lunedì 10 marzo 2014

Francesco Capecelatro, il patriota antiborbonico


Stemma dei CapecelatroFrancesco Capecelatro, duca di Castelpagano, nacque nel 1784 da Michele e Marianna Momile e partecipò giovanissimo alla Repubblica Napoletana del 1799. Fu ufficiale nel periodo napoleonico-murattiano (1806-1815).
La sua opposizione antiborbonica continuò anche nell'età della Restaurazione, aderendo alla Carboneria e partecipando al moto del 1820, per cui fu costretto all'esilio prima a Malta e poi a Marsiglia, ove rimase fino al 1826, quando tornò in Italia a Roma e poi ad Ancona.
Solo nel 1831 potè tornare a Napoli, ma senza esercitare piu cariche militari o di altro tipo. E si ritirò a S.Paolo Belsito presso Nola, ma la sua casa fu aperta a personalità come Bellini e Donizetti e a spiriti liberali. Seguì con grande partecipazione le vicende e le speranze del 1848 e fino al 1860. Morì nel 1863.
Nel seno di questa nobile famiglia napoletana liberale antiborbonica,  nacque, quando era esule a Marsiglia, Alfonso, il 15 febbraio 1824.
La madre si chiamava Maddalena Sartorelli, di elevata e patriottica famiglia, che aveva avuto lo zio Antonio martire repubblicano del 1799 scannato al Ponte della Maddalena e seppe allevare i suoi nove figli "con molto amore, ma con poche carezze".
Studiò a Napoli all'oratorio di S. Filippo Neri, importante centro di studi non solo religiosi, ma culturali, tanto che esso aprì la prima biblioteca pubblica a Napoli.
Nel rapporto con personalità della tradizione neoguelfa, sia storiografica che politica, come l'abate Tosti e C.Troya, egli, nel solco dei sentimenti paterni e familiari, assunse un fondamentale orientamento cattolico-liberale, che lo portò ad avere poi sintonia e collegamenti con personalità come Gioberti, Manzoni, Tommaseo.
Ebbe contatti anche con la scuola del Puoti, di educazione linguistica, civile, patriottica, che incise sulla sua formazione e segnala la sua apertura.
Nel 1847 fu ordinato sacerdote ed avviò una intensa attività di ricerca storica specialmente presso l'Abbazia di Montecassino, legandosi a monaci di grande sensibilità culturale e civile, come il de Vera e il citato Tosti.
Mise in luce nelle sue ricerche, nelle sue opere la funzione nazionale che avevano avuto il cattolicesimo e il papato nel Medioevo, per cui l'Italia non poteva pensarsi senza il cattolicesimo, nè i cattolici potevano sentire l'Italia ad essi estranea, anzi proprio fondamentale mondo storico, da onorare e  rafforzare.
Per questa sua equilibrata e profonda posizione cattolico-nazionale e liberale, ebbe rapporti e stima anche all'estero, in Inghilterra col cardinale Newman e lo stesso primo ministro Gladstone, in Francia con Montlambert.
Era vicino naturalmente alle posizioni di conciliazione tra il nascente stato nazionale italiano liberale e costituzionale e la chiesa cattolica, ed ebbe un decisivo ruolo di equilibrio nel 1860 nello scontro tra chiesa napoletana guidata dall'intransigente e conservatore cardinale Riario Sforza e le nuove autorità italiane.
Fu l'animatore tra il 1865 e il 1886 col Cenni e padre Ludovico da Casoria del periodico napoletano"La Carità", nella quale costantemente auspicava l'abbandono di posizioni intransigenti verso il nuovo stato nazionale e liberale e l'inserimento dei cattolici nella vita politica, in modo da portare in Parlamento uomini seri e di autentica fede cattolica, capaci di dare un contributo specifico costruttivo ed evitare derive anticlericali.
Era lontano da posizioni comunque in contrasto col papato, coltivava "il sogno dorato di una Italia unita insieme civilmente, con un vincolo, però, che doveva avere le sue radici nella fede cattolica e nell'amore del papato."
Nel 1877 alla morte di Riario Sforza si pensò a lui come successore a Napoli, ma ebbe l'ostilità degli ambienti intransigenti, clericali.
Ma egli godeva di grande considerazione presso gli ambienti più avveduti della Santa Sede e così fu nominato da papa Leone XIII per i suoi meriti storico-letterari vicebibliotecario vaticano nel 1879 e arcivescovo di Capua nel 1880.
Nel 1885 fu nominato cardinale e nel 1893 bibliotecario di S. Romana Chiesa e prefetto della Biblioteca Vaticana.
Fu arcivescovo di Capua per 32 anni, lasciando un'orma straordinaria, indimenticabile dal punto di vista pastorale e anche culturale.
Nel 1881 aprì ad esempio al pubblico la biblioteca arcivescovile di Capua e quella del seminario; diede vita nel 1882 ad un periodico divenuto riferimento non solo religioso, ma civile" La Campania Sacra".
Di lui si parlò seriamente di una candidatura al soglio pontificio nel conclave del 1903, con simpatie di cardinali anche stranieri e gradimenti politici italiani ed europei.
Dell'amore per la Patria e dell'obbligo religioso e morale tal senso dei cattolici italiani in particolare, argomentò nel 1900 nello scritto uscito a Milano dal titolo "L'amore di patria e i cattolici particolarmente in Italia",
Morì a Capua il 14 novembre 1912 e, per sua disposizione testamentaria, volle essere sepolto a Montecassino.
Una nipote del cardinale arcivescovo fu Enrichetta Capecelatro, figlia del fratello Antonio, patriota del 1848, antiborbonico fino al 1860, e di Calliope Ferrigni, nata a Torino nel 1863, dove il padre lavorava nelle Poste dopo l'Unità. Fu poetessa apprezzata da Croce e traduttrice dei grandi scrittori russi come Tolstoi e Dostoevskij, Gogol, Puskin.
Nella villa alle falde del Vesuvio del nonno materno, Ferrigni, magistrato, letterato, poi senatore, che sveva sposato la sorella di Antonio Ranieri, Enrichetta, fu ospitato Leopardi durante il soggiorno napoletano e la nipote Enrichetta ne scrisse in "Storia di una casa di campagna" del 1934.
Fu accademica Pontaniana a 29 anni e scrisse una storia della sua famiglia patriottica nel ramo paterno e materno "Una famiglia napoletana dell'Ottocento".
Sen. Riccardo Carafa d'Andria Conte di RuvoSposò nel 1885 a Napoli Riccardo Carafa, conte di Ruvo, anche lui letterato e senatore del Regno d'Italia, della famiglia del grande Martire  del 1799 Ettore Carafa per la parte paterna e del Martire Gennaro Serra di Cassano per la parte materna.
Enrichetta era orgogliosa di essere entrata in una famiglia così patriottica, che aveva dato contributi memorabili nelle componenti maschili e femminili al Risorgimento meridionale e italiano.
Riccardo Carafa fu uno dei fondatori nel 1892 con Croce, Di Giacomo, Schipa, Ceci, della rivista"Napoli Nobilissima". Fu deputato e senatore e morì nel 1920.
Enrichetta è morta a Napoli nel 1941.

mercoledì 5 febbraio 2014

La costituzione in Napoli nel 1820” di Gabriele Rossetti: il sogno tradito


Gabriele RossettiQuando Ferdinando I di Borbone fu costretto a concedere la Costituzione nel 1820 in seguito all’insurrezione che iniziò con un reparto di circa 130 uomini e 30 ufficiali di stanza a Nola, comandato dal tenente Michele Morelli, facendosene ingannevolmente, subdolamente garante, il poeta e patriota Gabriele Rossetti salutò l'avvenimento con la lirica “La Costituzione in Napoli nel 1820”, intrisa di fervore patriottico ed entusiasmo.
Quando il re soppresse la Costituzione, mostrando ancora il tradimento verso la parola data ai patrioti del suo Regno,  e usando la Santa Alleanza dell' esercito austriaco, Rossetti divenne un ricercato.
Proprio lui, che aveva tanto decantato il “nobile” gesto del Borbone, pur non condannato a morte come lo furono i martiri Michele Morelli e Giuseppe Silvati, sperimentò sulla sua pelle le dure conseguenze del tradimento borbonico.
Dopo essersi nascosto per tre mesi, lady Moore, moglie dell' ammiraglio britannico a Malta, che adorava le sue liriche, lo aiutò a  fuggire via da Napoli fino a Malta camuffato con un' uniforme da luogotenente navale britannico, a bordo della nave ammiraglia Hms Rochfort di suo marito.
Da Malta il Rossetti scrisse con sommo rimpianto: “Addio, terra sventurata per il re fellon” ed espresse tutto il suo rammarico in una lettera del 2 giugno 1840 all’amico dantista Charles Lyell:
 
“Venuta la rivoluzione del 1820, le mie Odi civiche furono accolte con tale entusiasmo dal pubblico che veramente pareva un furore. La poesia fu il principio di mia fama letteraria, ella il fu della mia disgrazia... il Re, che mi vide sì distinto dal pubblico, temendo ch’io avessi su lui influenza, cominciò ad odiarmi a morte, e voleva avermi nelle mani; e chi sa che sarebbe stato di me! Ma io mi era nascosto. Le mie odi, eh ‘erano giunte fin in Inghilterra, erano state ammirare da Lady Moore, moglie dell’ammiraglio Sir Graham Moore. Venuta a Napoli quella Signora, volle conoscermi, mi accolse con amorevolezza e mi colmo di gentilezza. Caduta la rivoluzione, ella disse al marito: Salvami Rossetti. Mi fu offerto un asilo sul vascello ammiraglio, il Rochfort, ma prima ricusai, e poscia accettai. Due uffiziali inglesi, speditimi da quel signore benevolo, mi vestirono da uffiziale, con uniforme inglese, e mi condussero in carrozza sul naviglio. Così di 7 milioni di abitanti che quel regno contiene, io solo fui salvato dalla generosità di questa magnanima nazione; e qui ripeto: la poesia avea prodotto la mia riputazione, ella la mia sventura, ella la mia salvazione. Fui condotto a Malta, dov’era stato preceduto dalla Fama.”

In esilio il Rossetti rimpianse tanto di aver scritto parole di speranza, di aver confidato in un re Borbone. La lirica “La Costituzione in Napoli nel 1820”, inneggiava nel prosieguo al grande giorno che era giunto per la novella felicità, per la redenzione scolpita su ogni fronte, per la gloria che riviveva. I potenti avevano compreso che non si poteva esser sempre occulti e pertanto “ non sogno questa volta, non sogno di libertà”.
L’opera era giunta al suo coronamento e la patria poteva che  ringraziare la divinità per quella intensa luce che l’avvolgeva . Tali furono le speranze, i sogni  traditi di tanti patrioti, di cui solo due pagarono con la vita: Morelli e Silvati.
E quante volte Gabriele Rossetti in terra straniera pensò all’obbrobrio del nuovo tradimento del re, di quel rinnovato disonore dei Borbone, di quel sogno di libertà miseramente tradito.
La costituzione in Napoli nel 1820
Di sacro genio arcano Al soffio animatore, Divampa il chiuso ardore Di patria carità: E fulge omai nell’arme/ La gioventù raccolta: Non sogno questa volta. Non sogno libertà! Dalle nolane mura/ La libera coorte Gridando: «A Monteforte!» Alza il vessillo e va. La cittadina tromba/ Lieta squillar s’ascolta: Non sogno questa volta, Non sogno libertà! Fin dal fecondo Liri all’Erice fiorito/ Quel generoso invito/ Più vivo ognor si fa; E degli eroi la schiera/ Sempre divien più folta: Non sogno questa volta. Non sogno libertà! Si turba il Re sul trono/ Al grido cittadino, Ché teme in sul destino/ Di sua posterità; Ma di ragione un raggio/ Ogni sua nebbia ha sciolta: Non sogno questa volta, Non sogno libertà! Di che temer potea In mezzo ai figli suoi? Un popolo d’eroi/Omai l’accerchierà; Né più vedrassi intorno/ Turba fallace e stolta: Non sogno questa volta, Non sogno libertà! Difenderem ne’ suoi I nostri dritti istessi: Finché non siamo oppressi. Offeso ei non sarà; Ogni oste a noi nemica /Qui resterà sepolta: Non sogno questa volta, Non sogno libertà! Giungesti alfin, giungesti /O sospirato giorno! Tutto ci brilla, intorno/ Di nuova ilarità; Redenzïon di patria/ In ogni fronte è scolta: Non sogno questa volta, Non sogno libertà! La rediviva gloria/ Per ogni via passeggia, E torna nella reggia/ L’espulsa verità. La mascherata fraude / Fra le sue trame è colta: Non sogno questa volta, Non sogno libertà! Già coronata è l’opra: Patria, ringrazia il nume: O qual ti cinge un lume/ Di nuova maestà! Chi fia che più ti dica Barbara terra incolta? Non sogni questa volta. Non sogni libertà!



Riferimento Bibliografico
Amedeo Quondam, Risorgimento a memoria,  Donzelli, 2011

giovedì 23 gennaio 2014

L'uso della tortura nei lager borbonici , sopratutto sui siciliani


E’ un opuscolo pubblicato in lingua italiana a Parigi nell’aprile del 1860 che ci fornisce dettagliate informazioni sull’uso della tortura nel Regno delle Due Sicilie , anche se il testo ha quale titolo “La Tortura in Sicilia “, scritto da Carlo di La Varenne, il quale raccoglie una serie di lettere pubblicate dal giornale parigino L’opinion Nationale. Come sottolinea Antonio Caprarica “ le vittime sono indicate con nomi e cognomi , autentiche nelle loro sofferenze”. 

Così apprendiamo dall’autore che a Palermo, il re si chiama Maniscalco e a Napoli Ajossa, che non solo altro che i rispettivi capi della polizia . Il testo esplicita che nel Regno delle Due Sicilie “il governo è la polizia senza responsabilità e senza freni”. Il ricorso alla tortura è indicato quale “ricorso abituale“ in tanti casi di arresti indiscriminati e di detenzioni senza informazioni alla famiglia e alla magistratura”.Vengono elencate le più orrende forme di tortura quali “la cuffia del silenzio”, “l’istrumento angelico”. 

Vengono indicati anche precisamente in cosa consistono tali forme di tortura, a chi vengono crudelmente praticate e in quale luogo di detenzione. Pertanto, al commerciante siciliano Giovanni Vienna viene praticata la “cuffia del silenzio” dal “famigerato commissario Pontillo”. 
Al fine di ricevere presunti informazioni il detenuto Vienna fu condotto sulla spiaggia di Zafferano e, dopo avergli legato mani e piedi e infilato in un sacco, fu più volte immerso nel mare, tirato fuori, rianimato per ottenere presunte informazioni fino all’agonia. L”instrumento angelico", invece, era praticato in prigione, applicando “agli accusati manotte di ferro con viti di pressione”. Ogni commissariato di polizia era specializzato in una particolare forma di tortura più o meno orribile, dal terribile supplizio dell’arganello  alla “poltrona a graticola”. 
Consideriamo che siamo alla vigilia degli avvenimenti del 1860 e la Sicilia “ribolle di rabbia e di complotti”, come sottolinea Caprarica , riportando il caso di Nicosia ove, dopo l’assassinio del feroce capitano Gorgone, vengono arrestati “senza indizi” Chimera e Pizzolo. Costoro si mostrano resistenti anche alla tortura . L’ispettore , allora, fa arrestare la moglie di Chimera , una bella ragazza di ventidue anni. La pagina 16 del testo “ La tortura in Sicilia “così riporta lo stupro plurimo che subisce la giovane moglie di Chimera in carcere:“ Dopo averla oppressa di orribili violenze, [ l’ispettore] la fè ligare sopra un banco e l’abbondonò alla brutalità de’ suoi sbirri” Dopo tre giorni di tale trattamento la giovane donna depone” che suo marito le avea detto di voler uccidere il capitano Gorgone”. A conclusione della trattazione dei casi di tortura Antonio Caprarica così conclude:“Questi abusi atroci , che nei casi più clamorosi risultano confermati dall’intervento ( inefficace) dei giudici , alimentano l’odio pluridecennale dei siciliani verso i Borbone.


Angelo Martino


Bibliografia 
Antonio Caprarica- C’era una volta in Italia- Sperling & kupfer- 2010

http://www.comunedipignataro.it/modules.php?name=News&file=article&sid=21015

martedì 7 gennaio 2014

Una storia di delinquenza comune. La banda del “sergente Romano”

L’operato essenzialmente criminale dei briganti, inclusi quelli attivi dopo il 1860, finì con l’essere apertamente denunciato a partire dal 1863 dagli stessi pubblicisti borbonici e clericali, che d’altronde già in precedenza s’erano trovati in forte imbarazzo nel dover spiegare la totale assenza di legittimisti alla testa delle bande, che non fossero i pochissimi nobiluomini stranieri al soldo di Francesco II, quali Borjes o Tristany, che comunque ebbero davvero scarso e breve ruolo nel brigantaggio. (1)
L’unica eccezione d’un legittimista meridionale a capo di una banda di briganti è quella di Pasquale Romano, oggigiorno conosciuto come “sergente Romano” poiché aveva ottenuto questo grado nell’esercito borbonico.
Egli però pretendeva di farsi chiamare dai suoi seguaci come “maggiore”, grado che si era attribuito da sé, e col soprannome retorico di “Enrico La Morte”.
Comunque, avendo la particolarità d’essere stato in pratica l’unico capobrigante ad essere un autentico legittimista politico, Pasquale Romano alias Enrico La Morte ha ricevuto dalla propaganda separatista attuale molta attenzione, perché si è preteso poter individuare in lui un brigante il cui operato sarebbe stato interamente estraneo ad atteggiamenti delinquenziali e riconducibile all’ipotesi (assurda e totalmente priva di fondamento) d’una sorta di “guerra nazionale” contro un presunto invasore straniero.
In questo tentativo compiuto da una certa pubblicistica si deve anzitutto segnalare l’errore di voler redimere un intero fenomeno, quello del brigantaggio, sulla base di uno dei suoi membri, che d’altronde fu l’eccezione e non la regola. Bisogna già rimarcare il fatto che, delle molte centinaia di bande attive dopo il 1860, soltanto una si può considerare come capitanata da un vero e proprio legittimista e non da un puro criminale comune.
In ogni caso, lo stesso “sergente Romano” tenne comportamenti non dissimili da quelli di altri capibanda dell’epoca, come si può provare da una rapida sintesi delle sue principali azioni. (2)
Si deve dare un’avvertenza preliminare. La sintesi sotto riportata ricorda unicamente, in forma molto abbreviata, l’operato della “banda Romano” in senso stretto. È stata quindi esclusa dalla narrazione il ricordo dell’assalto condotto da una turba disordinata di borbonici, capitanati però sempre da Pasquale Romano, alla città di Gioia il 28 luglio 1861.
Nel tumulto che ne seguì avvennero diversi assassini, fra cui quello di un bambino d’otto anni, ammazzato a colpi d’ascia perché “colpevole” d’aver detto che voleva Vittorio Emanuele II per re.
Vi furono anche casi di cannibalismo (frequente fra i briganti ed affini), con donne che bevvero il sangue di un garibaldino massacrato dalla plebaglia, che poi infierì sul corpo fino a smembrarlo.
È pertanto possibile così riassumere gli accadimenti principali della banda Romano:
-Fine luglio 1862. La banda diede un assalto al quartiere guardie nazionali di Alberobello. Una guardia nazionale, di nome Curri, fu uccisa, altre tre ferite. I briganti derubarono il cadavere dell’assassinato, portandogli anche via le scarpe.
-6 agosto 1862. L’ex sergente Romano condusse la sua banda a sequestrare ed assassinare due contadini della zona nei pressi di Alberobello, precisamente Riccardo Tanzarelli di Ostuni ed Oronzo Terruli.
Il primo era “colpevole” d’aver invitato a consegnare alle autorità un paio di briganti che erano stati arrestati di propria iniziativa da un gruppo di contadini (episodio che prova, casomai ve ne fosse bisogno, che i banditi non godevano affatto del consenso universale della popolazione).
Il secondo invece era “reo” soltanto d’avere idee liberali e d’aver denunciato un brigante. Tanzarelli fu rapito dalla sua abitazione (un tipico “trullo”), legato e trascinato nei pressi della masseria di tale Marangiuli, in cui si trovava anche Oronzo Terruli.
Ivi Tanzarelli fu fucilato per ordine di Pasquale Romano stesso. Terruli invece venne massacrato dopo aver tentato di nascondersi, ricevendo diversi colpi d’arma da fuoco e 27 pugnalate. Durante l’aggressione fu ucciso anche l’anziano Marangiuli, sebbene fosse del tutto estraneo alla vicenda.
-Metà agosto 1862 circa. La banda sequestrò il contadino Vito Angelini di Putignano, perché d’idee liberali. Rapito e legato, fu trascinato sino nel bosco e sottoposto dal “sergente Romano” ad una farsa di processo, al termine del quale fu condannato a morte e fucilato. Il contadino riuscì però a sopravvivere ed a trascinarsi sino ad una masseria vicina, dove fu curato.
-Settembre ed ottobre 1862. La banda Romano si trasferì nella penisola salentina, dedicandosi a bruciare i raccolti e le masserie dei contadini e dei proprietari ritenuti liberali.
-23 ottobre 1862. Un gruppo di guardie nazionali s’imbatté nei briganti e fuggì. La banda rincorse i fuggiaschi e ne catturò dodici. Tre di questi, legati, furono fucilati.
I restanti ebbero le orecchie mozzate: soltanto due fra questi scamparono alla mutilazione ed unicamente perché avevano le teste fasciate per le ferite.
Un brigante, Francesco Monaco di Ceglie Messapica, amputò il mento ad un cadavere, lo fece seccare e lo portò con sé come trofeo. Anche le orecchie tagliate furono conservate dai membri della banda del “sergente Romano” ed usate per intimidire i contadini.
-14 novembre 1862. Pasquale Romano fece fucilare tre suoi briganti, i fratelli Montanaro di Latiano.
-21 novembre 1862. La banda irruppe in un paese indifeso, Carovigno, saccheggiando e devastando abitazioni private e negozi.
-21 novembre 1862. Subito dopo il saccheggio di Carovigno la banda ebbe uno scontro a fuoco con un reparto di carabinieri e di guardie nazionali. Essa venne respinta e sconfitta, ma riuscì a fare un prigioniero, la guardia nazionale Michele Catamarò, che venne condannato a morte. Il carnefice fu il brigante Antonio Briante, che gli recise la gola con un coltellaccio.
-22 novembre 1862. La banda rapì l’agricoltore De Biase, un patriota italiano.
Dopo il sequestro, il “sergente Romano” chiese alla famiglia 1000 piastre per restituirlo.
I familiari però non disponevano di una somma simile e si offrivano di pagare subito 300 piastre ed il resto in seguito. De Biase fu così portato via dai briganti e poi assassinato.
-2 dicembre 1862. In tale data, per la prima volta la banda Romano si trovò a combattere con un reparto di fanteria dell’esercito regolare.
I briganti furono colti di sorpresa nelle vicinanze della masseria dei Monaci di san Domenico dalla 16° compagnia del 10° reggimento di fanteria.
Il loro comandante, il sedicente “maggiore Enrico La Morte” ovvero Pasquale Romano, non era neppure presente al momento dell’attacco. Giunto infine durante il combattimento, pensò bene di gettare via le insegne del suo comando e fuggire travestendosi da semplice gregario, con in testa il berretto di un altro brigante.
Visto scappare il loro capo, anche gli altri briganti si diedero alla fuga, subendo gravi perdite.
Dopo la sconfitta, i superstiti si riunirono e si insultarono pesantemente, accusandosi reciprocamente di vigliaccheria ed incapacità. Buona parte dei banditi decise d’abbandonare il “sergente Romano”, che al primo vero scontro aveva dato così cattiva prova di sé.
Rimasero con lui circa una cinquantina di briganti.
-Dicembre 1862. La banda si dedicò a saccheggiare le masserie della zona di Alberobello e d’altri comuni vicini. Ad esempio, nella notte del 23 dicembre i briganti depredarono la masseria Barsiento.
-30 dicembre 1862. La banda del “sergente Romano” venne intercettata da un reparto di cavalleggeri del “Saluzzo Cavalleria” e fu posta in fuga subendo notevoli perdite. Dopo quest’altra sconfitta, i banditi, scoraggiati, si separarono in due gruppi e con “Enrico La Morte” restarono ancor meno uomini.
-4 gennaio 1863. La banda tese un agguato ad un drappello della guardia nazionale di Altamura, che perse il sergente Arcangelo de Stasi.
Questo patriota fu torturato, mentre si trovava in agonia, dal brigante Giuseppe de Caro da Fasano, che gli troncò l’estremità del mento, ornata da pizzo, conservando poi il trofeo sotto sale.
-5. Gennaio 1863. La banda Romano fu nuovamente attaccata dai cavalieri del reggimento “Saluzzo” e quasi interamente distrutta. Il suo comandante perì nello scontro.

Presentata sinteticamente l’attività della banda nei suoi eventi principali, si possono sviluppare alcune considerazioni su questa vicenda:
1) l’attività della “banda Romano” è stata davvero di scarsa rilevanza sul piano militare. Essa ebbe tre scontri con reparti regolari, venendo sconfitta in tutti e tre i casi senza difficoltà.
È degno di nota altresì che questo gruppo di briganti cercava d’evitare le unità militari dell’esercito e che, quando le affrontò, fu perché attaccato e costretto a combattere.
Gli altri combattimenti coinvolsero le guardie nazionali, ossia reparti volontari di civili. L’ex sergente Pasquale Romano non dimostrò certo particolari doti militari.
Basti dire che egli si fece per ben tre volte cogliere di sorpresa dai suoi nemici e che in una circostanza, anziché cercare di rianimare i suoi, scappò dopo aver gettato le insegne del proprio grado, così determinando la rotta dell’orda brigantesca.
2) l’operato di questa banda non differì da quello degli altri gruppi di banditi attivi nel Mezzogiorno: assassini, sequestri di persona, saccheggi, torture e mutilazioni sui prigionieri ed i morti.
Ciò fu inevitabile, poiché i suoi componenti erano di delinquenti. Quali uomini componevano la banda di questo ex sergente borbonico?
Egli stesso lo racconta in suo testo sgrammaticato. Pasquale Romano così scriveva dei suoi briganti: «Ma siccome in questi esistea il solo sentimento di Rubbare e non mai quello di farsi onore di eguaglianza al mio, incominciavano ad agitarsi contro di me, permettendosi dire fra di lori stessi, noi siamo uscito in campagna e siamo chiamati Ladri e dobbiamo Rubbare e se il nostro Capo non fa come diciami, mala morte farà oppure resterà solo».
Malgrado i molti errori grammaticali, il senso del passo è chiaro: si trattava di criminali comuni interessati al furto e disposti anche ad uccidere il loro capo se avesse cercato d’impedirne le attività delinquenziali.
Tra gli accoliti di “Enrico La Morte” si trovavano personaggi come Francesco Monaco di Ceglie Messapica, colpevole di violenza carnale e sequestro di persona, avendo violentato e rapito Rosa Martinelli, una contadina, che fu da egli costretta ad unirsi alla banda.
Può aiutare a comprendere ulteriormente la natura dei componenti di tale compagnia il fatto che questo Monaco fu assassinato da altri due briganti suoi commilitoni, tali Elia e De Martini, per ragioni di gelosia amorosa.
3) coloro contro cui combatté il “sergente Romano”, mitizzato ed immaginario campione di una fantomatica “guerra nazionale”, furono in realtà quasi tutti meridionali. Furono i suoi conterranei le vittime del suo operato, dei saccheggi che egli compì, degli assassini e sequestri di persona.
Anche i membri della guardia nazionale altro non erano che civili residenti in loco, che prestavano volontariamente il proprio servizio armato nella lotta contro i briganti.
Soltanto i reparti dell’esercito avevano italiani provenienti da altre regioni, ma si noti che questo borbonico cercava sistematicamente d’evitarli. Il suo bersaglio erano proprio i suoi corregionali.

Si può pertanto concludere che la “banda Romano” non abbia concretamente operato né con finalità sociali (le sue vittime appartenevano in larga misura ai ceti poveri) né con finalità politiche (essendosi dedicata principalmente o quasi esclusivamente ad attività criminali di bassa lega) e che neppure abbia espresso una qualche rilevanza militare, venendo sconfitta con facilità in ogni confronto dall’esercito regolare italiano.
Questo è il curriculum vitae di quella che è stata presentata da alcuni nostalgici come la comitiva brigantesca maggiormente mossa da ideali!

Note Bibliografiche 
1) Lo studio senz’altro più documentato sull’argomento è il classico di Franco Molfese,  Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1962; sulla questione specifica dei mercenari stranieri al soldo del sovrano borbonico in esilio come strumenti della sovversione e del terrorismo nel Mezzogiorno, cfr. Aldo Albonico, “La mobilitazione legittimista contro il Regno d'Italia: la Spagna e il brigantaggio meridionale postunitario”, Milano 1979.
2) Il riferimento storiografico principale per tale ricostruzione naturalmente sono i fondamentali studi dello storico Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico nelle Puglie dopo il 1860. Il sergente Romano, Laterza, Bari 1946; Il sergente Romano: notizie e documenti riguardanti la reazione e il brigantaggio pugliese del 1860, Soc. Tip. Pugliese, Bari 1922 (prima edizione).

giovedì 2 gennaio 2014

FIUME E LA CARTA DEL CARNARO UN TESTO SOCIALE E LIBERTARIO



In questi giorni ricorre il 92° anniversario del martirio di Fiume e del dimenticato, ai più, Natale di sangue. La Reggenza italiana del Carnaro proclamata dal poeta Gabriele D'Annunzio, è stata sovente banalizzata, accompagnando l'impresa fiumana e la successiva «occupazione» a bordelli, consumo di stupefacenti e orge. Tuttavia la Reggenza si fondava sulla Carta del Carnaro i cui principi erano, e sono, alla base di un sistema democratico ancorché corporativo: dal suffragio universale senza distinzione di sesso al sistema assistenziale e pensionistico; dall'unicità del sistema d'emissione alla libertà di iniziativa economico privata. Tutte questioni che anticipavano di gran lunga gli eventi che in Italia si sarebbero sviluppati solo con le politiche riformiste del Fascismo o, più tardi, con l'Italia repubblicana.

Nell'«impresa fiumana» vi furono almeno tre componenti: quella nazionalista, quella libertaria dei sindacalisti rivoluzionari, e infine un buon numero di avventurieri, teste calde, ufficiali disoccupati del Regio Esercito e veterani appena smobilitati a cui prudevano ancora le mani. Alceste De Ambris, autore della Costituzione, apparteneva alla seconda componente. Era nato nel 1874, aveva aderito alla fazione rivoluzionaria del sindacalismo europeo, aveva organizzato scioperi e fondato l'Unione sindacale italiana, era stato eletto alla Camera con i socialisti nel 1913 e aveva fatto campagna per l'intervento dell'Italia in guerra nella primavera del 1915. Nelle memorie di Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio dei ministri durante la vicenda fiumana, la sua Costituzione è definita «ridicolissima», «stupidissima», «comica», «idiota» e «degna solo di una riunione di mattoidi». Nitti manifestava con queste parole tutte le sue frustrazioni per una vicenda che non aveva saputo affrontare con la necessaria energia. In realtà la Carta è un esercizio utopistico, ma non è priva di coerenza, intelligenza, proposte interessanti; ed è scritta, per di più, con uno stile stringato e chiaro, senza le volute barocche di molti testi giuridici italiani. Nelle parole di De Ambris, Fiume è una città-Stato fondata sul lavoro, in cui la società è divisa in sette corporazioni, la proprietà privata è riconosciuta ma deve avere una funzione sociale, uomini e donne godono degli stessi diritti e i cittadini votano a vent'anni. In attesa della annessione all'Italia, il piccolo Stato fiumano avrebbe avuto una Camera dei rappresentanti, composta da almeno trenta deputati, un Consiglio economico formato dalle sette corporazioni, un esecutivo ricalcato su quello della Confederazione elvetica, una Corte suprema chiamata a deliberare sui conflitti istituzionali e sulla correttezza costituzionale delle leggi. Con il diritto di voto nelle elezioni politiche i cittadini di Fiume avrebbero avuto anche quello di promuovere referendum e di revocare le cariche pubbliche. Come il lettore avrà notato, alcuni di questi principi riappaiano nella Costituzione italiana del 1948.Un altro testo su cui la Carta del Carnaro ebbe una certa influenza è la Carta del lavoro del 1927. Il testo fascista ebbe il merito di assicurare ai lavoratori alcune importanti garanzie economiche e giuridiche, ma, a differenza di quello scritto da De Ambris, è molto più statalista ed esplicitamente illiberale. Ricordo soltanto l'art. 23: «Gli uffici di collocamento sono costituiti a base paritetica sotto il controllo degli organi corporativi dello Stato. I datori di lavoro hanno l'obbligo di assumere i prestatori d'opera tramite detti uffici. Ad essi è data la facoltà di scelta degli scritti negli elenchi con preferenza a coloro che sono iscritti al Pnf ed ai sindacati fascisti, secondo l'anzianità di iscrizione».
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Romano Sergio



giovedì 12 dicembre 2013

Il sacerdote – poeta Luigi Rossi martire della Repubblica Napoletana del 1799


Leggendo le motivazioni della condanna a morte del sacerdote - poeta Luigi Rossi , non si può non provare un senso di orrore per come si poteva morire per le idee espresse in forma di poesia civile.








“Luigi Rossi, per essere stato parimenti Ministro dell’Alta Commissione Militare e per essere intervenuto nelle dette tre decisioni di cause capitali; per aver dato alle stampe alcune scellerate composizioni per lo bruciamento delle bandiere e delle sacre immagini reali e di tutti gli scritti favorevoli al trono, e per il Catechismo Repubblicano, e per essere stato finalmente ascritto nei libro dei giurati della Sala Patriottica, è stato condannato ad essere afforcato nella Piazza del Mercato colla confisca dei beni.”
Come si evince dalla condanna, la colpa più grave del sacerdote Luigi Rossi non fu nelle cariche pubbliche ricoperte, ma nella sua attività pubblicistica e di poeta. D’altronde la poesia era per Luigi Rossi l’interesse principale prima e dopo la Repubblica Napoletana del 1799.

Dal 1799 le sue liriche furono dei veri e propri inni alla Repubblica.
 Luigi Rossi, originario di Montepaone in Calabria ove era nato il 20 gennaio 1769 era, come lo descrive Mariano Ayala, dopo aver osservato un suo ritratto ad olio «bellissimo nel viso, occhi scintillanti, ampia fronte, nudo il collo».
Nel seminario di Catanzaro ebbe come insegnante di matematica e filosofia l’abate Gregorio Aracri, che gli infuse il fuoco del libertarismo e al tempo stesso lo iniziò ai misteri della libera muratoria.
Passato in Napoli fu dottore in «utroque iure» e aprì uno studio legale. Ma più che la toga, lo allettarono la passione poetica e l’impegno politico supportato dalle dottrine illuministiche provenienti dalla Francia.
Poco più che ventenne fu membro della Società Patriottica e, quando questa nel 1794 si sciolse, aderì al club giacobino «Libertà o Morte».
Fondò e gestì infine una loggia massonica nel suo paese natio, nel rione Cittadella. Qui, secondo quanto riferirà in seguito l’arciprete sanfedista Gian Vincenzo della Cananea, «questo Luigi Rossi insegnava ai giovani nefande dottrine ultramontane in una misteriosa casa che tra loro chiamavano Sala di Zaleuco».
Luigi Rossi era, però, essenzialmente un poeta che mise la sua ispirazione lirica al servizio della Repubblica Napoletana, dopo un periodo precedente in cui i suoi componimenti erano stati tipicamente arcadici e neoclassici.
Basta ricordare la sua Ode “Il Bacio“ in cui ritroviamo tutto il classicismo della su apoetica. Ben diversi sono i componimenti  “repubblicani” per cui fu condannato alla forca.
“Cittadini nel sangue aborrito/ Beh venite a bagnarvi la mano/ E’ ben folle chi mostrasi umano/ Con chi tratta de’ Regi il pugnal/”Quindi un più che deciso invito a lottare contri i Troni le cui ragioni Rossi esplicita non solo nel Catechismo Repubblicano, ma nel canto “I diritti dell’uomo”:Sono dell’uomo i primi diritti Uguaglianza e Libertà/Non v’è servo né signore/ Vincitor non v’è né vinto/ Sol dall’un all’altro è distinto/ Per comune utilità/.
A seguire un riferimento chiaro allo stato di Natura di Rousseau:
Dallo stato di Natura/ Venne l’uomo alla Città/ Ma non turba il social nodo/ L’uguaglianza de’mortali /Tutti liberi ed uguali /Sono ancora in società/.
Rossi fu autore anche dell’inno ufficiale della Repubblica Napoletana, musicato da Domenico Cimarosa “l’Inno patriottico per lo bruciamento delle insegne dei tiranni”,  che gli attirò maggiormente l’ira vendicativa di Ferdinando IV.

Erano i nobili ideali dell’uguaglianza e della libertà ad animare l’opera poetica del Rossi, convinto che solo il Popolo è sovrano in una democrazia repubblicana , una tesi pericolosa per i Borbone e che avrebbe condotto il sacerdote - poeta alla condanna a morte per impiccagione.
La sentenza di morte fu emessa dalla Giunta di Stato il 10 ottobre ed eseguita  il 28 novembre.
Pubblicato sul Monitore Napoletano, l’autorevole foglio diretto da Eleonora Fonseca Pimentel, l’Inno patriottico fu riprodotto in migliaia di fogli volanti e cantato dai rivoluzionari, il 19 maggio in piazza Plebiscito, alla festa dello «bruciamento delle bandiere borboniche» allorché fu piantato l’albero della libertà.
Con quelle note sussurrate a fior di labbra «il fior fiore intellettuale e morale della nazione», come scrisse Benedetto Croce, salì il patibolo per quello che non a torto viene considerato il primo forte, ancorché debole, impulso al processo risorgimentale.
di Angelo Martino

martedì 10 dicembre 2013

La poesia di Ignazio Ciaia, patriota e martire della Repubblica Napoletana del 1799 Stampa


Ignazio Ciaia (Fasano 1776 - Napoli 1799), martire della Repubblica Napoletana del 1799, era un giovane borghese di buona famiglia che sacrificò ogni ricchezza per la libertà e la causa rivoluzionaria.
Rinchiuso a Sant’Elmo per le sue idee repubblicane nel 1794, superò quei momenti terribili , ritrovando nella poesia una forte  ispirazione al punto che, non avendo strumenti  per scrivere, memorizzava le sue liriche e le ripeteva al compatriota Mario Pagano.
Era una strenua difesa del suo essere, propria di quegli uomini liberi che sapevano ricorrere al sublime nella sofferenza dell’oppressione.
Durante i gloriosi mesi della Repubblica Napoletana Ciaia rivestì la carica di Presidente, dopo Carlo Lauberg.
Dimostrò le sue alte qualità di statista con competenza nell’organizzazione dello Stato repubblicano democratico con l’affermazione dei princìpi egualitari, come testimonia in particolare un proclama del 23 febbraio che contiene le linee generali della costituzione della Repubblica, in un ambizioso progetto di alfabetizzazione degli adulti per “dissipare le tenebre dell’ignoranza”e consentire al popolo di affrancarsi dallo stato di servitù.
Erano le idee di Montesqieu, di Voltaire, ma soprattutto dei grandi illuministi napoletani, da Ferdinando Galiani a Pietro Giannone, da Gaetano Filangieri ad Antonio Genovesi.
La passione per la poesia rappresentava per Ciaia,  un ideale di affrancamento dalla schiavitù sulle orme di Dante, Petrarca e Vittorio Alfieri. Dalla sua produzione poetica si evince il pensiero politico mirato all’instaurazione di un modello di società fondato sulla libertà, l’uguaglianza repubblicana e la giustizia.
La poetica di Ciaia consta di due “momenti”, un primo caratterizzato da toni intimistici, didascalici, e un secondo in cui prevalgono  i temi civili, politici con toni decisamente più riflessivi e sentimenti più autentici.
Una ricorrente malinconia preromantica legata al pensiero della morte pervade le opere scritte durante la prigionia.
Al primo “momento” di poesie appartengono quelle dedicate alla donna amata, Celeste Coltellini:  “Partendo da Napoli per Vienna” ed “Alla luna”,  in cui si ritrova una poetica legata alla tradizione preromantica, dove la natura costituisce una presenza costante nel suo aspetto idilliaco, arcadico.
Il passaggio tra il primo ed il secondo “momento” avviene con la lirica “Al P.D, Emanuele Caputo villeggiante in Portici” dedicata al suo maestro di filosofia, storia e letteratura, dove inizia ad emergere l’impegno prettamente civile, e la natura poetica sentimentale lascia il posto ad argomenti di trattazione propria della poesia illuministica, considerata di carattere più elevata:
“Non fia giovan Vate unica cura /Invocare l’astro condottier del canto, / Sol quando Amor l’alta possanza adopra”
Rivolgendosi al suo maestro, padre benedettino, il poeta mostra tutta la sua riconoscenza per una libertà di pensiero inculcatogli:
“Io da te l’ebbi: tu prima m’apristi Del vero i fonti, e l’avid’alma allora Vide se stessa, e a contemplarsi apprese… Leggiera e snella Vedasi mai dalla prigion dischiusa/ Sulle rinate varianti piume Uscir farfalla e con inastabil giro/ Di siepe in siepe ir visitando i campi? /Ah! Tale io fui, poiché dal lungo assorto Meditar di me stesso, al chiuso spirto/ Concessi alfin la libertà delle ali .”
La si può definire la “lirica della transizione” e  che costituirà l’incipit del secondo “momento” di componimenti degli anni 1794 - 1798, anni di impegno ideale, civile e politico del poeta al servizio della Repubblica- Ignazio Ciaia diventa “il primo poeta civile del Risorgimento”.
Tra questi ultimi componimenti ricordiamo “A Carlo Lauberg”, in cui si rivivono i momenti drammatici della repressione borbonica e della fuga di Lauberg a Parigi ,” Alla Francia” con i successi di Napoleone Bonaparte che riaccedono le speranze di libertà repubblicana. Molto marcato, in questi versi , è l’odio del poeta verso la tirannia, il profondo desiderio di una giustizia sociale, l’amore per la  libertà:
No, non fia ch’io veggia/ Con iniqui intervalli ognor distinte/ La capanna e la reggia/ Né che trapassi ancor la gloria e il merto/ Delle vetuste immagini dipinte/ Non fia che un dritto incerto/Sempre il reo ch’è forte/ assolver deggia/ Alle futuri genti Passi l’esempio di ardir la nostra etade/
“A Vincenzo Notarangelo” e l’ode “ E’ notte alfine” sono poesie intrise di sofferenza per lo stato di prigionia. Il pensiero dell’autore è rivolto alla caducità delle cose umane, la sofferenza dei patrioti, la loro dura sorte. Erano quei sentimenti che aveva avuto modo di esternare nella lettera a suo fratello il 6 marzo 1799, negli anni fulgidi della Repubblica, ma in cui si ravvisava quanta sofferenza, lotta e dolore costasse l’amore per la libertà:
 “Io sto bene ancora, ma ipocondriaco. L’anima mia avrebbe voluto ad un istante tutti felici, ma trovo che sogno sì caro non è facile a realizzarsi. Non mi perdo però di coraggio e tiro al meglio innanzi la gran soma. Dammi di te ottime nuove. Rammentando quanto ti amo, ti sarà facile intendere quanto le aspetti.”
Con la caduta della Repubblica e la restaurazione borbonica Ignazio Ciaia fu dapprima incarcerato, e nonostante una falsa promessa di espatrio in Francia, ascese al patibolo in piazza Mercato  il 29 ottobre 1799. Con lui  Domenico Cirillo, Mario Pagano e Giorgio Pagliacelli, compagni di vita e di morte.
di Angelo Martino