.750 «briganti morti in combattimento, fucilati in seguito, arsi vivi, o uccisi in altro modo». A questi andrebbero aggiunti le vittime del secondo quinquennio (1866-1870) quando operarono nel Mezzogiorno piccole bande che ancora non si erano arrese ai carabinieri (le valutazioni qui oscillano da 1.825 a 20.075). «Aggregando i due quinquenni», scrive Roberto Martucci nel saggio molto denso e articolato, “La regola è l’eccezione: la legge Pica nel suo contesto”, sulla «Nuova rivista storica» diretta da Gigliola Soldi Rondinini e Eugenio Di Rienzo, si arriva a cifre oscillanti tra una «minima di 20.075 e una cifra massima di 73.875». Come mai una oscillazione così ampia dei dati? Secondo Martucci, che ha considerato tutta la letteratura sull’argomento, a partire dallo studio che egli ritiene fondamentale, “Storia del brigantaggio dopo l’unità” di Franco Molfese (Feltrinelli 1964 e 1983), non si potrà fare un bilancio serio finché non «si avrà uno spoglio sistematico dei documenti contenuti negli archivi provinciali».
Riguardo alla domanda sulla legge Pica, in vigore dall’agosto 1863 al 1865, l’autore contesta l’interpretazione che ne ha dato Salvatore Lupo ne “Il grande brigantaggio” («Annali della Storia d’Italia», Einaudi) di una legge che avrebbe «affermato per la prima volta un qualche principio di legalità, il diritto cioè anche dei briganti catturati con le armi in mano a un processo, davanti a una corte legalmente costituita». In realtà secondo Martucci siamo di fronte a «una legge di abilitazione all’esercizio dei poteri d’emergenza travestita da legge penale speciale… la cui portata continua a sfuggire alla storiografia generalista che ne dà una fuorviante lettura attenuativa in termini di “legalizzazione d’eccezione”».

venerdì 13 settembre 2013

La camorra nell’esercito borbonico: una preoccupazione per i governanti italiani

Il 28 ottobre 1860 Antonio Scialoja, nativo di San Giovanni a Teduccio, che era stato nel governo provvisorio di Giuseppe Garibaldi, aveva scritto al conte Cavour, denunciando il discredito di cui si era reso responsabile il governo di Garibald dato che certi ministri si erano circondati di "quei capi-popoli canaglia, che qui diconsi camorristi".
Il testo I prigionieri dei Savoia di Alessandro Barbero dedica un intero capitolo, alla presenza della camorra nell’esercito borbonico che preoccupava i nuovi governanti italiani per una possibile penetrazione nelle carceri e nello stesso esercito italiano.

“L’annessione delle province meridionali nel 1860 - scrive Alessandro Barbero - rappresentò un momento decisivo per la presa di coscienza, a livello nazionale dell’esistenza della camorra”.

L’autore cita lo studio di Marcella Marmo per evidenziare come l’opinione pubblica del Nord venne a conoscenza di una “ realtà ignorata”.
In particolare i rapporti dedicati alla questione erano incentrati sulla presenza della camorra nelle carceri e nelle esercito borbonico su cui l’abruzzese Silvio Spaventa, esponente della Destra Storica aveva redatto, su richiesta dello stesso Cavour tramite Costantino Nigra, un dettagliato rapporto che il 20 maggio 1861 era così compendiato:

“Nelle carceri, nell’esercito, nelle amministrazioni, in tutti i luoghi pubblici esercitata largamente la camorra”.

Silvio Spaventa era un liberale meridionale il cui impegno si era rivelato molto attivo nei moti napoletani del 1848, per cui l’anno seguente fu arrestato e rinchiuso nelle carceri di S. Francesco e della Vicaria per poi essere condannato all’ergastolo e inviato a Santo Stefano insieme a Settembrini.
Solo dieci anni dopo il suo ergastolo fu mutato in esilio a Torino, che aveva lasciato per ritornare a Napoli dopo l’arrivo di Giuseppe Garibaldi.
Egli farà parte di quegli intellettuali, che, allontanati dal Meridione, lottarono per l’unificazione italiana e per il liberalismo e per la costituzione parlamentare.
La relazione di Spaventa evidenzia che la primaria attività estorsiva è il pizzo sul gioco e che il luogo ove la camorra ha “la sua sede principale è nei luoghi di custodia e di pena”.
Il rapporto completo di Silvio Spaventa si può ritrovare nel testo di Marcella Marmo Il coltello e il mercato alle pagg. 31-57.
Riguardo alla presenza della camorra nell’esercito borbonico Marc Monnier, in uno studio del 1862, conferma che “ l’armata tosto si corruppe, la camorra vi si stabilì, e presto passò nella marina".
Francesco Barbagallo nel suo saggio Storia della camorra fa risalire la diffusione della camorra nell’esercito borbonico al “secondo quarto dell’ottocento”.
Dopo aver analizzato le possibili origini dell’etimologia del termine, lo storico Barbagallo scrive a pag. 6 di  Storia della Camorra.

"La camorra, come attività ed organizzazione distinta dalla criminalità comune, si diffuse nella città di Napoli, e in particolare nelle carceri e nell’esercito, dove spesso erano arruolati i criminali detenuti, presumibilmente nel secondo quarto dell’Ottocento".
Dunque la preoccupazione che, tramite gli ex soldati borbonici , la camorra potesse attecchire nell’esercito italiano fu molto sentita dall’opinione pubblica, data il risalto che la stampa ne dava.

Già il 23 agosto 1861 un articolo in prima pagina della Gazzetta del Popolo riportava:


"E’ noto che la camorra esisteva su vasta scala nell’esercito borbonico, e contribuiva potentemente ad accrescerne la demoralizzazione", riportando successivamente di "un ospedale militare dove una dozzina di soldati e bass’uffiziali napoletani erano già riusciti a stabilire un principio di camorra, ed anche alcuni de’ nostri settentrionali s’erano lasciati imporre per modo, che se talvolta giuocavano, chi guadagnava pagava il tributo al camorrista precisamente come a Napoli!"

Marc Monnier, nel suo studio del 1862, elenca una serie di provvedimenti, punizioni, per contrastare tale minaccia.

Il 12 marzo 1863, un Regio Decreto, introduceva norme anticamorra, come riporta il Giornale Militare del 1863, che facevano seguito a tale iniziale constatazione della relazione ministeriale:

“Una delle piaghe sociali nelle Province meridionali che in questi ultimi tempi maggiormente preoccupa l’opinione pubblica dell’universale e fermò l’attenzione del Governo, fu senza dubbio la Camorra. Questa setta, del tutto ignota nelle altre Provincie Italiane, esercitava la sua influenza e metteva anche le sue funeste radici nell’Esercito dell’ex Regno delle Due Sicilie…”

Nel prosieguo il capitolo ottavo del libro “I prigionieri dei Savoia”, da cui abbiamo primariamente attinto le informazioni del presente scritto, tratta di vari i casi di camorra nella fortezza di Fenestrelle e dei relativi processi. 


Bibliografia:
Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia, Laterza, 2012

lunedì 9 settembre 2013

Quei musici girovaghi che divennero massoni

Da Francesco Pizzo ricevo e pubblico volentieri questa recensione su un aspetto poco conosciuto della nostra storia.
Viggiano: Alta Vald’Agri, provincia di Potenza, Lucania.
Un piccolo paese con una grande tradizione di musicisti girovaghi in tutto il mondo, effigiati già nel settecentesco presepe “Cuciniello” di Napoli fino alle imprese concertistiche, didattiche e musicali di gente del calibro di Alberto Salvi – arpista del Metropolitan con Toscanini e Mahler – e di Leonardo De Lorenzo, che cambiò il modo di suonare il flauto nello scorso secolo.
La maggior parte di questi “miracolosi” musicisti furono massoni, giacchè nel paese della laterale Lucania della fine ottocento fiorì la loggia “Mario Pagano”, una delle più importanti, per numerosità ed attività, del mezzogiorno – alcuni dicono la seconda dopo quella di Bari.
Franco Angeli nel 2012, nella collana “Temi di storia” ha pubblicato il saggio di Vittorio Prinzi e Tommaso Russo “La Massoneria in Basilicata”, con il sottotitolo “Dal decennio francese all’avvento del fascismo”, che testimonia con metodo inappuntabile – da annalisti francesi – questa pagina di storia latomistica e negletta.
E’ un saggio a due mani, in cui Vittorio Prinzi ricostruisce la vita delle due Logge di Potenza e Viggiano e Tommaso Russo inquadra il tutto nella cornice più ampia della storia delle idee che percorsero, come tutto il mezzogiorno napoletano, anche la regione in questione.
Viene così descritto con un piglio sempre avvincente il mordente delle idee illuministiche ed innovative che, dalla fine del settecento, dettero vita a Napoli a quel fenomeno sorprendente delle illuminazioni della ragione rivoluzionaria, portate avanti dai nobili – dal principe di Sangro fino alla Sanfelice – passando per l’elaborazione filosofica e politica degli emergenti intellettuali espressione delle provincie del Regno, i vari Rinuccini, Tanucci, Genovesi, Pagano.
L’intreccio ed il vario dispiegarsi dei rapporti tra logge massoniche di varia osservanza ed i circoli carbonari, liberali e rivoluzionari sono sminuzzati, per così dire, da Tommaso Russo; una nuova luce viene così a dispiegarsi sulle congiure, sulle connivenze tattiche dei circoli intellettuali, fino all’altrettanto rapporto “doppio” con l’unificazione della penisola sotto i Savoia e gli atteggiamenti difformi di strati della nobiltà e del notabilato nei confronti del brigantaggio postunitario.
Vittorio Prinzi, nella sua parte, più centrata sulla Basilicata, illustra o meglio svela come, nonostante il relativo isolamento della regione, lo “spirito del secolo” permeò nell’ottocento anche le case private della non numerosa borghesia urbano-comunale più avanzata e sensibile, sotto il profilo della cultura e della politica.
L’aspetto più sorprendente rasta per me quello della Loggia Mario Pagano di Viggiano: il grosso dei suoi adepti erano “musicanti”, sopravanzavano nettamente i possidenti, i negozianti, gli artigiani, come invece avveniva nella Loggia di Potenza – più fedele questa ai canoni dell’appartenenza massonica da parte delle classi medie e piccolo-borghesi delle professioni e degli impieghi.
La Loggia massonica di Viggiano quindi si qualificò come una fucina di appartenenza, sviluppo e solidarietà della cultura musicale, molla potente anche per il reimpiego dei capitali accumulati nel girovagare per il mondo, dalla musica di strada fino all’accademia ed a i teatri di rinomanza mondiale.
Grandi emigranti e viaggiatori i viggianesi con questo particolare senso di amore per la tradizione di Mozart e delle logge illuministiche: Leonardo De Lorenzo ad esempio suonò in Sud Africa e negli Stati Uniti, ma prima di partire si affiliò alla Loggia, al pari di tanti altri musicanti.
Il Gran Maestro Venerabile fu per decenni un professore di Norcia, Gaetano Argentieri, il quale lasciò un’impronta fortissima nella cultura e nella musica del luogo.
Ma non è il caso di svelare l’articolata trama delle tante attività massoniche nel piccolo centro del Val d’Agri, basta leggere l’avvincente saggio di Prinzi e Russo…
LA MASSONERIA IN BASILICATA
Dal decennio francese all’avvento del fascismo
Franco Angeli editore 2012

venerdì 30 agosto 2013

I FANTASMI DEL MONTE MALEDETTO

IL VIAGGIO

Legioni di insepolti giacciono ancora nelle gallerie del termitaio che fu la cima del Pasubio. Tutto si giocò in un brandello di montagna che fece 4500 morti
Ma qui almeno la guerra ebbe un senso, gli italiani compirono un capolavoro nella primavera del ’16 bloccando la Strafexpedition a un soffio dalla pianura

La Grande guerra/23


PAOLO RUMIZ
MONTE PASUBIO

Eccola in mezzo ai tuoni la caldaia delle streghe, il luogo dove vivere fu più duro che morire. Sfiata lingue di vapore da rocce gialle e sinistre, forse non ha mai smesso di fumare da allora, come un vulcano che dorme dopo la grande eruzione. Sopra uno sterminio di canaloni, pinnacoli e gole da racconto nero di Buzzati, la sua cima biforcuta tocca i 2200 metri, ma non si sa quanti ne abbia persi con le esplosioni tra il ‘16 e il ‘18. Cinquanta, cento, qualcuno dice centottanta. I massi enormi — alti fino a trenta metri — spostati lassù parlano di un evento inumano, qualcosa da inserire negli annuari della geologia più che nella storia. È la montagna dal nome di tenebra: il Pasubio.

Legioni di insepolti giacciono ancora nelle gallerie del termitaio che fu la cima. Tutto si giocò in un brandello di montagna di duecento metri per ottanta che fece 4500 morti, tanti che per farceli stare tutti insieme — scrisse il generale austriaco von Ellison — si sarebbe dovuto impilarli, e forse non sarebbe bastato. I corpi fatti a pezzi erano così numerosi che si aspettò il 1921 per riaprire la montagna agli umani. Ventisei mesi c’erano voluti per sgomberarla dai corpi. Ma le ossa biancheggiarono così a lungo nei burroni che fino agli anni ‘50 si piazzarono dei cestini perché i gitanti le deponessero. A fine stagione gli alpini col cappellano militare ne portavano via carrettate.

Anche sulla mappa ha una forma sinistra la montagna maledetta. Niente a che fare con il blocco isolato del Pelmo o la divina scogliera delle Tofane. Nelle Piccole Dolomiti il Pasubio disegna un polipo i cui tentacoli si ramificano in tutte le direzioni. Su quello che si protende verso il Novegno, a monte di Schio, corre il famoso sentiero delle 52 gallerie. Golgota dei soldati e sublime capolavoro degli ingegneri, dice cosa è capace di fare l’uomo per costruire la propria morte. Qui ci si ammazzò di fatica per mesi, come schiavi delle piramidi, solo per camminare sulla rampa di un’inevitabile crocefissione
.
Bocca di Campiglia, quota 1179. Salgo nella pioggia con l’alpinista di Recoaro Franco Perlotto e il gestore del rifugio Campogrosso, Davide Ferro. L’inizio è sacrilego: due muri di cemento rosa eretti per imbottigliare i turisti verso una biglietteria che non c’è, costo mezzo milione di euro. S’era pensato di ripagare quella follia con l’obolo d’ingresso, ma poi s’è lasciato perdere nel timore di dover risarcire i visitatori per eventuali incidenti su una montagna, per così dire, privatizzata. Solo per questo oggi il “bip” di un cancelletto non uccide la leggenda del Pasubio. Figurarsi se era per rispetto dei morti.

Tuoni lontani, verso il Baldo. Salita lenta, col magone. Il più cupo è Perlotto. Ha speso una vita in zone d’emergenza, con la Cooperazione italiana. «Dopo i bombardamenti nel Sud Sudan e soprattutto dopo tre attentati a Kabul, conosco l’odore della morte. Sangue, merda e decomposizione. Posti così mi mandano in ansia. Qui i ragazzi salivano pallidi come Cristo, sapendo di non tornare. E intanto Cadorna si sbarbava in albergo».

Ma qui, almeno, la guerra delle cime ebbe un senso, qui non si visse l’inutilità della morte in salita come sul Col di Lana o l’Ortigara. Sul Pasubio, come sul Grappa, gli italiani compirono un capolavoro nella primavera del ‘16, bloccando la Strafexpedition a un soffio dalla pianura. Lo fecero con forze minime, nonostante Cadorna fosse stato messo sull’avviso con anticipo. Il generalissimo non aveva ascoltato nessuno, nemmeno Cesare Battisti, che pure era nato su quelle montagne e aveva notizie precise dal Trentino. «Il generale — gli fu detto dopo una lunga anticamera — non ha bisogno del tenente Battisti».

Nebbia da Giro d’Italia, tornanti che s’attorcigliano su un purgatorio di anime perse. Non un uccello che canti, oppressione nell’aria. Davide conosce a memoria il terreno, lo descrive a voce bassa, come per non disturbare. «Qui risento i racconti di mio padre. Ma il vero tuffo al cuore arriva quando in Sardegna o Abruzzo leggo su un monumento la parola Pasubio».

Sulla cima, storie di fantasmi. Ne sa qualcosa Mauro Zattera, un trentino che ha speso mesi attendato sul Pasubio a studiarne la complicata topografia. «È un monte corteggiato dalle folgori, ti accorgi subito che c’è qualcosa di strano. Una sensitiva belga che è stata portata al rifugio Papa, ex posto di comando italiano, si è rifiutata di entrare. Il gestore ti narra storie che poi ti raccomanda di non riferire, “se no — dice — ci prendono per ubriaconi”».

«Una sera — dice il Mauro — siamo saliti a dormire e, verso le due di notte, una tremenda baldoria ci ha svegliato tutti. Veniva dalla stanza di sotto. Urla, canti, risate. È durata a lungo, e stavamo già per scendere a insultare i maleducati, quando è tornato il silenzio. Al mattino abbiamo detto al gestore che cose simili non erano tollerabili. Lui ci ha guardato strano e ha risposto ridendo: ma se siete soli in tutto il rifugio! Siamo rimasti senza parole. E poco dopo, quando abbiamo filmato, lì vicino, il luogo della cattura di Battisti, la telecamera ci ha restituito un filmato buio».

In cima i resti di un’intera città di baraccamenti appesi a strapiombi, a trecento metri dal luogo del combattimento. Quella italiana era così grande che la chiamavano “il Milanin”, la piccola Milano. In quella sul dente austriaco la vedetta, per dare ai reparti la certezza di non essere stata soppiantata da attaccanti italiani, doveva sparare un colpo ogni minuto. Se dopo due minuti il silenzio proseguiva, le riserve scattavano in automatico per rimpiazzare l’uomo, sicuramente accoppato da un cecchino. Era uno scontro millimetrico, segnato — scrisse un superstite — da “un formichio di esseri... sovrannaturali demoni... che correvano fra le rovine..., le fiammate delle bombe a mano e le eruzioni delle granate”.
Faccio sogni orrendi quella notte al rifugio Campogrosso. Qualcosa di innominabile mi sta entrando dentro: l’orrore cimiteriale di una guerra immobile per topi, calata nella putredine di fogne. All’alba mi salva solo la neve. Scende benedetta e silente tra le guglie e le forcelle.
(23 - continua)

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Sul sito diRepubblica,le immagini tratte dal videoreportage di Paolo Rumiz realizzato con il regista Alessandro Scillitani

Donato De Donatis. Le imprese per nulla eroiche di un capobanda borbonico


Uno dei principali capimassa sanfedisti fu il famigerato Donato De Donatis, il maggiore alleato del capobanda Giuseppe Costantini, detto Sciabolone.
Donato De Donatis nacque nel 1761 a Fioli, frazione di Rocca Santa Maria (città nel territorio di Teramo), da Gregorio e Annantonia Bilanzola di Acquaratola e fu avviato al sacerdozio dai familiari.

Sebbene fosse stato consacrato sacerdote, egli colse l’occasione offertagli dai disordini del 1799 per costituire una banda di briganti che si dedicava a saccheggi, accompagnati sovente da stupri ed assassini.
Curiosamente questa comitiva di delinquenti era capeggiata da tre sacerdoti, il capobanda don Donato De Donatis appunto, assieme a don Carlo Emidio Cocchi ed a don Donato Naticchia.
Era presente anche un ex frate, di nome Vincenzo Benignetti, originario di Camerino, che aveva praticamente le funzioni di giullare nella banda ed era un pregiudicato diverse volte incarcerato perché colpevole di truffe e furti.

De Donatis era in teoria un ecclesiastico, ma il suo comportamento era decisamente contrario alle norme morali cattoliche, giacché, oltre agli atti briganteschi in senso proprio (stupri inclusi), era anche un bestemmiatore ed un bisessuale con un’amante francese fissa ed una predilezione per i ragazzini.
Non sorprende pertanto che il vescovo di Teramo avesse finito con lo scomunicarlo.
Mediante le sue azioni brigantesche questo ex sacerdote s’impadronì delle cittadine di Campli e di Civitella del Tronto.
Di quest’ultimo paese egli prese possesso il giorno della festa del santo patrono, sant’Ubaldo, e per festeggiarlo non trovò di meglio che far fucilare pubblicamente 17 uomini. In teoria questo brigante avrebbe dovuto soltanto aiutare il comandante borbonico regolare, il generale De Cossio, a controllare la città, ma il capobanda in breve tempo riuscì ad esautorare il rappresentante dell’autorità monarchica a cui, in astratto, egli professava obbedienza.
Don Donato De Donatis provò anche ad impadronirsi di Teramo, ma fu respinto da altri briganti che avevano assunto controllo di questa città, i fratelli Fontana, gli stessi che si resero responsabili dell’eliminazione fisica d’una intera banda brigantesca rivale, quella dei fratelli Rondinoni.
La presa d’Ascoli da parte dei briganti di De Donatis vide un saccheggio di grandi proporzioni e scene di sequestro di persona e ricatto: era sufficiente possedere dei beni per venire catalogato quale “giacobino” e derubato, cosicché l’ideologia diventava un semplice pretesto per il furto, il sacco e l’estorsione, secondo un modus operandi comune alle truppe sanfediste.
Prima di dare l’assalto alla città d’Acquaviva questo brigante la minacciò, fra l’altro, di saccheggio, che poi effettivamente avvenne, accompagnato da massacri e da incendio d’abitazioni.

La banda di Donato De Donatis fu responsabile di tante e tali violenze che nel territorio di Teramo il nome Donato, in precedenza piuttosto diffuso in Abruzzo, per molto tempo non fu più imposto ai neonati.
Addirittura lo stesso re Ferdinando IV, nonostante avesse al suo servizio intere bande brigantesche ree di fatti criminali (fra cui il cannibale e probabile satanista Gaetano Mammone, a cui il sovrano scriveva chiamandolo “amico”), fece sapere tramite un suo messaggio a questo ex sacerdote che disapprovava la sua condotta.

Nonostante ciò, don Donato De Donatis al termine delle sue imprese brigantesche rivolse una supplica a re Ferdinando di Borbone affinché egli ed i suoi accoliti (indicati in un elenco) fossero ricompensati per ciò che avevano fatto.
La richiesta fu accolta e furono riconosciute loro rendite vitalizie.
Questo capobanda si vide così accordare dal “re dei lazzaroni” una pensione di 1200 ducati all’anno ed una sorta di liquidazione di molte decine di migliaia di ducati, in aggiunta al possesso d’alcuni beni fondiari.
Scritto da Marco Vigna 

PS. Alla faccia del Regno giusto e solidale! 

giovedì 29 agosto 2013

IL BOSCO DEI RAGAZZI DEL ’19

IL VIAGGIO

La Grande guerra/22

Gli alberi sono cresciuti sulla pelle scorticata dell’Ortigara, del Monte Fior e delle Melette, segni di vita che ricomincia. Hanno fatto il nido nelle tombe dei nostri nonni
Con gli anni la voce dei morti s’è fatta più flebile e i villaggi sono ricresciuti su uno sterminato cimitero. Se i fantasmi fossero un problema per i vivi Asiago non esisterebbe


PAOLO RUMIZ
ASIAGO

Scendo nella pioggia da Malga Zebio e la foresta ha qualcosa di strano, qualcosa che manca. Niente alberi bambini. E poi gli abeti, tutti eguali. Bestioni di quaranta metri, immobili nella pioggia come granatieri. Che è successo quassù? Poi capisco. Quegli alberi sono i “ragazzi del ‘19”, cresciuti sulla pelle scorticata dell’Ortigara, del Monte Fior e delle Melette. Segni benedetti di vita che ricomincia, ma anche figli della desertificazione. Coscritti della stessa classe di leva, uguali perché nati nello stesso anno, armata di anime generate dalla stessa tabula rasa e dalla stessa ecatombe.
Diciannove. Che primavera fu quella. Non una pianta, non un passero che cantasse. Ossa dappertutto, talmente tante che se ne sarebbero trovate per cinquant’anni. Fu allora che centomila sementi fecero il nido nelle tombe dei nostri nonni perché altro spazio non c’era. Oggi sono gli alberi nati da quei semi la più bella delle sepolture. Quando il Mario (qui “il Mario” era e rimane solo il Rigoni Stern) trovava un soldato morto ancora negli anni ‘50, non lo diceva a nessuno, perché i morti bisognava lasciarli in pace, farli diventare bosco.

Quando Giani Stuparich, medaglia d’oro, venne a cercare i luoghi dove era morto il fratello, maledisse la freddezza degli ossari dove avevano trasferito il corpo di lui, ma anche il bosco che in pochi anni s’era ripreso spazio a spese della memoria. Pareva impossibile che il monte non dovesse portare scolpito in eterno il segno della tragedia. Invece era possibile. Con gli anni la voce dei morti s’è fatta più flebile, è diventata fruscio di foresta e i villaggi son ricresciuti su uno sterminato cimitero. Ma certo: se i fantasmi fossero un problema per i vivi, se le notti di quassù fossero popolate di lamenti, Asiago non esisterebbe.

Lontano, tra le nubi, la cima pelata delle Melette mostra una greca segnata di neve fresca: trincee. E intanto tuona sopra la Val di Nos, gli abeti oscillano come alberi maestri. Dal sentiero vedo un filo di fumo uscire dalla tana del Gianni Rigoni, sopra il piccolo aeroporto di Asiago. Il figlio del Mario mi apre la porta alle sette, quando le dieci pendole sparse nelle stanze di casa sua si mettono a suonare in ordine sparso e la minestra d’orzo già fuma in pignatta. Uomo di boschi come il padre, lamenta l’avanzata del più spudorato degli arbusti: il mugo. Tentacoli che mangiano tutto, pascoli e trincee. Roba che non estirpi nemmeno col fuoco.

Caminetto acceso e vino rosso, ecco dove si rintana la memoria. Mappe, vecchi libri, racconti. Identificazione perfetta di toponomastica e storia. Cima Saette, dove un fulmine incenerì sette alpini. Campo Gallina, dove il generale austriaco Mecenseffy fu disintegrato da una granata sparata a caso. Le Melette, ancora loro, dove i reggimenti bosniaci gridarono “Urrah” alla vista della laguna di Venezia prima di essere fermati dai fanti della Sassari. Il Monte Zebio, dove gli austriaci, nauseati da un massacro a senso unico, implorarono gli italiani di smetterla di farsi ammazzare.

Dove, dove, dove. Non c’è punto della carta che non raccordochiuda storie, il dito del Gianni la percorre febbrilmente, passa dal 1916 al 1918, sale e scende per fasce di isoipse, segue strade e mulattiere, vola da Emilio Lussu a Paolo Monelli, e a tratti mi par di sentire la voce del padre, come se il ri- preferisse seguire i sentieri misteriosi dell’oralità, il più possibile lontano dalle lapidi e dalle polverose biblioteche. Il Mario è con noi, la sua voce ci abita più che i suoi scritti. Ora ne sono certo: è lui il filo che ci collega all’Evento, il tramite della leggenda. Lui che, avendo vissuto un’altra guerra, poté intendere la voce delle foreste, dei ruscelli e delle pietre.

Letto preparato in mansarda, la pioggia tuona, sembrache tutte le valli di questo misterioso fortilizio boscoso si sveglino per raccontare, la notte pare un canto di ossa bagnate, di corpi ancora intrappolati nel crollo delle mine. Un’estate simile non s’era mai vista. Aria cupa, malsana. Fulmini, la luce va via, le pendole matte del Gianni si rimettono in agitazione. Sere fa si è visto un cimitero ardere a Bocchetta Paù, ultimo balcone in fondo alla Bärental. Cento croci in fiamme, visibili anche dalla base Nato di Vicenza. Cento croci di legno piantate lì da un’anima partigiana amata dal Mario, il libraio Alberto Peruffo, per simboleggiare il rogo della memoria perpetrato da un potere che ha venduto l’anima per una ciotola di lenticchie. In mille hanno visto, trepidanti, le croci cadere una a una nel crepitar delle fiamme, trac-tunf,come abbattute dal cecchino.

L’indomani un tregua del temporale benedice la cerimonia con la banda al sacrario di Asiago. Ci sono delegazioni straniere: alpini sloveni, baffuti figuranti austriaci in divisa storica, due ungheresi, uno slovacco. Un migliaio di turisti aspetta che il corteo inizi lungo il vialone rettilineo che sale al bastione dove sono schierate le falangi dell’aldilà. All’esterno, statuari simboli fascisti, mascelle volitive, ma anche un giovane soldato sbracato, che pretende ordine fumando con arroganza una sigaretta. Mi chiedo perché non ci sia nulla fra questi estremi, la retorica totalitaria e lo sfascio del consumismo. Qualcosa di silenzioso e composto come gli alberi-granatieri del Monte Zebio.
Dentro la casa dei 54 mila penombra da obitorio, luce alneon, eco di passi e di respiri. Nulla di legno, nemmeno un passamano. Sono ammessi solo il marmo e il ferro. Ma proprio quando sto per andarmene dalla catacomba, fuori attaccano i tamburi, la banda imbocca il viale seguita da un mezzo migliaio di penne nere in borghese con labari e bandiere; e nel momento in cui vedo arrivare i “veci” bene inquadrati per salutare i ragazzi di ieri, allora mi si rompe qualcosa, piango come un vitello per quel grumo di sentimenti che mai capirò e che è tutto meno che sciagurata esaltazione della guerra o estetica della morte.

(22 — continua)

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Sul sito diRepubblica,le immagini tratte dal videoreportage di Paolo Rumiz realizzato con il regista Alessandro Scillitani