mercoledì 22 settembre 2010

Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare

32. pontelandolfo

Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861

Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare
Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861
Da ventisette interminabili anni, gli stessi trascorsi ad aspettare sul molo dal vecchio ufficiale a riposo di Gabriel García Márquez, a Pontelandolfo aspettano una lettera. Dal capo dello Stato, dal presidente del Consiglio, dal ministro della Difesa, da qualcuno...
E da ventisette interminabili anni, come nel libro Nessuno scrive al colonnello, quella lettera non arriva. E più tempo passa, più diventa insopportabile l'attesa. Incomprensibile. Offensiva. Perché in questo paese arroccato intorno a un'antica torre una ventina di chilometri a nord di Benevento non strillano che Garibaldi era un assassino nazista, non sventolano le bandiere borboniche grondanti di stemmi nobiliari, non celebrano messe nel nome del re Franceschiello, non distribuiscono cartoline raccontando sciocchezze come quella che «il regno delle due Sicilie era una delle prime tre potenze mondiali». Chiedono solo che lo Stato italiano nato dal Risorgimento, nel quale si riconoscono, riconosca infine a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861. Un gesto che nessuno ha ancora avuto il coraggio di fare. Al punto da far nascere una disputa storica, culturale e toponomastica con la lontana Vicenza. E non fra guardiani un po' fanatici dell'onore terrone e dell'onore polentone. Ma tra due sindaci dello stesso Pd.
Ma partiamo dall'inizio. Dal diario lasciato da un uomo che quel giorno era lì, il filatore di seta valtellinese Carlo Margolfo. Un documento prezioso. Che dopo essere stato casualmente ritrovato ed edito a cura di Laura Meli Bassi e Gino Fistolera, squarcia il velo di ipocrisie, silenzi e menzogne steso sulla carneficina:  

«Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l'ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Difatti un po' prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi. Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti».  
«Quale desolazione!», ricorda il bersagliere con raccapriccio: «Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa. Fu successo tutto questo in seguito a diverse barbarie commesse dal paese di Pontelandolfo: sentirete, un nido di briganti…»
Come andassero intesi questi «briganti», com'è noto, è una questione che divide da un secolo e mezzo gli studiosi. Banditi? Patrioti? L'uno e l'altro? Come ha ricordato sul Corriere Giuseppe Galasso, il brigantaggio «non nacque affatto nel 1861. Era un grave problema, endemico e storico, del Mezzogiorno. Nel 1817 e nel 1821 con dure campagne di guerra il governo borbonico ne attenuò la portata, e in seguito cercò di controllarlo, ma non riuscì mai a eliminarlo, come dimostrano le sue cronache giudiziarie fino al 1860».
Né si può affermare fosse un fenomeno «solo» meridionale. Leggiamo «O soldi o vita » di Luigi Piva, che parla del Veneto e della Bassa padovana: «Bande armate formate da disertori degli eserciti austriaco o del Regno Italico e da gente miserabile, letteralmente piena di fame, scorrazzavano in cerca di pane, provocando disordini e seminando terrore con assalti, incendi, distruzioni e violenze ». Il tribunale statario istituito dalle autorità austriache, allarmatissime per una serie di episodi nei dintorni di Este, nelle «sue due sezioni veneta e lombarda» istruì «dal Giugno 1850 al Giugno 1853» in provincia «di Padova, Venezia, Rovigo e Mantova» 3.400 processi emettendo «1.144 sentenze di morte di cui 409 eseguite». Quasi tutte per assalti e rapine in casa. Il tutto «prima» dell'Unità.
Che i «briganti» che infestavano la zona di Pontelandolfo fossero banditi comuni, patrioti borbonici, contadini affamati ed eccitati dai parroci, o tutto questo insieme, è materia che lasciamo agli storici. Così come lasciamo loro la ricostruzione dell'episodio all'origine della spaventosa rappresaglia. Basti sapere che, come racconta in una relazione al governo qualche giorno dopo la strage l’allora sindaco di Pontelandolfo Salvatore Golino e come conferma il sindaco di oggi Cosimo Testa, una quarantina di soldati «piemontesi» e quattro carabinieri mandati a riportare l'ordine nella zona erano stati massacrati. Scrisse Rocco Boccaccino nel libro Memorie dei giorni roventi dell'agosto 1861: «E' indescrivibile l'eccidio che ne seguì con tutte le sevizie, a cui uomini e donne, inferociti e privi di ogni senso di pietà, brutalmente si abbandonarono». La spedizione punitiva, decisa dal generale Enrico Cialdini, fu però spropositata. «Alle prime luci dell’alba» e «mentre gli ignari abitanti dormivano ancora», spiega la delibera comunale che in questi giorni dovrebbe riconoscere al paese lo status di «città martire», i bersaglieri «assalirono il Paese con scariche di fucili, abbattimento di porte e finestre: uccisero bambini, giovani, vecchi, donne e fanciulle, molte di esse dapprima stuprate. Molti soldati si impossessarono di danaro, oro e altri oggetti di valore. Profanarono anche la Chiesa Madre rubando i doni votivi e finanche la corona d’oro della Madonna. Poi il paese dopo la mattanza fu dato alle fiamme, facendo abbrustolire i morti e quanti, ancora feriti o infermi, nelle proprie case imploravano vanamente e cristianamente aiuto!»
Ma quanti furono i morti? «Il conteggio delle vittime —, risponde Pino Aprile nel suo bestseller Terroni,—è difficile, mutevole, e porta a cifre sempre più alte: nell’immediato, dai registri parrocchiali risultano solo tredici “morti e sepolti”; ma uno studio comparato di don Davide Fernando Panella, sulla mortalità nei cinque anni prima e dopo il massacro, fatto sui registri di Pontelandolfo (a Casalduni erano bruciati), rivela che fra agosto e settembre 1861 ci furono 112 morti, contro i 29 dell’anno prima; e fra 1861 e 1862, nonostante la popolazione fosse diminuita, se ne ebbero 462, contro i 285 dei due anni prima (non tutti i feriti e gli ustionati perirono subito). E ancora non basta».
«Il Popolo d’Italia, giornale filo-governativo interessato a minimizzare — spiega il documento consiliare — scrisse che i morti «erano stati soltanto 164, provocando l’indignazione del giornale francese La Patrie e dell’opinione pubblica europea. Da ricerche effettuate negli archivi parrocchiali, essendo stato distrutto nell’incendio quello municipale, si calcola che le vittime civili superarono il numero di 400, qualcuno ipotizza siano state più di 1.000, alle quali bisogna aggiungere i morti nei mesi successivi per le ferite riportate».
Certo, c'è ancora molto da approfondire. Molto. Come scrive Galasso, non ha senso dire che tutto è stato nascosto per un secolo al popolo bue («Come si fa a credere che tutte queste siano “scoperte” e coraggiose “rivelazioni” che ora finalmente vengono fatte emergere? ») perché «il Risorgimento non era neppure terminato, e già si iniziò a processarlo». E lo stesso eccidio di Pontelandolfo pochi mesi dopo era già il nocciolo di una furente invettiva del deputato milanese Giuseppe Ferrari. Che nella seduta del 2 dicembre 1861 denunciò di aver visto e sentito cose da gelare il sangue: «Mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto nella persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione. Appena osai mormorare che non così s'intendeva da noi la libertà italiana, Nulla io chiedo, disse egli, e noi ammutimmo tutti. Aveva due figli, l'uno avvocato, l'altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all'udire che approssimavansi i Piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l'oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione».
Però è altrettanto vero che la strage, sulla quale un appassionato storico locale, Renato Rinaldi, ha accumulato in anni di lavoro una mole di documenti messi online (pontelandolfonews. com), è stata per troppo tempo così rimossa dalla memoria degli abitanti stessi («La vivevamo come una colpa, come se in qualche modo ce la fossimo meritata», sospira il sindaco) e così poco studiata dagli specialisti che la lapide del 1973 sul muro della chiesa dedicata agli «ignari inermi innocenti» travolti dall’«inconsulto sterminio» elenca ancora «solo» 17 vittime.
Una rimozione gravissima. Inaccettabile. Come ha scritto Bernard-Henri Levy a proposito del genocidio degli armeni, «si crede che i negazionisti esprimano un’opinione: no, essi perpetuano il crimine. E pretendendo d’essere liberi pensatori, apostoli del dubbio e del sospetto, completano l’opera di morte». Eppure, subito dopo quell'apocalittica alba d'agosto, un certo Girolamo Gentile, in una lettera al Governatore di Benevento, aveva tutto chiaro: qualunque cosa fosse successa e avesse scatenato la reazione «la pena doveva esercitarsi contro i singoli colpevoli e non contro la città».
Parole sacrosante: scatenando una rappresaglia così feroce a Pontelandolfo e Casalduni (sia pure con meno vittime, qui), il governo si era comportato come se non considerasse quelle terre appenniniche un pezzo di patria ma una terra straniera. Occupata. Non si distrugge un «proprio» paese. Mai.
E mette i brividi rileggere la lucida preveggenza di Ferrari che (come se indovinasse i guasti che avrebbe causato la scelta di rimuovere alcuni errori piuttosto che riconoscerli come tali per salvare il Risorgimento nel suo insieme) disse a un Parlamento ottuso e sordo: «Io vi proposi di fare un'inchiesta affinché una metà della nazione conoscesse appieno l'altra metà, e le due parti della Penisola si unissero fraternamente». Macché.
Un secolo emezzo dopo, al comune di Pontelandolfo aspettano ancora. Soprattutto una risposta alle lettere mandate in questi 27 anni. Cominciò a spedirle l’allora sindaco Giuseppe Perugini nel 1973, quando il paese, ridotto alla metà della popolazione d’un tempo dall'emigrazione (ci sono più paesani a Waterbury, nel Connecticut, che qui), organizzò con Carlo Alianello, autore de La conquista del Sud, un convegno per denunciare per la prima volta la strage. Un piccolo convegno di nicchia accompagnato da piccoli gesti di cortesia meridionale: «Al termine si avrà un vermouth d'onore nella torre medievale alla cui ombra si svolsero i tragici eventi».
«Per 112 anni l'Italia ufficiale non ha avuto una sola parola di ricordo, un solo palpito di pietà per le nostre povere vittime: 112 anni non sono stati bastevoli per costruire per Pontelandolfo e la sua gente una sola azione riparatrice», tuonò il sindaco. E scrisse all'allora presidente Giovanni Leone invocando «un atto ufficiale di riconoscimento». Nessuna risposta.
Da allora, è andata sempre così. Nessuna risposta. E mano a mano, negli ultimi anni, a ridosso del centocinquantenario dell'Unità d'Italia, il silenzio si è fatto più pesante. Tanto più che Cosimo Testa e la sua giunta non solo sono estranei al più scriteriato revanscismo neoborbonico («Noi siamo italiani, ci sentiamo italiani, vogliamo celebrare l'unità d'Italia. Quando i nostalgici dei Borboni hanno cercato di mettere il cappello sulla nostra cerimonia annuale a ricordo dei nostri morti, li abbiamo mandati via») ma sono partiti da richieste sensate. Moderate. Modeste.
Hanno scritto a Silvio Berlusconi, a Giorgio Napolitano, a Carlo Azeglio Ciampi. Dicendo che bastava loro un convegno nazionale che ricordasse l'eccidio e analizzasse il fenomeno del brigantaggio post unitario perché Pontelandolfo «non sia più nominata terra di briganti bensì città martire e simbolo della sofferta eppur amata Unità d'Italia». Nessuna risposta. Hanno scritto al ministero dello Sviluppo economico chiedendo di valutare «la possibilità di emissione di un francobollo celebrativo». Nessuna risposta. Hanno scritto a Stefano Caldoro, il governatore della Campania, chiedendo un po' di soldi per mettere un monumento in piazza in memoria dei morti. Nessuna risposta. Hanno scritto a Ignazio La Russa per dirgli che un secolo e mezzo dopo era giusto «ammettere che quei cosiddetti bersaglieri (...) lerciarono le loro divise di delitti infamanti» anche «per rendere onore a tutti quei bersaglieri d'Italia che si sono ricoperti di gloria con atti di vero eroismo ». Nessuna risposta.
Hanno scritto al sindaco di Vicenza, Achille Variati, per manifestare il loro stupore alla scoperta, tardiva ma scioccante, che Pier Eleonoro Negri, l'alto ufficiale che comandava la spedizione punitiva, era considerato nella città berica «un eroe» e non un uomo che a Pontelandolfo «si comportò da macellaio della peggiore risma». E hanno chiesto la cancellazione del Negri da una targa celebrativa sul palazzo di famiglia, dalla toponomastica e dalla intestazione d’una scuola elementare. «Approfondirò», ha risposto Variati. Poi ha deciso: «Non posso farlo. Non credo che queste questioni vadano affrontate così. Le guerre sono guerre. Si accompagnano sempre a lutti, errori… Ma le valutazioni devono farle gli storici. Forse invece che rimuovere le lapidi val la pena di riflettere insieme. Vogliamo fare un convegno? Benissimo. Ma è una storia controversa. Posso io assumermi la responsabilità di cancellare la prima medaglia d’oro dei bersaglieri?» Quanto all'associazione del corpo «piumato», il presidente vicentino Antonio Miotello ha detto ad Antonio Trentin, del Giornale di Vicenza, che non se ne parla neanche: «Era in zona di guerra. Eseguì degli ordini».
E rieccoci punto e a capo. L'unica cosa che hanno portato a casa, i nipoti di quegli italiani massacrati per rappresaglia, dopo un secolo emezzo di silenzi e ventisette anni di lettere, è una concessione di Mauro Della Giovanpaola, che prima di essere arrestato per lo scandalo del G8 alla Maddalena, era anche il coordinatore dell'unità tecnica di missione del centocinquantenario. Nessun inserimento, neppure postumo e in ritardo, nel lunghissimo elenco di 371 luoghi della memoria, tra i quali figura ad esempio Sorrento per una «statua a Torquato Tasso inaugurata nel 1870». E manco un euro. Ma via libera (crepi l'avarizia) al permesso a usare il logo ufficiale delle celebrazioni. Un regalone. Concesso soltanto ad alcune centinaia di altre entità: le auto della Ferrari in Formula1, il «Centenario del primo sorvolo delle Alpi», la fiera VinItaly 2011 di Verona, la manifestazione culturale e politica «Cortina InConTra»…
Tutto in regola, per carità. Ma il giorno che dovesse divampare un leghismo meridionale rancoroso, per favore, risparmiateci lo stupore.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
22 settembre 2010

lunedì 20 settembre 2010

 di Giulia Maestrini 
20 settembre 1870. Sono passati esattamente centoquaranta anni dalla “Breccia di Porta Pia”, lo storico ingresso dei bersaglieri nella Città Eterna che, di fatto, annetteva Roma al Regno d’Italia, mettendo fine al potere temporale della Chiesa e unificando il paese. Quale data migliore di questo importante anniversario poteva essere scelta, dal Comune di Siena, per dare il via alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Il desiderio di “Roma capitale” – oggi concetto “politico”, ma allora vero e proprio simbolo di un paese che lottava per la propria unità – era già stato espresso dal conte Camillo Benso di Cavour nel suo discorso al Parlamento italiano del 1860, ben dieci anni prima e, in realtà, il trasferimento definitivo della capitale a Roma, da Firenze, avvenne solo l’anno successivo, nel 1871. Tuttavia, la “Breccia di Porta Pia” rappresenta una data fondamentale, un crocevia imprescindibile dell’intera storia italiana.

Ieri sera, dunque, il Comune di Siena ha dato il via ai festeggiamenti che dureranno fino alla prossima primavera: il 17 marzo 2011, infatti, sarà la giornata di festa nazionale che celebrerà ufficialmente l’unità d’Italia, nel 150esimo anniversario della proclamazione di Vittorio Emanuele II di Savoia come primo Re d’Italia, proclamazione che sancì definitivamente la fine del Risorgimento.

Nel pomeriggio, nella Sala del Risorgimento di Palazzo Pubblico, le celebrazioni senesi erano iniziate con una conferenza di Tommaso Detti – direttore del dipartimento di storia dell’Università di Siena – su “Risorgimento e storia d’Italia” e sono proseguite, alle 21,15 al Teatro dei Rinnovati con il concerto lirico “Le note del Risorgimento italiano” che ha visto protagonisti la soprano senese Cristina Ferri e il baritono Brian Nickel, accompagnati al pianoforte da Fabrizio Corona.

“Non potevamo iniziare – ha detto l’assessore alla cultura del Comune di Siena, Marcello Flores d’Arcais – che da questa Sala che ci invidiano dappertutto. Pensate che i bozzetti e cartoni preparatori di questi affreschi ci sono stati richiesti da tantissime città e mostre che celebreranno l’unità d’Italia nei prossimi mesi, poiché sono tra le immagini più conosciute a livello nazionale e non solo”.

L’assessore ha colto, inoltre, l’occasione per annunciare brevemente il calendario degli eventi che festeggeranno l’Unità d’Italia. Un calendario, per la verità, ancora da stabilire nel dettaglio.
“Il calendario completo – ha aggiunto infatti Flores – sarà definito a ottobre e comprenderà tante iniziative diverse, intrecciate con quelle promosse dalla Provincia e dalla Regione. Certamente cominceremo con una serie di incontri settimanali, sul modello di Lunedilibri, con storici e autori di libri già editi, o in uscita a breve, sul Risorgimento. Incontreremo, inoltre, romanzieri che hanno ambientato nel Risorgimento le loro storie e organizzeremo una serie di iniziative legando quel particolare periodo storico all’arte, la musica, la letteratura, il cinema. Tutto questo ci accompagnerà verso la grande mostra sul Romanticismo nel Risorgimento che sarà il maggiore evento cittadino, in programma da marzo a maggio 2011 al Santa Maria della Scala”.

Insomma, senza dubbio il calendario degli eventi sarà complesso e articolato e comprenderà, ha annunciato l’assessore Flores, anche diversi spettacoli teatrali, tra cui una lettura di Manzoni attraverso le marionette e una trasposizione teatrale di “Piazza d’Italia” di Antonio Tabucchi.
Per concludersi la prossima primavera con il gran finale, in programma il 17 marzo quando ci saranno una tavola rotonda – con la partecipazione, tra gli altri, di Tommaso Detti ed Ernesto Galli della Loggia – e un concerto dei Cameristi della Scala.

sabato 18 settembre 2010

C’era l’Italia anche prima del Risorgimento

di Ugo Finetti 

L’identità del Paese affonda le radici in una comune tradizione linguistica e artistica nata dalla sintesi di culture locali. Negarlo, come fanno certi storici, è un’operazione ideologica


La successione degli attacchi al governo a proposito delle celebrazioni della nascita dello Stato italiano sta avvitando la sinistra e i suoi storici militanti su posizioni sempre più arretrate.
In particolare non si comprende quale «pericolo» possa venire dalla valorizzazione delle realtà e storie locali, una delle accuse mosse più di frequente. Del resto la soluzione federalista fu presente nella cultura risorgimentale ed è stata ricorrente in particolare nella sinistra italiana. Uno dei temi della polemica antifascista fu contestare al regime la compattezza della nazione italiana, ottenuta censurando articolazioni e diversità. Basterebbe guardare infatti a come è stata impostata la rappresentazione della Resistenza da sinistra a cominciare dal testo che la celebra nel modo più ortodosso e cioè il Dizionario della Resistenza, edito nel 2000 da Einaudi. Perché quel che vale per la Resistenza che aveva alle spalle uno Stato unitario consolidato non può valere per i moti risorgimentali di un secolo prima e per il 1861?
Il testo einaudiano è articolato in due tomi così intitolati: «Storia e geografia della Liberazione», «Luoghi, formazioni, protagonisti». La rievocazione della Resistenza è svolta in capitoli dedicati in modo minuzioso alle varie vicende nelle singole regioni, proprio secondo il tanto bistrattato principio della «valorizzazione della storia localistica»: dalla loro specifica «situazione sociopolitica» al «potenziale economico» e all’«impulso autonomista». «L’accentuazione geografica accanto a quella storica - è spiegato nell’Introduzione - ci sembra rappresenti uno spiccato elemento di novità non solo perché rompe l’idea cristallizzata e diffusa di una Resistenza dal carattere unitario, ma perché dà spazio a una notevole mole di lavori regionali e locali che in questi ultimi anni hanno contribuito a restituire complessità e veridicità». E quindi si motiva la valorizzazione della «geografia» come base per poter meglio valutare «il rapporto tra un’esperienza così sconvolgente come fu la lotta di liberazione con il suo attuale assetto istituzionale».
Ma allora perché le manifestazioni di «Italia 150» non possono dar luogo a una riflessione sugli assetti istituzionali? Comunque sia, negare il policentrismo della cultura italiana significa negare almeno otto secoli di storia. E cercare nel solo processo risorgimentale le radici dell’Unità è un errore per difetto che trascura una lunga tradizione letteraria, dibattiti a volte furiosi sulla lingua nazionale (quando la nazione ancora non esisteva; segno che però esisteva una coscienza unitaria), una politica di equilibrio e scambio reciproco da cui nacque, ad esempio, il Rinascimento. La storia d’Italia, insomma, non inizia nel 1861. «Giardino dell’Impero» ed «espressione geografica» sono modi di dire che hanno sfregiato per secoli gli italiani privi di uno stato unitario. Ma l’Italia - gli italiani - esistevano ed erano riconosciuti per una lingua che era la dimensione unitaria, disegnava una comunità che si articolava e si consolidava da Milano a Palermo nella letteratura, nell’arte, nella ricerca scientifica e, quindi, nello stesso pensiero politico. Basti pensare all’Italia invocata dal Machiavelli e che animava il pensiero rinascimentale. «Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia» è l’incipit della Storia d’Italia che Francesco Guicciardini scrisse tra il 1537 e il 1540. Anche l’altra contestazione più frequente - la citazione di Vincenzo Gioberti insieme con Carlo Cattaneo e più in generale il coinvolgimento dei «guelfi» - investe il rapporto tra unità d’Italia e identità nazionale. Che cosa si deve fare nel 2011? Celebrare la rottura con la Chiesa e la divisione tra laici e cattolici? Per comprendere il fastidio di vedere il Gioberti accanto al Cattaneo bisogna tener presente come nella sinistra italiana si sia andata sviluppando e consolidando una corrente che soprattutto sull’onda del Sessantotto, in un periodo in cui vacillavano molti riferimenti tradizionali (a cominciare dalla Chiesa investita dalla crisi postconciliare), ha proposto una lettura critica della identità italiana mettendo sotto accusa radici latine e radici cattoliche. L’eredità della cultura latina sarebbe stato il manzoniano «latinorum» ovvero l’Italia di una cultura giuridica nel segno degli «Azzeccagarbugli», mentre il lascito più importante del cattolicesimo andrebbe visto nell’Inquisizione. Tutti i mali d’Italia deriverebbero da un Paese che aveva conosciuto la Controriforma senza aver avuto alcuna Riforma.
È auspicabile che «Italia 150» consenta anche una riflessione critica su come si studia e si insegna la storia d’Italia. Vittorio Emanuele II che entra a Milano con a fianco Napoleone III e alle spalle l’esercito francese, Giuseppe Garibaldi che avanza nel Regno borbonico grazie alla protezione delle navi inglesi (e alla corruzione dei comandanti avversari), il Veneto che diventa italiano come regalo dei francesi in quanto gli austriaci, avendoci sconfitto per terra e per mare (Custoza e Lissa), rifiutano una cessione diretta agli italiani: sono pagine di storia che non possono essere cancellate o ritoccate. Dopo 150 anni si è abbastanza «adulti» per conoscere come si è nati.
Il nervosismo crescente sembra in verità tradire una seria preoccupazione per il fatto che per decenni certa storiografia ha avuto come cultura dominante la lettura classista, la storia d’Italia come teatro di scontro fra capitalismo reazionario e movimento dei lavoratori. Questa architettura storiografica è ancora presente nei più diffusi manuali e «testi consigliati» redatti da storici che per decenni si sono formati e hanno lavorato essendo convinti - una citazione per ricordare il clima - che «la storiografia marxista» è quella che «ha saputo meglio spaziare dalla storia antica a quella contemporanea... allargando la tematica al di là dei confini nazionali» (Rosario Villari). Nel 1959 la socialdemocrazia tedesca «mandava in soffitta» Marx con il Congresso di Bad Godesberg. È forse il tempo di celebrare in Italia una Bad Godesberg storiografica. Che queste celebrazioni siano l’occasione giusta?

lunedì 30 agosto 2010

I segreti di Garibaldi /1

Fra guerra di corsa e massoneria


Aspetti meno conosciuti fra America ed Europa dell'Eroe dei due mondi di cui si celebra il bicentenario della nascita


di Luigi Pruneti
prodotto per Esonet.it

Giuseppe Garibaldi sbarcò a Rio de Janeiro tra il Novembre e il Dicembre del 1835, dopo una navigazione di un paio di mesi. Aveva sulle spalle una condanna a morte comminatagli l'anno precedente dal Consiglio di Guerra divisionario di Genova [1]. Questa sentenza lo rendeva agli occhi dei compatrioti esuli in Sud America un rivoluzionario di grande rilievo: la severità della pena era tale da accreditarlo quale affiliato di spicco della Giovane Italia. 

Fra i tanti rifugiati incontrò Luigi Rossetti col quale strinse una solida amicizia. Molti anni più tardi nelle Memorie lo ricordò con affetto, usando espressioni tipicamente massoniche: “Gli occhi nostri s'incontrarono, e non sembrò per la prima volta. Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili. Non sarà questa una di quelle emanazioni di quella intelligenza infinita, che può [...] animare lo spazio, i mondi e gli insetti che brulicano sulle loro superfici?” [2].

Questa singolarità non è casuale, giacché proprio in America Latina divenne libero muratore. È probabile, infatti, che non avesse ancora trovato un alloggio stabile, quando fu iniziato insieme a Rossetti, in un'officina irregolare dal nome distintivo “Asilo de la Virtud”.
Alcuni autori, fra i quali il biografo uruguayano Settembrino Pereda [3] non sono di questo avviso e posticipano la sua adesione all'associazione di qualche anno: poco prima della partenza per Montevideo o addirittura nella stessa capitale dell'Uruguay [4]. È una posizione difficilmente condivisibile e come Max Gallo [5] o Alfonso Scirocco [6] ritengono che la “luce massonica” sia stata ricevuta dal Nostro a Rio, qualche settimana dopo il suo sbarco.

Fra l'altro, da un paio di mesi, era ritornato in città, l'esule ligure Giuseppe Stefano Grondona, giacobino, massone di vecchia data e seguace di Filippo Buonarroti, il “grande vecchio” dell'Ottocento. Grondona aveva fondato fin dal 1834 la “Società filantropica”, un gruppo con fini umanitari [7], emanazione della loggia Asilo de la Virtud [8] e Garibaldi, quasi certamente, entrò a far parte dell'una e dell'altra [9]. È certo comunque che la frequentazione dei templi massonici fu di supporto a quella visione umanitaria pervasa da un certo deismo, caratteristica dell'Eroe. L'essere “frammassone” significava, però, “aver firmato un patto col diavolo e meritare la scomunica” [10].
I “figli della vedova”, in effetti, erano sotto anatema ormai da un secolo in virtù della celebre bolla In eminenti Apostulatus specula, promulgata da Clemente XII net lontano 1738 [11]. Da allora le cose non erano cambiate, anzi la condanna della Chiesa era diventata ancor più decisa grazie ai pronunciamenti di Pio VII, di Leone XII, di Pio VIII e infine di Gregorio XVI. Questo ultimo nella Mirari vos, senza mai nominarla, aveva sottolineato come tutti i mali del secolo avessero origine “dalle macchinazioni di questa società in cui confluisce quasi una sorta di sozzura, tutto ciò che di sacrilego, di pericoloso e di blasfemo si ritrova nelle eresie e nelle sette pin scellerate” [12].

Garibaldi, in tal modo, entrando nella “sinagoga satana” [13] trovò un'ulteriore motivazione per essere anticlericale. La fobia per la Chiesa crebbe col passate degli anni fino a raggiungere, dopo il Sessanta, livelli estremi. In quel periodo, facendo eco a Timoteo Riboli, giunse ad auspicare l'eliminazione del “prete, bugiardo e sacrilego insegnatore di Dio ed ostacolo primo all'unità morale delle nazioni” [14]. Si dice inoltre che in una lettera del 1869 definisse Pio IX “metro cubo di letame”, espressione di cui poco dopo smentì la paternità [15].

L'apprendista Garibaldi Giuseppe, tuttavia, nel 1835 non pensava alla querelle col Vaticano e viveva la massoneria come una palestra di libertà repubblicana, non a caso l'associazione era diffusa fra i benestanti e la classe colta di tutta l'America latina, pervasa spesso da aspirazioni libertarie. La sua prima occupazione nel Nuovo Mondo fu il commercio. Insieme al fratello di loggia Luigi Rossetti fondò un piccola compagnia di navigazione, ma dato che ai traffici “non erano atti” [16] e poiché desideravano militare sotto le bandiere della libertà, ovunque garrissero, accorsero in difesa della neonata Repubblica del Rio Grande del Sud.

L'immenso impero brasiliano, sorto pacificamente nel 1822, era allora travagliato da una profonda crisi. Nel 1831 Pedro I aveva abdicato a favore del figlio Pedro II di soli cinque anni e il potere era passato in mano al reggente Antonio de Feijo. Di questo stato di cose avevano approfittato i grandi latifondisti di lingua spagnola della provincia meridionale del Rio Grande [17] che avevano costituito una repubblica indipendente, con capitale Porto Alegre. Presidente era stato nominato il massone Bento Gonçalves de Silva, al cui fianco agiva quale consigliere politico, il confratello Livio Zambeccari [18]. II Brasile però non accettò la secessione e immediatamente mosse il proprio apparato militare contro i ribelli. Esplose pertanto la cosiddetta Guerra dos farrapos che registrò all'inizio significativi successi per i lealisti: Porto Alegre fu conquistata e nel 1836 venne catturato e imprigionato Bento Gonçalves. Bisognava quindi correre in difesa della pereclinante Repubblica, guidata per di più da Fratelli [19]. A Garibaldi balenò l'idea di armare una nave per fare la guerra di corsa. Aveva già pensato di dedicarsi a questa attività predando, in nome di Mazzini, legni asburgici e sabaudi. Aveva difatti scritto all'Apostolo: “dimenticavo cosa di non poca importanza, cioè se degno ne credete e che si possa inviarmi una o più lettere di Marca, oppure una autorizzazione vostra, per correre sopra le nemiche bandiere Sarda ed Austriaca; e non credete sia chimerico questo progetto ... Lettere di Marca, per Dio, e ordine al più pronto su ciò che dobbiam fare” [20].
Richiesta abbastanza pittoresca la sua dato che era ben difficile considerare la Giovane Italia un paese sovrano. Il problema comunque non si pose per la mancata risposta di Mazzini [21], arrivarono invece il 14 Novembre del 1836, firmate dal generale Joao Manoel de Lima y Silva [22], le sospirate patenti del Rio Grande con le quali si autorizzava ad “incrociare liberamente per tutti e qualunque mare e fiumi sui quali navighino navi da guerra e mercantili del Governo del Brasile e dei suoi sudditi, con podestà di appropriarsene e prendere con la forza delle sue armi, essendo considerate buona preda, in quanto ordinata da autorità legittima e competente [23]. Il Nostro approntò a tal punto una garopera [24] da venti tonnellate, battezzata “Mazzini” la quale, l'8 maggio del 1837, lasciò Rio per “sfidare un impero” [25].
La prima vittima del corsaro Garibaldi fu la Marinbondo, una lancia talmente malconcia che fu lasciata andare senza nulla togliere, se non una pompa per l'acqua [26]. Il secondo arrembaggio fu più fortunato, si trattava della Luisa una lumaca [27] con a bordo 428 sacchi di caffé [28]. Garibaldi, esaminò soddisfatto la preda, apprezzandone la robustezza, tanto da eleggerla a propria ammiraglia e vi si trasferì con la ciurma, accresciuta da cinque negri liberati dal giogo della schiavitù [29].
In seguito, come in un romanzo, ebbe numerose avventure e partecipò a cruenti combattimenti, fu addirittura ferito e costretto a rifugiarsi a Gualeguay in Argentina, dove fu aiutato da alcuni confratelli cola residenti [30]. Il suo si rivelò però una sorta di domicilio coatto, pertanto tentò la fuga, fu scoperto ed imprigionato. Condotto alla presenza del capo della polizia locale, Leonardo Milian, venne sottoposto ad un brutale interrogatorio: “ei fece passare una fune alla trave della prigione e mi fece sospendere in aria legato per le mani! Due ore di quella tortura mi fece soffrire quello scellerato!!!” [31]. Finalmente, grazie all'intervento del governatore, ottenne la libertà e ritornò nel Rio Grande, pronto ad impugnare di nuovo le armi.
Nel Luglio del 1839 partecipò con una flottiglia alla spedizione di Davide Canabarro: si trattava di soccorrere la città costiera di Laguna, l'impresa riuscì e quel grosso villaggio diventò la capitale di un nuovo effimero stato: la Repubblica di Santa Catarina.
Canabarro aveva ora la responsabilità di presidiare Laguna e di respingere una probabile controffensiva. Era un tipo pletorico, facile allira, resa ancor più frequente dalla consapevolezza della situazione. Maltrattava subalterni e soldati e inveiva contro i locali, accusati di non collaborare sufficientemente, li tacciava di collusione con i preti. Egli, infatti, come la maggior parte dell'intellighentia riograndina era un libero muratore e detestava indifferentemente impero e chiesa [32]. Quando venne a sapere che nel vicino villaggio di Imaruhy sventolava sempre la bandiera brasiliana montò su tutte le furie ed ordinò a Garibaldi di punire i lealisti. Alla testa di una formazione poco disciplinata ed eccitata dall'alcol e dalla brama del saccheggio, il Nizzardo colse di sorpresa quel borgo isolato, la guerra mostrò allora il volto più disumano: uccisioni, stupri, violenze di ogni genere furono perpetrati su una popolazione pressoché inerme. Nelle Memorie il Nostro scrisse a sua discolpa: “Io non ho avuto mai una giornata di tanto rammarico e di tanta nausea dell'umana famiglia! Il mio fastidio e la fatica sofferta, in quel giorno nefasto, per raffrenare almeno le violenze contro le persone, furono immensi [...] Non valse l'autorità del comando, né i ferimenti usati da me e da pochi ufficiali non domi dalla sfrenata cupidigia” [33] . Sara tutto vero, o Garibaldi ebbe precise responsabilità nella tragedia di Imaruhy come suppone qualcuno? [34] Difficile dirlo e questo episodio della sua vita resterà, al pari di tanti altri, avvolto dal mistero.
Un altro evento assai controverso è l'incontro con Anita, avvenuto al momento dello sbarco a Laguna. Nelle Memorie la vicenda è narrata con toni salgariani: “Io passeggiavo sul cassero della Itaparica ravvolgendomi nei miei tetri pensieri, e dopo ragionamenti di ogni specie conclusi finalmente di cercarmi una donna [...] Gettai a caso lo sguardo verso le abitazioni della Barra [...] La con l'aiuto del cannocchiale [...] scopersi una giovane” [35]. Si trattava della diciottenne Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, figlia di povera gente originaria delle Azzorre [36]. Era piacente, selvaggia forse un po' troppo esuberante, per questo la madre, a quindici anni, l'aveva fatta maritare col calzolaio Manoel Duane. Garibaldi lo ignorava ma anche se lo avesse saputo gli sarebbe importato ben poco. Raggiunge la terraferma, la cerca, invano, la ragazza sembra essersi dileguata, … poi il miracolo. Uno sconosciuto lo invita in casa a prendere il caffé, accetta ed appena varca la soglia s'imbatte nella bella creola: “Restammo entrambi estatici e silenziosi [...] La salutai finalmente e le dissi ‘tu devi essere mia' [...] io fui magnetico nella mia insolenza. Avevo stretto un nodo, sancito dalla sentenza, che la sola morte poteva infrangere! Io avevo incontrato un proibito, ma pure un tesoro di gran prezzo” [37]. Fu dunque un colpo di fulmine da fotoromanzo, ma permane un'incognita: il marito della muchacha che fine fece? A rendere ancor più intricante l'enigma ci pensò poi lo stesso Garibaldi, scrivendo: “Se vi fu colpa, io l'ebbi intiera! E ... vi fu colpa! Si!... si rannodavano due cuori con amore immenso e s ‘ infrangeva l'esistenza di un innocente! Io infelice! E lui vedicato ... Si! Vendicato! Io conobbi il gran male che feci [...]” [38]. Quale fu la colpa del Nostro? L'aver infranto il sacro vincolo del matrimonio altrui? Non credo proprio. Forse l'aver rovinato la vita ad un povero cristo senza alcuna colpa, se non quella di avere una moglie giovane e piacente? Può darsi. Rimane il fatto che l'incomodo sembra essersi dileguato. In seguito i biografi di Garibaldi si affanneranno a dire del calzolaio di Laguna un gran male: era un imbelle, un traditore, un filo imperiale, probabilmente un impotente tanto da lasciare vergine Anita [39], ma sulla sua sorte forniscono spiegazioni poco convincenti. Secondo alcuni sarebbe sparito, distrutto dalla vergogna, per altri sarebbe stato ucciso. Questa ipotesi è avvalorata da una dichiarazione rasa nel 1935 all'arcivescovo Joaquim Dominiques de Olivera da Taciano Barreto Nascimento dal bisnipote dello zio di Manoel. Questi avrebbe riferito che il poveretto sarebbe stato arrestato dagli uomini di Garibaldi. Più tardi il generale avrebbe dato ordine di liberarlo, troppo tardi, era già stato ucciso o era morto a causa delle ferite subite [40]. Si tratta comunque di una testimonianza poco attendibile per la natura della fonte e il periodo alla quale risale. Molti anni dopo quando Dumas lesse l'oscuro passo delle Memorie, avrebbe chiesto spiegazioni. Al che il Generale sospirando avrebbe risposto: “Bisogna che resti così” [41].

All'epoca dei fatti comunque Garibaldi non aveva una reputazione da difendere e ben altri pensieri si agitavano nella sua mente: aveva trovato sì una compagna ma i Brasiliani, pronti ormai ad attaccare, potevano distruggere il suo bel sogno d'amore e non solo quello.

Nel Novembre del 1839, difatti, flotta ed esercito imperiale investirono Laguna e il Nostro, insieme ad Anita e alle truppe riograndine, dopo un'inutile resistenza, fu costretto a ritirarsi sull'altipiano, fu l'inizio della fine del Rio Grande [42]. Ben presto le sorti della guerra volsero al peggio a nel 1842 quando la Repubblica era ormai condannata, Garibaldi lasciò il Brasile insieme ad Anita e a Menotti, il figlioletto nato il 16 Settembre del 1840 [43]. Si rifugiò a Montevideo dove si apre il suo secondo capitolo massonico. Qui, secondo alcuni, sarebbe entrato prima in una loggia, costituita da italiani sotto l'egida del Grande Oriente di Napoli e quindi, il 18 Agosto o il 28 del 1844 [44], fu regolarizzato dalla Loggia “Amis de la Patrie”. La prima notizia è sicuramente falsa, la seconda è certa.
L'Officina che accolse l'Esule era stata fondata nel 1827 e dipendeva dal Grande Oriente di Francia. Fra le sue colonne sedevano non solo numerosi residenti francesi e diversi locali ma anche alcuni italiani fra i quali il commerciante modenese Pietro Farini e il tornitore di Valenza Po, Vincello Zucchelli [45]. Nel verbale della tornata di regolarizzazione si legge: “ Il Fratello G. Garibaldi, precedentemente ammesso [...], è presentato per essere regolarizzato. Introdotto dal primo maestro delle cerimonie all'Oriente e collocato nella dovuta posizione, ripete il giuramento massonico che gli detta il Venerabile, aggiungendo che rinuncia con ogni formalità alla loggia Asilo de la Virtud, della quale faceva parte, come pure ad ogni altra associazione massonica irregolare. In seguito a ciò il Venerabile lo proclama e consacra Apprendista massone regolare e membro attivo di questa Officina. Collocato fra le due colonne, questo nuovo fratello e riconosciuto da tutti i membri dell'Officina, che tirano una triplice batteria di felicitazioni per la bella acquisizione. A sua volta, il nuovo fratello risponde e, accompagnato dai due maestri di cerimonie, ringrazia con uguale batteria. Dopo di che tutti uniti firmano a testimonianza dell'unione che ci anima” [46].
Garibaldi ottenne la matricola n. 50 e soprattutto l'appoggio dei numerosi liberi muratori, presenti nella Capitale [47]. Sembra che siano stati i confratelli ad inserirlo nella nutrita comunità straniera di Montevideo e a fargli conoscere l'abate Paul Felix Semidei, un corso, ordinato prete a Parigi e costretto all'esilio per aver pubblicato un libro contro le gerarchie ecclesiastiche.

Padre Paolo, legatissimo ai massoni del luogo [48] e forse massone lui stesso, assunse Garibaldi come insegnante di matematica nel proprio collegio e in seguito lo convinse a sposare Anita. Le nozze furono celebrate da Semidei il 26 Marzo, nella chiesa di San Bernardino [49]. Il matrimonio, avvenuto all'ombra della squadra e del compasso, fu facilitato dagli ognipresenti massoni che prima avrebbero cercando di sapere se il marito dell'aspirante sposa, Manoel Duarte, fosse deceduto, quindi individuarono un notaio Juan Pedro Gonzales che, nonostante l'assenza di documenti, consentì comunque gli sponsali [50]. Infine furono ancora i Liberi Muratori a fare pressione sull'incaricato d'affari brasiliano José Diaz da Cruz Lima affinché Garibaldi ottenesse l'amnistia da Pedro II, impegnandosi “a non commettere altri atti ostili contro l'impero” [51].
Nonostante questa consuetudine continua con i confratelli, alcuni biografi come Gustavo Sacerdote affermano che Garibaldi, tutto indaffarato nella difesa dell'Uruguay, frequentasse ben poco la loggia come dimostrerebbe il fatto che in Sud America rimase apprendista [52]. Alessandro Luzio poi, animato dalla sua proverbiale verve antimassonica scrive che, nonostante l'iniziazione del 1844, Garibaldi ebbe il battesimo massonico solo a Palermo sedici anni più tardi [53]. Si tratta di una falsità bella e buona, è vero tuttavia che tanto tempo da dedicare all'officina Garibaldi non lo ebbe, giacché si dannò nella difesa dell'Uraguay, minacciato dal dittatore argentino Manuel de Rosa. Prima comandò una flottiglia di tre legni, poi organizzò e guidò la legione italiana, nata nell'Aprile del 1843.

Il reparto, costituito all'inizio da 400 volontari, aveva una bandiera nera con ricamato un Vesuvio che eruttava fiamme tricolori, “simbolo dell'ardore dei combattenti” e per uniforme dei camicioni rossi, destinati in origine ai saladeros argentini [54].
La Legione si comportò con onore a Cerro e Colonia nell'Agosto del 1845 e, l'8 Febbraio dell'anno successivo, nel sanguinoso scontro di Sant'Antonio del Salto [55]. Questa battaglia fu celebrata anche oltreoceano e in Italia fu organizzata una sottoscrizione per regalare all'Esule un'artistica spada [56]. Alla fama di Garibaldi avevano contribuito non poco i giornali pubblicati in ambito massonico e diffusi in Sud America specie fra la comunità Italiana. Durante il periodo brasiliano a celebrare l'Eroe aveva pensato “O Povo”, mentre in Uraguay l'incarico fu assunto da “Il legionario italiano”. Si trattò secondo Gilberto Oneto di una “delle prime grandi campagne promozionali della stampa, un vero e proprio lancio pubblicitario” [57]. “Il Legionario”, tradotto in più lingue, fu fatto circolare dai “settari” anche fuori dai confini dell'Uruguay e rappresentò un vero e proprio trampolino di lancio per il Nostro, ormai accreditatosi quale brando della libert à italiana. A quel punto il momento del grande rientro era maturo e il 15 Aprile del 1848 il fratello Garibaldi s'imbarcò con o 85 o 65 compagni della Legione sul legno sardo Bifronte, ribattezzato per l'occasione Esperanza [58]; ormai era una celebrità e le ulteriori avventure affrontate nella Penisola lo avrebbero consegnato alla storia come uno degli Italiani più famosi al mondo.

__________


Note


  1. R UGOLINI, Garibaldi, genesi di un mito, Roma 1982, p. 53. (torna al testo)

  2. G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche, Firenze 1982, p. 15. (torna al testo)

  3. Cfr. E. PEREDA, Garibaldi en el Uruguay, Montevideo 1916. (torna al testo)

  4. EPIPHANIUS, Massoneria e sette segrete: la faccia oscura della storia, Roma s. d., pp. 126-127;

  5. PATRUCCO, Documenti su Garibaldi e la Massoneria nell'ultimo periodo del Risorgimento italiano, Bologna 1986, p. 9;

  6. AA.VV. La liberazione dell'Italia nell'opera della Massoneria, Foggia 1990, p. 62. (torna al testo) 

  7. M. GALLO, Garibaldi. La forza di un destino, Milano 2000, p. 85. (torna al testo)

  8. A. SCIROCCO, Garibaldi. Battaglia, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari 2004, p. 34. (torna al testo) 

  9. R UGOLINI, Garibaldi, genesi di un mito, Roma 1982, pp. 69-70. (torna al testo)

  10. Ibidem, p. 74. (torna al testo)

  11. Ibdem, p. 74. (torna al testo)

  12. M. GALLO, Garibaldi ... at; p. 89. (torna al testo)

  13. L. PRUNETI, La sinagoga di satana. Storia dell'antimassoneria (1725 - 2002), Bari 2002, p. 25. (torna al testo)

  14. L. PRUNETI, La sinagoga di satana ... cit p. 45. (torna al testo).

  15. L'espressione “Sinagoga di Satana” si ritrova in due passi dell' Apocalisse e si riferisce “a coloro che dicono di essere giudei e non lo sono, essendo della comunità di Satana” . Il termine fu poi acquisito dalla letteratura antigiudaica del periodo patristico e rispolverato nell'Ottocento per indicare la massoneria, quale setta anticristiana dai risvolti satanici. L. PRUNETI, La sinagoga di satana ... cit, p. 81. (torna al testo)

  16. G. LETI, Massoneria e Carboneria nel Risorgimento italiano, Bologna 1925, p. 374. (torna al testo)

  17. E R ESPOSITO, La Massoneria e l'Italia dal 1800 ai nostri giorni, Roma 1979, p. 71. (torna al testo)

  18. G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche ... cit, p. 16. (torna al testo)

  19. G. ONETO, L'iperitaliano. Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi, Rimini 2006, p. 25. (torna al testo)

  20.  A.A. MOLA, Storia delta Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano 1992, pp. 57-58. (torna al testo)

  21. M. GALLO Garibaldi ... cit, p. 90. (torna al testo)

  22. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi, Milano 1982, p. 27. (torna al testo)

  23. R. UGOLINI, Garibaldi ... cit, p. 75. (torna al testo)

  24. Ibidem, p. 99. (torna al testo)

  25. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 32. (torna al testo)

  26. La garopera era un battello da pesca. (torna al testo)

  27. Corsaro! Lanciato sull'Oceano con dodici compagni a bordo d'una garopera, sfida va un impero”. G. GARIBALDI, Memorie cit p. 16. (torna al testo)

  28. R UGOLINI, Garibaldi ... cit, p. 100. (torna al testo)

  29. La sumaca era piccola nave da carico, con velatura simile ad una goletta. Cfr. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 35. (torna al testo)

  30. R UGOLINI, Garibaldi ... cit, p. 103. (torna al testo)

  31. M. GALLO, Garibaldi ... cit, p. 93. (torna al testo)

  32. Ibidem, p. 101. (torna al testo)

  33. G. GARIBALDI, Memorie ...cit, p. 32. (torna al testo)

  34. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari, Milano 2002, p. 40. (torna al testo)

  35. G. GARIBALDI, Memorie ... cit, p. 61. (torna al testo)

  36. G. ONETO, L'iperitaliano ... cit, p. 29. (torna al testo)

  37. G. GARIBALDI, Memorie cit, pp. 55- 56. (torna al testo)

  38. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 63. (torna al testo)

  39. G. GARIBALDI, Memorie cit, p. 56. (torna al testo)

  40. Ibidem, p. 56. (torna al testo)

  41. M. MILANI, Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 64. (torna al testo)

  42. G. ONETO, L'iperitaliano ... cit, p. 27. (torna al testo)

  43. MONTANELLI - M. NOZZA, Garibaldi. Ritratto dell'Eroe dei due mondi, Milano 2002, p. 105. (torna al testo)

  44. R. CORSELLI, Garibaldi, Palermo 1933, p. 34. (torna al testo)

  45. In realtà Garibaldi aveva imposto al figlioletto il nome del padre: Domenico. Menotti, infatti, sarebbe stato rifiutato dal prete, in quanto non corrispondente al nome di un santo. Il primogenito di Garibaldi fu però per tutti Menotti, solo Anita, di tanto in tanto, lo avrebbe chiamato Domenico. G. SACERDOTE, La vita di Giuseppe Garibaldi, Milano 1933, p. 214; A. LUZIO, Garibaldi, Cavour, Verdi. Nuova serie di studi e di ricerche sulla storia del Risorgimento, Torino 1924, pp. 34-35. (torna al testo)

  46. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari... cit, p. 220; G. ONETO, L'iperitaliano ... cit, p. 41. (torna al testo)

  47. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari... cit, p. 128. (torna al testo)

  48. G. SACERDOTE, La vita di Giuseppe Garibaldi ... cit, pp. 921-922. (torna al testo)

  49. Garibaldi uomo e massone, a.c. di E. BELMONTE, Salerno 1982, p. 73. (torna al testo)

  50. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari …cit, p. 126. (torna al testo)

  51. G. ONETO, L'iperitaliano ... cit, p. 35. (torna al testo)

  52. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari...cit, p. 136. (torna al testo)

  53. Ibidem, p. 131. (torna al testo)

  54. G. SACERDOTE, La vita di Giuseppe Garibaldi ... cit, p. 922. (torna al testo)

  55. A. LUZIO, La Massoneria e il Risorgimento italiano, vol. II, Bologna 1925, pp. 11-12. (torna al testo)

  56. L. LAMI, Garibaldi e Anita corsari …cit, p. 174. (torna al testo)

  57. C. SPELLANZON, Garibaldi, Firenze 1958, p. 10. (torna al testo)

  58. Ibidem, p. 11. (torna al testo)

  59. G. ONETO, L'iperitaliano... cit, p. 41. (torna al testo)
Ibidem, p. 43. (torna al testo)Testo estrapolato dal sito: http://www.esonet.it/News-file-article-sid-850.html

venerdì 27 agosto 2010

Il 20 agosto del 1862 il senato del regno d'Italia approvò la legge

mercoledì 25 agosto 2010

Il groviglio Meridionale - undicesima parte

Dar vita alla Nuova Italia
di Rodolfo De Mattei

   Domani, quanto il fenomeno apparirà chiuso, ne sarà meglio misurato il valore; giova qui segnalarlo come esempio dei grandi taciti mezzi istintivi di cui il Mezzodì puo disporre per superare i suoi problemi storici. Intanto, è utile stabilire che siamo in presenza d'una forza autoctona, d'una genuina personalitaàe originalitaà di cui sarebbe impolitico trascurare il significato. E vada pel problema: ma si può negare che questa primitività meridionale ha giovato e giova, nella vita unitaria italiana, dinanzi a un nord ardito e precipitoso, di compenso ed equilibrio? Non sarà una scoperta, ma riteniamo che, per un pezzo ancora, dal continuo confronto e cimento di queste due capacità, settentrionale e meridionale, sarà costituita I'esperienza politica italiana: e può avere il suo valore l'osservazione del Levi, il quale nell'attrito fra la concezione liberale del Nord e quella del Sud ha ravvisato la causa della crisi attuale del liberalismo italiano.
Anzi, se v'è da deplorare qualcosa, si è che le due capacità non hanno avuto finora molte possibilità di confronto: i due gruppi hanno roteato, ciascuno per conto, spesso ignorandosi vicendevolmente. Ora, il sistema parlamentare è, malgrado tutto, il più  adatto a provocare questa mutua conoscenza e misurazione. Dunque, questo Mezzogiorno ha una furzione nello Stato italiano: funzione quanto mai delicata e spirituale, che sarebbe grossolano confondere con una corsegna legittimista o con una mansione burocratica. Ha una sua tradizione-cultura, esperienza, tutta documentabile e inconfondibile, il. Mezzogiomo: e non gli difetta il sentimento, né l'ironia. Così, attraverso il suo vaglio difficile passeranno tutte le esperienze dell'altra parte d'Italia, e ad esso spetterà l'ultima parola. Lungo e doloroso il suo travaglio, più che non si creda, ma che ha tutte le apparenze di un travaglio di gestazione. Questo appunto è il suo problema: dar vita alla nuova ltalia. 
Fine.

martedì 24 agosto 2010

Il groviglio Meridionale - decima parte

Aristocratici e Democratici
di Rodolfo de Mattei

  Per la storia occorrerà stabilire che l'esistenza di un problema Mezzogiorno, di un Sud arretrato e grezzo, ha coinciso  con una continua funzione equilibrativa di esso Sud nella vita politica italiana. Qui sarebbe lungo, ma non utile, cogliere momenti ed elementi di quello, nella lotta politica della terza Italia, è stato lo stile meridionale. Intanto, il Mezzogiorno  ha mantenuto fede ad Istituti giuridici e morali che parvero a un certo momento compromessi: ed ha il suo valore la sincerità dell'attaccamento del Sud, alla Monarchia. Robustezza, controllo interiore, serietà; questi i caratteri del Mezzodì accidentato e rozzo. S'è rivelata, si rivela a ogni occasione la caratteristica intlletuale delle sue classi, che sono quelle, in definitiva, che danno i professionisti e i professori, e allollano le Università e i Ministeri, recando un senso di responsabilità e di marurità: meglio che gente di provincia, gentiluomini di provincia. Esiste un tipo meridionale. Mentalità costruttiva, assestata, razionale, non improvvisa le sue esperienze, conosce il valore del passato, non si muove a fondo perduto, guarda il cielo ma poggia sulla terra. Da qui, quella natural diffiderza e cautela e riservatezza alla tradizione, che lo fa passare per conservatore. Ma può valere per la situazione politico-etnografica dell'Italia quanto il Treitzscke osservò per quella dell'lnghlterra. Il settentrione italiano, come l'inglese "oggiginrno è la sede del radicalismo, la popolazione che vi  abita è di operai, e al paragone il Mezzogiorno, con le sue tradizioni aristocratiche, sembra pressochè a conservatore". Per tradizione aristocratiche intendendo, relativamente al Sud italiano, l'attitudine all'ozio e al lusso, e agli stessi esercizi intellettuali. Intellettuale, dunque, e immobile, il Sud: gli mancò infatti, storicamente, quella civiltà mercantile, quell'organizzazione industriale-bancaria che costiruisce la tradizione delle citta toscane: né va dimenticato che gli mancarono, gli mancano, quei forti nuclei ebraici che avrebbero potuto avvezzarlo al  "maneggio del denaro". Politicamente, il Sud ha trovato nell'organizzazione monarchico-parlamentare un ottimo ubiconsistam e non vi saprebbe rinunziare. Da Crispi a Salandra, da  Spaventa a Orlando, il Mezzogiomo ha mantenuto una perfetta coerenza politica nella riverenza allo Stato, il cui mistico concetto ha talora sopra valutato fino al sacrificio di sé. Con questo carattere serio, non avventuroso, solido, è naturale che il vecchio Regno delle Due Sicilie trovi qualche difficoltà ad amalgamarsi al Settentrione, e a far sue serz'altro le improvvisazioni e le responsabilità di questo. Sicché dedurremo che se Parigi operò la rivoluzione per conto di tutta la Francia, non altrettanto sicuro è che una rivolta di Milano potrà agire a nome e per conto del Sud. Questo Sud ha dato e dà l'impressione di vivere del proprio, per conto proprio, e di tirare per la sua via, badando ai propri municipi. E' possibile che esso stesso attuerà una rivoluzione, ma sarà la sua, e sarà rivoluzione di carattere ideale. Intanto la stessa emigrazione meridionale, avvenimento drammatico quant'altri mai, costituisce a ben guardare lo sforzo istintivo e mirabile di una razza che affronta il suo problema aggiornando il suo spirito, ponendosi a contatto delle civiltà  più avanzate. Il movimento  migratorio che valse e vale ad a creare la vita rurale meridionale e a dissipare le ultime caligini feudali, si risolve tutto sommato, in vantaggio, in attivo materiale e spirituale.
Fine 10. Continua