mercoledì 25 gennaio 2017

L’economia e il divario Nord-Sud

 L’economia e il divario Nord-Sud

Secondo il revisionismo anti-risorgimentale, l’unificazione avrebbe prodotto uno spostamento di ricchezza dal Sud al Nord, che avrebbe generato uno sviluppo economico ottenuto dalle regioni settentrionali a discapito di quelle meridionali. Il punto di partenza è l’ammontare doppio del debito pubblico del Regno di Sardegna rispetto a quello del Regno delle Due Sicilie. Alla formazione del debito pubblico del neonato Regno d’Italia concorsero rispettivamente nella misura del 60% il debito sardo e del 30% il debito duosiciliano, mentre il restante 10% proveniva dagli altri Stati annessi nel 1861.  Il tasso d’interesse con cui venivano remunerati i titoli di Stato del Regno di Sardegna, come ricordato dalla studiosa Stéphanie Collet, era conseguentemente più alto[1].

In realtà, come chiarì autorevolmente Luigi Einaudi, il deficit di bilancio delle finanze del Regno di Sardegna si spiega agevolmente alla luce dell’adozione da parte del governo di Torino di una politica che si potrebbe definire keynesiana ante litteramCavour intraprese investimenti infrastrutturali pubblici per la modernizzazione del paese e per la sua crescita economicaIl “pareggio di bilancio” borbonico (che tanto somiglia alla sciagurata “austerità” dei nostri giorni) era invece sintomo di una politica immobilista che lasciò il Meridione, fatta eccezione per poche realtà, in uno stato di sostanziale arretratezza: «La finanza borbonica provvedeva alle opere pubbliche atte a dare un incremento all’economia del paese entro i limiti dell’andamento spontaneo delle entrate al di sopra delle esigenze delle spese ordinarie, sì da far credere che l’opera fosse dovuta a generosità del sovrano; la finanza cavourriana non temeva di anticipare con prestiti l’incremento del gettito tributario o lo provocava con opere di ferrovie, di canali, di navigazione atte ad accrescere la produttività del lavoro nazionale»[2].

I “revisionisti” portano a supporto della loro tesi l’esistenza nel Regno delle Due Sicilie di alcune realtà industriali, tutto sommato isolate all’interno di un contesto economico arretrato e semi-feudale e rette unicamente sulle commesse statali. Esse erano il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, il Polo siderurgico e la fabbrica d’armi di Mongiana in Calabria, l’industria tessile di San Leucio presso Caserta, la Reale Fabbrica d’armi di Torre Annunziata, le Ferriere Fieramosca e la Fonderia Ferdinandea in Calabria, la fabbrica metalmeccanica e le Officine ferroviarie di Pietrarsa a Napoli, il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, le Fonderie Pisano a Salerno, la Fonderia Oretea e le Flotte Riunite Florio a Palermo. Tuttavia gli addetti dell’industria metalmeccanica nell’Italia del 1861 erano 11.177, concentrati per il 38% nel Regno di Sardegna, per il 24% nel Lombardo-Veneto e solo per il 21% nel Regno delle Due Sicilie. La produzione di cotone si concentrava per il 43% nel Regno di Sardegna, per il 34% nel Lombardo-Veneto e solo per il 15% nel Regno delle Due Sicilie. La lavorazione della seta si concentrava per l’88% nell’Italia settentrionale e solo per il 3,3% nel Regno delle Due Sicilie[3]. Gli studi di Angelo Massafra e Domenico Demarco confermano in ultima analisi che il Mezzogiorno era meno sviluppato rispetto al resto d’Italia[4].

Abbastanza risibile è il presunto e decantato primato ferroviario del Regno delle Due Sicilie, costituito dal fatto che la prima ferrovia in Italia fu la Napoli-Portici del 1839. Si trattò a dire il vero di un’infrastruttura isolata e destinata essenzialmente non al servizio pubblico ma alle esigenze della corte borbonica («giocattolo del Re» l’ha definita Ernesto Galli della Loggia). Pochi anni dopo (1844) il Regno di Sardegna intraprese un ben più serio e organico piano ferroviario. Alla vigilia dell’unificazione (1860) il Regno di Sardegna aveva 850 km di strade ferrate, contro 607 del Lombardo-Veneto, 323 del Granducato di Toscana, 132 dello Stato Pontificio e solo 99 del Regno delle Due Sicilie, alla pari con il piccolo ducato di Parma e Piacenza. La rete ferroviaria borbonica si limitava ai soli centri di Napoli, Capua, Caserta, Castellammare di Stabia, Mercato San Severino e Vietri sul Mare. Dopo soli nove anni di unità nazionale, nel 1870, il governo unitario aveva decuplicato la rete ferroviaria meridionale, estendendola al Sannio (Benevento) e attraverso esso al Molise (Termoli), a sua volta collegato con la costa adriatica settentrionale, alla Puglia (Foggia, Candela, Barletta, Taranto, Bari, Brindisi, Lecce, Maglie) e alla Calabria (Rossano, Cariati). Furono inoltre costruite le linee Reggio-Bianconovo in Calabria e Palermo-Lercara, Leonforte-Catania-Messina e Lentini-Catania. Per quanto riguarda la rete stradale, alla vigilia dell’Unità quella del Centro-Nord era stimata approssimativamente in 75.500 km rispetto ai 14.700 km del Regno delle Due Sicilie.

Gli economisti Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (Consiglio Nazionale delle Ricerche) sono giunti alla conclusione che le economie del Nord e del Sud,  per oltre trent’anni dopo l’unificazione, hanno avuto un divario costante stimato in cinque punti percentuali a favore del Nord[5]Nessun fantomatico “trasferimento di ricchezze” dal Sud al Nord e nessuna “sperequazione” avvennero all’indomani dell’unificazione nazionale, che lasciò le cose come stavano. Solo negli anni ’90 del secolo XIX le due economie del Nord e del Sud cominciarono a divergere a vantaggio del Nord a causa della rivoluzione industriale che interessò in particolare il triangolo Torino-Milano-Genova, favorito dalla vicinanza dei mercati e dei rifornimenti di materie prime dell’Europa settentrionale e centrale. La teoria secondo cui il triangolo industriale Torino-Milano-Genova si sarebbe sviluppato economicamente sottraendo risorse al Sud negli anni successivi all’unificazione, oltre a essere confutato dalle ricerche degli economisti sopra nominati, non spiega peraltro come altre regioni come il Veneto o le Marche siano riuscite a svilupparsi economicamente, come testimoniano i dati ISTAT, fino a raggiungere e anche a superare le città del triangolo industriale.

Un ambito nel quale il divario Nord-Sud era particolarmente marcato fu quello dell’istruzione. Nel 1861, il tasso di alfabetizzazione era del 14% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 37% nell’Italia centro-settentrionale. Sempre nel 1861 il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era del 17% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 67% nell’Italia centro-settentrionale. A testimonianza dei forti investimenti nella scuola pubblica effettuati nel Meridione dal Regno d’Italia, dopo 10 anni di unità (1871) il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era raddoppiato nell’ex Regno delle Due Sicilie, salendo al 35%[6]. Un’altra dimostrazione di come l’unificazione, pur non riuscendo a risolvere tutti gli atavici problemi del Sud, segnò comunque un progresso per le popolazioni meridionali.

Il brigantaggio

Nell’Italia meridionale dei secoli XVIII e XIX il brigantaggio era un fenomeno endemico, come ricordò Francesco Saverio Nitti: «Ogni parte d’Europa ha avuto banditi e delinquenti, che in periodi di guerra e di sventura hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge […] ma vi è stato un solo paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire da sempre […] un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odi […] un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo paese è l’Italia del Mezzodì»[7]. Al brigantaggio «si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell’assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento»[8]Il governo del Regno delle Due Sicilie fu costretto ad adottare leggi speciali durissime per la repressione del brigantaggio. Il Decreto di Re Ferdinando I n. 110 del 30 agosto 1821 prevedeva, per la «punizione ed esterminio dei briganti» l’istituzione di quattro corti marziali, la pubblicazione degli elenchi dei banditi che potevano essere uccisi da chiunque dietro pagamento di un premio in denaro e pene draconiane e sommarie per varie fattispecie di reato. Il Decreto di Re Francesco II n. 424 del 24 ottobre 1859 conferiva ai tribunali di guerra delle guarnigioni di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria il potere di processare e condannare secondo le leggi di guerra coloro che si macchiavano dei reati di comitiva armata, resistenza alla forza pubblica, brigantaggio e favoreggiamento al brigantaggio.

I briganti del periodo post-unitario erano dunque in massima parte delinquenti comuni già attivi come tali sotto il precedente governo borbonico, oltre che ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie, renitenti alla leva e persino ex appartenenti all’esercito garibaldino. Le cause politiche e sociali del brigantaggio furono numerose, ma certamente la rivolta fu promossa e finanziata dal governo borbonico in esilio, con il sostegno economico dello Stato Pontificio, delle potenze cattoliche straniere e del banchiere Adolf von Rothschild. Non mancarono le trame di un ambiguo agente di Napoleone III di nome Augustin De Langlois, miranti a destabilizzare il Regno d’Italia appena costituito per collocare sul trono di Napoli un esponente della famiglia Murat. Il brigante più famoso fu senz’altro il lucano Carmine Crocco di Rionero in Vulture, delinquente abituale già condannato dalla giustizia borbonica a 19 anni di detenzione e protagonista di vari voltafaccia tra causa garibaldina e causa borbonica.

Una ricostruzione fuorviante e falsificata del fenomeno del brigantaggio lo ha dipinto quasi come un moto di popolo ferocemente represso dai “piemontesi”, intendendo con questo termine le autorità del neo-costituito Regno d’Italia. In realtà, i briganti vessarono e saccheggiarono le popolazioni civili per sostentarsi e si resero responsabili di numerosi eccidi nei centri abitati del Mezzogiorno che ebbero la sventura di subire le loro scorrerie. Come ha ben evidenziato Alessandro Barberoi funzionari civili, i militari, le Guardie Nazionali e soprattutto i normali cittadini che si contrapposero al brigantaggio non erano certo “piemontesi”, ma salvo rare eccezioni meridionali fedeli al nuovo Stato unitario. La durezza della lotta al brigantaggio non deve tuttavia far dimenticare che i presunti “eccidi” sono riferibili a un numero molto limitato di episodi (quattro per l’esattezza quelli degni di nota: Pontelandolfo e Casalduni, Auletta, Montefalcione, Ruvo del Monte), peraltro sempre consistiti in legittime – e talvolta necessariamente cruente – attività repressive di orrendi crimini, caratterizzati da efferate atrocità e sevizie, commessi dai briganti ai danni di militari o civili.

Il 7 agosto 1861 furono catturate e uccise dai briganti alcune Guardie Nazionali a Pontelandolfo (Benevento). A Casalduni (Benevento) il tenente dell’Esercito Italiano Bracci fu torturato per otto ore, ucciso a colpi di pietra e decapitato. I soldati del suo reparto furono dilaniati a colpi di scure o di mazza, immobilizzati e calpestati vivi da briganti a cavallo e le loro membra appese come trofei per tutto il paese. Il 14 agosto 1861 seguì l’inevitabile repressione da parte dell’Esercito Italiano, che però consistette, contrariamente a fantasiose e non documentate esagerazioni che parlano di centinaia di morti, a soli tredici morti, di cui due in modo accidentale a seguito di incendi sviluppatisi durante la repressione. Il numero di tredici morti, sulla base di documentazione archivistica, è stato stabilito dal ricercatore Davide Fernando Panella e confermato dalla  rivista Frammenti del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio con sede in Campolattaro (Benevento). Si registra l’esecuzione di quarantacinque tra banditi e fiancheggiatori dopo la riconquista da parte del Regio Esercito di Auletta (Salerno) il 30 luglio 1861. In Irpinia, nel settembre 1860, ad Ariano Irpino e Montemiletto, alcuni criminali avevano ucciso e seviziato alcune decine di cittadini delle due località. I responsabili dell’eccidio si diedero alla macchia e dopo alcuni mesi di clandestinità, occuparono il 5 luglio 1861 Montefalcione e l’8 luglio 1861 Montemiletto, dove sterminarono numerose famiglie di cittadini liberali, tra cui numerose donne e bambini. Il 9 luglio 1861 l’Esercito riconquistò Montefalcione, dove persero la vita un centinaio di banditi e fiancheggiatori tra uccisi in combattimento e fucilati. Anche a Ruvo del Monte (Potenza) la repressione da parte del Regio Esercito scaturì dai crimini commessi dai briganti di Carmine Crocco, che il 10 agosto 1861 massacrarono e decapitarono tredici cittadini e stuprarono numerose donne. Anche in questo caso, trenta tra banditi e fiancheggiatori furono giustiziati.

Il 15 agosto 1863 fu approvata la legge n. 1409 (Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette), chiamata legge Pica dal nome del deputato abruzzese che ne fu il promotore. Il suo campo d’applicazione era l’intero Meridione continentale d’Italia (senza quindi la Sicilia), con l’eccezione delle province di Napoli, Reggio Calabria, Bari e “Terra d’Otranto” (comprendente le odierne province di Lecce e Taranto). Secondo lo storico Salvatore Lupo, la pur severa legge Pica del 1863 ebbe il merito di impedire le fucilazioni sommarie dei briganti e offrì a questi ultimi alcune garanzie di diritto penale sostanziale e processuale seppur nel quadro dell’eccezionalità della situazione, prevedendo peraltro l’esecuzione capitale soltanto nei confronti di coloro che opponevano resistenza armata all’arresto. La legge rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865, raggiungendo con efficacia e rapidità gli obiettivi prefissi.

Un episodio poco noto del brigantaggio anti-unitario fu la spedizione legittimista e filo-borbonica guidata dal generale catalano José Borjes nel Meridione d’Italia, sbarcata a Brancaleone in Calabria il 13 settembre 1861 al fine di suscitare una sollevazione contro il Regno d’Italia. La spedizione partì da Malta con la scoperta tolleranza delle autorità britanniche, nonostante le rimostranze delle autorità diplomatiche italiane e con l’incidente diplomatico dell’arresto di due ufficiali della Regia Marina italiana a seguito di un alterco con i redattori di un giornale filo-borbonico pubblicato a Malta. Questo episodio fa giustizia del luogo comune secondo cui la conquista del Regno delle Due Sicilie sarebbe stata favorita dal Regno Unito.

La natura delinquenziale del brigantaggio meridionale è peraltro confermata da Cesare Carletti nel suo libro L’esercito pontificio dal 1860 al 1870 (1904), dove si dà conto dei furti, delle rapine e degli stupri commessi nel Lazio meridionale dalle bande di briganti provenienti dall’ex Regno delle Due Sicilie che, per sfuggire alla repressione dell’Esercito Italiano, varcavano il confine con lo Stato Pontificio, che dovette istituire il corpo speciale degli “Squadriglieri” per reprimerle.

Conclusione

La mistificazione anti-risorgimentale e anti-unitaria, oltre a essere una costruzione piuttosto recente, si dissolve come neve al sole di fronte a una corretta e documentata analisi storica. La denigrazione del periodo più importante della nostra storia nazionale, peraltro, non costituisce certamente un fatto innocente o casuale in un periodo in cui il grande capitale finanziario apolide ha puntato sul superamento degli Stati nazionali e sovrani a favore di organismi sovranazionali controllati dalle élites finanziarie. Non è un caso che, nei venticinque anni successivi al famigerato Trattato di Maastricht, una bassa informazione politico-giornalistica, assolutamente priva di pregio scientifico, abbia tentato di denigrare il processo storico attraverso il quale l’Italia conquistò la sua unità e la sua indipendenza. Gli Italiani del Mezzogiorno devono riscoprire la gloriosa storia del Risorgimento, che tra mille sacrifici ed eroismi ricongiunse i loro avi ai fratelli del Settentrione in una Patria comune. Il modo migliore per riscoprire la sola, autentica e spendibile tradizione politica nazionale, che è quella risorgimentale, consiste nel coltivare la memoria dei grandi patrioti meridionali che con il pensiero e con l’azione parteciparono alla costruzione dello Stato nazionale unitario. Tra loro ricordiamo qui i siciliani Ruggero Settimo, Francesco Bentivegna, Francesco Crispi, Rosolino Pilo e Michele Amari; i calabresi Michele Morelli, Domenico Romeo e Giovanni Nicotera; i lucani Domenico Corrado, Francesco e Giuseppe Venita e Francesco Petruccelli della Gattina; i pugliesi Nicolò Mignogna, Giuseppe Massari, Giuseppe Libertini e Giuseppe Fanelli; i campani Florestano e Guglielmo Pepe, Giuseppe Silvati, Luigi Settembrini, Carlo Pisacane, Carlo Poerio, Giacinto Albini, Francesco De Sanctis, Pasquale Stanislao Mancini, Carlo e Luigi Mezzacapo; gli abruzzesi Gabriele Rossetti, Cesare De Horatiis, Bertrando e Silvio Spaventa; i molisani Leopoldo Pilla e Francesco De Feo. Al loro fianco stanno i 30.000 anonimi e gloriosi volontari meridionali che nel 1860 marciarono vittoriosi dalla Sicilia al Volturno e tutti coloro che prima di loro credettero nell’Italia una e indipendente.

Luca Cancelliere

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Note

[1] Cfr. S. ColletA Unified Italy? The Investor Scepticism, 2012.

[2] L. Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria, Torino 19592, p. 274.

[3] Cfr. A. Caprarica, C’era una volta in Italia, Milano 2010.

[4] Cfr. A. Massafra (a cura di), Il Mezzogiorno preunitario: economia, società e istituzioni, Bari 1988; D. Demarco, Il crollo delle Regno delle Due Sicilie. La struttura sociale (1960), Napoli 2000.

[5] Cfr. V. Daniele – P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia (1861-2011), Soveria Mannelli 2011.

[6] Cfr. E. Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna 2013.

[7] F. S. Nitti, Eroi e briganti (1899), Venosa 1987, p. 9.

[8] A. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna 2008, p. 222.

Speciale Risorgimento: la spedizione dei Mille e le bufale antitaliane (parte II)

Risorgimento


Roma, 25 gen – Seconda puntata di questo speciale dedicato al Risorgimento e alla critica delle teorie anti-italiane. 



La spedizione dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie
La prima e più nota accusa riguardante la spedizione dei Mille consiste nel presunto appoggio britannico. Come tuttavia ha ricordato la storica irlandese Lucy Riall: «Non vi è alcuna prova che il governo della Gran Bretagna avesse cospirato con Garibaldi per rovesciare la monarchia borbonica»[1]. Nella seduta parlamentare del 21 maggio 1860, il Ministro degli Esteri Lord Russell chiarì che la presenza dei due vascelli inglesi Argus e Intrepid a Marsala tre ore prima della comparsa delle navi garibaldine Piemonte e Lombardo il 12 maggio 1860 (noto “cavallo di battaglia” dagli scrittori revisionisti) era stata ordinata dalla Royal Navy per corrispondere alle richieste di protezione provenienti dai numerosi sudditi britannici aventi magazzini e attività commerciali a Marsala – ciò è assolutamente verosimile e corrispondente alla normale prassi delle relazioni internazionali in casi analoghi. Lo storico inglese George Macaulay Trevelyan conferma che le due navi britanniche non presero alcuna iniziativa in favore di Garibaldi né avrebbero potuto farlo, poiché perché avevano le caldaie spente ed erano ormeggiate al largo, con i loro comandanti a terra assieme a parte dell’equipaggio. La stretta neutralità britannica è confermata anche dal fatto che durante l’assedio di Palermo Giuseppe Garibaldi, rimasto quasi privo di munizioni, ricevette un diniego alla richiesta di polvere da sparo formulata ai comandanti delle navi britanniche ormeggiate al largo della costa.
Sulla presunta influenza britannica sul Risorgimento nazionale e in particolare sulla conquista del Sud devono essere formulate due obiezioni, la prima metodologica e la seconda di merito. L’obiezione metodologica è che la storia delle relazioni internazionali insegna che un processo di liberazione nazionale, sia esso condotto da un movimento rivoluzionario (come in Grecia nel 1821) o da una piccola potenza (come il Regno di Sardegna nel Risorgimento), deve necessariamente inserirsi nel gioco diplomatico delle grandi potenze. Questo fecero Cavour e i suoi successori interagendo ora con l’una, ora con l’altra potenza dell’epoca, in continuità con la tradizionale diplomazia sabauda dei secoli precedenti. L’obiezione di merito è che il Regno Unito, tra le potenze europee dell’epoca, ha dato un contributo all’unificazione italiana sicuramente inferiore, tanto per fare un esempio, alla Francia (alleata militare dell’Italia nella Seconda Guerra d’Indipendenza del 1859) e alla Prussia (alleata militare dell’Italia nella Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 e alleata de facto nel 1870). L’atteggiamento delle potenze straniere verso le aspirazioni italiane è stato inoltre molto variabile durante il Risorgimento. Basti pensare alla Francia, che nella Prima Guerra d’Indipendenza (1848-1849) ha condotto una spedizione contro la Repubblica Romana, durante la Seconda Guerra d’Indipendenza (1859) è stata alleata militare del Regno di Sardegna, per poi essere sostanzialmente ostile al movimento nazionale italiano, come si vedrà dopo, a partire dalla spedizione dei Mille (1860) e fino alla Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 (passando per Aspromonte e Mentana).  Il Regno Unito osteggiò decisamente la guerra franco-sarda contro l’Austria nel 1859, tanto che la Regina Vittoria scrisse il 9 dicembre 1858 al Ministro degli Esteri Malmesbury: «Tutto ciò che si può fare per distogliere il pensiero dell’Imperatore da un simile disegno, dovrebbe essere fatto». Successivamente, nel 1861 il Regno Unito agevolò da Malta la partenza della spedizione filo-borbonica e legittimista di Borjes nell’Italia meridionale, nonostante le rimostranze italiane. La Russia mantenne invece una posizione favorevole al Regno di Sardegna e poi al Regno d’Italia, a partire dalla proposta del 18 marzo 1859 di una conferenza internazionale per risolvere la questione italiana. Della Prussia si è già detto. La Realpolitik procede in modo completamente diverso dalle fantasiose ricostruzioni dei complottisti.
Un’analisi organica della spedizione garibaldina in Sicilia porta alla conclusione che ridurre la medesima alla sola “spedizione dei Mille” (in realtà 1089), partiti da Quarto (Genova) il 5 maggio 1860 e sbarcati a Marsala il 12 maggio 1860, è assai riduttiva. La rivoluzione in Sicilia era stata accuratamente preparata dai mazziniani Francesco Crispi e Rosolino Pilo. Il 4 aprile 1860 si era avuto il prologo della “rivolta della Gancia” a Palermo. Nello stesso mese vi erano state insurrezioni a Bagheria, Misilmeri, Capaci, Carini (epicentro della rivolta) e Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi). Nelle campagne numerose bande di “picciotti” erano in armi e pronte a intervenire a seguito dello sbarco garibaldino. Inoltre dal 24 maggio al 3 settembre 1860 arrivarono in Sicilia ben 40 spedizioni navali provenienti dai porti di Genova e Livorno, che sbarcarono circa 20.000 volontari garibaldini. A questi si aggiunsero, nel corso della spedizione, quasi 30.000 insorti reclutati in Sicilia e, dopo che l’insurrezione lucana del 18 agosto 1860 consentì ai garibaldini il passaggio dello stretto di Messina (Melito di Porto Salvo, 19 agosto 1860), nel Mezzogiorno continentale. Alla vigilia della battaglia del Volturno l’esercito garibaldino, secondo Trevelyan, contava 50.000 uomini di cui 7.000 presidiavano la Sicilia, mentre gli altri 43.000 per metà presidiavano i territori appena conquistati e per metà si apprestavano a fronteggiare i borbonici nella battaglia finale del Volturno (26 settembre – 2 ottobre 1860).
L’altro “cavallo di battaglia” degli scrittori revisionisti è il presunto tradimento degli ufficiali del Regno delle Due Sicilie di fronte ai Mille. A riguardo è appena il caso di rammentare che, ammesso e non concesso che tale tradimento possa essere concretamente dimostrato (Angela Pellicciari e Gigi Di Fiore hanno potuto formulare solo illazioni prive di riscontri documentali), esso sarebbe semmai un’ulteriore dimostrazione dello stato di totale disfacimento e corruzione dell’amministrazione borbonica, elementi che sicuramente hanno rivestito un ruolo nella fine dell’ormai decrepito Regno delle Due Sicilie.
Secondo un’altra accusa revisionista, l’ingresso dei garibaldini a Napoli sarebbe stato favorito dalla camorra. Dopo la Restaurazione (1815), la debolezza del regime borbonico costrinse il Ministro di Polizia Francesco Saverio Del Carretto ad appoggiarsi alla criminalità organizzata, nella quale furono reclutati gli appartenenti alla setta reazionaria dei “Calderari”. Come ricorda Marc Monnier, la camorra «formava una specie di polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che occupavasi soltanto dei delitti politici»[2]Francesco Barbagallo ricorda che anche dopo il 1848 «la polizia borbonica, nella tutela dell’ordine pubblico, non mancò di servirsi dell’organizzazione camorristica»[3]Salvatore Lupo ricorda il patto intercorso tra la mafia e Salvatore Maniscalco, capo della polizia borbonica in Sicilia dal 1849 al 1860[4]. Lo stesso scrittore revisionista Gigi Di Fiore ammette che «sotto i Borboni la camorra era un’organizzazione tollerata in piena luce e richiesta di servigi non infrequenti. Ai tempi del cardinale Ruffo era lo stato maggiore delle orde reazionarie. Ai tempi del Del Carretto, capo della polizia, era l’alleato politico e poliziesco del governo. Là dove la sagacia dei commissarii e il braccio rude dei feroci non riusciva a colpire, riusciva la camorra» (1993). È peraltro ben nota l’accusa di William Gladstone contro il sistema giudiziario e penale borbonico: «Non descrivo severità accidentali, ma la violazione incessante, sistematica, premeditata delle leggi umane e divine; la persecuzione della virtù, quand’è congiunta a intelligenza, la profanazione della religione, la violazione di ogni morale, sospinte da paure e vendette, la prostituzione della magistratura per condannare uomini i più virtuosi ed elevati e intelligenti e distinti e culti; un vile selvaggio sistema di torture fisiche e morali. Effetto di tutto questo è il rovesciamento di ogni idea sociale, è la negazione di Dio eretta a sistema di governo». Nelle sue Memorie Giuseppe Garibaldi scrisse: «Dopo la ritirata di Francesco II il 6 settembre, e quella dell’esercito Borbonico da Napoli, la fiducia principale dei Sanfedisti, nella capitale, fondavasi sulla camorra». Ammissioni in tal senso da parte borbonica si rinvengono ad esempio nella lettera di Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa e fratello del Re Ferdinando II di Borbone, scritta da Parigi alla madre il 16 febbraio 1848: «Carissima mamma (…) Il nome di Borboni, grazie alle inutili e barbare esecuzioni e grazie all’eccidio di tante centinaia di vittime sacrificate ad un principio che non è certo quello del bene dell’umanità, risveglia un’idea di orrore in tutti, siano italiani siano esteri».
Del resto, se lo stesso Liborio Romano, prefetto di polizia borbonico di Napoli, era un personaggio ambiguo, certo di questo dev’essere rimproverato Francesco II  che gli conferì tale incarico in tempo di pace, non chi ve lo trovò in tempo di guerra e pragmaticamente lo utilizzò per assicurare un ordinato passaggio di consegne una situazione di straordinaria necessità e urgenza. Del resto, è cosa nota che il capo della camorra napoletana Salvatore De Crescenzo fu arrestato nel 1862 e dopo di lui altri mille camorristi furono arrestati tra il 1863 e il 1864.
Un’ulteriore critica relativa alle modalità di annessione delle province meridionali è quella espressa a suo tempo da Antonio Gramsci, secondo cui la conquista del Sud sarebbe stata viziata dalla mancata riforma agraria attesa dalle popolazioni contadine. Detta interpretazione è stata organicamente confutata dallo storico Rosario Romeo. La prima obiezione alla teoria di Gramsci è metodologica. Gramsci sarebbe caduto in un anacronismo, attribuendo aspirazioni di tipo socialista e marxista ai contadini siciliani di metà Ottocento. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, inoltre, una rivoluzione contadina avrebbe provocato l’intervento delle grandi potenze. Dal punto di vista prettamente economico, infine, la formazione di una piccola proprietà contadina, priva di risorse e competenze tecniche, avrebbe inibito lo sviluppo capitalistico delle aziende agrarie e l’accumulazione originaria del capitale necessaria al progresso economico.
Legata alla questione agraria in Sicilia è la jacquerie contadina di Bronte dell’agosto 1860. È questo un cavallo di battaglia tanto della storiografia marxista che della polemica revisionista anti-unitaria, a riguardo del quale è stata esercitato quel rovesciamento della verità tipico di certa falsificatrice propaganda pseudo-storica. Nel corso della rivolta furono bruciate decine di case, il teatro civico e la casa comunale. Furono massacrate sedici persone appartenenti a famiglie di proprietari terrieri, incluse donne e bambini. Seguì l’intervento dei reparti garibaldini guidati da Nino Bixio e, dopo sommario processo, l’inevitabile condanna ed esecuzione dei cinque responsabili. Con un’evidente manipolazione della realtà, tuttavia, quando si parla di “eccidio” di Bronte non ci si riferisce alla strage dei sedici cittadini di Bronte, ma all’esecuzione capitale dei responsabili dell’efferata strage.
Un cenno infine alla presunta vicenda del “Lager dei Savoia” di Fenestrelle in Piemonte, dove secondo la propaganda anti-risorgimentale sarebbero morti di stenti addirittura 8.000 prigionieri dell’esercito delle Due Sicilie ivi deportati dopo la resa del novembre 1860, i cui cadaveri sarebbero stati gettati nella calce viva. Di tali fatti, semplicemente, non esiste traccia nella pubblicistica ottocentesca di parte sia risorgimentale che legittimistaAlessandro Barbero ha ricostruito minuziosamente la vicenda dei prigionieri borbonici[5]. La stragrande maggioranza dei militari borbonici (60.000 uomini) fu arruolata nelle forze armate del Regno d’Italia. I prigionieri reclusi a Fenestrelle erano solo 1168, di cui solo quattro morirono durante la detenzione. Gli altri ebbero varie vicende dopo la liberazione, rientrando a casa o venendo arruolati nell’esercito del Regno d’Italia. (Continua)
Luca Cancelliere
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Note
[1] L. Riall, Il Sud e i conflitti sociali, in L’Unificazione, Treccani, Roma 2011.
[2] M. Monnier, La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, Firenze 18633, p. 84.
[3] F. Barbagallo, Storia della camorra, Roma-Bari 2010, p. 12.
[4] Cfr. S. Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Roma 1993.
[5] Cfr. A. Barbero, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, Roma-Bari 2012.

martedì 24 gennaio 2017

Speciale Risorgimento: quando banchieri e inglesi facevano affari con i Borbone (parte I) Aggiunto da Redazione il 24 gennaio 2017.

Roma, 24 gen  Quella che segue è la prima di tre parti di un contributo fondamentale del nostro collaboratore Luca Cancelliere sulla storia del Risorgimento. In questo articolo vengono decisamente e rigorosamente confutate le teorie complottiste filo-borboniche e anti-risorgimentali che, fondandosi spesso su illazioni e falsi storici, mirano a rimettere in discussione l’unità politica e morale della nostra nazione, conquistata dai patrioti italiani lungo l’arco di molti decenni con alto tributo di sangue. (IPN)
Risorgimento

Introduzione

Negli ultimi 25 anni, il cosiddetto “revisionismo del Risorgimento”, con particolare riguardo alla conquista garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie, da tema relegato all’ambiente intellettuale (o presunto tale) è stato oggetto di ampio dibattito nella cultura popolare. Il dibattito pubblico sull’argomento, contrariamente a quanto si crede, risale ai primi anni dell’Unità. La questione meridionale fu dibattuta sin dagli anni ’60 del secolo XIX dalla classe politica e intellettuale del tempo e il Parlamento del Regno dedicò alla questione anche numerose commissioni d’inchiesta. Meridionalisti come Pasquale Villari, Leopoldo Franchetti, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, con toni e argomenti di ben altro livello rispetto agli odierni denigratori del Risorgimento e soprattutto senza mettere in discussione il risultato storico dello Stato unitario, esaminarono gli aspetti più controversi dell’unificazione nazionale.
Il fascismo storico esaltò con ogni mezzo e in ogni ambito il Risorgimento, senza concessione alcuna alle tesi revisioniste: lo attestano la filatelia, l’odonomastica, le intitolazioni di istituzioni e beni civili e militari, i libri di testo delle scuole di ogni ordine e grado, la letteratura accademica, la cinematografia, i discorsi e i documenti ufficiali del Regime e in particolare del Duce e dei massimi gerarchi. Nel secondo dopoguerra il revisionismo del Risorgimento si affacciò in ambito accademico nel solco del meridionalismo pre-fascista e in particolare dell’insegnamento marxista di tipo gramsciano.
A livello popolare e di cultura di massa, praticamente fino agli anni ’90 del Novecento il revisionismo anti-risorgimentale, anti-sabaudo e filo-borbonico era sconosciuto nell’Italia meridionale. Una conferma viene dal fatto che nel secondo dopoguerra la Monarchia e Casa Savoia godevano di una grande popolarità nel Mezzogiorno. Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946 tutte le 12 circoscrizioni elettorali meridionali e insulari (sulle 31 totali) garantirono alla Monarchia maggioranze molto superiori al 51%: Napoli 78,9%, Lecce 75,3%, Salerno 72,9%, Benevento 69,9%, Catania 68,2%, Bari 61,5%, Palermo 61%, Cagliari 60,9%, Catanzaro 60,3%, Potenza 59,4%, L’Aquila 53,2%, Roma 51%.
Dalla seconda metà degli anni ’40 alla fine degli anni ’60 i partiti di ispirazione monarchica (Partito Nazionale Monarchico, 1946-1959; Partito Monarchico Popolare, 1954-1959; Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, 1959-1972) raccolsero risultati elettorali considerevoli in tutto il Mezzogiorno. Nelle elezioni politiche del 1953, il Partito Nazionale Monarchico raccolse alla Camera dei Deputati il 7,7% in Abruzzo, il 9,61% in Molise, il 21,46% nella Circoscrizione Napoli-Caserta, il 22,21% nella Circoscrizione Benevento-Avellino-Salerno, il 10,36% in Basilicata, il 16,28% nella Circoscrizione Bari-Foggia, il 14,41% nella Circoscrizione Brindisi-Lecce-Taranto, l’8,82% in Calabria, il 10,51% in Sicilia Occidentale, il 12,57% in Sicilia Orientale. Questo senza tenere conto che tutti gli altri partiti dell’epoca, dal Pci al Msi, pur con diverse sfumature, erano tutti convintamente risorgimentalistianche se anti-monarchici e di ispirazione repubblicana.
A partire dagli anni ’50, tuttavia, in alcuni ristretti circoli intellettuali cominciò a diffondersi un tipo del tutto nuovo di critica anti-risorgimentale, che attingeva per la prima volta alla polemica legittimista, cattolica integralista e reazionaria del secolo precedente, mettendo in discussione anche la legittimità dello Stato unitario. Si pensi ai romanzi di Carlo Alianello (L’Alfiere, scritto nel 1942 ma censurato dal regime fascista e diffusosi solo nel dopoguerra, e L’eredità della priora del 1963), che furono entrambi oggetto di una trasposizione televisiva da parte della Rai. Il maggiore contributo divulgativo anti-risorgimentale fu dato dallo scrittore marxista (già dirigente del Psiup) Nicola Zitara con il libello L’Unità d’Italia: nascita di una colonia (1971). È però solo a partire dalla fine degli anni ’90 del Novecento che si sono diffusi numerosi libelli divulgativi di scarso valore scientifico e di ancor minore obiettività, in massima parte scritti da giornalisti. A parte i famigerati libelli di Pino Aprile, si ricordino in questa sede: Maledetti Savoia (1998) e Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento italiano (2003) di Lorenzo Del Boca1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato (1998), I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli (2004) e Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento (2007) di Gigi Di FioreRisorgimento da riscrivere (2007) di Angela PellicciariI lager dei Savoia. Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali (1999) di Fulvio Izzo. Di seguito si esamineranno analiticamente le argomentazioni del revisionismo anti-risorgimentale con riferimento alla conquista garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie.

La politica interna e internazionale del Regno delle Due Sicilie

Risorgimento
L’incoronazione di Carlo II dei Borboni di Spagna come Re di Napoli (10 maggio 1734) e rex utriusque Siciliae a Palermo (3 luglio 1735) inaugurò una fase positiva per il Meridione d’Italia. Il primo Re Borbone di Napoli (1734-1759) lasciò il trono per quello di Madrid rimasto vacante. Durante la prima parte del regno del figlio Ferdinando IV (1759-1816; Re delle Due Sicilie dal 1816 al 1825) a partire dalle illuminate riforme in campo legislativo, economico ed ecclesiastico promosse dal Primo Ministro Bernardo Tanucci dal 1754 al 1774, Napoli conobbe un indubbio progresso, diventando anche un importante centro culturale grazie a intellettuali riformisti come l’economista Antonio Genovesi,  i giuristi Gaetano Filangieri e Mario Pagano, il filosofo Vincenzo Cuoco e il letterato Francesco LomonacoLa Rivoluzione Francese prima e la Repubblica Partenopea (1799) poi, tuttavia, indussero i Borboni ad abbandonare la politica riformista per abbracciare posizioni sempre più reazionarie. Durante il brevissimo periodo della Repubblica Partenopea (22 gennaio – 13 giugno 1799) e nella più lunga fase in cui Napoli, transitata nell’orbita francese, fu governata da Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi (1806-1815), la continuità dinastica dei Borboni fu salvaguardata grazie alla fuga della casa regnante a Palermo e alla protezione militare accordata dalla Marina Britannica. L’ammiraglio britannico Horace Nelson fu insignito del titolo di duca di Bronte nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie, con una donazione significativa di terreni. Durante il protettorato di Sir William Bentinck (1811-1815), imprenditori britannici come i Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse avevano impiantato in Sicilia numerose aziende soprattutto nel campo della estrazione e commercializzazione dello zolfo e della viticoltura. I Siciliani, gelosi della propria autonomia, non vedevano di buon occhio la dinastia borbonica e nel 1812 Ferdinando I fu costretto a concedere una Costituzione per il Regno di Sicilia. È opportuno dunque ricordare che il Regno Unito, cui infondatamente si attribuisce una qualche influenza nel crollo della dinastia borbonica, fu in realtà la potenza grazie alla quale quest’ultima poté sopravvivere alla tempesta rivoluzionaria e riproporsi sul trono di Napoli nell’Europa della Restaurazione.
Dopo l’unificazione dei Regni di Napoli e Sicilia nella nuova entità statuale denominata Regno delle Due Sicilie (8 dicembre 1816), venuta meno l’autonomia dell’isola, la Costituzione siciliana del 1812 fu revocata, dando vita a un insanabile conflitto tra dinastia borbonica e classe dirigente siciliana che durò fino al 1860. L’egemonia britannica veniva confermata dal trattato del 26 settembre 1816 tra il Regno delle Due Sicilie e il Regno Unito, con il quale si concedeva a quest’ultimo lo status di «nazione più favorita». Un parziale tentativo di affrancarsi dall’egemonia britannica avvenne per il Regno delle Due Sicilie con la “guerra dello zolfo” (1838-1840), una controversia commerciale durante la quale Ferdinando II di Borbone esperì un tentativo di trasferire le concessioni per l’estrazione e l’esportazione del minerale alla francese “Taix & Aycard”. A seguito della decisa presa di posizione britannica, Ferdinando II dovette però recedere dal suo proposito.
Risorgimento
Per quanto riguarda la politica interna, il dissenso nei confronti del nuovo Stato fu particolarmente marcato in Sicilia a seguito della soppressione dell’autonomia del Regno, del trasferimento della capitale a Napoli e dell’abrogazione della Costituzione del 1812. Nel Mezzogiorno continentale, gli antichi sostenitori della Repubblica Partenopea e soprattutto di Gioacchino Murat manifestavano insofferenza verso la restaurazione borbonica e non tardarono a organizzarsi in seno alla Carboneria, che insieme ad altre associazioni segrete ebbe grande diffusione nel Regno. Non è questa la sede per descrivere nel dettaglio la lunga serie delle rivolte che per quarant’anni si susseguirono contro il governo borbonico. Il 15 giugno 1820 insorse la Sicilia, il 1° luglio 1820 i reparti militari insorti guidati dagli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati marciarono da Avellino a Napoli costringendo il Re a concedere la Costituzione. Una spedizione contro-rivoluzionaria fu decisa dalle potenze della Santa Alleanza a Troppau e Lubiana con il finanziamento della Banca Rothschildche sin dai tempi della coalizione anti-napoleonica era la Banca di riferimento della Casa d’Austria. Nel 1822 l’Imperatore Francesco I, per i meriti acquisiti, investì del titolo ereditario di barone Salomon Mayer Rothschild, primo ebreo che entrò a far parte della nobiltà austriaca. Nel marzo 1821 l’esercito asburgico, dopo aver sconfitto i patrioti napoletani ad Antrodoco (Rieti), occupò Napoli, con l’inevitabile seguito di condanne a morte e a lunghi periodi di detenzione. A seguito di questo evento i Rothschild diventarono i padroni delle finanze del Regno delle Due SicilieCarl von Rothschild fu inviato a Napoli per costituire la filiale napoletana della Banca Rothschild di Francoforte sul Meno. Gli stretti legami tra Carl von Rothschild e il Ministero delle Finanze borbonico retto da Luigi de’ Medici di Ottajano resero la Banca Rothschild l’istituto di credito dominante a NapoliLa fine della filiale della Banca Rothschild a Napoli fu provocata dall’arrivo di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860Adolf von Rothschild seguì Francesco II delle Due Sicilie prima a Gaeta e poi nell’esilio, finanziando il brigantaggio anti-unitario fino al 1863.
I moti del 1820-1821 furono seguiti da più limitati, ma numerosi tentativi insurrezionali, tra i quali spiccano quelli del Cilento (1828) e della Calabria (1844 e 1847). Ma fu nel 1848 che insorsero di nuovo la Sicilia (1° gennaio) e Napoli. Il 24 febbraio 1848 Ferdinando II fu costretto a concedere la Costituzione e inviare le truppe nella pianura padana per partecipare alla guerra guidata da Carlo Alberto di Savoia contro l’Austria. Ma appena possibile Ferdinando II fece spergiuro sciogliendo la Camera appena eletta e richiamando il corpo di spedizione di 11.000 uomini guidato da Guglielmo Pepe nella valle del Po. Ferdinando II di Borbone riconquistò la Sicilia per mezzo del Generale Carlo Filangieri, sciogliendo il Parlamento di Palermo. La pagina più tragica della riconquista della Sicilia fu l’assedio e il bombardamento della città di Messina. La città fu distrutta e abbandonata alla vendetta dei vincitori, supportati anche da delinquenti comuni inviati appositamente dal Re[1]Salvatore La Farina narra che «li Svizzeri ed i Napolitani non marciavano che preceduti dalli incendii, seguìti dalle rapine, da’ saccheggi, dalli assassinamenti, dalli stupri […]. Donne violate nelle chiese, ove speravano sicurezza, e poi trucidate, sacerdoti ammazzati sulli altari, fanciulle tagliate a pezzi, vecchi ed infermi sgozzati ne’ proprii letti, famiglie intere gittate dalle finestre o arse dentro le proprie case, i Monti di prestito saccheggiati, i vasi sacri involati»[2].
La dura repressione borbonica dell’estate del 1849 contro un governo provvisorio ormai instabile decretava la fine dell’esperienza rivoluzionaria del 1848-1849 e l’ulteriore allargamento del preesistente divario tra la classe politica siciliana e quella napoletana. Il 15 dicembre 1849 venne imposto all’isola un debito pubblico di 20 milioni di ducati e il capo della polizia borbonica in Sicilia, Salvatore Maniscalco, dovette affidarsi alla criminalità organizzata per controllare un ordine pubblico ormai difficilmente gestibile in un’isola che rifiutava categoricamente il governo borbonico. Il tracollo borbonico nella Sicilia del 1860 di fronte all’avanzata garibaldina è perfettamente comprensibile alla luce del profondo risentimento maturato nei Siciliani contro la dinastia regnante in 44 anni di storia del Regno delle Due Sicilie. (Continua).
Luca Cancelliere
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Note
[1] Cfr. C. Gemelli, Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49, Bologna 1867.
[2] S. La Farina, Storia della rivoluzione siciliana e delle sue relazioni coi governi italiani e stranieri, Milano 1860, pp. 356-357.

domenica 14 agosto 2016

I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente impiegati come argomenti contro il Risorgimento e l’Unità d’Italia, anche da pubblicisti e giornalisti che hanno parlato di molte centinaia di morti per mano dei bersaglieri.
In realtà, la documentazione archivistica ricostruisce un quadro assai lontano. Esistono studi di storia locale che hanno esaminato analiticamente le vicende suddette. Si può ricordare anzitutto il saggio “Storia dei fatti di Pontelandolfo”, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni, 
Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio “L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861”, Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.).
Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime.

Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti.
La documentazione degli archivi contrasta nettamente con quanto sostiene, fra gli altri, il signor Luigi Di Fiore nel suo ultimo libro, “La nazione napoletana”. Costui sostiene, servendosi dello suo stile che lo accomuna ad altri autori della sua medesima corrente, che a Pontelandolfo vi sarebbe stato: 
«Un eccidio spaventoso e violento, con 164 morti dichiarati, tutti civili di ogni sesso ed età. Tanti corpi non furono mai censiti, perche rimasti sotto le case bruciate. Il paese fu infatti completamente raso al suolo, fatta eccezione per tre case di riconosciuti liberali. Un episodio che ricorda i massacri delle giubbe blu americane nei villaggi di pellerossa. Gli stupri, le fucilazioni, i furti dei soldati non si contarono.»
A prescindere dall’inverosimile paragone fra episodi delle “guerre indiane” nell’Ovest americano e la campagna contro il brigantaggio in Italia meridionale, i morti accertati non risultano 164, ma 13, secondo quanto può asserire Panella sulla base dell’archivio locale.

Inoltre il paese non fu affatto raso al suolo per intero tranne tre case, come dimostrano già solo gli edifici risalenti al Medioevo od all’era moderna che tutt’ora esistono, fra cui l’archivio parrocchiale vulnerabilissimo agli incendi per il suo contenuto. Infatti, una volta partiti i soldati, gli abitanti allontanatasi ritornarono in paese e riuscirono a spegnere la maggioranza degli incendi appiccati. Il paese subì danni materiali, ma non fu cancellato, tanto che il censimento del 1861 gli attribuiva 4375 abitanti, saliti a 5079 nel 1871.
Restando a Di Fiore, egli giunge a citare, nel tentativo di supportare l’idea di un eccidio di grandi dimensioni, quel che scrive Gabriele Palladino, presentato come “funzionario e addetto stampa del comune di Pontelandolfo.
”Questo impiegato comunale aveva parlato “di una cripta nella chiesa dell’Annunziata in paese, oggi sconsacrata e diventata tempio dell’Annunziata, dove vennero ritrovati migliaia di resti umani. Ricorda Palladino: «Intorno agli anni ’80 del secolo scorso, e io ero presente a quelle operazioni, fu scoperta una sorta di montagna di ossa, di teschi.»

La chiesa dell’Annunziata esisteva già nel 1525, prima data in cui viene attestata la sua esistenza che era però certamente anteriore. Accanto ad essa esisteva l’ospedale ossia il lazzaretto. Lo storico locale Daniele Perugini afferma che, secondo l’uso diffuso in tutta Europa prima del secolo XVIII, all’interno della chiesa erano seppelliti i defunti, nella fattispecie quelli delle molte pestilenze che colpirono la città nei secoli. Sono pertanto questi i corpi che erano stati ritrovati alla fine del secolo XIX in una chiesa che era stata impiegata per almeno trecento anni, dal Cinquecento al Settecento, quale luogo di sepoltura.

Un altro caso di imprecisione storica su Pontelandolfo è stato riferito dal Panella durante un convegno dedicato al tema “Il brigantaggio nell’Alto Tammaro”, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo “Terroni”, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata, prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione.
Appare evidente da questi cinque semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati; i 13 morti accertati diventano 164 ed oltre; una cripta usata come cimitero per secoli e secoli è considerata quale luogo di sepoltura delle sole vittime della rappresaglia; Pontelandolfo è descritto quale un paese raso al suolo, mentre invece ha continuato ad esistere ed ad essere abitato senza soluzione di continuità, pur avendo subito danni dagli incendi.


domenica 17 luglio 2016

“L’amor di patria” in Gaetano Filangieri

Gaetano Filangieri trattò in un apposito capitolo della "Scienza della Legislazione" il tema "Dell'amor della patria e della sua necessaria dipendenza dalla sapienza delle leggi e del governo".
Secondo  Vincenzo Ferrone, l'illuminista napoletano intendeva esporre con massima chiarezza un concetto  che si prestava ad essere considerato riduttivo e fuorviante per una società moderna da costruire.



"Non confondiamo le idee le più distinte tra loro. – scriveva Filangieri - Non abusiamo del sacro nome della patria per indicare quell'affezione al suolo natìo ch'è un appendice de' mali stessi delle civili unioni e che si può ritrovare così nella più corrotta, come nella più perfetta società".

L'amor di patria, dunque,  non poteva definirsi  con un semplice  riandare con la mente ai ricordi dell'infanzia, alla "culla", ad una primordiale appartenenza etnica. L'illuminismo apportava un amor di patria- nazione come amore delle virtù in una società repubblicana con il dovuto rispetto delle  sue leggi civili. Pertanto, secondo il Filangieri,  l’autentico amore per la nazione napoletana era fatto di ragione e volontà. Dovevano essere le virtù, i valori repubblicani a caratterizzare l'amore autentico per la nazione napoletana in quel Primo Settecento, un amore che doveva superare "l'amore di potere", insito purtroppo, sempre e naturalmente, in ogni società, e introdurre un amore nuovo nelle coscienze del popolo napoletano.
"Vi si deve introdurre, deve essere prima destato e poi adoperato". Così il Filangieri mostrava quanto quel  percorso richiedessero una graduale e necessaria evoluzione ai tempi nuovi affinchè potesse essere sentiro profondamente l’amor di patria.

Vincenzo Ferrone scrive che "il filosofo napoletano aveva subito colto la funzione politica e istituzionale che l'opinione pubblica stava assumendo come possibile forma di espressione della sovranità popolare nei confronti del dispotismo", che si nutriva dell'assenza di un autentico amor di patria incentrato sulle virtù e sui valori politici e civili condivisi. Inoltre, Gaetano Filangieri evidenziava quanto fosse deleterio accomunare uomini virtuosi e uomini corrotti entrambi appartenenti ad un’unica comunità in base ad un'errata concezione dell'amor di patria. 
L'amor di patria doveva esprimersi in un  rispetto virtuoso del nuovo sistema legislativo, che egli proponeva e diffondeva, che additava non solo alla nazione  napoletana ma al mondo intero.
Filangieri delineava un quadro  generale a cui avrebbero dovuto  attenersi la Nazione Napoletana e l’intero territorio meridionale per realizzare quel legame vero e sincero: diffusione della proprietà, abolizione delle differenze di status sociale; una istituzione di truppe civili al posto delle mercenarie, l’equa ripartizione delle ricchezze per il raggiungimento della  felicità, una giusta legislazione criminale, un piano d’istruzione pubblica, presupposto fondamentale per ampliare e fortificare i vincoli dell’unione civile della Nazione, eguale partecipazione al potere di tutti i cittadini, potere inteso come “amore della patria” e uomini virtuosi per l’attuazione della legislazione.
All'interrogativo su come diffondere tra il popolo l'amore per la patria e le sue leggi, su come affermare la passione dei cittadini per le virtù civiche, ossia su come superare la lunga stagione dell'antico regime e forgiare il nuovo cittadino, Filangieri esplicitò il ricorso agli insegnamenti e agli esempi dei grandi uomini della civiltà classica repubblicana greca e romana.
Il filosofo napoletano poneva le basi di quella che sarebbe stata la moderna cultura repubblicana, in opposizione a quell'antico regime che - come scrive testualmente Vincenzo Ferrone - " aveva smarrito i valori delle virtù civiche, dell'interesse collettivo a favore degli egoismi economici individuali", per cui egli riteneva che al più presto "occorresse ridare uno spazio adeguato al culto repubblicano degli eroi che si erano sacrificati per la collettività". Necessitava, secondo il filosofo napoletano,  nel secolo XVIII, rivisitare e aggiornare quanto, in termini di virtù e valori ideali civili, era stato elaborato dai grandi uomini nel passato repubblicano di Atene, Sparta e Roma, alla luce dei diritti dell’uomo moderno, di una rinnovata  passione politica e civile.
Il  Filangieri credeva nella funzione politica, civile e pedagogica del teatro, come scuola di virtù e sollecitava, pertanto, l’istituzione di teatri popolari a spese dello Stato in maniera da  garantire spettacoli a tutti i  cittadini, anche a quelli che vivevano come “ lazzari”, i primi che necessitavano di “una nuova religione civile che doveva predicare la pratica della virtù tra il popolo”.
A tal fine ricordava come ad Atene i cittadini stessi fossero attori.
Il Filangieri additava, pertanto, un nuovo concetto di “amor di patria” mirato a quella felicità dei popoli, quel sostantivo che sarebbe stato primariamente recepito nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America il 4 luglio 1776.



Bibliografia:
Vincenzo Ferrone, La società equa e giusta. Repubblicanesimo e diritti dell’uomo,  in Gaetano Filangieri,  Bari, 2003
Elena Croce,  La Patria Napoletana, Milano, 1999

domenica 10 luglio 2016

Mistificazioni neoborboniche


di Marco Vigna

L’ultimo libro di Gigi Di Fiore, intitolato “La nazione napoletana”, è un omaggio alla galassia dei neoborbonici, di cui egli cita tutto il pantheon: i due capostipiti Carlo Alianello e Nicola Zitara, il presidente del movimento neoborbonico Gennaro De Crescenzo, l’immancabile Pino Aprile, il marittimo in pensione Antonio Ciano autore de “I Savoia e il massacro del sud”, Angelo Forgione conosciuto per il suo mescolare tifo da stadio e storia, Fiore Marro dei Comitati Due Sicilie, Nico Cimino fondatore della pagina Facebook “Briganti”, Marco Esposito ex assessore di Napoli, Vincenzo Guli del sedicente Parlamento delle Due Sicilie ecc. Nella bibliografia si trova citato anche Gilberto Oneto, leghista ed autore di “La strana unità”, pubblicata dalla casa editrice Il Cerchio.
Non vi sarebbe bisogno di aggiungere altro per far capire quale sia il tenore del testo di questo signore, comunque per dare un’idea del modus operandi di Gigi Di Fiore si può citare un solo modesto esempio. Nel suo ultimo libro egli sostiene che la fine della industria di Pietrarsa sarebbe stata dovuta allo stato italiano ed ad una sua presunta volontà di favorire industrie settentrionali: «Cominciò la graduale morte della fabbrica che anticipava decine di future dismissioni dell’industria meridionale, attraverso scelte di politica nazionale che privilegiavano altri mercati e altre collocazioni geografiche. Di pari passo, si alimento il mito dell’industria meridionale assistita, incapace di iniziative private se non sostenute da aiuti statali.» Egli propone la sua ricostruzione storica con un tono melodrammatico e dolente, tanto da terminare il capitolo con la seguente chiusura: «Il vanto dell’industria della Nazione napoletana e oggi un museo, con locomotive antiche e la statua di Ferdinando II ancora al suo posto. A futura memoria.»
Ma questo è un errore storico, poiché, nonostante ciò che scrive Luigi Di Fiore, la chiusura di Pietrarsa non è stata dovuta ad un supposto favoritismo verso le industrie settentrionali.
1) l’azienda chiuse nel 1975 (millenovecentosettantacinque), quindi 115 anni dopo che Garibaldi era giunto a Napoli. Pietrarsa aveva pertanto attraversato un periodo di oltre secolo assai denso di trasformazioni economiche, tecnologiche e di scelte politiche mutevoli, fra cui due guerre mondiali, quelle che sono definite la seconda e la terza rivoluzione industriale, la crisi finanziari del 1929, il miracolo economico italiano del dopoguerra, la fine della convertibilità del dollaro in oro.
La causa immediata della fine di Pietrarsa fu quella che viene chiamata la crisi petrolifera del 1973, che determinò per il 1974 ed il 1975 una grave recessione nell’economia mondiale con chiusura di innumerevoli aziende. Tuttavia, la ragione basilare era stata la scomparsa dell’impiego della trazione a vapore a favore di quella elettrica.

2) invece di essere scientemente “abbandonata” dallo stato italiano, Pietrarsa per un periodo di 15 anni subito dopo l’Unità visse principalmente proprio di commesse statali. Il suo fatturato dipendeva per oltre i 4/5 da lavori commissionati per le ferrovie, l’esercito o la marina. L’azienda inoltre non si autofinanziava, poiché il capitale con cui funzionava proveniva per lo più dal Banco di Napoli
L’incapacità di questa ditta di reggere il mercato era dovuto ai costi di produzione troppo elevati in confronto a quelli dei concorrenti, che erano determinati da una tecnologia superata.
Il suo vero declino però iniziò soltanto quando l’energia a vapore incominciò progressivamente ad essere abbandonata, quindi all’inizio del Novecento.
Inoltre, anche dopo il periodo della Destra storica, ossia in quello successivo della Sinistra storica, Pietrarsa poté contare sul sostegno pubblico, poiché dal 1878 essa tornò sotto diretto controllo dello stato.

[Su tutto ciò, si può consultare anzitutto A. Giuntini, “Ascesa e declino delle prime officine ferroviarie italiane. Appunti per una storia di Pietrarsa dalle origini al museo”, in “Storia economica”, anno IX, (n. 2-3), Napoli 2006.]
Il caso è facilmente riconoscibile. Per lunghi anni anche dopo il 1861 Pietrarsa rimase un’azienda che viveva grazie alle commesse statali ed ai capitali provenienti da una banca a capitale pubblico, non essendo in condizioni di resistere autonomamente alla concorrenza. Di fatto, era un’azienda che lavorava in perdita ma che era sostenuta dallo stato per ragioni di ordine politico e sociale. Già la sua fondazione sotto Ferdinando II aveva risposto ad un progetto di sviluppo basato sull’intervento dello stato, che però nel caso specifico non era riuscito a portare ad un’azienda realmente autonoma dall’aiuto pubblico. Lungi dal brigare per farla fallire, l’amministrazione italiana almeno per tutto il periodo della Destra storica proseguì nella sostanza il sostegno dato a Pietrarsa già dai governi borbonici. La definitiva chiusura dell’azienda è avvenuta soltanto nel 1975 ed ha avuto come causa il mutamento tecnologico con il passaggio delle locomotive alla trazione elettrica.
L'ipotesi di Gigi Di Fiore su Pietrarsa quale azienda condotta al fallimento per responsabilità principale dello stato italiano risulta pertanto priva di fondamento storico. Sul suo libro questo basti, sebbene di affermazioni storicamente discutibili esso “haccene più di millanta, che tutta notte canta”.

domenica 12 giugno 2016

Giuseppe Decina, prigioniero dei briganti

Dalla biografia del patriota Luigi Toro ed il libro del suo discepolo Nicola Borrelli, emerge quanto  il brigantaggio fosse una piaga endemica nel territorio di Terra di Lavoro, ai confini con lo Stato Pontificio, dove operavano le bande di Francesco Guerra e Domenico Fuoco.
Fa riflettere la triste vicenda del tredicenne Giuseppe Decina rapito dai briganti e costretto a vivere con loro fino alla consegna del riscatto da parte della famiglia .
Era un giorno di fine estate del 1865 quando, al calar della sera, il ragazzo fu catturato, mentre con il suo garzone conducevano le bestie a Pescasseroli. Una ventina di briganti con a capo Domenico Fuoco intimarono al garzone di recarsi dalla famiglia Decina per chiedere un riscatto di mille ducati. “La via che percorremmo non saprei indicarla perché fatta di notte . Camminammo molte ore ascendendo una montagna e ci fermammo ad una grotta dove trovammo altri briganti, tra cui Guerra con la moglie”- dichiarò in seguito Giuseppe al Comandante della Frontiera Pontificia, presso il distaccamento di Sora, come riportato nel verbale dell’ 11 novembre 1865 , avente per oggetto “Liberazione di Decina Giuseppe , prigioniero dei Briganti” e inviato al Comandante del Dipartimento Militare – Ufficio Territoriale di Napoli.

L’ampio verbale costituisce una preziosa testimonianza storica in relazione anche al modo di vivere dei briganti capeggiati da Francesco Guerra e Domenico Fuoco, essendo il ragazzo stato con loro per ben due mesi, tempo impiegato dalla famiglia per racimolare il denaro richiesto. Il ragazzo fu fortemente impressionato dalla vita promiscua dei briganti che, anche facendo venire sulla montagna “qualche malafemmina”, consumavano libere oscenità sessuali a cui volevano costringere a partecipare lo stesso ragazzino che ogni volta si era rifiutato  sdegnosamente.
Tra altri particolari Giuseppe raccontò come fosse costretto in quella grotta a leggere ai suoi carcerieri  le avventure di  Guerrin Meschino, un'opera letteraria  a metà strada fra la favola e il romanzo cavalleresco, la cui prima edizione era stata scritta intorno al 1410 dal trovatore italiano Andrea da Barberino. Guerrino era una sorta di condottiero dei poveri e le sue avventure  piacevano tanto al brigante Francesco Guerra la cui compagna, Michelina De Cesare , “si sgravò in quella grotta di un maschio che chiamò Michelangelo”.
Giuseppe raccontò come la lettura del Guerrin Meschino, lo avesse salvato dalle minacce di Domenico Fuoco di recidergli le orecchie. Più volte era stato difeso da Francesco Guerra solo perché quella lettura gli  era particolarmente gradita.
Il verbale aggiunge che “Fuoco raccontava di essere stato nominato Aiutante con decreto del Borbone e di avere avuto assicurazioni che presto gli sarebbe giunto il decreto di Capitano”.
E’ questa un’ulteriore conferma di quanto i briganti si sentissero graduati borbonici autorizzati ad entrare nei paesi sventolando la bandiera gigliata ed  inneggiando a Francesco II, alla Regina Maria Sofia e a Pio IX.
Portavano anelli di zinco fatti distribuire dai Borbone ed ogni sorta di oggetto che credevano li proteggesse dal malocchio e dalla malasorte come anche filtri e porzioni per unire o dividere. Una vita, la loro,  intrisa di superstizione ed egregiamente descritta dall’antropologo Ernesto De Martino nel suo testo “Sud e Magia”. La parte finale dell’ampio verbale redatto riporta la descrizione dei banditi Guerra e Fuoco fornita dal tredicenne rapito, che si soffermò  anche nella descrizione degli orecchini indossati dai briganti. Quando arrivò la somma del riscatto “pagato in Lire 900 circa” il giovanissimo Decima fu trattenuto ancora per due giorni,  il tempo necessario per finire la lettura del Guerrin Meschino.


Categoria principale: Storia
Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Ultima modifica il Domenica, 12 Giugno 2016 19:10
Pubblicato Domenica, 12 Giugno 2016 18:55
Scritto da Angelo Martino

Bibliografia
M. Lunardelli, Guardie e ladri. L'unità d'Italia e la lotta al brigantaggio, Torino, 2010