martedì 7 gennaio 2014

Una storia di delinquenza comune. La banda del “sergente Romano”

L’operato essenzialmente criminale dei briganti, inclusi quelli attivi dopo il 1860, finì con l’essere apertamente denunciato a partire dal 1863 dagli stessi pubblicisti borbonici e clericali, che d’altronde già in precedenza s’erano trovati in forte imbarazzo nel dover spiegare la totale assenza di legittimisti alla testa delle bande, che non fossero i pochissimi nobiluomini stranieri al soldo di Francesco II, quali Borjes o Tristany, che comunque ebbero davvero scarso e breve ruolo nel brigantaggio. (1)
L’unica eccezione d’un legittimista meridionale a capo di una banda di briganti è quella di Pasquale Romano, oggigiorno conosciuto come “sergente Romano” poiché aveva ottenuto questo grado nell’esercito borbonico.
Egli però pretendeva di farsi chiamare dai suoi seguaci come “maggiore”, grado che si era attribuito da sé, e col soprannome retorico di “Enrico La Morte”.
Comunque, avendo la particolarità d’essere stato in pratica l’unico capobrigante ad essere un autentico legittimista politico, Pasquale Romano alias Enrico La Morte ha ricevuto dalla propaganda separatista attuale molta attenzione, perché si è preteso poter individuare in lui un brigante il cui operato sarebbe stato interamente estraneo ad atteggiamenti delinquenziali e riconducibile all’ipotesi (assurda e totalmente priva di fondamento) d’una sorta di “guerra nazionale” contro un presunto invasore straniero.
In questo tentativo compiuto da una certa pubblicistica si deve anzitutto segnalare l’errore di voler redimere un intero fenomeno, quello del brigantaggio, sulla base di uno dei suoi membri, che d’altronde fu l’eccezione e non la regola. Bisogna già rimarcare il fatto che, delle molte centinaia di bande attive dopo il 1860, soltanto una si può considerare come capitanata da un vero e proprio legittimista e non da un puro criminale comune.
In ogni caso, lo stesso “sergente Romano” tenne comportamenti non dissimili da quelli di altri capibanda dell’epoca, come si può provare da una rapida sintesi delle sue principali azioni. (2)
Si deve dare un’avvertenza preliminare. La sintesi sotto riportata ricorda unicamente, in forma molto abbreviata, l’operato della “banda Romano” in senso stretto. È stata quindi esclusa dalla narrazione il ricordo dell’assalto condotto da una turba disordinata di borbonici, capitanati però sempre da Pasquale Romano, alla città di Gioia il 28 luglio 1861.
Nel tumulto che ne seguì avvennero diversi assassini, fra cui quello di un bambino d’otto anni, ammazzato a colpi d’ascia perché “colpevole” d’aver detto che voleva Vittorio Emanuele II per re.
Vi furono anche casi di cannibalismo (frequente fra i briganti ed affini), con donne che bevvero il sangue di un garibaldino massacrato dalla plebaglia, che poi infierì sul corpo fino a smembrarlo.
È pertanto possibile così riassumere gli accadimenti principali della banda Romano:
-Fine luglio 1862. La banda diede un assalto al quartiere guardie nazionali di Alberobello. Una guardia nazionale, di nome Curri, fu uccisa, altre tre ferite. I briganti derubarono il cadavere dell’assassinato, portandogli anche via le scarpe.
-6 agosto 1862. L’ex sergente Romano condusse la sua banda a sequestrare ed assassinare due contadini della zona nei pressi di Alberobello, precisamente Riccardo Tanzarelli di Ostuni ed Oronzo Terruli.
Il primo era “colpevole” d’aver invitato a consegnare alle autorità un paio di briganti che erano stati arrestati di propria iniziativa da un gruppo di contadini (episodio che prova, casomai ve ne fosse bisogno, che i banditi non godevano affatto del consenso universale della popolazione).
Il secondo invece era “reo” soltanto d’avere idee liberali e d’aver denunciato un brigante. Tanzarelli fu rapito dalla sua abitazione (un tipico “trullo”), legato e trascinato nei pressi della masseria di tale Marangiuli, in cui si trovava anche Oronzo Terruli.
Ivi Tanzarelli fu fucilato per ordine di Pasquale Romano stesso. Terruli invece venne massacrato dopo aver tentato di nascondersi, ricevendo diversi colpi d’arma da fuoco e 27 pugnalate. Durante l’aggressione fu ucciso anche l’anziano Marangiuli, sebbene fosse del tutto estraneo alla vicenda.
-Metà agosto 1862 circa. La banda sequestrò il contadino Vito Angelini di Putignano, perché d’idee liberali. Rapito e legato, fu trascinato sino nel bosco e sottoposto dal “sergente Romano” ad una farsa di processo, al termine del quale fu condannato a morte e fucilato. Il contadino riuscì però a sopravvivere ed a trascinarsi sino ad una masseria vicina, dove fu curato.
-Settembre ed ottobre 1862. La banda Romano si trasferì nella penisola salentina, dedicandosi a bruciare i raccolti e le masserie dei contadini e dei proprietari ritenuti liberali.
-23 ottobre 1862. Un gruppo di guardie nazionali s’imbatté nei briganti e fuggì. La banda rincorse i fuggiaschi e ne catturò dodici. Tre di questi, legati, furono fucilati.
I restanti ebbero le orecchie mozzate: soltanto due fra questi scamparono alla mutilazione ed unicamente perché avevano le teste fasciate per le ferite.
Un brigante, Francesco Monaco di Ceglie Messapica, amputò il mento ad un cadavere, lo fece seccare e lo portò con sé come trofeo. Anche le orecchie tagliate furono conservate dai membri della banda del “sergente Romano” ed usate per intimidire i contadini.
-14 novembre 1862. Pasquale Romano fece fucilare tre suoi briganti, i fratelli Montanaro di Latiano.
-21 novembre 1862. La banda irruppe in un paese indifeso, Carovigno, saccheggiando e devastando abitazioni private e negozi.
-21 novembre 1862. Subito dopo il saccheggio di Carovigno la banda ebbe uno scontro a fuoco con un reparto di carabinieri e di guardie nazionali. Essa venne respinta e sconfitta, ma riuscì a fare un prigioniero, la guardia nazionale Michele Catamarò, che venne condannato a morte. Il carnefice fu il brigante Antonio Briante, che gli recise la gola con un coltellaccio.
-22 novembre 1862. La banda rapì l’agricoltore De Biase, un patriota italiano.
Dopo il sequestro, il “sergente Romano” chiese alla famiglia 1000 piastre per restituirlo.
I familiari però non disponevano di una somma simile e si offrivano di pagare subito 300 piastre ed il resto in seguito. De Biase fu così portato via dai briganti e poi assassinato.
-2 dicembre 1862. In tale data, per la prima volta la banda Romano si trovò a combattere con un reparto di fanteria dell’esercito regolare.
I briganti furono colti di sorpresa nelle vicinanze della masseria dei Monaci di san Domenico dalla 16° compagnia del 10° reggimento di fanteria.
Il loro comandante, il sedicente “maggiore Enrico La Morte” ovvero Pasquale Romano, non era neppure presente al momento dell’attacco. Giunto infine durante il combattimento, pensò bene di gettare via le insegne del suo comando e fuggire travestendosi da semplice gregario, con in testa il berretto di un altro brigante.
Visto scappare il loro capo, anche gli altri briganti si diedero alla fuga, subendo gravi perdite.
Dopo la sconfitta, i superstiti si riunirono e si insultarono pesantemente, accusandosi reciprocamente di vigliaccheria ed incapacità. Buona parte dei banditi decise d’abbandonare il “sergente Romano”, che al primo vero scontro aveva dato così cattiva prova di sé.
Rimasero con lui circa una cinquantina di briganti.
-Dicembre 1862. La banda si dedicò a saccheggiare le masserie della zona di Alberobello e d’altri comuni vicini. Ad esempio, nella notte del 23 dicembre i briganti depredarono la masseria Barsiento.
-30 dicembre 1862. La banda del “sergente Romano” venne intercettata da un reparto di cavalleggeri del “Saluzzo Cavalleria” e fu posta in fuga subendo notevoli perdite. Dopo quest’altra sconfitta, i banditi, scoraggiati, si separarono in due gruppi e con “Enrico La Morte” restarono ancor meno uomini.
-4 gennaio 1863. La banda tese un agguato ad un drappello della guardia nazionale di Altamura, che perse il sergente Arcangelo de Stasi.
Questo patriota fu torturato, mentre si trovava in agonia, dal brigante Giuseppe de Caro da Fasano, che gli troncò l’estremità del mento, ornata da pizzo, conservando poi il trofeo sotto sale.
-5. Gennaio 1863. La banda Romano fu nuovamente attaccata dai cavalieri del reggimento “Saluzzo” e quasi interamente distrutta. Il suo comandante perì nello scontro.

Presentata sinteticamente l’attività della banda nei suoi eventi principali, si possono sviluppare alcune considerazioni su questa vicenda:
1) l’attività della “banda Romano” è stata davvero di scarsa rilevanza sul piano militare. Essa ebbe tre scontri con reparti regolari, venendo sconfitta in tutti e tre i casi senza difficoltà.
È degno di nota altresì che questo gruppo di briganti cercava d’evitare le unità militari dell’esercito e che, quando le affrontò, fu perché attaccato e costretto a combattere.
Gli altri combattimenti coinvolsero le guardie nazionali, ossia reparti volontari di civili. L’ex sergente Pasquale Romano non dimostrò certo particolari doti militari.
Basti dire che egli si fece per ben tre volte cogliere di sorpresa dai suoi nemici e che in una circostanza, anziché cercare di rianimare i suoi, scappò dopo aver gettato le insegne del proprio grado, così determinando la rotta dell’orda brigantesca.
2) l’operato di questa banda non differì da quello degli altri gruppi di banditi attivi nel Mezzogiorno: assassini, sequestri di persona, saccheggi, torture e mutilazioni sui prigionieri ed i morti.
Ciò fu inevitabile, poiché i suoi componenti erano di delinquenti. Quali uomini componevano la banda di questo ex sergente borbonico?
Egli stesso lo racconta in suo testo sgrammaticato. Pasquale Romano così scriveva dei suoi briganti: «Ma siccome in questi esistea il solo sentimento di Rubbare e non mai quello di farsi onore di eguaglianza al mio, incominciavano ad agitarsi contro di me, permettendosi dire fra di lori stessi, noi siamo uscito in campagna e siamo chiamati Ladri e dobbiamo Rubbare e se il nostro Capo non fa come diciami, mala morte farà oppure resterà solo».
Malgrado i molti errori grammaticali, il senso del passo è chiaro: si trattava di criminali comuni interessati al furto e disposti anche ad uccidere il loro capo se avesse cercato d’impedirne le attività delinquenziali.
Tra gli accoliti di “Enrico La Morte” si trovavano personaggi come Francesco Monaco di Ceglie Messapica, colpevole di violenza carnale e sequestro di persona, avendo violentato e rapito Rosa Martinelli, una contadina, che fu da egli costretta ad unirsi alla banda.
Può aiutare a comprendere ulteriormente la natura dei componenti di tale compagnia il fatto che questo Monaco fu assassinato da altri due briganti suoi commilitoni, tali Elia e De Martini, per ragioni di gelosia amorosa.
3) coloro contro cui combatté il “sergente Romano”, mitizzato ed immaginario campione di una fantomatica “guerra nazionale”, furono in realtà quasi tutti meridionali. Furono i suoi conterranei le vittime del suo operato, dei saccheggi che egli compì, degli assassini e sequestri di persona.
Anche i membri della guardia nazionale altro non erano che civili residenti in loco, che prestavano volontariamente il proprio servizio armato nella lotta contro i briganti.
Soltanto i reparti dell’esercito avevano italiani provenienti da altre regioni, ma si noti che questo borbonico cercava sistematicamente d’evitarli. Il suo bersaglio erano proprio i suoi corregionali.

Si può pertanto concludere che la “banda Romano” non abbia concretamente operato né con finalità sociali (le sue vittime appartenevano in larga misura ai ceti poveri) né con finalità politiche (essendosi dedicata principalmente o quasi esclusivamente ad attività criminali di bassa lega) e che neppure abbia espresso una qualche rilevanza militare, venendo sconfitta con facilità in ogni confronto dall’esercito regolare italiano.
Questo è il curriculum vitae di quella che è stata presentata da alcuni nostalgici come la comitiva brigantesca maggiormente mossa da ideali!

Note Bibliografiche 
1) Lo studio senz’altro più documentato sull’argomento è il classico di Franco Molfese,  Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1962; sulla questione specifica dei mercenari stranieri al soldo del sovrano borbonico in esilio come strumenti della sovversione e del terrorismo nel Mezzogiorno, cfr. Aldo Albonico, “La mobilitazione legittimista contro il Regno d'Italia: la Spagna e il brigantaggio meridionale postunitario”, Milano 1979.
2) Il riferimento storiografico principale per tale ricostruzione naturalmente sono i fondamentali studi dello storico Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico nelle Puglie dopo il 1860. Il sergente Romano, Laterza, Bari 1946; Il sergente Romano: notizie e documenti riguardanti la reazione e il brigantaggio pugliese del 1860, Soc. Tip. Pugliese, Bari 1922 (prima edizione).

giovedì 2 gennaio 2014

FIUME E LA CARTA DEL CARNARO UN TESTO SOCIALE E LIBERTARIO



In questi giorni ricorre il 92° anniversario del martirio di Fiume e del dimenticato, ai più, Natale di sangue. La Reggenza italiana del Carnaro proclamata dal poeta Gabriele D'Annunzio, è stata sovente banalizzata, accompagnando l'impresa fiumana e la successiva «occupazione» a bordelli, consumo di stupefacenti e orge. Tuttavia la Reggenza si fondava sulla Carta del Carnaro i cui principi erano, e sono, alla base di un sistema democratico ancorché corporativo: dal suffragio universale senza distinzione di sesso al sistema assistenziale e pensionistico; dall'unicità del sistema d'emissione alla libertà di iniziativa economico privata. Tutte questioni che anticipavano di gran lunga gli eventi che in Italia si sarebbero sviluppati solo con le politiche riformiste del Fascismo o, più tardi, con l'Italia repubblicana.

Nell'«impresa fiumana» vi furono almeno tre componenti: quella nazionalista, quella libertaria dei sindacalisti rivoluzionari, e infine un buon numero di avventurieri, teste calde, ufficiali disoccupati del Regio Esercito e veterani appena smobilitati a cui prudevano ancora le mani. Alceste De Ambris, autore della Costituzione, apparteneva alla seconda componente. Era nato nel 1874, aveva aderito alla fazione rivoluzionaria del sindacalismo europeo, aveva organizzato scioperi e fondato l'Unione sindacale italiana, era stato eletto alla Camera con i socialisti nel 1913 e aveva fatto campagna per l'intervento dell'Italia in guerra nella primavera del 1915. Nelle memorie di Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio dei ministri durante la vicenda fiumana, la sua Costituzione è definita «ridicolissima», «stupidissima», «comica», «idiota» e «degna solo di una riunione di mattoidi». Nitti manifestava con queste parole tutte le sue frustrazioni per una vicenda che non aveva saputo affrontare con la necessaria energia. In realtà la Carta è un esercizio utopistico, ma non è priva di coerenza, intelligenza, proposte interessanti; ed è scritta, per di più, con uno stile stringato e chiaro, senza le volute barocche di molti testi giuridici italiani. Nelle parole di De Ambris, Fiume è una città-Stato fondata sul lavoro, in cui la società è divisa in sette corporazioni, la proprietà privata è riconosciuta ma deve avere una funzione sociale, uomini e donne godono degli stessi diritti e i cittadini votano a vent'anni. In attesa della annessione all'Italia, il piccolo Stato fiumano avrebbe avuto una Camera dei rappresentanti, composta da almeno trenta deputati, un Consiglio economico formato dalle sette corporazioni, un esecutivo ricalcato su quello della Confederazione elvetica, una Corte suprema chiamata a deliberare sui conflitti istituzionali e sulla correttezza costituzionale delle leggi. Con il diritto di voto nelle elezioni politiche i cittadini di Fiume avrebbero avuto anche quello di promuovere referendum e di revocare le cariche pubbliche. Come il lettore avrà notato, alcuni di questi principi riappaiano nella Costituzione italiana del 1948.Un altro testo su cui la Carta del Carnaro ebbe una certa influenza è la Carta del lavoro del 1927. Il testo fascista ebbe il merito di assicurare ai lavoratori alcune importanti garanzie economiche e giuridiche, ma, a differenza di quello scritto da De Ambris, è molto più statalista ed esplicitamente illiberale. Ricordo soltanto l'art. 23: «Gli uffici di collocamento sono costituiti a base paritetica sotto il controllo degli organi corporativi dello Stato. I datori di lavoro hanno l'obbligo di assumere i prestatori d'opera tramite detti uffici. Ad essi è data la facoltà di scelta degli scritti negli elenchi con preferenza a coloro che sono iscritti al Pnf ed ai sindacati fascisti, secondo l'anzianità di iscrizione».
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Romano Sergio



giovedì 12 dicembre 2013

Il sacerdote – poeta Luigi Rossi martire della Repubblica Napoletana del 1799


Leggendo le motivazioni della condanna a morte del sacerdote - poeta Luigi Rossi , non si può non provare un senso di orrore per come si poteva morire per le idee espresse in forma di poesia civile.








“Luigi Rossi, per essere stato parimenti Ministro dell’Alta Commissione Militare e per essere intervenuto nelle dette tre decisioni di cause capitali; per aver dato alle stampe alcune scellerate composizioni per lo bruciamento delle bandiere e delle sacre immagini reali e di tutti gli scritti favorevoli al trono, e per il Catechismo Repubblicano, e per essere stato finalmente ascritto nei libro dei giurati della Sala Patriottica, è stato condannato ad essere afforcato nella Piazza del Mercato colla confisca dei beni.”
Come si evince dalla condanna, la colpa più grave del sacerdote Luigi Rossi non fu nelle cariche pubbliche ricoperte, ma nella sua attività pubblicistica e di poeta. D’altronde la poesia era per Luigi Rossi l’interesse principale prima e dopo la Repubblica Napoletana del 1799.

Dal 1799 le sue liriche furono dei veri e propri inni alla Repubblica.
 Luigi Rossi, originario di Montepaone in Calabria ove era nato il 20 gennaio 1769 era, come lo descrive Mariano Ayala, dopo aver osservato un suo ritratto ad olio «bellissimo nel viso, occhi scintillanti, ampia fronte, nudo il collo».
Nel seminario di Catanzaro ebbe come insegnante di matematica e filosofia l’abate Gregorio Aracri, che gli infuse il fuoco del libertarismo e al tempo stesso lo iniziò ai misteri della libera muratoria.
Passato in Napoli fu dottore in «utroque iure» e aprì uno studio legale. Ma più che la toga, lo allettarono la passione poetica e l’impegno politico supportato dalle dottrine illuministiche provenienti dalla Francia.
Poco più che ventenne fu membro della Società Patriottica e, quando questa nel 1794 si sciolse, aderì al club giacobino «Libertà o Morte».
Fondò e gestì infine una loggia massonica nel suo paese natio, nel rione Cittadella. Qui, secondo quanto riferirà in seguito l’arciprete sanfedista Gian Vincenzo della Cananea, «questo Luigi Rossi insegnava ai giovani nefande dottrine ultramontane in una misteriosa casa che tra loro chiamavano Sala di Zaleuco».
Luigi Rossi era, però, essenzialmente un poeta che mise la sua ispirazione lirica al servizio della Repubblica Napoletana, dopo un periodo precedente in cui i suoi componimenti erano stati tipicamente arcadici e neoclassici.
Basta ricordare la sua Ode “Il Bacio“ in cui ritroviamo tutto il classicismo della su apoetica. Ben diversi sono i componimenti  “repubblicani” per cui fu condannato alla forca.
“Cittadini nel sangue aborrito/ Beh venite a bagnarvi la mano/ E’ ben folle chi mostrasi umano/ Con chi tratta de’ Regi il pugnal/”Quindi un più che deciso invito a lottare contri i Troni le cui ragioni Rossi esplicita non solo nel Catechismo Repubblicano, ma nel canto “I diritti dell’uomo”:Sono dell’uomo i primi diritti Uguaglianza e Libertà/Non v’è servo né signore/ Vincitor non v’è né vinto/ Sol dall’un all’altro è distinto/ Per comune utilità/.
A seguire un riferimento chiaro allo stato di Natura di Rousseau:
Dallo stato di Natura/ Venne l’uomo alla Città/ Ma non turba il social nodo/ L’uguaglianza de’mortali /Tutti liberi ed uguali /Sono ancora in società/.
Rossi fu autore anche dell’inno ufficiale della Repubblica Napoletana, musicato da Domenico Cimarosa “l’Inno patriottico per lo bruciamento delle insegne dei tiranni”,  che gli attirò maggiormente l’ira vendicativa di Ferdinando IV.

Erano i nobili ideali dell’uguaglianza e della libertà ad animare l’opera poetica del Rossi, convinto che solo il Popolo è sovrano in una democrazia repubblicana , una tesi pericolosa per i Borbone e che avrebbe condotto il sacerdote - poeta alla condanna a morte per impiccagione.
La sentenza di morte fu emessa dalla Giunta di Stato il 10 ottobre ed eseguita  il 28 novembre.
Pubblicato sul Monitore Napoletano, l’autorevole foglio diretto da Eleonora Fonseca Pimentel, l’Inno patriottico fu riprodotto in migliaia di fogli volanti e cantato dai rivoluzionari, il 19 maggio in piazza Plebiscito, alla festa dello «bruciamento delle bandiere borboniche» allorché fu piantato l’albero della libertà.
Con quelle note sussurrate a fior di labbra «il fior fiore intellettuale e morale della nazione», come scrisse Benedetto Croce, salì il patibolo per quello che non a torto viene considerato il primo forte, ancorché debole, impulso al processo risorgimentale.
di Angelo Martino

martedì 10 dicembre 2013

La poesia di Ignazio Ciaia, patriota e martire della Repubblica Napoletana del 1799 Stampa


Ignazio Ciaia (Fasano 1776 - Napoli 1799), martire della Repubblica Napoletana del 1799, era un giovane borghese di buona famiglia che sacrificò ogni ricchezza per la libertà e la causa rivoluzionaria.
Rinchiuso a Sant’Elmo per le sue idee repubblicane nel 1794, superò quei momenti terribili , ritrovando nella poesia una forte  ispirazione al punto che, non avendo strumenti  per scrivere, memorizzava le sue liriche e le ripeteva al compatriota Mario Pagano.
Era una strenua difesa del suo essere, propria di quegli uomini liberi che sapevano ricorrere al sublime nella sofferenza dell’oppressione.
Durante i gloriosi mesi della Repubblica Napoletana Ciaia rivestì la carica di Presidente, dopo Carlo Lauberg.
Dimostrò le sue alte qualità di statista con competenza nell’organizzazione dello Stato repubblicano democratico con l’affermazione dei princìpi egualitari, come testimonia in particolare un proclama del 23 febbraio che contiene le linee generali della costituzione della Repubblica, in un ambizioso progetto di alfabetizzazione degli adulti per “dissipare le tenebre dell’ignoranza”e consentire al popolo di affrancarsi dallo stato di servitù.
Erano le idee di Montesqieu, di Voltaire, ma soprattutto dei grandi illuministi napoletani, da Ferdinando Galiani a Pietro Giannone, da Gaetano Filangieri ad Antonio Genovesi.
La passione per la poesia rappresentava per Ciaia,  un ideale di affrancamento dalla schiavitù sulle orme di Dante, Petrarca e Vittorio Alfieri. Dalla sua produzione poetica si evince il pensiero politico mirato all’instaurazione di un modello di società fondato sulla libertà, l’uguaglianza repubblicana e la giustizia.
La poetica di Ciaia consta di due “momenti”, un primo caratterizzato da toni intimistici, didascalici, e un secondo in cui prevalgono  i temi civili, politici con toni decisamente più riflessivi e sentimenti più autentici.
Una ricorrente malinconia preromantica legata al pensiero della morte pervade le opere scritte durante la prigionia.
Al primo “momento” di poesie appartengono quelle dedicate alla donna amata, Celeste Coltellini:  “Partendo da Napoli per Vienna” ed “Alla luna”,  in cui si ritrova una poetica legata alla tradizione preromantica, dove la natura costituisce una presenza costante nel suo aspetto idilliaco, arcadico.
Il passaggio tra il primo ed il secondo “momento” avviene con la lirica “Al P.D, Emanuele Caputo villeggiante in Portici” dedicata al suo maestro di filosofia, storia e letteratura, dove inizia ad emergere l’impegno prettamente civile, e la natura poetica sentimentale lascia il posto ad argomenti di trattazione propria della poesia illuministica, considerata di carattere più elevata:
“Non fia giovan Vate unica cura /Invocare l’astro condottier del canto, / Sol quando Amor l’alta possanza adopra”
Rivolgendosi al suo maestro, padre benedettino, il poeta mostra tutta la sua riconoscenza per una libertà di pensiero inculcatogli:
“Io da te l’ebbi: tu prima m’apristi Del vero i fonti, e l’avid’alma allora Vide se stessa, e a contemplarsi apprese… Leggiera e snella Vedasi mai dalla prigion dischiusa/ Sulle rinate varianti piume Uscir farfalla e con inastabil giro/ Di siepe in siepe ir visitando i campi? /Ah! Tale io fui, poiché dal lungo assorto Meditar di me stesso, al chiuso spirto/ Concessi alfin la libertà delle ali .”
La si può definire la “lirica della transizione” e  che costituirà l’incipit del secondo “momento” di componimenti degli anni 1794 - 1798, anni di impegno ideale, civile e politico del poeta al servizio della Repubblica- Ignazio Ciaia diventa “il primo poeta civile del Risorgimento”.
Tra questi ultimi componimenti ricordiamo “A Carlo Lauberg”, in cui si rivivono i momenti drammatici della repressione borbonica e della fuga di Lauberg a Parigi ,” Alla Francia” con i successi di Napoleone Bonaparte che riaccedono le speranze di libertà repubblicana. Molto marcato, in questi versi , è l’odio del poeta verso la tirannia, il profondo desiderio di una giustizia sociale, l’amore per la  libertà:
No, non fia ch’io veggia/ Con iniqui intervalli ognor distinte/ La capanna e la reggia/ Né che trapassi ancor la gloria e il merto/ Delle vetuste immagini dipinte/ Non fia che un dritto incerto/Sempre il reo ch’è forte/ assolver deggia/ Alle futuri genti Passi l’esempio di ardir la nostra etade/
“A Vincenzo Notarangelo” e l’ode “ E’ notte alfine” sono poesie intrise di sofferenza per lo stato di prigionia. Il pensiero dell’autore è rivolto alla caducità delle cose umane, la sofferenza dei patrioti, la loro dura sorte. Erano quei sentimenti che aveva avuto modo di esternare nella lettera a suo fratello il 6 marzo 1799, negli anni fulgidi della Repubblica, ma in cui si ravvisava quanta sofferenza, lotta e dolore costasse l’amore per la libertà:
 “Io sto bene ancora, ma ipocondriaco. L’anima mia avrebbe voluto ad un istante tutti felici, ma trovo che sogno sì caro non è facile a realizzarsi. Non mi perdo però di coraggio e tiro al meglio innanzi la gran soma. Dammi di te ottime nuove. Rammentando quanto ti amo, ti sarà facile intendere quanto le aspetti.”
Con la caduta della Repubblica e la restaurazione borbonica Ignazio Ciaia fu dapprima incarcerato, e nonostante una falsa promessa di espatrio in Francia, ascese al patibolo in piazza Mercato  il 29 ottobre 1799. Con lui  Domenico Cirillo, Mario Pagano e Giorgio Pagliacelli, compagni di vita e di morte.
di Angelo Martino  

martedì 26 novembre 2013

Un caso di vergogna e tradimento dei Borbone nella lotta al Brigantaggio


Lo storico Enzo Ciconte definisce l’assassinio del brigante Gaetano Vardarelli da parte dell ‘esercito borbonico nel 1818 “un omicidio di Stato, criminale , a sangue freddo”. 
Come abbiamo evidenziato, tornato nel 1815 sul trono, il re Borbone si era ritrovato già nel 1816 , con una lista di “fuorbandi”, scorridori armati” in Calabria, Basilicata, Molise e Campania, i cui principali esponenti erano i briganti Vito Caligiuri, Carlo Cironti, Paolo Negro detto Pecora, Emanuele Greco e i fratelli Vardarelli. 
La banda dei Vardarelli era così chiamata perché la famiglia dei capi esercitava l’arte del “vardaro “ che in dialetto indica gli artigiani che producono o riparano basti, selle. Il vero cognome dei Vardarelli era Meomartino e nell’ atto di nascita in Celenza Valfortore Gaetano è iscritto infatti come nato il 13 gennaio 1780 da Pietro Meomartino e Donata Iannantoni. La banda era formata anche i suoi due fratelli Geremia di anni 29 e Giovanni di anni 25, due donne, di cui una era sua sorella, e complessivamente erano 50 elementi. La compagnia aveva disciplina militare, vestiva una divisa, ognuno era armato di sciabola, fucile, baionetta. La banda si mostrava attiva e aveva sempre la meglio contro l’esercito borbonico al punto che viene mandato in Puglia Filippo Cancellier , ispettore della gendarmeria reale con poteri eccezionali. Intanto si fa strada la convinzione che la distruzione della banda per via militare è impossibile e, per suggerimento degli stessi alti ufficiali che avevano comandato le truppe, il governo borbonico , confessando la propria incapacità di sconfiggere la banda, approva il 6 luglio 1817 un patto col quale si concordava che tutti i membri della banda godessero di uno stipendio con il compito di agire contro i malviventi del Regno. L’accordo, accettato dai Vadarelli previa una Santa Messa e discorso d’occasione alla presenza delle autorità militari, fu giurato l’11 luglio 1817 nella Chiesa della Masseria Carignani. 
Tuttavia il fatto che il Valdarelli “sia diventato da brigante in sbirro al soldo dei Borbone pone più problemi di quanti ne risolva “ scrive Enzo Ciconte, facendo riferimento ad una somma ingente pagata dal governo borbonico. Il partito contrario ai Vardarelli faceva capo al generale Amato, acerrimo loro nemico e influente presso il Governo e la Corte reale. Così a Gaetano Vardarelli fu riservato un tranello ben congegnato su ordine del generale Amato e aventi quali esecutori il tenente Campofreda e Paolo Antonio Grimaldi , un ricco signorotto del luogo che lo riteneva responsabile dello strupro di una sua sorella. Il Gen. Amato, ordina al Vardarelli di recarsi in Larino , particolarmente infestato dal brigantaggio e Il 2 aprile 1918 i Vardarelli sono a S. Martino in Pensilis e qui il capo Gaetano, la compagna Annamaria Durante e il segretario particolare, sono ospiti del sindaco Antonio Sassi. La mattina dell’ 8 aprile la Durante con 12 armati si trasferì in Ururi ove prese alloggio nella casa del compare Emanuele Occhionero. D’accordo col sindaco Giovanni Musacchio si provvide agli alloggi per la notte e il capo Gaetano Vardarelli ordinò ai suoi di trovarsi pronti all’appello alle ore 8 del mattino successivo in Piazza della Porta ed egli stesso cenò e pernottò in casa degli Occhionero. E la mattina di domenica 9 aprile e Gaetano Vardarelli stava passando in rassegna i suoi tra una calca di popolo riunitosi per assistere. Il Vardarelli aveva terminato l’appello e il trombettista aveva dato il segnale di partenza, quando dalle finestre della casa Grimaldi e dal palazzo Vescovile tutti gli appostati, al segnale fatto con un panno bianco da una delle finestre dei Grimaldi , scaricarono contemporaneamente i fucili sui fratelli Vardarelli che caddero insieme con altri tre loro fedeli. Grande fu lo scompiglio tra la popolazione che provocò solo qualche ferito e nel trambusto la banda riuscì a fuggire. Si è scritto che ad uccidere Gaetano Vardarelli fosse stato lo stesso signorotto Paolo Antonio Grimaldi il quale, scese in piazza e sì lavò le mani e il volto col sangue della vittima agonizzante gridando a gran voce “ l’ho lavata “ con evidente allusione ad una offesa patita dalla sorella.. Nei libri parrocchiali di Ururi si legge indata 9 aprile 1818:” Gaetano De Martino figlio di Pietro e Donataannantoni del Comune di Celenza, domiciliato in Castelnuovo è morto ammazzato a colpi di schioppettate, in età di 40 anni circa, senza ricevere alcun sacramento, verso le ore 15 di detto giorno. Ilsuo cadavere è stato seppellito nella Congregazione dei morti di questo suddetto Comune. In tal modo si attua ciò che lo storico Enzo Ciconte definisce “vergogna e tradimento borbonico” 
Angelo Martino.

domenica 29 settembre 2013

la regola e l’eccezione nella lotta al brigantaggio

Quante furono le vittime della lotta al brigantaggio nell’ex Regno borbonico subito dopo l’unità d’Italia?

Quale ruolo ebbe la legge Pica (moderare gli eccessi o favorire la repressione)? Alla prima domanda è quasi impossibile rispondere, ma nel quinquennio che va dal 1861 al 1865 il conteggio oscilla tra 18.250 e 54.750 «briganti morti in combattimento, fucilati in seguito, arsi vivi, o uccisi in altro modo». A questi andrebbero aggiunti le vittime del secondo quinquennio (1866-1870) quando operarono nel Mezzogiorno piccole bande che ancora non si erano arrese ai carabinieri (le valutazioni qui oscillano da 1.825 a 20.075). «Aggregando i due quinquenni», scrive Roberto Martucci nel saggio molto denso e articolato, “La regola è l’eccezione: la legge Pica nel suo contesto”, sulla «Nuova rivista storica» diretta da Gigliola Soldi Rondinini e Eugenio Di Rienzo, si arriva a cifre oscillanti tra una «minima di 20.075 e una cifra massima di 73.875». Come mai una oscillazione così ampia dei dati? Secondo Martucci, che ha considerato tutta la letteratura sull’argomento, a partire dallo studio che egli ritiene fondamentale, “Storia del brigantaggio dopo l’unità” di Franco Molfese (Feltrinelli 1964 e 1983), non si potrà fare un bilancio serio finché non «si avrà uno spoglio sistematico dei documenti contenuti negli archivi provinciali».
Riguardo alla domanda sulla legge Pica, in vigore dall’agosto 1863 al 1865, l’autore contesta l’interpretazione che ne ha dato Salvatore Lupo ne “Il grande brigantaggio” («Annali della Storia d’Italia», Einaudi) di una legge che avrebbe «affermato per la prima volta un qualche principio di legalità, il diritto cioè anche dei briganti catturati con le armi in mano a un processo, davanti a una corte legalmente costituita». In realtà secondo Martucci siamo di fronte a «una legge di abilitazione all’esercizio dei poteri d’emergenza travestita da legge penale speciale… la cui portata continua a sfuggire alla storiografia generalista che ne dà una fuorviante lettura attenuativa in termini di “legalizzazione d’eccezione”».

venerdì 13 settembre 2013

La camorra nell’esercito borbonico: una preoccupazione per i governanti italiani

Il 28 ottobre 1860 Antonio Scialoja, nativo di San Giovanni a Teduccio, che era stato nel governo provvisorio di Giuseppe Garibaldi, aveva scritto al conte Cavour, denunciando il discredito di cui si era reso responsabile il governo di Garibald dato che certi ministri si erano circondati di "quei capi-popoli canaglia, che qui diconsi camorristi".
Il testo I prigionieri dei Savoia di Alessandro Barbero dedica un intero capitolo, alla presenza della camorra nell’esercito borbonico che preoccupava i nuovi governanti italiani per una possibile penetrazione nelle carceri e nello stesso esercito italiano.

“L’annessione delle province meridionali nel 1860 - scrive Alessandro Barbero - rappresentò un momento decisivo per la presa di coscienza, a livello nazionale dell’esistenza della camorra”.

L’autore cita lo studio di Marcella Marmo per evidenziare come l’opinione pubblica del Nord venne a conoscenza di una “ realtà ignorata”.
In particolare i rapporti dedicati alla questione erano incentrati sulla presenza della camorra nelle carceri e nelle esercito borbonico su cui l’abruzzese Silvio Spaventa, esponente della Destra Storica aveva redatto, su richiesta dello stesso Cavour tramite Costantino Nigra, un dettagliato rapporto che il 20 maggio 1861 era così compendiato:

“Nelle carceri, nell’esercito, nelle amministrazioni, in tutti i luoghi pubblici esercitata largamente la camorra”.

Silvio Spaventa era un liberale meridionale il cui impegno si era rivelato molto attivo nei moti napoletani del 1848, per cui l’anno seguente fu arrestato e rinchiuso nelle carceri di S. Francesco e della Vicaria per poi essere condannato all’ergastolo e inviato a Santo Stefano insieme a Settembrini.
Solo dieci anni dopo il suo ergastolo fu mutato in esilio a Torino, che aveva lasciato per ritornare a Napoli dopo l’arrivo di Giuseppe Garibaldi.
Egli farà parte di quegli intellettuali, che, allontanati dal Meridione, lottarono per l’unificazione italiana e per il liberalismo e per la costituzione parlamentare.
La relazione di Spaventa evidenzia che la primaria attività estorsiva è il pizzo sul gioco e che il luogo ove la camorra ha “la sua sede principale è nei luoghi di custodia e di pena”.
Il rapporto completo di Silvio Spaventa si può ritrovare nel testo di Marcella Marmo Il coltello e il mercato alle pagg. 31-57.
Riguardo alla presenza della camorra nell’esercito borbonico Marc Monnier, in uno studio del 1862, conferma che “ l’armata tosto si corruppe, la camorra vi si stabilì, e presto passò nella marina".
Francesco Barbagallo nel suo saggio Storia della camorra fa risalire la diffusione della camorra nell’esercito borbonico al “secondo quarto dell’ottocento”.
Dopo aver analizzato le possibili origini dell’etimologia del termine, lo storico Barbagallo scrive a pag. 6 di  Storia della Camorra.

"La camorra, come attività ed organizzazione distinta dalla criminalità comune, si diffuse nella città di Napoli, e in particolare nelle carceri e nell’esercito, dove spesso erano arruolati i criminali detenuti, presumibilmente nel secondo quarto dell’Ottocento".
Dunque la preoccupazione che, tramite gli ex soldati borbonici , la camorra potesse attecchire nell’esercito italiano fu molto sentita dall’opinione pubblica, data il risalto che la stampa ne dava.

Già il 23 agosto 1861 un articolo in prima pagina della Gazzetta del Popolo riportava:


"E’ noto che la camorra esisteva su vasta scala nell’esercito borbonico, e contribuiva potentemente ad accrescerne la demoralizzazione", riportando successivamente di "un ospedale militare dove una dozzina di soldati e bass’uffiziali napoletani erano già riusciti a stabilire un principio di camorra, ed anche alcuni de’ nostri settentrionali s’erano lasciati imporre per modo, che se talvolta giuocavano, chi guadagnava pagava il tributo al camorrista precisamente come a Napoli!"

Marc Monnier, nel suo studio del 1862, elenca una serie di provvedimenti, punizioni, per contrastare tale minaccia.

Il 12 marzo 1863, un Regio Decreto, introduceva norme anticamorra, come riporta il Giornale Militare del 1863, che facevano seguito a tale iniziale constatazione della relazione ministeriale:

“Una delle piaghe sociali nelle Province meridionali che in questi ultimi tempi maggiormente preoccupa l’opinione pubblica dell’universale e fermò l’attenzione del Governo, fu senza dubbio la Camorra. Questa setta, del tutto ignota nelle altre Provincie Italiane, esercitava la sua influenza e metteva anche le sue funeste radici nell’Esercito dell’ex Regno delle Due Sicilie…”

Nel prosieguo il capitolo ottavo del libro “I prigionieri dei Savoia”, da cui abbiamo primariamente attinto le informazioni del presente scritto, tratta di vari i casi di camorra nella fortezza di Fenestrelle e dei relativi processi. 


Bibliografia:
Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia, Laterza, 2012