venerdì 9 agosto 2013

TRA FANTI E POETASTRI DI RETROVIA

IL VIAGGIO


Spazi ristretti, dedali di montarozzi E Quota 28, conquistata per pochi minuti in un’impresa suicida dal maggiore Randaccio istigato dall’interventista D’Annunzio
Per i soldati, borracce ridicole da mezzo litro e l’acqua che serviva innanzitutto a raffreddare le mitragliatrici. Così al fronte si beveva dalle pozzanghere, passandosi il tifo.

di Paolo Rumiz


Prima lo chiamavano “la fronte”. Poi venne D’Annunzio, che all’assalto con la baionetta non c’era andato mai, e lo ribattezzò “il fronte”. E ora eccola lì quella cosa obbligata a esser maschio dai poetastri di retrovia e dai gerarchi del regime. Mi arriva addosso tutto in una volta, in un dedalo di montarozzi spelacchiati, paludi e risorgive tra il castello di Duino e Monfalcone. Sono sceso a piedi dall’Hermada, e il viaggio cambia subito scala, ma non nel senso che entra in qualcosa di incommensurabile. Qui è l’esatto contrario: gli spazi si restringono. Come avere Maratona, Cheronea e le Termopili concentrate in un sobborgo di Atene. Il paradigma dell’inconcepibile.

C’è un solo modo per muoversi lì dentro: a piedi. E c’è una sola mappa per non perdersi: quella uno al 25 mila firmata “Transalpina, Trieste”. Il Carso non è roba da Gps. Ricordo quando il ruvido Alessandro Ambrosi, “paròn” della libreria, sbucando da una trincea di volumi, me l’aperse davanti. La quantità di particolari era tale che brontolai: «Non mi bastano gli occhi». Al che lui, ghignando, mi mise in mano una lente, che aveva già previsto nella confezione. E ora rieccomi qua, con quel dannato ingranditore da tasca, a cercare l’inizio del sentiero. Da qui a Gorizia sarà così. I luoghi di Toti, Stuparich, Lussu e Ungaretti pigiati in un rettangolino. Quattrocentomila morti liofilizzati in un “war game”, in una leziosa miniatura. La guerra di posizione.

Nubi grasse si ammassano sulla pianura. Il “gate” che porta al fronte si nasconde nei pochi metri fra la ferrovia, l’autostrada e la vecchia provinciale costiera, sopra le fonti del Timavo, che lì emerge a due passi dal mare, dopo un lungo percorso sotterraneo. «Rispettate il campo della morte e della gloria » c’è scritto sul parallelepipedo di pietra dedicato all’invitta Terza Armata, ma il monumento perde pezzi, ha la lebbra. Ho il voltastomaco. Presto è il centenario di un evento fondativo del Paese, siamo all’ingresso di uno spazio forse più tremendo di Ypres, della Somme e della Marna, ma non c’è nessuno che pensa a ridare decoro a questo sterminato museo diffuso.

Quota 28, presa per pochi minuti dal maggiore Giovanni Randaccio, in un’impresa suicida istigata da Gabriele D’Annunzio.È la primavera del ’17.L’ufficiale e i suoi uomini sono spinti su una passerella oltre il Timavo, sotto tiro austriaco, con l’obiettivo di tentare un’incursione sul castello di Duino e innalzarvi un gigantesco Tricolore. Un’azione puramente propagandistica, utile solo al poeta, che — invelenito dal falle — urla di sparare sui fanti intrappolati che si arrendono e poi ricama letteratura sull’agonia dell’ufficiale, il quale muore — egli scrive — fra le sue braccia, con la testa sulla bandiera. Sì, detesto D’Annunzio. Un narciso incendiario che ha soffiato sul fuoco dell’intervento come nessuno. «Mezzo milione di mangiaspaghetti morti, e che gusto ci ha provato quel figlio di puttana », così scrive di lui, spietatamente, Ernest Hemingway al ritorno dal fonte del Piave.
Fronte italo-austriaco, chilometro zero, estate 1915. Comincia un viaggio irreale. Giani Stuparich che scrive lettere rannicchiato dietro un muretto a secco, in mezzo alla puzza di escrementi — non ci sono latrine in prima linea e si defeca ovunque purché al riparo dai tiratori scelti — e sotto una pioggia continua, passando notti nel fango, assalito da incubi e ondate di sonno bestiale. Cadorna, sbarbato e ineffabile, che registra la contabilità dei morti nel suo quartier generale di Udine. Il primo assalto al San Michele, con la banda che intona la Marcia Reale e gli uomini che salgono impacciati da 35 chili di zaino sulle spalle, a farsi macellare dal- mitragliatrici. Scene che mandano in archivio in pochi istanti le immagini folgoranti di Calatafimi, e tutta l’epopea garibaldina.
Battaglioni di nubi in corsa sulla pianura, poi è il diluvio mentre salgo dalle paludi di Sablici verso i colli di Monfalcone. Fango e pietre, pietre e fango. Mi lascio inzuppare, i vestiti pesano. Borraccia vuota e sete, nonostante l’acqua che vien giù. “Fante”. Mastico questo bisillabo pesante, e mi par di sentire per la prima volta la sua miserabile essenza. Fante senza nome, fante austriaco e italimentoliano vestito di lana cotta anche d’estate, fante obbediente e incrostato di fango, con le scarpe addosso per settimane, fante pazzo di sete, con una borraccia ridicola, da mezzo litro al giorno. C’era bisogno d’acqua in prima linea, ma soprattutto per raffreddare le mitragliatrici. I ragazzi venivano dopo. Si narra che le reclute austriache sbattute al fronte nel ’15, dopo aver esaurito le riserve, si buttarono a bere nelle pozzanghere, passando poi il tifo agli italiani.

Stazione di Monfalcone, biglietto per Redipuglia, il tabaccaio che mi guarda come un miserabile. Bevo una birra a canna, poi allo specchio del wc mi accorgo di avere una zecca sul collo. L’ho beccata nella boscaglia. Per fortuna so come si fa: basta prenderla con due dita e girare in senso antiorario. Viene via subito, operazione riuscita. Ho letto che ci si spidocchiava fra soldati, e appena c’era tempo si bollivano le camicie per disinfettarle. Anche le mie necessità si stanno facendo elementari, come il mio pensiero. Desidero una doccia, il resto non conta. E quando salgo sul locale per Udine con l’alpenstock e lo zaino, sento di appartenere già a un altro tempo.

Mazze ferrate, cesoie, tagliole, triboli. Al museo di Redipuglia trovo nelle bacheche gli strumenti della crocefissione del fante. Leggo che i reticolati furono collaudati sulle bestie, dai cow boys del Texas, per poi essere usati sugli umani. Trecento tipi ce n’erano. Maschere a gas mi guardano come spaventapasseri, come cavalieri neri del Signore degli anelli.

Mi rannicchio a scrivere sotto un albero del Colle Sant’Elia. Non so per chi lo faccio. Forse per me stesso. Sento che questo mio diario di trincea altro non è che una lunga lettera non spedita.

giovedì 8 agosto 2013

I ragazzi del 97° e l'onore ritrovato

Quinta tappa - Una pagina scomoda: il fascismo la rimosse perché non si poteva dire che italiani "nemici" avessero sparato su altri italiani. Così per quei soldati non ci furono tombe, né lapidi e messe. Il reggimento di triestini (e istriani e sloveni) arruolati con l'Austria e banditi dalla storia.  Respinsero Cadorna, poi furono fatti a pezzi dalle artiglierie della Terza Armata



di Paolo Rumiz

TRIESTE  - È arrivata, col profumo dei tigli. A un mese dall'omicidio di Sarajevo, la guerra è scoppiata. Trieste, luglio 1914: fra tamburi e fanfare, grida di "urrah" e squilli della "Generalmarsch", fin dal mattino il Corso è un fiume di soldati e civili in festa; vanno ai treni della ferrovia meridionale, come la bara di Franz Ferdinand quattro settimane prima. Sembrano i topi dietro al pifferaio di Hamelin, e il destino di un intero continente pare risucchiato da un terminal. Partono, e parto anch'io, verso fronti sconosciuti. Dalla terrazza di casa guardo per l'ultima volta il fronte mare e nella foschia estiva la stazione ha i colori di quella parigina di Saint Lazare nel quadro di Monet, pagliuzze d'oro nell'azzurro.

Guerra. "Krieg" in tedesco, "Rat" in serbo. "War" in inglese. Monosillabi-fucilate di un conflitto di cui nessuno immagina la portata. Vienna ha spedito a Belgrado un ultimatum irricevibile ed è finita. Ora si muove la Russia, in aiuto ai fratelli slavi del sud. Poi tocca a Francia e Inghilterra. Che farà l'Italia, si chiedono in tanti. Ma Roma è ancora alleata, e sulla strada della stazione la banda si ferma davanti al consolato d'Italia a suonare la Marcia Reale per re Vittorio, che volterà gabbana. I soldati affluiscono da Trieste, Istria, Dalmazia e retroterra dell'Isonzo. Sloveni, croati e italiani con la stessa bandiera e lo stesso numero: novantasette.

Caro, vituperato novantasettesimo reggimento, ricettacolo di tutte le infamie. Quanto fu denigrato, mi disse mia nonna. Lei non accettava che il fascismo avesse tolto l'onore a quei ragazzi. Che si nascondesse il fatto che triestini, istriani e dalmati avevano combattuto da valorosi su un fronte avverso, e che si fosse inventata la leggenda dei lavativi, i "pomigadori", detti così dalla pietra pomice di chi lava i piatti in cucina invece di combattere. Il fantastico inno del reggimento diceva "Demoghèla", cioè "diamogliela", sottinteso "la fuga" ai nemici. Ma gli italianissimi tradussero in "Diamocela", sottinteso "a gambe". Il paradigma della vigliaccheria. Il reggimento poteva solo esser deriso, non compianto.

È venuta a salutarmi l'amica Marina Rossi, studiosa di storia militare, con un mazzolino di fiori da appuntarmi sul cappello, come ai soldati in partenza. Mi dice che poche ore prima qualcuno ha distrutto il monumento a memoria del "97" nella zona del Monte San Michele, sul Carso. Anche la croce è stata fatta a pezzi. È incredibile che quei ragazzi diano ancora fastidio. "Quei poveri fioi iera sempre in prima linea", brontolava mia nonna. E io, pensando a lei, ho cercato nelle vecchie carte per sapere chi fossero davvero, scoprendo che ebbero vita grama e terribile in un posto chiamato Galizia, tra Ucraina e Polonia, il "cimitero dei popoli e delle nazioni".

Soldati triestini in Russia
La loro fu un'ecatombe, già nel '14, su un fronte scorticato dal vento e dalla neve. Alcuni ebbero medaglie d'oro: ne scrissero con rispetto italianissimi come Scipio Slataper e Silvio Benco, ma nel dopoguerra la loro memoria fu rimossa. Marina ne conosce ogni segreto, è l'unica ad aver frugato negli archivi russi. Sa che persino alle famiglie triestine che cercavano le tombe dei loro cari - racconta - fu negata ogni notizia, e migliaia di morti scomparvero nel nulla. Anche gli elenchi furono occultati. Non un monumento, non un fiore. E ai reduci, di ritorno da interminabili prigionie in Russia, fu imposto di tacere per conservare il posto di lavoro. La "redenzione" di Trieste iniziò con una bugia.

Ma oggi l'armata-ombra ritorna, il centenario del Grande Macello rompe il tabù sulla storia dei vinti. Trieste e Gorizia tirano fuori documenti inediti dalle cassapanche di famiglia. Montagne di documenti. Ho sentito la voce stridula dell'istriano Silvio Ruzzier uscire da un registratore come dal tavolo di una seduta spiritica; ho ascoltato dai figli l'avventurosa prigionia in Uzbekistan di Viktor Sosic e di Josip Skerk; nella casa piena di libri, divani e matrioske di Marina Rossi ho appreso della guerra tremenda di Domenico Rizzatti da Fiumicello. Inediti favolosi. Per questo c'è nervosismo fra i nazionalisti. Qualcuno non vuole che si restituisca l'onore a quei ragazzi. Ma io lo farò, così come lo restituirò agli italiani di Caporetto, accusati di disfattismo dagli stessi generali che li abbandonarono al loro destino.

Ma c'è una vicenda del "97" che resta più tabù delle altre. La sanno in pochissimi, e non riguarda la lontana Galizia, ma la guerra contro l'Italia del 1915. Una storia che spiega perfettamente l'atto vandalico del San Michele e ne individua i mandanti. Quando l'Italia dichiara guerra, l'Austria non se l'aspetta, il fronte è completamente sguarnito. Cadorna potrebbe sfondare su Lubiana in tre giorni, ma esita, anche lui è impreparato. Così Vienna gioca la carta estrema, manda allo sbaraglio le reclute in addestramento nelle zone più vicine, e fra queste c'è di nuovo il 97° reggimento, con un battaglione di triestini, il decimo. Ma gli alti comandi sono così convinti che cederanno, che esercito e cannoni restano arroccati su Zagabria. 

Ebbene, in tre giorni i ragazzini in divisa stendono i reticolati e puliscono la vegetazione davanti alle loro linee per obbligare gli italiani ad attaccare allo scoperto. Saranno fatti a pezzi dalle artiglierie della Terza Armata, ma non molleranno, dando tempo agli imperiali di posizionarsi e sistemare le trincee. Una storia scomoda, più delle altre. Non si poteva dire che italiani "nemici" - sofferenti di quel giogo austriaco che motivava la guerra - avevano sparato su altri italiani. Tanto meno si poteva dire che dei triestini avevano impedito a Cadorna di arrivare a Trieste. Niente tombe dunque, niente lapidi, niente messe.

Ne avrei di storie da raccontare, ma temo che il mio diario diventi altra cosa, una delle città invisibili di Calvino, un porto sepolto di Ungaretti. Ora tutto cambia. Il treno va, sferraglia sul mare. Presto è prima linea.
(5 - continua)


LA CIMA CON VISTA SUL SECOLO BREVE

ILVIAGGIO

                                       Il monte Hermada bombardato
Il monte Hermada, un compendio del 900 Da qui a Tarvisio s’intrecciano e s’ignorano il fronte e le postazioni Nato, le basi segrete di Gladio e quelle della Resistenza
Ecco Paolo Parovel, il bastian contrario odiato dagli italianissimi: “L’Austria-Ungheria? Una piccola Ue. E che cosa distrugge oggi l’Europa, se non i micro-egoismi nazionali?”

la Grande guerra/6


PAOLO RUMIZ



IL TRENO abbandona il mare, piega a destra, passa il bivio per Lubiana, entra nel Carso. Tuoni lontani, qualcosa di malato nel vento. Alla stazione di Visogliano- Vizovlje, persa in mezzo alle doline, mi investe una bora calda che non ho mai sentito. Sessant’anni di pace hanno smantellato il clima più di una guerra planetaria. Sono solo sulla pensilina, col mio sacco e il bastone da montagna. In 19 minuti da Trieste è cambiato tutto. La città è un pianeta lontano, la Slovenia a pochi passi. Anche il tempo ha cambiato binario. Siamo nel ’15, e l’Italia ha dichiarato guerra all’Austria.

Cicale assordanti, furiose. Parto a piedi per Ceroglie, all’ombra del monte Hermada, e monte è dire troppo, per un’altura così ridicola. Eppure è quello il Grappa degli austriaci, il loro ultimo bastione. Per 29 mesi gli italiani hanno cercato di prenderlo, vomitando milioni di granate, ma senza successo. Logico che lo chiamino “monte”. Non può essere collina un luogo costato migliaia di morti. Su tutto il Carso è così. Orografia gonfiata dai generali. Monte San Gabriele, Monte Debeli, Monte Santo. Giganteschi nel mito, nella realtà deludono. Non svelano il prezzo insensato che sono costati.

Rievocazione a Klaceva Hisa
C’è un assembramento di militari nel cortile della “Klarceva Hisa”, una locanda che nel ’18 fu l’unico edificio dei dintorni risparmiato dalle bombe. Fanti italiani e soldati austriaci, alpini con penna nera sul cappello e gebirgschützen con la stella alpina. “Figuranti” li chiamano, ma sono di più: rievocatori di storia. Della Grande Guerra hanno pure l’odore. Sudano in divise di panno, perché allora d’estate si faceva così. Scafandri di lana cotta, per proteggersi dalle schegge. Roba da morirci dentro. Una crocerossina mi offre ridendo ciliegie sotto spirito chiedendo se ho bisogno di antibiotico.

Sbuca un triestino dal cappello austriaco in panno verde, nome Roberto Todero. Quelli che si occupano del ’15’18 lo conoscono tutti, da qui allo Stelvio. Ha una collezione unica di oggetti imperial-regi. Niente bombe o baionette; nulla che serva a uccidere. Solo borracce, pipe, gavette, pignatte. Dalle mie parti pare l’unico che si prepara per tempo al centenario. Ora mi apre pista verso l’Hermada con una lupa di tre anni che lo tira sul sentiero ansimando come una locomotiva.

«Cossa te va a far sto viagio in estate — brontola — per capir la trincea ghe vol l’inverno». Sì, meglio il fango, il vento e la neve, piuttosto che questo fiato incandescente che disidrata.
Labirinto di postazioni di obici, doline, crateri da esplosione, grotte attrezzate a rifugio.All’ingresso di ogni caverna, due numeri: la capienza normale e d’emergenza. Qui venivano a chiudersi gli austriaci, come topi, quando Cadorna bombardava dal Timavo. Si scende in un altro mondo, la torcia elettrica sciabola fra massicciate, inghiottitoi, scalette di cemento che scompaiono verso piccole città sotterranee, buie come necropoli. Condensa di vapori, sfiati del tempo, ansimare del cane. Pare di affacciarsi sulla tomba di Agamennone. Anni che paiono millenni, storia che è già archeologia.

Di nuovo luce violenta, poi la cima, un dedalo di casematte, gallerie, ricoveri, osservatori. Ecco perché i crucchi tennero duro quassù: vista perfetta sulla pianura e le linee italiane. Redipuglia, Monfalcone, Doberdò. Ma per capire bene devo arrampicarmi su un carpino, la vegetazione ha occultato tutto.L’Italia se ne fotte della memoria dei luoghi. E dire che qui è riassunto il secolo breve: c’è pure un relitto della Guerra fredda, la piattaforma in cemento della baracca di confine dopo il ’45. Da qui a Tarvisio il fronte e le postazioni della Nato, le basi segrete di Gladio e quelle della resistenza partigiana non smet-teranno di intrecciarsi e ignorarsi a vicenda.

Quando ritorno, nella locanda già si canta “Gott Erhalte” e “Addio mia bella addio”, e intanto fra i grigioverdi scorre un vino scuro come la pece, di nome Teràn, ferro e tannino buono per gli anemici, quintessenza pietrosa del Carso. Sloveni e italiani insieme: la pace la celebrano così, ricordando la guerra. Meglio che riempirsi la bocca di falsi buonismi.

Nel gruppo c’è un uomo con stampelle e barba bianca che pare un reduce dal fronte. Si muove lentamente e con pena. È una vecchia conoscenza: Paolo Parovel, uno di quei bastiancontrari che se non esistessero bisognerebbe inventarli. Trent’anni fa ha pubblicato un libro sui cognomi triestini cambiati dal Fascio, facendosi così odiare dagli italianissimi. Ora lavora alla ricostruzione di un movimento indipendentista, seminando nuovi malumori. Solo a nominarlo si sollevano putiferi, ma che importa. In Italia la memoria è coltivata dagli originali, non dalle istituzioni.

Mi avvicina avvinghiato ai bastoni, ora sembra Elia, che alla vigilia della partenza profetizza la malasorte del Pequod nella caccia a Moby Dick. «Vai a salutare i caduti austroungarici prima di passare ai Caduti di Redipuglia — mi esorta — vedrai dai nomi sulle tombe che cosa è stato l’impero». Cecco Beppe non si rivolgeva al popolo, ma «ai miei popoli» e i suoi proclami erano in infinite lingue. «L’Austria- Ungheria era già una piccola Ue. E che cosa sta distruggendo oggil’Europa se non i micro- egoismi nazionali?». Come dissentire? Capire questa guerra è centrale per tenere in piedi la baracca dell’Unione.
«Seinen für Kaiser und Vaterland gefallenen Kamaraden» sta scritto dei boemi del reggimento 91, a Brje, poco oltre il confine sloveno, in un piccolo camposanto tra le vigne. Ai camerati caduti per l’imperatore e la patria. Scritte in tedesco, ceco, serbo, ungherese. Croci, ma anche qualche stella di Davide, una mezzaluna turca dei bosniaci. E un’infinita pace. Ossa nella terra, nel grembo della madre, non condannate al freddo marmoreo come a Re di puglia.
Erba curata, tappeti di fiori gialli. La sera rinfresca, scende con ciclisti e tigli gonfi di vento. Mi butto nel prato fra le tombe, e per qualche minuto dormo profondamente.

(6 — continua)

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mercoledì 7 agosto 2013

IN OSTERIA A CANTARE I “NOSTRI”

ILVIAGGIO

Inneggiamo ai caduti in una taverna sul Carso È tutto un saltare di qua e di là dal fronte: celebriamo i nonni reclutati dall’Imperatore come i bersaglieri giunti a redimerci nel ’18
Spesso i versi rovesciano verità assodate Qui, per esempio, Caporetto fu vissuta come una vittoria. E allora bisogna scavare, grattare sotto la toponomastica, la retorica e le fanfare

La Grande guerra/4

Osteria di Trieste (da Francesco Penco fotografo)
PAOLO RUMIZ
CEROGLIE (Carso)

No, non parto ancora. C’è sempre tempo per il sangue e la trincea. Tempo per i barellieri, i reticolati e lamenti. Ho sentito che in prima linea fanno arrivare brandy e cioccolata per scaldare gli animi prima degli assalti, e così i fanti sanno in anticipo cosa si prepara. Hanno rovinato anche il gusto della vita. Ma ora non voglio pensarci. Il sacco è preparato, e voglio passare l’ultima sera con amici, a cantare. In una taverna di retrovia, sul Carso.
«Era una notte che pioveva / e che tirava un forte vento / immaginativi che grande tormento / per un alpino che sta a vegliar ». Da noi a Trieste si canta ancora nelle osterie. Ci si ritrova e si canta, senza nemmeno chiedersi “come va”. E siccome siamo un po’ matti per via della bora, cambiamo anche lingua senza imbarazzi. Con le canzoni di guerra è tutto un saltare di qua e di là del fronte. E quando diciamo “i nostri”, non sappiamo nemmeno noi a chi alludiamo: se ai tanti nonni reclutati dall’Imperatore o ai bersaglieri giunti a “redimerci” nel ‘18. Vanno bene tutti e due.
Tuona cupo oltre il monte Hermada, ultimo scoglio prima delle linee italiane, ma noi ce ne fottiamo e attacchiamo con le marcette burlesche, in dialetto triestino, dei battaglioni targati Asburgo. Una coppia di piemontesi nel tavolo accanto si meraviglia che non siano in tedesco, e allora devo spiegare che furono migliaia gli adriatici di lingua italiana chiamati a servire la bandiera giallonera.
«Qua se magna, qua se bevi / qua se lava, qua se lava la gamela / zigaremo demoghèla fin che l’ultimo sarà / fin che l’ultimo sarà». È un coro di veterani. Franco, Silvano, Stellio, Piero. Compagni di bevute o di salite in Dolomiti. Nereo dirige, rigido come un Kapellmeister, e loro godono di queste strofe senza mamme, senza fidanzate o lamenti per la casa lontana. Un altro mondo rispetto a “Una notte che pioveva” o il “Testamento del capitano”.
Vorrei spiegarlo, ai forestieri, quanto siamo complicati. Dire chequestanonèunacantatama una tempesta identitaria. Vorrei ma non posso. Dovrei declinare troppe generalità. Dire che sono figlio di un ufficiale-gentiluomo dell’esercito italiano, che sono cresciuto in mezzo a irredentisti e nostalgie per l’Istria perduta. Spiegare che sono garibaldino dentro, che ho girato l’Italia in camicia rossa e so mettermi nella scarpe di chi vide nell’impero asburgico una prigione dei popoli. Eppure...
Eppurenonècolpamiasedopo fu peggio, se vennero il fascismo, l’imperialismo,lanegazione delle lingue altrui, l’estetica della morte e infinite altre sciagure. Non è colpa mia se fino al ‘14 da qui si andava in treno in mezza Europa e oggi non si va da nessuna parte. No, non dipende solo da noi di frontiera se Trieste, dopo quella guerra, ha conosciuto solo decadenza.
«Kaj ti je deklica, da si tak zalostna / Cos’hai ragazzina, perché sei così triste / Che cos’ho? Nulla. Ho male al cuore / il mio ragazzo è caduto in guerra». Martina canta un assolo straziante. Le canzoni slovene svelano tristezze abissali, stratificazioni di lutti. “Oh Doberdò, tomba della gioventù”, cantano slavi e magiari di un lago che fu mattatoio dietro il monte. Pezzi di storia negata erompono come un fiume carsico, con enorme ritardo sul Trentino. Sull’Adigesonoannichesipreparano al 2014, e non hanno paura a dire che non esiste solo Battisti, ma anche migliaia di Caduti trentini di parte avversa sul fronte russo o nei Balcani.
«Quando fui sui monti Scarpazi / miserere sentivo cantar / ti ho cercato tra il vento e i crepazi / ma una croce soltanto ho trovà». In Trentino si cantano da tempo canzoni “austriache” come questa, che fu proibita dal Fascio. A Trieste è diverso, c’è stata la guerra fredda e il teorema della città “italianissima” è durato più a lungo perché si doveva fronteggiare l’Impero del Male. “Gorizia tu sei maledetta” rimase sacrilega fino agli anni Sessanta. Ma ora la diga si rompe, e rischia di rompersi anche male, per accumulo ditroppe rimozioni e un disincanto per l’Italia che pare fatto apposta per alimentare deliri austriacanti o sterili indipendentismi.
«E il general Cadorna / ha detto alla regina / sei vuoi veder Trieste / guardala in cartolina / bim bum bam / e il rombo del canon». Arrivano piatti di olive e formaggio, e intanto un fulmine percorre la dorsale del monte Terstelj, dove il generale Borojevic comandava il tiro delle artiglierie. La notte pirotecnica illumina una guerra sconosciuta, rovescia verità assodate. Caporetto, per esempio, vissuta come vittoria. E allora qualcosa ti dice: ragazzo, prima di andare al fronte devi scavare, grattare sottola toponomastica, l’elenco telefonico, la retorica, le fanfare. Non è un caso che questa terra abbia generato tanti psichiatri e speleologi. Qui ogni grotta è anche un abisso della mente.
Spiego ai piemontesi che nel Ventennio ci hanno cambiato i cognomi — dietro a Fabbri c’è Kovac, Sbaizero è Schweizer, e Cosolini Koslovic — ed è logico che noi si faccia più fatica di altri a sapere chi siamo. È chiaro che mai come stavolta il viaggio è anche interiore, nei reticolati dell’anima. Ma alla malora le complicazioni, adesso si canti e si beva, perché «l’acqua è fatta pei perversi / e il diluvio il dimostrò ». Sì, forse il vino e il canto sono il solo possibile amalgama di tutto questo.
«Su la strada del Monte Pasubio / lenta sale una lunga colonna / bomborombon bom bomborombon / l’è la marcia de chi non torna / de chi se ferma a morir lassù».
Basta un’occhiata fra noi, un gesto, e parte l’ultima canzone. Lenta, cadenzata. Chiama a raccolta i vivi e i morti. Enzo, caduto in Civetta. Virgilio, amico dell’anima, imbattibile sul sesto grado, che guidava il coro col solo lampo degli occhi. Rivedo le penne nere uscire dalla caserma di Tarvisio con i muli. Ne sento l’odore. Alpini miei, quanto mi parlava di voi mio padre mentre salivamo, sci in spalla, sulle nevi immacolate del Monte Canino. Sella Prevala, Rombon. Rocce di leggenda,vengo presto a ritrovarvi.

(4 - continua)

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Sul sito di Repubblica,le immagini tratte dal videoreportage di Paolo Rumiz realizzato con il regista Alessandro Scillitani
Sopra, dall’alto, osteria di Trieste (daFrancesco Penco fotografo, il Novecento di Trieste,Comunicarte) e il monte Hermada (daUna storia per immagini,

Biblioteca del Piccolo)

martedì 6 agosto 2013

Lo sbarco di Franz Ferdinand

Terza tappa - Il conto alla rovescia verso il conflitto inizia a Trieste il 2 luglio del 1914, con l'arrivo delle spoglie dell'Arciduca d'Austria e della moglie Sofia, uccisi nell'attentato di Sarajevo



di Paolo Rumiz


TRIESTE - Milleottocento passi. La fine del mondo si consuma in milleottocento passi. Per la precisione milleottocentoquattro, quelli che ho misurato fra il mare davanti a piazza Unità e la Stazione Centrale. Sì, questo viaggio parte da Trieste, la mattina afosa del 2 luglio del 1914, su un corteo di carri neri e cavalli neri, tra due impressionanti ali di folla, in un silenzio di piombo. È qui che sbarcano, da morti, Franz Ferdinand e sua moglie, dopol’attentatodel28giugnoa Sarajevo. Qui, fra le 7.45 e le 9.50 di quella data fatale, in anticipo di un giorno su Vienna, inizia il conto alla rovescia verso la guerra. Perché qui l’impero ha la sua prima, attonita percezione del disastro imminente.

Ecco, i feretri scendono dalla corazzata “Viribus Unitis”, ancorata in rada. Li traghettano su una maona che pare un catafalco, il mare pullula di navi da guerra, con soldati schierati sulla tolda, pennacchi di fumo nero, cannonate a salve. Pieni anche i moli, di navi da trasporto e passeggeri. Vedo l’ammiraglia dei Cosulich, “KaiserFranzJosephI”,eil“Baron Gautsch”, che di lì a pochi giorni salterà su una mina “amica” per la distrazione del comandante. Odore di carbone, pesce e spezie d’oriente. La pavimentazione delle Rive non è ancora completata, la città è tutta un cantiere, le banche scommettono su un futuro radioso. La nuova pescheria centrale è stata appena inaugurata e sul porto troneggia un’immensa gru galleggiante, “Ursus”. Ultima cosa fatta dall’impero, resisterà per un secolo. Un ciclope che ancora oggi, con bora forte, talvolta spezza le catene e semina il panico come King Kong.

Cinquantasette passi dalla banchina alla linea dei palazzi sul fronte mare, altri 150 fino alla fontana davanti al municipio. Folla immensa, rintocchi a morto, opprimente silenzio. Vado con andatura regolare, da metronomo. Chi mi conosce pensa che sono fuori, e difatti lo sono. Vedo solo quel film, e non è nemmeno difficile. Basta ignorare gli umani. La crosta dell’oggi è così miserabile che le vecchie pietre riemergono senza fatica. Anche le foto di Wulz e di Penco sono lì, nitide come i racconti della nonna. Piazza Unità, allora piazza Grande, 2 luglio 1914. Luogo e momento tremendo, avvio di una sequela di sciagure. La guerra, il fascismo, le leggi razziali proclamate in quello stesso luogo. Poi un altro conflitto inutile, le vendette slave, la guerra fredda, l’agonia del porto. È un secolo che Trieste sconta la fine del mondo di ieri.

Fa caldo, la folla si abbarbica alla fontana per vedere oltre il cordone dei marinai. Luccicano elmetti col chiodo, vibrano pennacchi sui fez dei fanti bosgnacchi irrigiditi. Maledetta Sarajevo, luogo del destino, quante volte sono andato da te per storie di guerra... Finisce la funzione sulle Rive, il vescovo Karlin benedice, si parte. Cinquantasei passi fino a Capo di Piazza, 165 fino alla statua di Carlo imperatore. Sono già passati un drappello a cavallo, due compagnie di soldati e sei carri pieni di fiori con tiro a due. Altre 265 falcate lungo il Corso fino all’incrocio con via Sant’Antonio, oggi Dante. Le case sono listate a lutto, i lampioni hanno un cappuccio nero. Balconi e finestre affollate, qualcuno mi saluta dall’alto, dico distrattamente ciao, ma la mia testa è altrove.

Oltre un mare di teste vedo convergere a sinistra i portatori delle croci, i prelati con mitria e piviale funebre, il clero delle altre confessioni, poi le due carrozze monumentali nuove di zecca della premiata ditta “Zimolo”, quattro cavalli neri ciascuna. Scalpitano, i palafrenieri sudano a tenerli al passo. Ma ecco le autorità, gli ufficiali delle varie armi, le rappresentanze, altre due compagnie e un secondo drappello di guardie a cavallo. Passo cadenzato lento, esasperante. Il corteo taglia la città in due come una mela, la testa è già arrivata in piazza della Caserma, al capolinea della funicolare, e la coda è ancora in Corso. Sento mia nonna mormorare: «Questo è il funerale di un’epoca». Sono mesi che i giornali sono pieni di guerra, e c’è chi sente i rintocchi del destino.

Sotto il palazzo giallino dei Wulz, faccio in tempo a vedere un cavallo del servizio d’ordine che ruba la paglietta a un borghese e se la mangia. Fotogrammi fin de siècle. Finisce il mondo delle riverenze, delle donne fatali con veletta su auto decapottabile, dei cavalli bianchi e degli idrovolanti con ali di seta. Arriva la morte di massa, con i reticolati e i gas. Finisce il tempo degli eroi. Ora rullano tamburi, sono 227 passi fino al Canale, la città è magnifica, pullula di vita, forse non è mai stata così ricca, i cartelloni dei teatrimaicosìpieni.Eppurec’è puzza di carogna, da Vienna arriva uno strano silenzio, si dice che il Kaiser sia ostaggio dei signori della guerra. Ancora 155 passi, e altri 245 fino alla Caserma, oggi dedicata a Oberdan, l’attentatore di Franz Josef. Sta per consumarsi il suicidio di un continente.

L’andatura diventa tempo, altri 105 passi e sono le 9.25 nella via intitolata a Karl von Ghega, che costruì la prima delle grandi ferrovie fra Trieste e il retroterra. E qui sento un improvviso effetto-risucchio, il film accelera, il flusso di eventi si imbottiglia in quell’unica strada verso la stazione, la stessa dove tra un mese, con le fanfare della Generalmarsch, partiranno triestini, dalmati e istriani verso il fronte serbo e poi quello russo, terribile, oltre i Carpazi. Trecentoquattordici, monumento a Sissi imperatrice, 170, capolinea della ferrovia meridionale. Marinai scaricano i catafalchi, li portano verso il convoglio speciale già avvolto nel vapore della locomotiva. Ore 9.50 fischio dei capostazione con feluca e spadino e partenza per Vienna via Semmering.

Ripenso ai ragazzi di Redipuglia. Sono morti per Trieste ed è da Trieste che deve iniziare questa storia. Ma qui, come in Trentino, il film inizia sotto un’altra bandiera, e non nel maggio del ’15, ma in quel mattino di luglio del ’14. Un anno in più da raccontare.

lunedì 5 agosto 2013

L'armata ombra dei centomila

Seconda tappa - A Redipuglia, nel sacrario dedicato ai soldati che persero la vita nel conflitto. Solo su questo fronte, tra italiani ed austriaci, oltre quattrocentomila morti. Pietra levigata, senza niente per posare un fiore. Anche il dolore per il singolo Caduto è negato. Si piange per altro: lo sgomento per l'indicibile, la fine anonima

di Paolo Rumiz

REDIPUGLIA - Non so cosa mi prese quella sera di maggio che la Luna uscì. Una Luna immensa di cartapesta, con latrare di cani e un’aria calda, sensuale. Fu anche l’ultima Luna, perché il giorno seguente cominciarono i temporali e il cielo si chiuse per settimane. Ricordo che guardai distrattamente l’orologio e vidi scritto 24. Era il ventiquattro di maggio e tutto mormorava. Trieste, il Carso, le lenzuola stese, le bluse delle donne, le alberature delle vele. Così pensai a Redipuglia, e mi venne voglia di andare a trovare i Centomila. Da solo, senza fanfare, turisti e delegazioni militari.

Nel pomeriggio ero stato a un funerale ebraico e tutto mi aveva rasserenato in quella piccola città dei morti. Il chiacchiericcio, il profumo dei fiori, i vestiti informali, la monotonia di una preghiera che si ripeteva identica da millenni, le palate di terra: tutto diceva la naturalità del trapasso. Tra noi e quelli dall’altra parte c’era un sipario trasparente. Anche per questo pensai all’Armata- ombra, quando vidi l’ultima Luna. Si avvicinava il centenario della Grande Guerra ed era tempo che restassi solo con quei ragazzi, prima delle celebrazioni.

Una trepidazione inattesa mi colse quando arrivai là sotto con l’ultima luce e il Pianeta si posò sul Monte Sei Busi dietro i cipressi-guardiani. Passava un’auto ogni tanto, lontano si sentivano le voci della pianura — grilli, discoteche, treni — e io ero assolutamente solo davanti ai gradoni di un’astronave inclinata verso le stelle (le tre croci illuminate in cima erano stelle anch’esse) a chiedermi come mai, a 65 anni, mi avvicinassi a quel dislivello col tremore di una recluta. La densità di morti lì intorno era forse più alta che sul fronte francese. Fra italiani e austriaci, più di quattrocentomila in uno spazio ridicolo. La rappresentazione dell’assurdo.

Ma non era questo che sgomentava. Forse, pensai, era la mia stessa età, l’aver vissuto il triplo di quei ragazzi andati in guerra con in bocca ancora la ninnananna delle loro madri. L’avere due figli che, in quel conflitto, sarebbero già stati veterani. Oppure quei gradoni, tremenda rappresentazione altimetrica di una guerra tutta in salita, sotto il tiro di un nemico sempre dominante. O forse la contiguità dell’ecatombe con la quotidianità dei vivi, i racconti della nonna che dalle rive di Trieste guardava a quei cannoneggiamenti come al “cinematografo”, rappresentazione pirotecnica dell’inconcepibile.

Mormoravo: dove siete, figli della durezza, della fame e dell’emigrazione. Datemi un segno, voi che siete stati ingranaggi di una macchina spietata, operai e contadini obbligati a obbedire a ordini talvolta incomprensibili o deliranti, eppure portatori di un senso del dovere oscuro, antico e austero che oggi l’Italia più non conosce. Su ciascuno dei ventidue gradoni c’era scritto “Presente”, ripetuto come salve di fucileria, ma nessuno mi rispondeva. Quei morti non abitavano più il tempo, come quelli al cimitero ebraico. Erano fuori, in un cielo freddo. Provai a cantare Sento il fischio del vapore, l’è il mio amore che va via. Niente. Regnava su tutto una formidabile assenza. Unico segno, il lampo nero di un cane dietro il sarcofago del Duca d’Aosta, magro e immateriale come lo sciacallo Anubi, il dio delle tombe degli Egizi.

Rivedo il film. La pianura che si dilata man mano che si sale. Le luci di Aquileia, il rombo dell’autostrada, il Monaco-Trieste che scende lentissimo verso la torre di controllo. Le retrovie italiane perfettamente leggibili. I due fari giallini alla base della spianata che allungano la mia ombra, gradone dopo gradone, l’ombra di un uomo solo che cammina, surreale, come tra i vuoti colonnati di un De Chirico. La luce azzurra della Luna che lentamente prevale su quella artificiale e bagna lettere cubitali incise su pietra. Morti, gloria, invitti. Cospetto di quel Carso che vide.

Che notte, il richiamo della vita è tremendo, come nel plenilunio di Ungaretti, come quella sua notte in trincea lì a due passi sull’Isonzo, accanto a un commilitone ucciso che digrigna alle stelle. La vita chiama con odore di rosmarino e vento tiepido, ma loro non rispondono, perché Redipuglia non è un cimitero. Fu, anzi, costruita come antitesi al cimitero. Uno schieramento di morti, la sacralizzazione della guerra. Un oggetto siderale, cui è tolto il contatto con la terra madre. Solo pietra avrai attorno, soldato. Non porterai sulla tua tomba nessuna data e nessun nome di luogo. Ti basti il grado e il battaglione.

Pietra levigata, senza niente per mettere un fiore. Anche il dolore per il singolo Caduto ti è negato. Qui si piange per altro: lo sgomento per l’indicibile, la morte anonima. Rileggo gli appunti. Ossa senza pace, traslocate non una ma tre, quattro volte: la trincea, poi i piccoli camposanti dietro le linee, poi i cimiteri di guerra, poi gli ossari, inventari di resti già sterilizzati, ripuliti come ciottoli di fiume. Redipuglia stessa, rifatta tre volte, in un traffico di ossa durato vent’anni, per celebrare un impero. «Dammi un fiasco di rosso» direbbero se potessero parlare. Non ne possono più dei custodi dei sacelli, dei ruffiani e imboscati che tengono discorsi, gli stessi arroganti che consentirono Caporetto e oggi affondano l’Italia. Vorrebbero tornare alla terra, in piccoli cimiteri, magari simili a quelli dei Vinti, che la storia esonera dall’obbligo della retorica.

La cima, le croci, qualche ulivo, l’odore violento del Carso, una cripta di marmo nero, la lapide dell’inaugurazione con Mussolini, 13 settembre 1938. Sredipolje che diventa Redipuia per i veneti, poi Redipuglia, infine “Re di Puglia” stampigliato sugli infradito cinesi in vendita. Erbacce, pietre sbilenche. Una volta l’esercito di leva sistemava questi luoghi, oggi quello professionale se ne fotte, ignora la sua stessa memoria. «Non è questa l’Italia per cui combatterono», scrissi sul notes la notte dell’ultima Luna. Fu lì che sentii il dovere di andare, lontano, a cercare la storia di quei ragazzi. Sul fronte.

domenica 4 agosto 2013

La Grande guerra, i sentieri del sangue perduto
Alla vigilia del centenario, un viaggio a puntate sul fronte italo-austriaco. Per riscoprire un'Italia meravigliosa e terribile








ALTOPIANO DI ASIAGO - Falde del Monte Ortigara, ore 22, un giorno di luglio. Tende sparse di penne nere su terreno irregolare segnato da crateri di bombe. Canti un po' stonati, poche stelle e lampi lontani. 

Una voce nel buio: "Altolà chi va là?". "Alpini", rispondo.
"Alpini no basta. Parola d'ordine!". "Traminer, Malvasia e Vitovska". "Vito cossa?""Xe vin de Trieste"."Alora passa, can de l'ostia".

Passo. Ho tre bottiglie nello zaino e cerco nel semibuio la tenda buona per barattarle con cibo. Nella radura risate sommesse di retrovia e fumo di luganighe alla brace. Accenti veneti e lombardi. Con gli alpini, il diaframma fra sagra e commemorazione è sottile. Ci sono decine di migliaia di morti là sotto, ma loro mangiano e bevono lo stesso. In fondo, in mezzo mondo si fa picnic sulla tomba di santi e poeti. E poi la morte è un antico esaltatore di sapidità. Tenente Paolo Monelli ne Le scarpe al sole, pagina 156: la vita è "una cosa buona che si sgranocchia in silenzio con i denti sani" e i morti, in fondo, sono solo "compagni impazienti che si avviarono in fretta a loro faccende ignote".



Ho piantato la tenda su una spianata da mortaio. Tanta pietra e poca terra, un sacramento di terreno. I teli son venuti su storti, ma almeno, se diluvia, l'acqua non ristagnerà. Perché la pioggia arriva, come ogni giorno. Son due mesi che sto al fronte e ho beccato solo temporali. "Non fare questo viaggio d'estate -  m'avevano ammonito - : per la trincea ci vuole il fango e la neve", e per Dio da allora non ha smesso di far brutto, siamo a mezza estate e non è finita. Sul Falzarego, quaranta centimetri di fresca. Nebbia sul Cevedale, diluvio sul Pasubio, botti come cannonate sopra Caporetto. Trincee sepolte dalla neve in Adamello, freddo becco persino in pianura sulla linea del Piave.

"E domani si va all'assalto soldatino non farti ammazzare ta-pum ta-pum ta-pum ta-pum ta-pum ta-pum".

A cantare sono quelli di Asiago. Mi avvicino, hanno una tenda grande con mensa. Una biondina svelta di nome Roberta, stirpe cimbra dei Rodeghiero, mi passa un piatto fumante senza chiedermi chi sono. "Costesine, poenta e fasoi". Avverto: attenti, non sono alpino, ma solo un vecchio rudere della Folgore, fanteria. "Basta che el vin sia bon", tagliano corto i veneti, e il mio bianco del Carso sparisce nelle loro tazze d'ordinanza. Aggiungo che sono un infiltrato, che vengo da Trieste, che è stata austriaca fino al 1918. Una città di italiani ciapài col s'ciopo, come i dalmati, gli istriani e i trentini, per i quali la guerra inizia nel '14, non nel '15. "Scolta triestìn - mi fa un asiaghese grande come una montagna e dalla lunga penna nera - còntene cossa te fa de ste parti", cosa ci fai quassù. Non gli importa niente delle mie paturnie identitarie.

Racconto il viaggio appena finito, seicento chilometri di fronte con baracche appese a strapiombi, vento gelido negli ossari, sere a cantare Una notte che pioveva, grumi di ruggine e reticolati, gironi fumanti di nebbie, cantine di recuperanti piene di bombe e di elmetti, merende consumate nei buchi delle granate. E ancora migliaia di chilometri di strade, gallerie, teleferiche, camminamenti e fortini, grandiosi monumenti dell'inutile, balaustre su un'Italia sconosciuta, meravigliosa e terribile. Spiego che dopo un viaggio simile, il giusto finale doveva essere qui, per l'anniversario della battaglia dell'Ortigara. Su questi prati che ogni anno, a luglio, si riempiono di tende e di penne nere di mezza Italia.

La sera prima, a casa del Gianni - casa Rigoni Stern con formaggio alla piastra, vin rosso, patate e minestra d'orzo - ci siamo studiati le mappe per capire. Era venuto anche Vittorio Corà, uno che conosce ogni pietra dell'Altopiano. La storia del monte maledetto comincia nel maggio del '16, con lo sfondamento della Strafexpedition e gli imperiali che arrivano quasi in vista di Vicenza. I nostri tengono, non si sa come, con poca artiglieria e i rinforzi che non arrivano. Da quel momento l'Ortigara diventa un'ossessione, l'ultima possibilità di riconquistare le posizioni iniziali. In molti cercano di dissuadere Cadorna, il nemico è troppo ben trincerato. Inutilmente: nel giugno del '17 si schierano trecentomila uomini e millecinquecento cannoni per il contrattacco. È un'ecatombe. La puzza dei morti si sente a chilometri. Gli austriaci tengono, con un terzo degli effettivi.

I lampi si fanno più forti dietro il monte, illuminano nubi tumefatte color ciclamino, e i veci ascoltano in silenzio la storia di questo mio andare senza imbarazzi sulla terra di nessuno, in bilico fra i nemici, da bravo animale di frontiera; fio de nissùn, complicato di genealogia e di appartenenza, nipote di un nonno in divisa asburgica e di un illustrissimo zio irredentista passato all'Italia. Cose difficili da spiegare a quelli di Roma e Milano.

A mezzanotte torno in tenda nel buio, col nubifragio in arrivo. Tutta la ferrazza disseminata tra Grappa e Pasubio s'è messa a friggere e chiamar saette. C'è anche il mio alpenstock, che col temporale diventa parafulmine. Legno italiano e puntale austriaco di guerra, trovato quassù. Un regalo di Gianni, sempre lui, il figlio del Mario. "Ciapa qua" mi ha detto un anno fa senza cerimonie, staccandolo dal muro. È diventato il talismano del viaggio, mi ha seguito fino all'ultima trincea. L'ho usato come appoggio e timone, per traversare torrenti e ghiaioni, o scivolare sui nevai di un passo chiamato Sentinella.

Salve come di fucileria, crepitar di botti, cannonate, brontolii dietro le creste e le forcelle. Fa un caldo caraibico, la tenda è assediata di zanzare in cerca di rifugio. Mi barrico e piombo in un sonno profondo, animale. Alle tre e mezza un boato. C'è un festival di lampi, la tenda è strattonata dal diluvio. Scassoni, scravazzi, scrosci e cannonate, rotolar di sassi, alberi immensi che oscillano in verticale. "Santa Ana, tien la piova ne la tana/San Simon, a starlup in tal segiòn", santi benedetti tenete la pioggia nella tana e il fulmine nel secchio, la tenda fa acqua negli angoli, non c'è la canaletta, speriamo che tenga; penso come potevano resistere quei ragazzi in grigioverde quassù, al pensiero che oltre al buio, oltre ai tuoni, ai fulmini e alla pioggia ci fosse anche un nemico pronto a scannarli. Quanta infinita miseria in quei bivacchi.

Ortigara, notte del 2 luglio 1916. Dai fogli del capitano Michel, raccolti da Claudio Rigon. "Arrivarono i primi complementi di classi anziane, sfiniti in quella località tenebrosa dopo aver arrancato fra sassi, pini mughi e macigni. Erano giunti in una notte nera, solcata a tratti da razzi illuminanti... mentre a intermittenze il tragico silenzio era rotto dal petulante ta-ta-ta della Schwarzlose nemica... o ancora dai colpi sordi delle bombarde o dal precipitare dei massi. Arrivati fra ombre immobili accovacciate fra le spaccature delle rocce in rassegnata attesa della propria sorte, venivano impressionati sinistramente dal rantolo dei moribondi e dai lamenti dei feriti". 

Ortigara, trentamila perdite in dieci giorni. La corsa disperata degli italiani, in salita, sotto il tiro delle mitragliatrici, per un monte insignificante, l'annaspare verso i reticolati. Nel buio vedo come una migrazione di lemming, i topolini delle nevi che quando sono in soprannumero scelgono di suicidarsi gettandosi nei precipizi. In quella massa di animaletti impazziti, pupille dilatate, trovo l'immagine perfetta di un'Europa che un bel giorno sceglie di autodistruggersi. Millenovecentoquattordici: un'immane mistero. Qualcosa che è impossibile capire e persino immaginare.

Ora la pioggia tuona come una cascata. Sono due mesi che viaggio su questo fronte, due mesi col sole e col vento, il fango e la neve, e ancora non riesco a riprodurre la percezione del macello, il fiato corto, le scariche di paura. Non ce la faccio a entrare in quelle scarpe e in quei vestiti di panno rancido. È come se, di trincea in trincea, questa guerra anziché avvicinarsi diventasse più lontana e inconcepibile. Ho davanti a me il paradigma dell'inumano e dell'insensato, qualcosa che è vano cercar di rivivere. Forse, come mi ha detto un bravo generale, alla mia umana percezione manca l'unica cosa non riproducibile. L'odore. 

Il piscio, il sangue, la putrefazione. Eppure di guerre ne ho viste. Ho annusato il dolciastro dei morti di Vukovar sul Danubio. Ho guardato dentro le occhiaie dei talebani mangiati dai corvi sui monti di Jalalabad, e ho visto i bosniaci smembrati da una granata al mercato di Sarajevo. Eppure non basta, qui sull'Ortigara. Ma se nemmeno io posso capire, come possono farlo i figli di Facebook? C'è un fronte generazionale, oltre il quale inizia Lete, il fiume nero dell'oblio. Faccio due conti. Ho quasi 66 anni. Tra la mia nascita e la guerra ce ne sono solo 29. Un tempo che dovrebbe contrarsi, col presbitismo dei vecchi, in proporzione all'allungarsi della vita biologica. E invece l'inferno s'allontana. L'ortica mangia le trincee, l'acqua dilava, la neve ricopre, l'erica fa il nido nei crateri delle granate, i fantasmi non si lamentano più nelle radure senza luna. È finita appena ieri, e paiono già mille anni. Ho fatto meno fatica, forse, a mettermi nei panni di Annibale.

S'è levato il vento, la pioggia si dirada. Tiro fuori dal sacco i libri di Lussu, Weber e Monelli. Leggerli quassù, con la lampadina frontale, dentro una tenda, in una notte simile, è tutta un'altra cosa. Ora capisco perché sono tornato sull'Altopiano alla fine del viaggio. Zebio, Cima Caldiera, Melette, Castelgomberto, Monte Fior. Ogni cima, ogni colle, ogni convessità è inchiodata a testimonianze vive. E i diari - il "qui ed ora" fissato in un taccuino - sono meglio della letteratura, per capire. Monelli si rifiuta di riscrivere gli appunti dell'Ortigara. "La memoria più fedele deforma i fatti lontani". Nel ricordo, "le granate cadono più vicine, i gesti ingigantiscono, le vigilie perdono in profondità, i momenti intermedi scompaiono; le bugie, la retorica degli altri agiscono inconsciamente su di noi". 

Voci da altre tende, prima luce sulla radura di Campo Luzzo butterata di crateri. Felicità di oselèti: cantano come matti per festeggiare la fine simultanea del diluvio e delle tenebre. Preparo il caffè e accendo la pipa; sprigionano un profumo nuovo. Anch'io fisso il mio "qui ed ora" sul taccuino. Il bosco sfiata vapori e fumo azzurro di bivacchi. Sento sulla pelle "la carezza tiepida della vita". Le cose buone e vere si chiariscono all'istante: un piatto di gnocchi, un libro, un sonno profondo, una lettera da casa, un buona bottiglia. O un bel ricordo, come l'immagine di Davide, gestore del rifugio Campogrosso, che dopo una nevicata arriva dalla retrovia con una teglia di pesce e semina festa sul fronte, con noi a cantare fino a mezzanotte.

Salita verso il Chiesa, il Campigoletti e l'Ortigara, una muraglia dove basta rotolare dei massi per fermare chi sale, con gli austriaci implacabilmente dominanti. Dall'Adamello al Carso, la stessa storia. Loro che si affacciano sull'azzurro-grigio della pianura con in fondo il blu-notte del mare, e gli italiani che dal basso - dall'Adige all'Isonzo - vedono, con la nitidezza di un diagramma, l'incubo di un interminabile fronte, a venti chilometri da Udine, Verona e Vicenza. Ma specialmente qui, e sul Carso, è l'epifania dell'inconcepibile, il diagramma altimetrico di una guerra immobile e tutta in salita.

Su questa scarpata disseminata di ranuncoli gialli, come sul Podgora, il Monte Santo o il San Michele, sta il monumento alla sadica ostinazione di Cadorna: mille volte lo stesso comando, mille volte l'urlo "Savoia" e mille volte la stessa corsa tra i cadaveri delle ondate precedenti. Altra storia fu il Piave, quando quei ragazzi dovettero difendere anche le loro case. Altra musica il Grappa, dopo Caporetto, quando i "crucchi" si trovarono di fronte a combattenti capaci di farsi legare alle mitragliatrici pur di non arretrare. Lì gli italiani furono, per qualche mese, nazione vera. 

Squarci di sole, labirinti di mughi, poi il sentiero conquista le linee austriache e deborda sull'altopiano. Un cimitero militare, poi un'onda lunga di pietraie, e in fondo l'Ortigara, una cima da nulla a picco sulle Malebolge fumanti della Valsugana. Lingue di nubi sinistre salgono dal Trentino, mille metri più in basso, ma l'inferno è nella busa meno profonda tra la campana della cima e il Monte Caldiera. Là, prima dell'assalto, il prete benediceva i morituri, figli di contadini sbattuti davanti a cose mai viste prima: gas, mitragliatrici, aeroplani, rotoli di filo spinato. Arrivano in vetta alpini sudati, con panini di soppressa e fiaschi di Cabernet. C'è pure una pattuglia  ordinata di sloveni, che qui tennero duro sul Chiesa. Mi aspetto cori, ma niente. È tempo che l'Italia ha smesso di cantare. Cent'anni fa persino in guerra c'era musica. Bersaglieri all'assalto con la banda, pianoforti a coda portati a tremila metri per tener su il morale dei signori ufficiali austriaci. Immagini da film: l'Incompiuta di Schubert che vola nel nevischio dell'Adamello, e il Rigoletto di Verdi sparato in risposta da un grammofono delle linee tricolori. Ultime voci del mondo di ieri.

Ripenso a Franz, un tirolese di Trafoi. Mi ha raccontato che quando gli italiani presero la cengia Martini, un posto da pazzi sul Piccolo Lagazuoi, gli altri tentarono inutilmente di demolirla a suon di mine, finché una notte gli alpini risposero con la banda, pifferi e ottoni aggrappati all'impossibile. Nella nebbia del Falzarego i soldati chiesero ai loro ufficiali cos'era quel canto, e venne loro risposto: sono i nostri sulla cengia Martini che dicono "siamo vivi". Nessun poté trattenerli, gli alpini sul passo. Corsero d'impeto su per le rocce ad abbracciare i loro compagni a notte fonda.

(1-continua) 

(Il viaggio a puntate sul fronte italo-austriaco ogni giorno su Repubblica.it. Il dvd in edicola con la Repubblica dal 10 settembre)