martedì 2 settembre 2014

La Costituzione della Repubblica Napoletana del 1799

“Le costituzioni sono simili alle vesti: è necessario che ogni individuo, che ogni  età di ciascun individuo abbia la sua propria, la quale, se tu vorrai dare ad altri, starà male. Le costituzioni si debbono fare per gli uomini quali sono e quali eternamente saranno, pieni di vizi, pieni di errori; imperocchè tanto è credibile che essi voglian deporre que’ loro costumi, che io reputo una seconda natura, per seguire le nostre istituzioni, che io credo arbitrarie e variabili, quanto sarebbe ragionevole un calzolaio che pretendesse accorciare il piede di colui cui avesse fatta corta una scarpa. Quando una costituzione non riesce, io do sempre torto al legislatore; come appunto, quando non calza una scarpa, do torto al calzolaio”.
Così Vincenzo Cuoco primo storico della Repubblica napoletana del 1799, della quale era stato, al tempo stesso, un critico implacabile non meno che un cittadino leale efficacemente sintetizzava il proprio giudizio sul progetto costituzionale discusso e approvato a Napoli a pochi mesi dalla proclamazione della Repubbliche “sorelle” della Francia direttoriale, ricalcava in modo alquanto evidente il modello della Costituzione francese dell’anno III.
La critica che il Cuoco muoveva al testo napoletano era in realtà rivolta al costituzionalismo rivoluzionario italiano nel suo complesso, i cui artefici sosteneva il Cuoco pervasi di esprit gèomètrique, avevano introdotto degli ordinamenti identici a quelli sperimentati in Francia senza tenere in minimo conto le esigenze concrete della loro popolazioni, commettendo pertanto  l’errore di vedere nelle costituzioni null’altro che una sovrastruttura da imporre al popolo a proprio arbitrio, anziché concepirle quali il prodotto naturale e spontaneo della sua coscienza storica. 
Pertanto, pur non negando che il progetto costituzionale del Pagano fosse “migliore la certo delle costituzioni ligure, romana, cisalpina”, in virtù di tale concezione rigorosamente storicista, il Cuoco non poteva evitare di giudicarlo comunque “troppo francese e troppo poco napoletano”.
Tale giudizio premessa di una critica più globale all’intera esperienza  rivoluzionaria napoletana, culminata nell’elaborazione della nota categoria  storiografica italiana, per lungo tempo, si è accostata alle cosiddette costituzioni giacobine, a lungo considerate senza eccezioni alcuna nulla di più che delle scolastiche imitazioni dell’originale francese e, pertanto, non meritevoli di alcun interesse specifico.
La vicenda della Repubblica napoletana, però, fu nel complesso assai dissimile da quella delle altre Repubbliche sorte nel triennio 1796- 1799, non solo e non tanto perché di gran lunga più effimera ( non arrivò a sfiorare i sei mesi di vita ) e pertanto non suscettibile di un giudizio sull’effettivo funzionamento delle istituzioni politiche ivi poste in essere, ma soprattutto per l’attiva partecipazione dell’intellettualità locale, per il maggior grado di autonomia concesso dalle autorità politiche e militari francesi al governo napoletano e, non secondariamente, per quel bagaglio d’esperienza politica che alcuni dei suoi principali esponenti politici avevano già avuto modo di accumulare “servendo” nei governi di altre repubbliche giacobine italiane, in particolare nella Cisalpina.
Tra i numerosi patrioti meridionali che, alla notizia della proclamazione della Repubblica napoletana partirono immediatamente da Milano ove avevano trovato asilo politico, alla volta della capitale meridionale, vi fu l’avvocato Francesco Mario Pagano, già docente di diritto penale all’Università di Napoli e celebrato autore  degli importanti Saggi politici de’ principi progressi e decadenza della società ( 1783), e delle Considerazioni sul processo criminale (1787), il quale, giunto a Napoli il 1°febbraio del 1799, venne subito invitato dal governo provvisorio a far parte insieme a Giuseppe Albanese, Giuseppe Logoteta e Domenico Forges Davanzati del Comitato di legislazione incaricato di redigere la Costituzione della Repubblica; compito, quest’ultimo, che di fatto sarà svolto in via esclusiva proprio dal Pagano.
Benchè i severi giudizi del Cuoco sul costituzionalismo rivoluzionario lascino intuire un’accettazione del tutto pedissequa da parte del napoletano Comitato di legislazione delle norme previste dalla Costituzione francese dell’anno III, una serena lettura degli articoli del Progetto costituzionale elaborato dal Pagano non  può non condurre e delle conclusioni differenti. 
In primo luogo, ben diversa dalla francese Dichiarazione dei diritti e doveri dell’uomo e del cittadino era la Dichiarazione dei diritti, e doveri dell’Uomo,  del Cittadino del Popolo, e de’ suoi Rappresentanti che precedeva la Costituzione. 
Il principio dell’uguaglianza che nella Dichiarazione francese figurava fra i diritti dell’uomo, insieme alla libertà, alla sicurezza e alla proprietà, nel testo napoletano era al primo posto, essendo la base di tutti gli altri diritti.  Inoltre, la Dichiarazione napoletana, accanto ai diritti dell’uomo e del cittadino, prevedeva una terza categoria di diritti che non era mai stata, in nessuna delle Costituzioni francesi, specificamente trattata in un capo ad hoc: si tratta dei diritti del popolo, individuati dal Pagano nel diritto di darsi una costituzione ( art. 13 ) e di modificarla ( art.14); nel diritto di legiferare (art.14); di fare la guerra ( art.15)e d’imporre le contribuzioni (art.16). 
Inoltre, il Progetto napoletano prevedeva esplicitamente il diritto di resistenza all’opposizione ( art.9) che, presente nella Dichiarazione francese dell’anno I ( 1793), mancava invece in quella del 1795.
Il Pagano, però, attribuiva a tale diritto  un significato diverso da quello dei montagnardi, ritenendo infatti che tale diritto  fosse una conseguenza di quello di difesa (e non la “ consèquence des autres droits de l’homme”,  come avevano affermato i costituenti del 1793) e ben si guardò dal concepire l’insurrezione come un dovere dell’uomo o del cittadino.
Anche sotto il profilo dei doveri, il Pagano, rispetto alla Dichiarazione del  1795, introduceva per la prima volta una terza categoria di soggetti: i pubblici funzionari, tenuti a garantire i cittadini contro ogni violazione e consacrare la propria vita al bene della Repubblica ( art.25 e 26); quasi una sorta di primo esempio di una serie di norme deontologiche per coloro che esercitano una funzione pubblica.
Un altro aspetto intorno al quale è possibile ravvisare nel Progetto costituzionale napoletana il contributo originale del pensiero del Pagano è il tema dell’educazione pubblica.
Difatti, mentre la Costituzione termidoriana si limitava ad occuparsi della sola “istruzione”, il titolo X del Progetto riguardava al tempo stesso la “educazione e la istruzione pubblica”.
Già nei suoi Saggi politici, il Pagano aveva dedicato un intero capitolo al tema dell’educazione, distinguendolo nettamente l’istruzione che rende l’uomo “illuminato e generalmente colto” dalla educazione che è “il concorso di tutte l’esterne cagioni fisiche, morali ed accidentali che sviluppando i naturali  talenti segano per mezzo delle sensazioni dell’animo gl’indelebili caratteri de’ costumi, formano lo spirito e ne forniscono certa quantità l’idee che creano il nostro interno universo”.
Il Pagano, pertanto, riteneva che la Repubblica dovesse dedicare tutte le sue cure al problema dell’educazione, mentre la Costituzione francese così si legge nel Rapporto pur non avendo negletta l’istruzione, aveva avuto riguardo più alla parte intellettuale di essa che a quella morale, cioè all’educazione vera e propria.
E in altro passo il Pagano, dopo aver sostenuto l’influenza decisiva dell’educazione sulle stesse istituzioni politiche, rimproverava al Montesquieu di non aver saputo comprendere che l’educazione dovesse essere parte integrante della Costituzione.
Nel Progetto, chiara è dunque la distinzione fra l’educazione pubblica che comprendeva “ esercizi ginnici e guerrieri” ( art.295),  lo studio del catechismo repubblicano, spettacoli teatrali volti a “promuovere lo spirito della libertà” ( art.299); è peraltro da ricordare che il Pagano fu egli stesso autore di drammi patriottici), nonché delle “feste nazionali per eccitare le virtù repubblicane” (art. 300) e  l’istruzione che comprendeva lo studio nozionistico e che doveva essere impartita  nelle scuole primarie e superiori. 
L’importanza attribuita dal Pagano all’educazione pubblica è infine testimoniata dall’avere egli indicato, nell’ambito dei doveri dell’uomo,  il “dovere di istruzione egli illuminare gli altri” (art.20), ritenendo che tale dovesse essere il compito di ogni uomo colto giacchè un popolo che “ di se stesso dee in mano avere le redini, fare le leggi, dichiarare la guerra, conchiudere la pace, amministrar le finanze, conviene che sia illuminato e generalmente colto”.
Possiamo ora esaminare gli articoli relativi all’organizzazione dei poteri dello Stato.
Nel Rapporto del Comitato di legislazione al governo provvisorio redatto dallo stesso Pagano con lo scopo d’illustrare i principi- cardine del suo progetto  costituzionale, il giurista affermava che quella che la Repubblica napoletana si  apprestava ad adottare era senz’altro “la costituzione della madre repubblicana  francese”, ma aggiungeva che il Comitato di legislazione “riflettendo che la diversità del carattere morale, le politiche circostanze e ben anche la fisica situazione delle nazioni richiedono necessariamente de’ cangia menti nelle costituzioni”,  aveva deciso di apportare talune modifiche alla Costituzione della “ repubblica madre”, non soltanto riguardo al modo d’intendere la libertà e i diritti dei cittadini, ma anche relativamente all’organizzazione del potere.
Dalla lettura degli articoli del Progetto, difetti, i correttivi apportati al testo  francese appaiono molteplici e sostanziali.
Difatti, sebbene il Progetto del Pagano, sull’esempio anch’esso il potere legislativo ad un organo bicamerale formato da un Senato di 50 membri, vedovi o congiunti, di almeno 40 anni di età e da un Consiglio di 120 membri di età non inferiore ai 30 anni, incaricato di compito di eleggere i cinque dell’Arcontato, l’organo collegiale cui spettava il potere esecutivo, l’art.47 del Progetto, diversamente sia dalla Costituzione del Direttorio sia da tutte le altre Costituzioni italiane del triennio giacobino, conferiva il potere d’iniziativa legislativa e di redazione dei testi di legge al più “maturo” Senato, concedendo al Consiglio soltanto il potere di respingerle o approvarle.  
Il Pagano, difatti, partendo dal presupposto che “ proporre de leggi” fosse  “più l’effetto della fredd’analisi che dell’ardito genio”, e ritenendo, in conseguenza di ciò, che tale compito richiedesse “ più estensioni di lumi, che voli di spirito”,  era dunque dell’avviso che “pochi uomini maturi” fossero più adatti a tale compito rispetto ad un “ardente moltitudine di giovani”.
In tal modo, pertanto, il giurista meridionale attuava un vero e proprio rovesciamento del rapporto fra i due rami del potere legislativo rispetto all’originario modello francese.
Anche nell’organizzazione giudiziaria la costituzione napoletana si discostava da quella francese, giacchè per evitare spese e spostamenti, disponeva che gli appelli nei giudizi civili si presentassero non al tribunale di un altro dipartimento, ma una diversa sezione dello stesso tribunale; variazione giustificata dal Pagano con l’osservazione che il sistema francese fosse “ fuor di dubbio incomodo assai e dispendioso ancora ai litiganti, soprattutto ai poveri che così dovranno recare per ottenere giustizia nella centrale di un dipartimento per più giorni forse distante dal luogo della loro dimora”.
Alla preminenza data dal Pagano, come abbiamo avuto modo di osservare, all’educazione si ricollega l’istituto della Censura ( art. 314- 316) del tutto assente nella Costituzione del Direttorio.
Tale istituto sull’utilità del quale avevano già dissertato Montesquieu, Rousseau e Filangieri era concepito dal Pagano come un tribunale composto da 5 membri (di età non inferiore ai cinquant’anni, eletti per la durata di un anno) e presente in ogni cantone, preposto alla vigilanza sull’educazione e destinato alla salvaguardia della morale pubblica.
Partendo dal presupposto che la libertà non fosse minacciata solo dalle usurpazioni dei poteri costituiti, ma “benanche dai privati cittadini e dalla pubblica corruzione ”, il Pagano riteneva che la Costituzione dovesse “innalzare un argine altissimo contro la corruzione dei costumi non meno che contro l’eccessivo potere dei funzionari” e, pertanto, attribuiva ai censori il compito di vigilare sulla condotta democratica dei cittadini, con la facoltà di escluderli dal diritto attivo o passivo di voto in caso di corruzione.
L’esigenza si porre in essere degli efficaci strumenti giuridici volti a impedire ogni forma di usurpazione del potere, costituire inoltre il fondamento ideologico di quella che, fra le numerose novità introdotte dal Pagano nel suo progetto rispetto al modello francese, è forse la più politicamente rilevante: l’Eforato, organo che lo stesso Cuoco non potè fare a meno di definire “ la parte più bella del progetto del Pagano”.
Tale istituto ( il cui nome rievoca quello di una magistratura dell’antica Sparta) era disciplinato dal titolo XIII del progetto al quale era stata data dal Pagano l’intitolazione di “custodia della Costituzione”.
Esso si componeva di 17 membri, tanti quanti erano i dipartimenti della Repubblica, scelti, ogni anno dalle assemblee elettorali fra quanti in possesso dei seguenti requisiti: un’età non inferiore ai 45 anni; l’essere vedovi o congiunti; essere stati, almeno una volta, membri del corpo legislativo o dell’Arcontato e  avere il domicilio nella Repubblica da non meno di 10 anni al momento dell’elezione (art.363).
Le funzioni dell’Eforato erano dettagliatamente elencate dall’art. 368 del che attribuiva a tale corpo il compito di esaminare se la Costituzione fosse stata  osservata in tutte le sue parti e se i poteri avessero osservato i propri limiti costituzionali; così come la facoltà di chiamare ciascun potere nei limiti costituzionali;  così come la facoltà di richiamare ciascun potere nei limiti e doveri rispettivi ciascun potere nei limiti e doveri rispettivi, cessando ed annullando gli atti di quel potere che li avesse esercitati oltre le funzioni attribuitegli dalla  Costituzione, di proporre, infine, al Senato la revisione di quegli articoli della Costituzione;   giudicati poco “convenienti”  e di suggerire al Corpo legislativo l’abrogazione di quelle leggi ritenute opposte ai principi della Costituzione.
Due erano pertanto i compiti fondamentali dell’Eforato: da un lato la revisione della Costituzione e, dell’altro, il controllo costituzionale delle leggi che si svolgeva sia attraverso l’indagine sulla costituzionalità, sia mediante la risoluzione dei confini di attribuzione.  
Le deliberazioni degli efori prendevano il nome di decreti, come era chiaramente affermato nel progetto,sia il Corpo legislativo che l’Arcontato erano tenuti ad uniformarsi.
Com’è ben noto, al momento della stesura del progetto costituzionale della Repubblica napoletana, il problema del controllo di costituzionalità delle leggi era già stato da tempo affrontato e risolto soltanto nei neo-Stati Uniti d’America, ove, sebbene la Costituzione ratificata nel 1787 nulla specificasse al riguardo, sulla base di quanto illustrato negli articoli del Federalist, scritti fra il 1787 e il 1788,  di tale rilevante funzione era stata investita la Corte Suprema.
Ma anche Francia rivoluzionaria, benché sempre senza successo, era stata avanzata in più di un’occasione l’ipotesi d’introdurre degli istituti preposti al controllo di costituzionalità: tra i progetti più rilevanti in tal senso è il caso di ricordare quello presentato alla Convenzione, nel febbraio del 1793, dal Rouzet, il quale prevedeva la creazione di organo collegiale di 85 membri preposto al controllo della costituzionalità delle leggi da effettuarsi prima ancora della loro approvazione da parte dell’Assemblea.
Ai membri di tale organo, il Rouzet, molto prima che il Pagano redigesse il suo progetto, dava il nome di efori. Ben più articolato e complesso era il progetto presentato, due anni più tardi, dall’abate Sieyès, il quale prevedeva l’introduzione di un “jury constitutionnaire” (denominato altrove anche “tribunal” des droits de l’homme”) incaricato di una triplice funzione: vegliare sulla salvaguardia del  dettato costituzionale; proporre dei perfezionamenti della Costituzione ed esercitare un controllo sulle sentenze della giurisdizione ordinaria sulla base del diritto naturale.
Conseguenza del giudizio dinanzi al “jury” era che gli atti incostituzionale sarebbero stati dichiarati “nlus et comme non avenus”.  
Benchè apprezzato da molti, il progetto del Sieyès venne respinto.
Pur non potendosi escludere a priori l’influenza del dibattito costituzionale francese e americano sul pensiero del Pagano in tema di controllo di costituzionalità delle leggi, è interessante però notare come già nel 1783( dunque ben prima delle proposte francesi e della soluzione americana ), scrivendo la prima versione dei Saggi politici, egli avesse chiaramente indicato in un organo chiamato Eforato la funzione di “bilancia dei poteri” al fine di evitare tanto gli abusi del potere legislativo, quanto dell’esecutivo.
Così, difatti, scriveva il giurista nel quinto saggio, riflettendo sui casi in cui le norme poste in essere dai poteri dello Stato potessero ledere i diritti e le libertà dei cittadini: “ quando limitino le operazioni dei cittadini oltre di ciò che la pubblica conversazione richiede, quando delle azioni indifferenti faccino delitti, quando la legge in favor di una parte dei cittadini restringa i diritti dell’altra se poi ella trascuri oppure i necessari ostacoli alla violenza privata, se non pensi a render sicuri i cittadini, se, per difetto di buon ordine, gli esecutori delle leggi, abusando della pubblicità autorità impunemente opprimano il cittadino, indirettamente allor la legge favorisce la servitù civile”.
Più esaustivo nel delineare le finalità del corpo degli efori è il giurista nel rapporto, ove si legge: “Se il potere esecutivo sia troppo dipendente dal corpo legislativo, come lo era nella costituzione francese del 1793, in tal caso l’assemblea assorbirà il potere esecutivo, e concentrandosi in essa i poteri tutti ella diverrà dispotica.
Se poi sia indipendente l’uno dall’altro potranno sorgere due disordini, e l’inazione ed il languore della macchina politica per la poca intelligenza dei due corpi che rivaleggiano tra loro, ovvero l’usurpazione dell’uno sull’altro per quella naturale tendenza di ogni potere all’ingrandimento.
Ecco la necessità di un altro corpo di rappresentanti del popolo che sia come un tribunale supremo il quale tenga in mano la bilancia dei poteri e li rinchiuda nei loro confini: che abbi insomma la custodia della costituzione e della libertà”.
Al fine di svolgere equamente tale funzione di “bilancia dei poteri” è pertanto indisponibile che la carica di membro dell’Eforato sia incompatibile con qualsiasi altra funzione pubblica (art.354) e che gli efori non possono in alcun modo, neanche per mezzo di delegati, esercitare il potere legislativo, esecutivo e giudiziario (art.351).
Tale le massime preoccupazione del Pagano, difatti, vi era quella che l’Eforato, nato per prevenire le usurpazioni del potere e le violazioni dei diritti dei cittadini potesse esso stesso trasformazioni in un organo dispotico. Per tale ragione, peraltro, egli dispose che l’Eforato si sarebbe riunito solo giorni ogni anno (art.362).
Sebbene il generale francese Championnet, in un suo proclama ai napoletani, avesse solennemente affermato che la Costituzione della Repubblica napoletana sarebbe entrata in vigore il 21 marzo (1°germinale), in data 1° giugno - secondo quanto si poteva leggere sulle pagine del “Monitore”, il progetto del Pagano continuava ancora ad essere oggetto di “varie metafisiche riflessioni” da parte della Commissioni legislativa.  
Esso, pertanto, finì per essere travolto dai tragici eventi che portarono al crollo della Repubblica ed alla restaurazione della monarchia borbonica, la quale, nella violenta reazione che ne seguì, nessuna pietà ebbe per il suo autore, impicccato a Napoli, in Piazza Mercato, il 29 ottobre del 1799.
Benchè mai entrano in vigore, il progetto costituzionale del Pagano quasi una sorta di testamento che i patrioti napoletani lasciarono alle generazioni successive, ben lontano dal costituire una mera riproposizione del modello francese, rappresentò forse la massima opera del Pagano, nella quale confluirono, assumendo forma concreta, idee e concezioni che egli aveva a lungo meditate nei suoi procedenti lavori di teoria politica e giuridica.

venerdì 20 giugno 2014

Le memorie del brigante Jose' Borjes

Uno dei pochi ufficiali che si mise al servizio di franceschiello e che realizzò, tropo tardi e sulla sua pelle, che i " patrioti " erano una ciurma di assassini.


Josè Borjes
Stupri, razzie, violenze e tradimenti. Le nefandezze dei briganti raccontate dall'eroe filoborbonico José Borjes.

All'indomani del crollo del Regno delle due Sicilie, un generale e hidalgo spagnolo decise di mettere la sua spada al servizio di Francesco II, così da riportare il vecchio sovrano sul trono di Napoli. 

Quest'uomo audace rispondeva al nome di José Borjes, e aveva già avuto modo di dar prova del suo valore sui campi di battaglia, in Spagna, combattendo per i carlisti. Adesso, il suo compito era quello di sbarcare nelle Calabrie e di risalire gli ex territori del Regno, conquistandoli a poco a poco con l'aiuto delle bande di briganti realisti che imperversavano nel Meridione.

Tuttavia, Borjes si rese ben presto conto della malafede dei suoi compagni di avventura (specialmente delle bande di Crocco e Ninco nanco), più interessati a compiere stupri, violenze e razzie che non al trionfo della causa legittimista. Deluso e abbandonato, decise allora di riparare nello Stato Pontifico, così da avvertire il sovrano in esilio della condotta dei suoi ex commilitoni, ma venne catturato dall'esercito italiano e fucilato nei pressi di Tagliacozzo.

Quelli che proporremo sono alcuni brani del suo diario, scritto nel 1861 durante quella tragica spedizione; potremo notare che, mentre l'hidalgo ha sovente parole di stima e rispetto per garibaldini e piemontesi (“è morto da eroe”, scriverà di un luogotenente piemontese, ucciso dalle sue truppe il 10 novembre), ai briganti riserva soltanto note di biasimo e indignazione.

23 ottobre: Il Signor De Langlais* giunge con tre ufficiali: si spaccia come un generale e agisce come un imbecille. Lo lascio fare per vedere se la sua nascita lo ricondurrà al dovere.

*Augustin De Langlais. Francese, agente legittimista al servizio dei Borbone.

26 ottobre: Crocco, che è assai astuto, guadagna tempo e non mantiene la promessa di organizzare da lui fattami. Non posso intendere quest'uomo, che, a dire il vero, raccoglie molto danaro: cerca l'oro con avidità

28 ottobre: De Langlais, uomo che temo assai intrigante, mi narra che ieri sera ha avuto una conferenza di più di due ore con Crocco, e che questi gli ha detto: “Se io ammetto una organizzazione, non sarò più nulla; mentre restando in questi boschi sono onnipotente, nessuno li conosce meglio di me: se entriamo in campagna, ciò non accadrà più. Del resto i soldati mi hanno nominato generale, ed io ho eletto i colonnelli e i maggiori e gli altri ufficiali, i quali nulla più sarebbero, de cadessi. Del resto io non sono che un caporale, lo che vuol dire che di cose militari non me ne intendo! Da che ne segue che non avrò più preponderanza il giorno in cui si agirà militarmente”

29 ottobre: De Langlais mi riferisce quanto segue: “Ieri sera ho avuto un colloquio col nipote Bosco, il cui solo cui Crocco si confidi. Egli pretende, e mi ha incaricato di dirvelo, un brevetto di generale sottoscritto sa SM e altre promesse che non specifica per il futuro, una somma corrispondente di danaro, e non so che altro ancora”. De Langlais avrebbe risposto che non può garantire tutto, ma che il modo di regolarizzare queste faccende era quello di riconoscere i capi. Crocco e i suoi hanno rubato molto , e quindi hanno molto danaro che vogliono conservare ed aumentare.; se vedono che si aderisce a questo intendimento, consentiranno a lavorare per la causa di Sua Maestà, ma in caso contrario non si adopereranno per loro medesimi, come hanno fatto fin qui.

3 novembre: Dopo un combattimento di oltre un'ora, ci impadroniamo della città*; ma, debbo dirlo con rammarico, il disordine più completo regna tra i nostri. , cominciando dai capi stessi. Furti, eccidii e altri fatti biasimevoli furono la conseguenza di questo assalto. La mia autorità è nulla.

*La cittadina di Trevigno

4 novembre: ci mettiamo in marcia dirigendoci verso il bosco di Cognato, ove giungiamo alle 7. Alle 8 e ½ sono informato che Crocco, Langlais e Serravalle hanno commesso a Trevigno le più grandi violenze. L'aristocrazia del luogo erasi nascosta in casa del sindaco, e i sopracitati individui, che hanno ivi preso alloggio, l'hanno ignobilmente sottoposta a riscatto. Più: percorrevano la città, minacciavano di bruciare le case de' privati, se non davano loro danaro.

9 novembre: Giungiamo ad Alliano, dove la popolazione ci riceve con il prete e colla croce alla testa, alle grida di viva Francesco II; ciò non impedisce che il maggior disordine non regni durante la notte. Sarebbe cosa da recar sorpresa, se il capo della banda e i suoi satelliti non fossero i primi ladri che io abbia mai conosciuto.

16 novembre : Compiuto il fatto, abbiamo preso alloggio* , per non essere testimonio di un disordine contro il quale sono impotente, perché mi manca la forza per far rispettare la mia autorità. Temo che Crocco, il quale ha molto rubato, non commetta qualche tradimento.

*A Potenza, dopo la presa della città

17 novembre: Ci riuniamo per accamparci nel bosco di Lagopesole, ove giungiamo a quattro ore della sera. Crocco ci lascia con il pretesto di andare a cercare del pane, ma temo che sia piuttosto per nascondere il danaro e le gioie che ha rubato durante questa spedizione.

23 novembre: Arrivo al culmine della sera e vedo la nostra gente dispersa. Alcuni colpi di fucile si scambiano contro una capanna: vi vado a veder di che si trattava. A mezza strada trovo Crocco e Ninco Nanco che fuggono a spron battuto.

24 novembre: I disordini più inauditi avvennero in questa città*; non voglio darne particolari, tanto sono orribili sotto ogni aspetto.
*Balbano, conquistata da Borjes insieme alle bande legittimiste

sabato 24 maggio 2014

La Legione Garibaldina del Matese negli inediti del capitano Giuliano Iannotta

Giuliano IannottaNegli inediti del capitano Giuliano Iannotta, scritti nel 1879, consegnati in fotocopia dal nipote Giuseppe alla studiosa napoletana Aurora Delmonaco, che li ha pubblicati nel 2011, emerge la testimonianza dell’apporto della Legione Garibaldina del Matese alle decisive battaglie del 1° e 2 ottobre 1860. 
Il capitano Giuliano Iannotta di Sant’Andrea del Pizzone intendeva omaggiare tutti i suoi compagni della Legione Garibaldina del Matese, da Beniamino Caso di Piedimonte d’Alife a Salvatore Pizzi di Capua, da Gerolamo Zona di Calvi al sacerdote Paolo Zito, suo concittadino, da Domenico Bencivenga, parente di Beniamino Caso, ad Ercole Raimondi di S.Pietro, da Felice Stocchetti di S.Angelo d'Alife a Francesco Fevola di Teano, da Paolo Zito di Grazzanise a Achille del Giudice di San Gregorio Matese, da Filippo Onoratelli e Pietro Romagnoli di Piedimonte Matese a tutti gli altri patrioti dell’allora Terra di Lavoro, compresi i sei cittadini di Gioia Sannitica. Ma non solo. 

La Legione del Matese era stata sostenuta da patrioti famosi di altre località che si trovavano lì confinati. Non possiamo non ricordare il pittore Gioacchino Toma di Galatina, autore, tra l’altro, del notissimo dipinto “Luisa Sanfelice in carcere”, arrestato a Napoli e confinato a San Gregorio Matese.
Alcuni comuni del Matese erano già retti da amministrazioni liberali ed unitarie, come il comune di Gioia Sannitica il cui sindaco Natale consentì nel settembre del 1860, a pochi giorni dalla grande battaglia del Volturno, il transito e la sosta della Legione del Matese nel territorio comunale.
La narrazione del capitano Giuliano Iannotta prende avvio da un’omissione rilevata nel giornale “La Verità” che, nel descrivere gli avvenimenti del 1° e 2 ottobre, non aveva menzionato l’apporto della Legione Garibaldina del Matese alla vittoria decisiva per l’Unità d’Italia. La lettera al direttore de “ La verità” rappresenta una lunga testimonianza che va al di là dell’intento di “ dar soddisfazione ai superstiti”.
L’incipit della lunga narrazione del Capitano Giuliano Iannotta così ha inizio:

Gentilissimo direttore, 
della narrazione dei particolari della battaglia memoranda del 1° ottobre, riportata nel n. 77 della Verità, si trova omesso la parte, di qualche importanza, che vi ebbe la Legione del Matese. Vi assicuro che, non per vanagloria, come capitano, io in quella Legione, ma trattandosi di un corpo tutto della nostra provincia, organizzata dal Comitato Centrale della Provincia che sedeva in S. Maria sotto la presidenza dell’illustre e compianto Cittadino Salvatore Pizzi e composto dei migliori liberali dei nostri luoghi e per decoro della nostra provincia e per una certa soddisfazione dei superstiti di detta Legione, credo non lasciar nell’oblio certi servizi resi alla patria e come testimone oculare dire i fatti come io li vidi.”
La lettera prosegue ricordando brevemente come si era formata la legione del Matese.

“Intanto per venire al filo del racconto delle mosse speciali della Legione del Matese, e per meglio chiarire certi fatti al cronista della Verità, dò un rapido cenno della creazione della nostra Legione e le operazioni da essa eseguite fino alla battaglia del 1° ottobre. Ricordo che io reduce dalla galera di Procida alla fine di giugno con altri amnistiati, il Comitato Supremo garibaldino di Napoli ne fece sentire che ci fossimo ritirati nelle rispettive provincie, per far parte dei Comitati provinciali, coll'incarico di promuovere l'insurrezione; come di fatti nei primi giorni di luglio il Comitato centrale di Terra di Lavoro, si era già costituito in S. Maria, sotto gli occhi dei regi, presieduto dal distinto Salvatore Pizzi.
Contemporaneamente il Comitato supremo di Napoli nominava nove cittadini di Terra di Lavoro fra i più conosciuti liberali ed addetti alle armi, col nome di Capi di Brigata, e questi furono a quanto ricordo i Signori Torti e Stocchetti di Piedimonte d'Alife, Campagnano, Zona, io ed altri che non ne rammento i nomi. Ognun di noi si pose all'opera per l'arruolamento di volontari. Poscia nel mese di agosto, il Comitato di Napoli ordinava a quello di S. Maria che, fra i nove Capi di Brigata della provincia ne avesse eletti due col nome di capi di spedizione; e fattasi la votazione risultò il Sig.r Campagnano ed io, e che il nome del Corpo che andavamo a costituire avesse preso il nome di Legione del Matese”.

In effetti colui che era riuscito a tessere una rete sinergica di rapporti tra i vari patrioti della Legione del Matese, tutti uomini di Terra di Lavoro, fu Beniamino Caso insieme allo stesso Salvatore Pizzi.
E’ da rimarcare che la maggior parte dei liberali, al fianco di Beniamino Caso e Salvatore Pizzi, avevano partecipato alle lotte politiche per la realizzazione del Parlamento napoletano del 1848, ma, a causa delle tante sconfitte dei movimenti rivoluzionari mazziniani, ultimo quello di Carlo Pisacane assassinato dagli stessi contadini che voleva liberare, essi sacrificarono l'antica fede mazziniana in favore delle più moderate posizioni di Cavour e, dunque, di un'idea dell'unità italiana sotto il regno di Vittorio Emanuele.
Lo stesso capitano Giuliano Iannotta aveva partecipato ai moti di Napoli del 1848 e ciò gli valse una condanna a morte commutata in vent’anni da scontare nel carcere dell’isola di Procida, e che fu liberato dopo 12 anni di dura prigione solo dopo l’amnistia del giugno 1860.
La narrazione del capitano Giuliano Iannotta termina così:
"Nella gloriosa giornata del 1° ottobre 1860 che resterà imperitura nella storia perché con essa si completò l’opera dell’unione all’Italia delle provincie meridionali- tutti i corpi Garibaldini che vi presero parte gareggiarono in valore. La legione del Matese, che si componeva di uomini tutti della provincia di Terra di Lavoro, contribuì alla vittoria di quella giornata per aver trattenuta e tenuta impegnata, per tutto il giorno quella forte colonna nemica di riserva - sconcertando così il piano di guerra formato dai generali Borbonici - Il Generale Garibaldi che tutto ebbe sottocchio ammirò l’importante servigio reso alla patria in quella giornata della Legione del Matese e per darle un segno di distinzione, volle di moto proprio fornirla di cappotti in preferenza degli altri corpi; e siccome seppe dalla relazione del maggior Guadagni che la detta Legione contava presenti in quel giorno non più di 191 individui, dispose che 191 cappotti le fossero dati come premio a quei soli che ebbero parte dell’azione”.

Il foglio di congedo è datato 8 marzo 1861 ed allora il Capitano Giuliano Iannotta aveva 35 anni. Il documento sintetizza il suo servizio nella Legione del Matese. L'impegno successivo in politica lo portò ad essere sindaco di Francolise tra il 1871 e il 1876, nel 1879 scrisse il suo memoriale. Morì sei anni dopo.

giovedì 22 maggio 2014

La Repubblica napoletana del 1799: società, ideali, istituzioni


La Repubblica Napoletana del 1779 ha rappresentato un momento storico variamente interpretato. La storiografia di stampo nazionalistico l’ha fortemente ridimensionata con giudizi come quello di Oriani, che addirittura la identifica con “un melodramma… recitato da una compagnia di poeti e scienziati”.
Storici di orientamento laico-democratico l’hanno invece valorizzata con posizioni diverse, alcuni apprezzandone gli ideali, ma rilevando l’esiguità dei risultati conseguiti, altri sottolineandone il contributo allo sviluppo di una nuova cultura politica, ma criticando lo scollamento dal popolo dei patrioti napoletani.
Le ricerche più recenti  hanno liberato questo periodo storico dalla incrostazioni ideologiche e lo hanno restituito a ciò che realmente fu quell’esperienza, esaltandone la portata storica.
Per molti studiosi contemporanei quell’esperienza, riprendendo la posizione di Benedetto Croce, aprì le porte al Risorgimento italiano e quindi vedono nei “patrioti napoletani, i precursori e i primi partabandiera dell’Unità d’Italia”.
Nell’ambito dei più recenti contributi storiografici, va riconosciuto all’Istituto di  Studi storici di Napoli il merito di aver  condotto una ricerca sistematica con varie pubblicazioni e con coinvolgimento di molte scuole presso le quali sono stati organizzati per un periodo convegni e conferenze, che hanno consentito ad un pubblico più ampio di venire a conoscenza di un storia, che, per ragioni varie, era stata trascurata se non in alcuni casi deliberatamente rimossa.

Dalle letture fatte mi sono convinto che  la Repubblica napoletana del 1799 è stata una grande esperienza democratica realizzata a Napoli e in tutto il meridione d’Italia, nata non soltanto da un’elite di intellettuali illuministi, ma prodotta da   una forte spinta popolare, che attraversò diversi ceti sociali, da quelli nobili  a quelli borghesi, ad esponenti di ceti contadini , artigiani ecc. Un movimento che si distinse oltretutto per la partecipazione di molti giovani.
A mio avviso fu proprio la scelta ampiamente democratica, che sarà uno dei motivi  della sua tragica fine, per approfondire il quale  ho preferito  trattare  del  contesto sociale, in  cui si colloca la Repubblica del 1799, degli  ideali che ne provocarono la nascita ,della struttura del nuovo  Stato. 
Società
Del quadro sociale del tempo molti  cercarono  di darne una lettura in termini di contrapposizione tra ceti alti e ceti bassi .Cuoco nel suo famoso “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799” distingue infatti una città alta, ricca e benestante,  ed una città bassa, segnata dalla miseria e dal bisogno. Filangieri divide la società napoletana del tempo in nobili e masse contadine.
Per molti altri la società napoletana  e meridionale era molto più articolata al suo interno. C’è chi vede nella società napoletana del tempo l’articolarsi di una società di tipo moderna con una nobiltà differenziata al suo interno in generosa, di un ceto medio composto da intellettualità colta, ma anche da una borghesia arricchitasi con vari lavori e da un popolo danaroso, composto cioè da contadini, artigiani, una plebe nullatenente e in condizioni di miseria, dai lazzari
Queste articolazioni emergono da una Legge del 25 Gennaio del 1756, promulgata da Carlo III di Borbone e predisposta quasi certamente dal suo Ministro Bernardo Tanucci. 
In essa la società napoletana della seconda metà del ‘700 viene divisa in una ceto nobile, differenziato al suo interno  in nobiltà generosa, proprietaria di feudi ereditati nel corso dei secoli; in nobiltà di privilegio, composta da alti prelati, alti funzionari di corte, ministri e dirigenti di strutture militari; in nobiltà civile, composta da grandi commercianti ed imprenditori.
La legge poi individua  un ceto medio, composto a sua volta da un’area di cittadini professionisti, come  avvocati, giuristi, economisti, scienziati, filosofi, docenti universitari, amanti della cultura e di un vivere civile all’altezza del secolo, che era quello dei lumi e quindi di un periodo storico segnato da un processo di rinnovamento sociale, culturale, politico ed economico. Di questo ceto medio faceva però parte anche una borghesia , composta   da persone arricchitesi con lavori vari, da proprietari terrieri, unicamente interessati  ad accumulare risorse per incrementare il loro profitto.
Infine sempre secondo la legge del 1756 a Napoli e nel Meridione esisteva  un vasto ceto popolare, a sua volta diviso in popolo danaroso, composto al suo interno dalla vasta massa di contadini ed artigiani; in una  plebe nullatenente e che viveva in uno stato di miseria e precarietà, nell’esteso gruppo sociale dei  lazzari, compatti e organizzati con propri capi, interpreti di una napoletanità folclorica, festosa,
teatrale, che nei momenti del cosiddetto “serra serra” si davano ad azioni di vandalismo, di ruberie, di saccheggi. Erano i rappresentanti dei mestieri più bassi,poco o per nulla redditizi, e quindi segnati pur essi da una profonda miseria.
In questo contesto sociale sostenitori della Repubblica furono sia alcuni rappresentanti della nobiltà, soprattutto generosa, del ceto medio colto e di quello parte di popolo, che vedeva nel nuovo governo una possibilità di risolvere annosi problemi di categoria.
 Il ceto contadino soprattutto, che non era guidato da alcuna ideologia politica, ma solo dal desiderio di abolire i feudi e i loro latifondi ,su cui nel passato c’era stato un vivace dibattito, che non era approdato però mai ad alcun risultato, sostenne inizialmente il governo repubblicano.
La Repubblica aveva quindi un’ampia base di consenso, rappresentata da diversi referenti sociali, spesso portatori d’interessi e con obiettivi talvolta contrapposti, che pesarono non poco sull’azione di governo.
E’ chiaro che in una tale società emerge soprattutto questo ceto colto e raffinato, che aveva contribuito a trasformare Napoli in una delle capitali europee della cultura e che intratteneva  rapporti con la migliore intellettualità francese, inglese, tedesca:
Cirillo con Voltaire, Diderot, D’Alambert; Genovesi con Montesquieu; Filangieri con Franklin e con lo stesso Napoleone; Pagano con lo Zar di Russia, che interverrà anche a sua difesa quando sarà condannato a morte; Cimarosa  con le migliori corti europee e con la Russia; Di Fiore con Sthendhal ecc.
Questa folta schiera di intellettuali aveva reso Napoli un centro di attrazione culturale ed un crogiolo di nuove idee. Essi furono i veri sostenitori della Repubblica e fornirono ad essa le elaborazioni del loro pensiero, le loro competenze  e la loro passione politica.
I più feroci oppositori al regime repubblicano saranno invece i lazzari, che, nonostante le sollecitazioni del commissario francese Antoine Jullien di conquistare questo ceto, non fu mai possibile guadagnarlo alla causa repubblicana.
In una società così composita un ruolo determinante  ebbe la Chiesa con i suoi circa 90.000 religiosi tra sacerdoti, monaci e suore.
"Non vi è una casa a Napoli dove non si trova un prete o una monaca - sosterrà il diplomatico francese Charles Louis d’E’on-Sono consultati su tutto e decidono di ogni cosa. Sono arbitri tra mariti e mogli, fratelli, sorelle, parenti, amici e anche domestici; tutti nella famiglia dipendono da loro”.
Questa sorta di società religiosa  in parte non fu ostile alla Repubblica. Molti furono infatti  gli appelli di vescovi e di sacerdoti, a sostegno del nuovo governo.
Ci restano, tra le altre cose, catechismi repubblicani e lettere pastorali di Vescovi per la Repubblica.   In una di queste, Bernardo Della Torre, vescovo di Lettere, così si rivolge ai fedeli:
"Voi che versate i vostri sudori per coltivare le nostre campagne, rammentatevi che eravate stimati il rifiuto della società… Mentre i potenti e i ricchi godevano  dei loro agi appena vi era permesso di avvicinarvi ad essi. Ma ora la Legge che Iddio aveva scolpito nel cuore dell’uomo, che la luce evangelica aveva annunziato alla terra, è divenuta il fondamento della nostra Repubblica. Voi avete ad un tratto acquistato quella considerazione e quei diritti che l’ignoranza, l’errore e la superbia vi avevano ingiustamente rapiti. Voi chiamati fin’ora Villani siete ormai cittadini. Se le attuali circostanze della Repubblica richiedono dei sacrifici gravosi, la Libertà e l’Uguaglianza vi promettono un largo compenso”.
Ideali
Le idee che favorirono lo sviluppo del movimento rivoluzionario del 1799 erano di provenienza diversa. Lo storico Rosario Villari sostiene che gli ideali di libertà e di uguaglianza  a Napoli già c’erano e si erano formati intorno alla Repubblica napoletana del 1647 dopo la morte di Masaniello. Quell’esperienza fu molto significativa perché scaturì da un  forte movimento contro i baroni che unì contadini, borghesi e Chiesa allora rappresentata dal Cardinale Filomarino,
sostenitore delle istanze popolari e mediatore tra il popolo e la corte.
Le nuove idee furono raccolte soprattutto nei due famosi  Manifesti di  Ottobre e Dicembre del 1647 nei quali i repubblicani napoletani svolgono per la prima volta in Europa un’ analisi sulle responsabilità del vicereame, sul concetto di  Nazione, entità che appartiene  non solo ai nobili, ma  anche al popolo, e sulle colpe dei baroni nel turbare la quiete pubblica. 
Questi manifesti fecero il giro dell’Europa e attirarono l’attenzione  dello stesso Cromwell, che si accingeva a guidare un movimento simile contro Carlo I d’Inghilterra.
Il sanfedismo nel 1799 sarà responsabile della rottura di questa unità e del distacco dei  ceti contadini dalla battaglia risorgimentale e dalla successiva vita repubblicana.
Gramsci sottolineerà come la perdita delle masse contadine alla causa repubblicana sarà  una delle ragioni dell’incompiutezza del nostro Risorgimento prima e della conseguente esperienza dello Stato unitario dopo.
Un’altra sorgente di produzione delle nuove idee  liberali fu la Francia rivoluzionaria. Esse  giunsero in Italia e a Napoli  soprattutto attraverso l’esperienza dell’esilio di molti patrioti napoletani e meridionali i quali , dopo la repressione borbonica del 1794, si recarono  a Marsiglia, a Tolosa, a Lione, dove vennero in contatto con associazioni, società, con il clima culturale, che si era creato dopo la Rivoluzione francese. Singolare fu l’esperienza dell’esilio fatta, come sostiene AnnaMaria Rao, da diversi patrioti napoletani, come Lauberg, Letizia, Abamonti,  Michele De Tommaso, Salfi, Galdi, nella piccola repubblica di Oneglia,presieduta da Filippo Buonarroti, inviato dalla Francia a governare quella prima repubblica napoleonica in Italia.
Quando Benedetto Croce collegherà l’origine del Risorgimento alle idee della Repubblica di ’99 penserà soprattutto a questi patrioti che erano animati da una tensione unitaria  e coltivarono per primi il sogno di un’Italia libera e indipendente. Di fronte alla crisi che colpì le repubbliche napoleoniche furono soprattutto i patrioti napoletani a chiedere alla Francia di raccogliere tutte le energie in un’unica battaglia nazionale per l’indipendenza dell’Italia, richiesta che non troverà ascolto da parte  francese.
Un’altra fonte di produzione delle idee repubblicane fu il dibattito che si aprì tra gli intellettuali del tempo e dei periodi seguenti.
Autorevole fu  la posizione di Alessandro Manzoni che nel suo “Saggio comparativo tra la Rivoluzione francese e la rivoluzione napoletana” sostenne  che gli ideali liberaldemocratici scaturirono dal movimento riformatore del ‘700 e dal dispotismo illuminato. In questa posizione c’è un fondo di verità perché soprattutto a Napoli c’era stato il governo di  Carlo III, sovrano illuminato, che con l’aiuto di intellettuali come Filangieri, Genovesi, Galiani ecc. aveva promosso una serie di riforme.
A me interessa però soprattutto sottolineare il significativo contributo per lo sviluppo delle nuove idee dato dagli intellettuali napoletani. Essi erano tutti imbevuti di idee illuministe. Va ricordato che tra le opere fatte pubblicate dal governo provvisorio a Napoli vi furono anche quelle di Montesquieu , di Rousseau , di Voltaire, i padri cioè dell’illuminismo europeo.
A Napoli però la filosofia dei lumi finisce di essere solo un’occupazione mentale e diventa un’attività applicabile  ai problemi dell’economia, della società, della legislazione, della cultura e soprattutto uno stimolo all’impegno civile.
Tra i  maggiori, Antonio Genovesi, Giuseppe Maria Galanti e  Gaetano Filangieri seppero legare le  visioni teoriche alla società. “Perché è vero che la società è animata dal pensiero dei filosofi, ma la grandezza di una società - osserva  Genovesi - è sostenuta ed alimentata dall’agricoltore, dal pastore, dal filatore , dal tessitore, dal mercante, dall’arti in somma, che  non fioriscono dove non si lasci libertà agli artisti. Quell’opprimere lo spirito dei contadini, dei pastori, degli artisti, perché muoiono senza aver mai saputo di essere cittadini, significa indebolire i fondamenti della grandezza” dello Stato. E ancora per Filangieri  la società potrà essere trasformata solo da una nuova legislazione in uno stato, come quello napoletano, dove la società è proprio soffocata da un impianto legislativo, che immobilizza la vita economica, sociale e politica  e non favorisce alcun cambiamento.”La vita degli uomini - dirà Filangieri - merita maggiore rispetto; ci è un altro mezzo, indipendente dalla forza e dalle armi, per giungere alla  grandezza; le buone leggi sono l’unico sostegno della felicità nazionale… Merito di questa trasformazione va agli intellettuali, la cui filosofia da mezzo secolo si affatica per richiamare le mire dei principi a questi utili oggetti”.
La società europea appare al Filangieri profondamente mutata. “Il popolo non è più schiavo, ed i nobili non ne sono più i tiranni” ma  “il regno di Napoli si distingue per involuzione ed arretratezza economica e politica”. La filosofia dei lumi deve servire a dare alla società  un’anima civile: “Per formare lo spirito pubblico - dirà Giuseppe Maria Galanti, allievo di Genovesi – occorrono tre mezzi: il primo è la libertà civile dei popoli… che deve però dipendere dall’osservanza delle leggi; il secondo mezzo è di perfezionare l’educazione in tutte le classi della nazione, e dirigerla agli abiti ed ai sentimenti utili allo Stato; il terzo e ultimo mezzo si riduce alla particolare educazione dei magistrati, per ottenere l’esatta amministrazione della giustizia”.
Tutto questo dibattito a cui bisognerebbe aggiungere altri nomi, come quello
di Palmieri (come creare un ceto di proprietari terrieri borghesi, per  un vero sviluppo capitalistico dell’economia),di Broggia (sulla difesa degli strati più poveri), di Domenico De Gennaro (con gli studi sull’economia del grano), di Grimaldi (con le ricerche sull’oleario). Sarebbe anche molto interessante approfondire le ricerche sullo sviluppo del settore serico,che favoriranno la nascita di un’industria nel meridione, i cui prodotti si faranno spazio  in mercati europei e mondiali e il cui tracollo, dopo l’Unità d’Italia, sarà una delle cause dell’impoverimento del Meridione.
Queste posizioni si trascineranno  dietro anche la stessa letteratura che abbandonerà le visioni idilliche ed  incomincerà a misurarsi coi problemi della società e dello Stato.
In molti  scrittori infatti s’incominceranno a legare gli  interessi letterari agli interessi politici.
Cuoco, ad esempio, non scrive solo  il famoso Saggio,ma anche  il romanzo Platone in Italia, in cui Cleobolo, allievo di Platone, visita la Magna Grecia ed esalta la civiltà
italica precedente a quella ellenica distintasi per le sue istituzioni civili, per lo sviluppo scientifico  ed  artistico. Per cui c’è stata già una nazione italiana, come quella etrusca o sannita; ad essa bisogna rifarsi per costruire il nuovo Stato unitario e indipendente. A queste idee s’ispirerà poi lo stesso Gioberti per scrivere  il suo famoso libro “Del primato morale e civile degli Italiani” .
Anche Vincenzo Monti , richiamandosi al romanzo di Cuoco, scriverà l’opera” I
Pittagorici”, musicata da Paisiello e rappresentata  al S. Carlo, in cui ricorda il buon governo dei seguaci di Pitagora, venuti  nel VI-V secolo a.c.nel Meridione d’Italia, cacciati e trucidati dai tiranni. Con i pitagorici   identifica i patrioti napoletani del 1799 perché colpiti dalla stessa sorte.
Sull’onda di questi ideali a Napoli e nel Sud  si costituirono Società, Associazioni,
Comitati, Circoli, sale d’istruzione attraverso cui i rappresentanti della Repubblica comunicavano coi cittadini.
Perciò l’idea che il governo della Repubblica napoletana del 1799 fosse separato dal popolo mi sembra del tutto fuorviante. Anzi appare una strumentalizzazione della posizione di Cuoco, che non ha mai sostenuto che questa classe di governo vivesse in solitudine tale esperienza.
Ci sono pervenuti proclami che parlano di pubbliche assemblee, di riunioni di governo aperte alla partecipazione popolare e agli interventi dal pubblico tanto che in una di esse tenuta  a porte aperte e, di fronte ai tumulti provocati dai presenti, la decisione del presidente Albanese di continuare la riunione a porte chiuse fu contestata dalla stessa Pimentel sulle colonne del Monitore, con l’invito a comunicare coi cittadini e magari ad impiegare la forza pubblica per sedare le agitazioni,proposta che sarà poi accolta.
Durante la Repubblica napoletana il popolo  interveniva con riunioni   nelle cosiddette sale d’istruzione. Spesso  lo stesso governo convocava i cittadini per consultarli su alcune proposte di legge, come ad esempio quello sui banchi, sui feudi, sui fedecommessi.
I rappresentanti del Governo provvisorio  ricevevano il  pubblico tutte le mattine. I comitati si riunivano ogni giorno ed erano aperti alla partecipazione dei cittadini.
Dai documenti in possesso della Biblioteca nazionale di Napoli e dell’Archivio storico si ricava che funzionarono le Sale  d’Istruzione, a cui fu assegnato  un responsabile nella figura di Vincenzo Russo. In queste sale veniva riunito il popolo, al quale si presentavano proposte di legge o si illustravano leggi già approvate.
Risulta inoltre che a Napoli e in tutto il Meridione operarono Società patriottiche, nelle quali si svolgevano assemblee popolari su diversi problemi.
E poi  le rappresentanze ufficiali, tra membri del governo centrale, dei dipartimenti, delle municipalità, delle varie commissioni  ammontavano ad un numero di circa 40000 componenti.
L’esperienza repubblicana,pur essendo stata breve, creò quindi una rete  di organismi democratici; la sua  eccessiva articolazione ed estensione però provocò non pochi problemi alla funzionalità del governo.
Ci tengo a sottolineare questa specificità degli illuministi napoletani, di essere stati i diffusori delle prime visioni democratiche; dalle loro elaborazioni scaturirono idee sull’organizzazione dei vari settori produttivi o della vita sociale, ma anche contributi   su quelli, che poi diverranno i principi sacri  degli Stati moderni, come la libertà di tutti, l’uguaglianza come strumento di giustizia sociale e di lotta ai soprusi, la laicità dello stato e della cultura, il sistema giudiziario pubblico, tutore della legalità e del rispetto delle leggi, il riformismo sociale. L’Europa intera ci invidiò queste risorse intellettuali. 
La struttura dello Stato repubblicano
Se gli ideali furono originali e decisivi per aprire la fase di costruzione dello Stato unitario, la gestione incontrò non poche difficoltà fin dal primo momento prima coi francesi, poi all’interno della compagine governativa stessa.
Con la fuga del Re e della sua corte a Palermo, il Regno di Napoli fu lasciato nella più completa anarchia. La decisione di  un gruppo di cittadini di dare vita ad un governo a Napoli e al Sud d’Italia è perciò legittima sia sul piano politico sia su quello giuridico. Il governo provvisorio fu proclamato per colmare questo vuoto di potere, di cui approfittarono soprattutto i lazzari per procedere ad azioni di saccheggio e ad atti di  violenze. Per riportare la calma nella città ci fu poi l’intervento militare del  generale francese Championnet e  del Cardinale di Napoli, che organizzò una processione nella quale portò in giro per la città l’ampolla contenente il sangue  di S.Gennaro.
La nascita del nuovo Stato non fu serena. Fu  tormentata innanzitutto  dallo scontro con il Direttorio francese.
Dalla Francia il ministro degli esteri inviò istruzioni al  neo ambasciatore a Napoli Lacombe-Saint Michel, invitandolo a creare una sola Repubblica, libera e indipendente, ma con un rappresentante nazionale e un Direttorio esecutivo.
Il ministro delle finanze francese C. Faypoult, provvide subito a sequestrare  i beni privati  del re e della sua famiglia, i  banchi, i musei, gli scavi di Pompei, provocando la violenta reazione di Championnet,  che con una sua lettera accusò Faypoult di prepotenza.
Lo stesso Championnet da parte sua prima disse  ai napoletani che “l’estensione dei poteri, che la legge vi affida è enorme” e poi deliberò che  ogni atto del governo per divenire esecutivo sarebbe dovuto essere approvato dal generale in capo, cioè da lui stesso.
Ci volle l’opera di mediazione del commissario inviato dalla Francia Antoine Jullien, per  ricomporre i contrasti e giungere  alla Nascita della Repubblica con il  Progetto di decretazione presentato ai patrioti napoletani da Giuseppe de Logoteta il  22 Gennaio 1799 nella Piazza del Castello di S.Erasmo.
Per l’occasione fu issata la nuova bandiera di colore rosso,giallo e blu e fu suonato il nuovo inno repubblicano musicato da Domenico  Cimarosa.
Il giorno successivo, il  23 Gennaio 1799, Championnet emanò  il decreto di costituzione del governo provvisorio. Sul modello francese il governo fu organizzato in comitati, con la differenza che nella Francia rivoluzionaria erano stati istituiti appena due comitati, nella Repubblica napoletana furono istituiti 6 comitati (Centrale, Dell’Interno,di finanze, di legislazione, di polizia generale, Militare), per un totale di 25 membri, che componevano a loro volta una commissione di legislazione, una sorta di Parlamento, che deliberava in materia legislativa.
Furono nominati 4 ministri: Finanze, Giustizia e polizia, Interno, Guerra e Marina.
Questi organi a loro volta furono affiancati da una molteplicità di commissioni per un totale generale di circa 60  organismi.
Presidente della Repubblica fu nominato Carlo Lauberg, originario di Teano;
segretario il francese Antoine Jullien; generale in capo, com’era scontato, Jean Antoine Étienne Vachier detto Championnet.
Tutto il territorio della Repubblica  fu diviso in 11 Dipartimenti dal francese  Bassal con un decreto, che sarà contestato un po’da tutti tanto che il 25 Aprile il nuovo commissario inviato dalla Francia Abrial dovette   revocarlo e  riportare i Dipartimenti allo stesso numero delle antiche province con l’aggiunta del Dipartimento di Napoli.
Per il governo delle municipalità il presidente Lauberg, impartì delle istruzioni che prevedevano un presidente, un segretario, sette membri, quindici nelle comunità superiori ai diecimila abitanti.
Anche in questo caso però di fronte ad episodi di anarchia si dovette disporre che restassero in carica fino a nuove decisioni “tutti gli agenti ed impiegati e autorità dell’antico governo… tranne i sindaci laddove erano già stati sostituiti nella municipalità”.
La vita dei comitati e di tutti gli organismi del governo repubblicano non fu facile. Fu condizionata dallo scontro con il Direttorio francese. E’ notorio l’episodio relativo al rifiuto di ricevere da parte  del Direttorio di una deputazione della Repubblica napoletana , dopo che si era recata a Parigi, a seguito della concessione dell’incontro.
La vita interna agli stessi organismi fu agitata da varie polemiche e conflitti di potere.
Ci furono molte sostituzioni di membri.
Il Presidente Lauberg sarà sostituito da  Abamonti e il segretario Jullien da Salfi dal 18 Marzo.
Furono sostituiti diversi membri all’interno dei comitati e delle commissioni. In qualche comitato il presidente sarà nominato con notevole ritardo, nei Dipartimenti i commissari organizzatori furono nominati soltanto a Maggio, quando l’esercito della santa fede era già alle porte di Napoli.
Ci furono diverse sostituzioni di ministri. Alle finanze furono cambiati ben tre ministri; negli altri ministeri ci saranno almeno due sostituzioni.
Ad Aprile ci sarà una vera e propria crisi di governo con molte sostituzioni e con la costituzione di due commissioni,una legislativa di 25 membri e l’altra esecutiva di 5 membri, nate per separare la funzione legislativa da quella di governo, confusione che aveva costituito un’anomalia nella precedente compagine governativa.
Il generale Championnet sarà richiamato in Francia e sostituito da Macdonald. Quest’ultimo abbandonerà Napoli con il suo esercito per difendere il Nord Italia dall’attacco degli austro - russi e quindi a Napoli furono lasciate guarnigioni di soldati del tutto insufficienti alla difesa della Repubblica.
Parecchi furono gli atti compiuti dal Governo provvisorio, ma alla loro approvazione o talvolta alla non approvazione, si arrivò  dopo lunghe ed interminabili discussioni, lunghi scontri di posizioni, che in non pochi casi modificavano il deliberato, a volte in senso peggiorativo.
Così ad esempio avvenne per l’abolizione dei fedecommessi, uno strumento attraverso il quale l’eredità veniva assegnata  ad un unico erede,il primogenito.
Genovesi li aveva definiti “rovina delle famiglie”; Filangieri aggiunse“ le primogeniture, che  diminuiscono all’infinito il numero dei proprietari, sono oggi la rovina della popolazione”.
La Legge fu contestata da Pagano perché senza il parere del comitato di legislazione. Ciò comportò la riapertura della discussione, che si chiuderà solo dopo aver raggiunto un compromesso tra le posizioni dei  radicali e quelle dei moderati.
Ancora più travagliato sarà l’iter della Legge per l’abolizione dei feudi.
La questione era stata già sollevata da Antonio Genovesi per il quale “La causa più grave dell’arretratezza e della miseria sta nella cattiva distribuzione della proprietà”; da Gaetano Filangieri, che  nella Scienza della Legislazione,aveva affermato : “Le cause della miseria sono le ricchezze esorbitanti ed inalienabili degli ecclesiastici, il numero infinitamente piccolo dei proprietari rispetto ai non proprietari, ai braccianti, ….e perciò condannati  alla più spaventevole miseria”.
Le masse contadine si aspettavano subito una legge. Ci fu però una lunga discussione con diverse posizioni, come quella di abolire tutti i privilegi o di abolire solo diritti personali o solo quelli reali o tutti e due insieme,o di mantenere la proprietà dichiarata con titoli di proprietà, o di mantenere quest’ultima ma con pagamento di un indennizzo  da parte dei nobili.
La discussione sulla  proposta di legge fu diverse volte  sospesa. Dopo aver trovato un accordo tra le varie posizioni, il generale in capo Macdonald si rifiutò di firmarla; la Legge sarà quindi firmata dal nuovo commissario francese  Abrial, ma solo il 26 Aprile  quando già si era persa la fiducia della popolazione contadina.
Tre mesi per l’approvazione di una legge sulla feudalità non sono tanti, ma i contadini, stanchi delle discussioni precedenti, avrebbero voluto una legge subito.
Anche per l’abolizione dei monti familiari, cioè di quei  patrimoni messi insieme da una o più famiglie, dichiarati inalienabili e formanti la dote dei figli, le discussioni furono molto lunghe e l’approvazione avvenne solo dopo il primo Maggio.
Il "Progetto di Costituzione", preparato da Mario Pagano, composto da oltre 400 articoli,richiamò l’attenzione di molti soprattutto per le idee che la ispireranno. “La libertà, la facoltà di opinare - è scritto infatti nell’Introduzione - di servirsi delle sue forze fisiche, di estrinsecare i suoi pensieri, la resistenza all’oppressione sono modificazioni tutte del primitivo dritto dell’Uomo di conservarsi e di migliorarsi. La libertà è la facoltà dell’Uomo di valersi di tutte le sue forze morali, e fisiche, come gli piace, colla sola limitazione di non impedire agli altri di far lo stesso. L’Uomo schiavo è un Uomo deteriorato. l’Uomo deve far uso della ragione in tutta l’estensione. La sola limitazione dell’esercizio della facoltà di pensare sono le regole del vero. La tirannia, che inceppa gli spiriti, è più detestabile di quella, che incatena i corpi.”
Questa proposta non sarà mai approvata. Eppure questo modello,che si richiamava sì alla costituzione francese, ma con diversi  elementi di novità, sarà utilizzato da molti altri costituzionalisti.
Fu approvato il progetto di assistenza, una prima sorte di moderno Welfare, presentato da Domenico Cirillo, che prevedeva la creazione di “un’Associazione nella quale ognuno, in base alle proprie forze, volontariamente si tassi di un somma mensile con una cassa da affidare a persone probe”. Da qui scaturì la nomina di  una Commissione di 11 membri, a cui fu affidata una cassa con sede nella casa del cittadino Berio in Via Toledo. La struttura  effettuò  visite ai poveri  per soddisfare urgenti bisogni, soddisfece anche  qualche offerta di lavoro,  provvide a sistemare ragazze povere nei Conservatori.
Fu approvata la riforma dei  7 banchi. Questi enti morali, simili alle moderne banche, da privati divennero di corte per volontà di Maria Carolina.
Chi depositava denaro al banco aveva in cambio una “fede di credito”che circolava come moneta.  Quando non era coperta si ricorreva alla polizza.
I banchi furono trovati dai repubblicani con fedi di credito non coperte per 35 milioni di ducati. Questo debito, dopo lunghe discussioni, fu assunto come proprio dal nuovo governo. La decisione fu avversata da molti, soprattutto da Cuoco e dalla Pimentel.
Altri provvedimenti saranno approvati dal governo,come la Legge costitutiva   dell’Istituto Nazionale di ricerca,diviso in 4 sezioni e composto da 52 membri, le leggi sull’obbligo della rendicontazione da parte dei funzionari pubblici, sulla  Guardia nazionale, sul rafforzamento della vigilanza, sulla stampa.
Furono abolite la  tassa del testatico, da cui erano esclusi solo i nobili, la tassa sul grano, la gabella sul pesce.
Nell’ambito della proposta di un nuovo ordinamento giudiziario, furono  abolite la tortura e la carcerazione per debiti, fu istituito il Giudice di pace e sancito il diritto che l’accusato e l’accusatore potevano ricusare fino a due giudici. Fu approvato il nuovo Codice militare.
Tutto avvenne però con molti contrasti, con dimissioni, con conflitti col generale in capo e con il Direttorio, che non riconobbe mai questo governo, con eccessive mediazioni, con rinvii e ritardi, che a volte fecero perdere efficacia politica ai provvedimenti, da qui l’indebolimento del governo.
L’atto finale fu  lo  scontro tra i due generali Girardon e Manthonè, che bocciò il piano di difesa del primo per una strategia militare fallimentare e causa finale  della caduta della Repubblica.
In conclusione l’esperienza repubblicana del ’99 fu quella di una giovane democrazia che fece dell’allargamento dei poteri, della moltiplicazione degli organismi,del confronto tra le posizioni, della dialettica  gli strumenti essenziali della sua azione politica. Le diverse anime, presenti nel governo, nei comitati, nelle commissioni spesso furono un arricchimento,ma a volte anche  un elemento di paralisi.
E’ la natura dei regimi democratici, che non sempre trovano le  giuste regole per ricomporre conflitti e per gestire la partecipazione dei cittadini.
Forse la decisione di partire con una struttura di governo  parcellizzata in molti  comitati e commissioni, fu audace nella situazione di un’emergenza creata dai progetti di rivincita da parte dei Borbone,dai contrasti con il Direttorio, dalle dimensioni territoriali troppo estese della nuova Repubblica.
Le scelte della giovane democrazia furono quelle di chiudere con il passato borbonico. Non ci fu perciò una fase di transizione, che in genere si ha anche a seguito di cambiamenti rivoluzionari. Le aspirazioni alla sovranità del popolo napoletano e l’influenza dei tanti comitati patriottici spinsero in direzione di una rottura col passato.
In non poche occasioni si dovette però fare marcia indietro come con la divisione del territorio in Dipartimenti, con la elezione dei rappresentanti della municipalità, come in parte anche sull’abolizione dei feudi.
In queste marce indietro si inserirono spesso esponenti della ricca borghesia terriera, i cui rappresentanti in massa conquistarono il governo delle municipalità. Spesso contro questa borghesia erano gli stessi nobili a sostenere la Repubblica e a piantare alberi della libertà. Si crearono perciò situazioni poco chiare  nei soggetti sociali sostenitori del nuovo Stato.
Il sanfedismo lavorò molto su queste difficoltà e sul conseguente  malcontento  dei ceti popolari, mandando nelle case di contadini e artigiani sacerdoti a fare campagna contro la Repubblica e minacciando chi coltivava sentimenti repubblicani.
In questo scontro il Cardinale Ruffo e il suo esercito della santa fede provocheranno  una rottura storica tra borghesi e contadini, tra contadini e movimento repubblicano, rottura che sarà pagata duramente  dal popolo meridionale.
La conclusione fu terribilmente tragica.
Il primo atto fu compiuto dal “civile”Nelson, che farà impiccare senza un processo all’albero della sua nave uno dei più grandi ammiragli del tempo, Francesco Caracciolo.
Seguirono a migliaia arresti e condanne; oltre cento furono mandati  a morte, scelti tra la migliore intellettualità di Napoli e del Sud.
Napoli divenne teatro di una delle più orribili tragedie della storia, con violenze inaudite sulla popolazione da parte di criminali e delinquenti liberati dalle carceri, con assedi di case, con ruberie varie, con accensione di falò in vari punti della città, su cui venivano bruciati alla rinfusa cittadini feriti,morenti e morti con macabre scene di cannibalismo.
La Napoli della cultura e capitale europea della musica divenne preda di un’animalità, che sfogò tutti  i suoi istinti bestiali e perversi.
La storia di Napoli però non finirà qui;aprirà le porte ad un’altra storia, quella risorgimentale.
Pagano prima di salire sul patibolo avrebbe detto “Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma l'Italia, o signori, si farà”.
Le idee e il sacrificio di questi uomini  plasmeranno infatti l’anima della nazione e tracceranno  quella linea di pensiero  lungo la quale si collocheranno  pensatori come Silvio e Bertrando Spaventa (Teoria dello Stato), Francesco De Sanctis (Identità nazionale), Antonio Labriola (La necessità di un’organizzazione politica della società,l’antimetafisica e la filosofia della prassi), Antonio Gramsci (Il blocco storico, il ruolo degli intellettuali e il partito politico), Piero Gobetti (Conciliazione di Socialismo e liberalismo, la visione morale della politica) e Benedetto Croce (Lo storicismo e l’azione delle forze morali operanti nella storia, il legame tra la Repubblica Napoletana del ‘99 e il Risorgimento italiano).
E su  questa linea saranno fissati i principi di una nazione democratica e di una  nuova società, nella quale viviamo ancora noi.

martedì 22 aprile 2014

Il sogno democratico del clero repubblicano in Terra di Puglia nel 1799

 

Oltre al vescovo di Potenza, Giovanni Andrea Serrao, barbaramente trucidato in casa il 24 febbraio 1799 da ignoti sanfedisti, e successivamente decapitato con la testa fissata su un’alta picca ed esposta in pubblica piazza per quattro giorni, tanti uomini di chiesa repubblicani condivisero il sogno della Repubblica e non pochi furono uccisi dalla reazione nelle Puglie.Nonostante si sia cercato di bruciare o occultare i documenti per nascondere la barbarie, la partecipazione dei religiosi agli avvenimenti della Repubblica, quali sostenitori delle idee di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicana, è ampiamente venuta alla luce.
Un ottimo lavoro in tal senso si deve ad Antonio Lucarelli, il quale, nell’opera La Puglia nel Risorgimento (Bari,1934) ha descritto l’ardore che mosse tali religiosi a sostenere le idee di libertà e democrazia.
“Non fu istituita alcuna municipalità, di cui non fossero partecipi, come presidenti o segretari o giudici di pace, gli uomini del clero; non vi furono benedizioni di alberi o di vessilli tricolori, né altre civiche manifestazioni, a cui non risonasse la concitata parola dei ministri del cattolicesimo, disconosciuti per lo più dalla romana Curia.”
Infatti dalle chiese, dai conventi, dai seminari uscirono religiosi di ogni ordine e grado per supportare i repubblicani, dai carmelitani ai cassinesi, dagli agostiniani ai paolotti, senza dimenticare il tributo di sangue che i domenicani diedero alla Repubblica.
La Tavola necrologica dei rei di Stato del 1799 racconta episodi specifici, ad iniziare dal monaco benedettino Arcangelo Carbonelli il quale, “dopo aver piantato l’albero, lo baciò e recitò il Sermone Repubblicano nella Cattedrale Chiesa di Lecce”.
Il minore conventuale Domenico Grande bruciò i ritratti dei sovrani, il carmelitano Eustachio Morgese e il carmelitano Luigi Varrone montarono la guardia a favore della repubblica. Inoltre trai i sacerdoti repubblicani sono annoverati i paolotti Michelangelo De Carolis e Vincenzo Carbotti, i minori conventuali Pietro Caramita e Raffaele Conserva.
A Trani a piantare l’albero della libertà furono i monaci cassinesi Tanfa e Santacroce e il domenicano Luigi Acquaviva. A Molfetta la comunità del convento dei domenicani era considerata tutta repubblicana, uomini di grande cultura e di scienza che furono assaliti dai sanfedisti il 5 febbraio 1799 mentre erano nel loro refettorio. Quelli che non riuscirono a scappare vennero trucidati in convento.
A Molfetta anche la comunità dei francescani fu “saccheggiata”.
A Lecce un folto gruppo di benedettini propugnatori della democrazia repubblicana, docenti di lettere, filosofia e matematica subirono il saccheggio del convento da parte della reazione legittimista.
A Gioia del Colle il domenicano Gisotti, fu “ condannato all’esilio per le sue libere opinioni” e terminò la sua vita da randagio tra le carceri delle Puglie e di Napoli.
Inoltre non possiamo non ricordare i minori osservanti, i domenicani e i cappuccini di Altamura e l’arcivescovo Ginevra che a Bari aveva benedetto l’albero della libertà.
Un lungo elenco, quindi, di uomini di chiesa che credevano nella democrazia repubblicana, apportatrice di libertà e di uguaglianza. La lista - per concludere con le parole di Antonio Lucarelli - densa di centinaia e centinaia di nomi, fra secolari ed ecclesiasti, prosegue per duecento fogli, consacrando alla venerazione dei posteri quei ribelli dell’assolutismo […] A loro che disertano le chiese e corrono impavidi per le muraglie delle assediate città agitando la croce e la spada, noi, quale che sia la nostra fede politica e religiosa, dobbiamo inchinarci reverenti. Nel furore della mischia, quando più sovrastava il terrore e la morte, essi adempivano egregiamente il noto monito di Mario Pagano […]: la libertà non si conquista che col ferro, e non si mantiene che col coraggio; occorre virtù, talento, sentimento del dovere!” E di tali doti- riconosciamo la verità appassionata- rifulsero in Puglia tanti e tanti ministri della chiesa cattolica”.

Pubblicato Martedì, 22 Aprile 2014 23:11 Scritto da Angelo Martino