Chi sostiene che i viaggi nel tempo non esistono non conosce Antonella Orefice. I suoi libri sono scrigni magici che superano ogni confine visibile, sono contenitori di memoria, odori, pensieri, intenzioni, lacrime, dolori, gioie, amori, sentimenti confusi e nascosti dallo scorrere inesorabile di un tempo frettoloso.
Con rispetto e in punta di piedi Antonella racconta pagina dopo pagina, in un libro che è il vero testamento delle tante esistenze dimenticate, sentimenti potenti e strazianti. Quanti giustiziati innocenti o spietatamente colpevoli …quanti pensieri…quanti segreti … quanti cuori battono ancora in quelle umide carte di archivio consultate e tradotte in silenzio e commozione dalla storica partenopea che regala, con passione e generosità, la sua voce a chi voce non ne ha più.
“Registro dopo registro, pagina dopo pagina, quelle anime si sono sprigionate, presentandosi al cospetto della storia dell’umanità con il loro drammatico vissuto, materializzando epoche, volti, emozioni. Sono tornate in punta di piedi, senza pretese, senza vanità, umili e ignude, sperando solo d’essere vestite di memoria. Da ogni nome si è levato uno sguardo, uno stralcio di vita, una voce afona capace di trasmettere mille pensieri in una manciata di parole…”.
E ti ritrovi, semplicemente girando la pagina di un libro, ad ascoltare e rivivere lo strazio di un frate gracile e mingherlino di cui ignoravi l’esistenza, Tommaso Pignatelli, la cui unica colpa era quella di essere seguace del filosofo Tommaso Campanella, pronto ad affrontare tortura e morte con dignità e dolcezza infinita solo perché ritenute giusta punizione per il suo peccato.
A piangere per la sua detenzione lunghissima e ingiusta passata in una fossa buia e profonda di Castel Nuovo e terminata con la morte avvenuta per strozzamento all’interno della stessa fossa per mano dei ministri di giustizia e davanti a guardie e preti commossi fino alle lacrime.
Ti ritrovi a respirare l’aria fetida della peste che nel 1656 invase Napoli impossessandosi di case e strade, di corpi e anime e a sdegnarti di fronte alla presunzione di un potere ottuso e sordo.
Ti ritrovi ad ascoltare i sussurri della congiura di Macchia e ad assistere alla persecuzione e uccisione di tanti nobili napoletani e alla decapitazione del marchese Carlo de Sangro che, impossibilitato a camminare perché nella fuga si era rotto i reni, affrontò il suo destino con dignità, “seduto su una sedia di paglia in giamberga da laccheo e sentimenti di vero cavaliere cristiano”
Ti ritrovi a scoprire una grande storia d’amore e di morte …quella di Giulia della Torre e Geronimo Esposito, nobile e plebeo, assassini per amore, che commosse e zittì preti e popolo. La loro fine viene descritta così dai pietosi Bianchi della Giustizia: “Fu appiccata prima la donna perché non pareva bene che l’altro la vedesse così pendente quando si giustiziava, giudicò il Padre Superiore che si calasse la donna prima che s’eseguisse la giustizia dell’huomo e così fu fatto e poi morto il secondo fu di nuovo appiccata la donna”
Ti ritrovi a visitare una terribile storia di peccato e violenza, quella di Giuditta Guastamacchia e del suo amante prete, che diabolicamente uccisero, senza il minimo pentimento, il giovanissimo sposo di lei, con l’istinto di voler chiudere gli occhi davanti a tanto orrore.
Ti ritrovi a sfiorare gli ultimi istanti di vita di troppe donne, giustamente o ingiustamente condannate, e a osservare, nella lunga fila di anime aiutate a “ben morire” dai frati, nomi sconosciuti di assassine come Geronima Ruta- Rebecca della Cava- Anna Mileto Montalto- Agnese Sorrentino- mischiarsi ai nomi delle uniche due donne ree di stato condannate alla pena capitale, Luigia Sanfelice e Eleonora Pimentel Fonseca.
Girando semplicemente le pagine di un libro ti ritrovi ad ascoltare il rumore potente di una moltitudine di voci, flebili e potenti, delicate e prepotenti, colpevoli e innocenti, fermate nella memoria da frati compassionevoli e raccontate con amore infinito da una donna che non dimentica mai di mettere il battito del suo cuore in ogni parola scritta.
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A. Orefice, I giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862. Nella documentazione dei Bianchi della Giustizia, Prefaz. Antonio Illibato, M. D’Auria Editore, Napoli 2015, pp.370.
Il volume è stato pubblicato con il patrocinio dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli in edizione limitata. Per info e richieste:
M. D'AURIA EDITORE s.a.s. - Calata Trinità Maggiore 52-53 - 80134 - Napoli (NA) - Italia
Tel: (+39) 081.5518963 - Fax: (+39) 081.19577695 –
Email: info@dauria.it
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giovedì 3 marzo 2016
I giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862
martedì 23 febbraio 2016
Briganti nel carcere borbonico di S. Stefano
L’isola di Santo Stefano, di fronte a quella di Ventotene e nell’arcipelago delle isole Pontine, fu adibita a carcere per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Questi aveva deciso di deportare gli ergastolani in colonie penali nettamente separate anche a livello geografico dal resto della popolazione. L’incarico di realizzarlo fu dato all’ufficiale del genio Antonio Winspeare ed all’architetto Francesco Carpi.
Il carcere fu ufficialmente inaugurato nel 1795 quando vi furono rinchiusi circa 200 ergastolani. Le dimensioni della colonia carceraria crebbero rapidamente, poiché già nel 1797 a santo Stefano si trovavano 600 detenuti, saliti quasi a mille nel secolo XIX.
Una minuziosa descrizione della vita nella prigione si ritrova nell’autobiografia “Ricordanze della mia vita” dell’intellettuale e politico Luigi Settembrini, che era stato incarcerato per motivi politici sotto Ferdinando II. A Santo Stefano i detenuti politici erano mescolati ai moltissimi comuni, fra cui si trovavano numerosi briganti, attivi sotto la dinastia borbonica. Settembrini ne riporta vividi ritratti.
«C'è un vecchio di 89 anni, nato in Itri, seguace de’ briganti Pronio e fra Diavolo, condannato alla galera sin dal 1800, sta da trentadue anni nell'ergastolo: c'è un altro calabrese di 75 anni, stupratore ed omicida il 1797, brigante col cardinal Ruffo, dannato alla galera in vita il 1802, poi uscito per le vicende politiche, poi capo di scherani, infine gettato nell'ergastolo nel 1825; si vanta di avere uccisi trentacinque uomini. Ci sono molti altri antichi briganti, che ebbero parte ne' terribili fatti narrati dalla nostra storia; ed alcuni di essi portano ancora sui fieri volti e sui corpi le cicatrici avute nei combattimenti, i quali essi narrano a modo loro. Qui dove tutti hanno delitti, nessuno vergogna o teme di confessare i suoi, anzi li dice con orgoglio per mostrarsi maggiore degli altri.»
Costoro, racconta il Settembrini, «s'irritano e s'inviperiscono per la più lieve cagione, per uno sguardo, per una parola, per nulla: e decidono loro contese con le armi. Tutti hanno loro coltelli, che chiamano tagliapane, spesso lunghi quanto una spada».
Non vi erano però coraggio o lealtà: «I loro combattimenti non sono forti, e direi generosamente scellerati, ma traditori e vigliacchi: molti s'avventano su di uno che siede o che dorme, e lo feriscon di dietro; o mentre passa innanzi una porta gli cacciano un pugnale nel fianco.»
Questi briganti e criminali comuni si odiavano ferocemente fra di loro anche per pure rivalità regionali: «le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l'arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.»
La vendetta cadeva anche su uomini incolpevoli: «se un uomo della tua provincia, che tu neppure conosci, si rissa con un altro; costui ed i suoi paesani se per caso t'incontrano su la loggia, nel loro cieco furore, ti corrono addosso perché sei paesano del loro nemico, e ti uccidono.»
Fra questi delinquenti compariva anche tale Moscariello: «Questo brigante detto Moscariello, narra i suoi casi ridendo e schiettamente nel suo nasale ed ispido dialetto. Fu soldato, disertò, prese moglie, e lasciata la zappa si diede con altri a rubare».
La sua attività brigantesca non aveva naturalmente nessun carattere politico od ideale, consistendo unicamente in furti, rapine, sequestri di persona: «narra ad uno ad uno i furti che fece, le persone che egli spogliò, i denari e le robe che prese, e ritenne per sé o diede ai suoi protettori; come una volta essendo nascosto con altri in un macchione per attendere uno che dovevano svaligiare, un povero contadino per caso li vide e conobbe alcuni, i quali tosto lo presero, lo legarono, e condottolo sul monte, egli lo uccise per non essere scoperto; come altra volta uccise quelli che rubò»
Infatti Moscariello ricordava «come è bella la vita del brigante, padrone di tutto, temuto da tutti».
La professione di brigante aveva però i suoi inconvenienti, non ultimo la slealtà che si ritrovava fra i banditi. Moscariello fu infatti tradito da suoi compagni: «come un dì egli dormiva in una grotta, e due compagni, sperando impunità, gli tirarono un colpo di fucile, che gli spezzò l'osso dell'omero sinistro e gli fece larga ferita su la mammella; come egli inseguì i traditori che fuggirono e non osarono finirlo; come stette sei giorni senza curar la ferita che lo ardeva; come ricoverato da un romito invece di vedere un chirurgo, vide i gendarmi che legatelo su di un asino, e messogli sul berretto un cartello dove era scritto “II famoso Moscariello”, lo menarono prigione in Cosenza.»
Anche se incarcerato, Moscariello conservava il suo carattere feroce: «Una mattina svegliandosi sa che la notte è stato ucciso un ergastolano, che gli aveva rubate alcune salsicce: egli si leva, e con feroce sorriso dice: “Ora manderò l'acquavite a chi lo ha ucciso; ed oggi io mi voglio ubbriacare”.»
Articolo scritto da Marco Vigna per il Nuovo Monitore Napoletano.
Articolo scritto da Marco Vigna per il Nuovo Monitore Napoletano.
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Storia del Risorgimento
lunedì 25 gennaio 2016
Antonio Genovesi: il riformatore
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| Antonio Genovesi |
giovedì 7 gennaio 2016
Ferdinando IV, Galiani e il regno di Gerusalemme
“Ferdinando IV di Borbone fu il re più rozzo, volgare e ignorante che la storia ricordi”.
Così, Camillo Albanese, uno dei maggiori studiosi della storia, della cultura e delle tradizioni di Napoli, ha definito il monarca di casa Borbone, avvalorandone il giudizio, attraverso quello di Benedetto Croce, secondo il quale, da Ferdinando IV in poi, il termine “borbonico” venne associato all’aggettivo “ignorante, per il disprezzo manifestato da costui verso i libri e le persone di cultura.
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| Ferdinando Galiani |
Come è noto, la cultura di Ferdinando Galiani era vastissima, andava dalla conoscenza della matematica, dalla linguistica alle scienze naturali, dalla filosofia al diritto, dall’economia alle scienze naturali. Di lui si diceva che racchiudesse la saggezza del satiro Sileno, l’intelletto di Platone, l’arguzia e l’allegria del Pulcinella e la raffinatezza delle Grazie. L’aspetto lasciava alquanto a desiderare in quanto era piccolo di statura e leggermente gibboso, ma la forza del suo parlare, la sua eloquenza, il suo spirito erano straordinari.
Un giorno, il re Ferdinando IV non sopportando per l’ennesima volta che il Galiani fosse ossequiato e attorniato da tanti e chiamato con il titolo di “abate”, pur sapendo che quello del Galiani fosse solo un titolo onorifico, dal momento che non possedeva alcuna abbazia, a gran voce e per metterlo in difficoltà davanti a tutti, gli chiese: “Dove si trova la vostra abbazia?”
Galiani,senza scomporsi, ripose tirando fuori tutto il coraggio e l’arguzia di cui era capace:
“Nel vostro regno di Gerusalemme, Maestà”. Seguì un silenzio imbarazzante, anche se in cuor loro i presenti plaudevano alla risposta del letterato. In effetti il regno di Gerusalemme, pur non essendo stato mai in possesso del re, compariva comunque nelle insegne reali.
L’origine di questo inesistente possesso risaliva al XIII secolo ma, seppur ostentata negli stendardi del Regno, non aveva mai avuto un reale riscontro.
La perspicace risposta del Galiani aveva saputo rintuzzare alla grande le provocazioni del re borbone, che tra i tanti presunti primati, annoverava la presuntuosa ignoranza.
lunedì 13 luglio 2015
Galasso: «Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica »
LO STORICO CONTRO LA RIVALUTAZIONE DELLA LORO DOMINAZIONE
Il primo che incontriate per strada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. Risultato delle clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica (con poche eccezioni)
Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro. Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.
Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale».Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia.
Si potrebbe continuare, ma conta ben più ricordare che proprio il Mezzogiorno è stato il teatro di maggiore fortuna del nazionalismo italiano: un nazionalismo tanto forte che il partito delle «camicie azzurre» rimase per un bel po’ in piedi accanto al partito fascista prima di confluire in esso; e anche del fascismo rimase a lungo nel Mezzogiorno la traccia. Conta ricordare che il Mezzogiorno è stato la parte d’Italia con maggiore evidenza più legata alla causa monarchica e alla Casa di Savoia anche quando era ormai esclusa ogni possibilità di ritorno monarchico (e non si dica che i meridionali volevano difendere solo l’istituzione monarchica, perché non è vero: l’attaccamento ai Savoia fu manifestato a lungo in modo indubitabile).
Su questo metro, però, non si finirebbe più, e non serve neppure. Il corso delle cose sistema spesso questioni come questa senza quasi darlo a vedere. Ricordate le fiere proclamazioni secessionistiche della Lega Nord? Ora essa parla e si atteggia da forza nazionale, anche se nei confusi termini delle pasticciate velleità da «líder máximo» di Salvini. Il corso delle cose agirà anche sul piano culturale. Come sono passati il nazionalismo delle camicie azzurre e il fascismo, appoggiati dai maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, e culturalmente ben più forti e provveduti, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica.
La quale onda rivela, intanto, sempre più la sua macroscopica e inattesa incapacità di dar luogo a un qualsiasi serio movimento politico di qualche, sia pur minima, consistenza. E già questo dice quanto sia debole la sua spinta culturale, benché agiti temi tra i più orecchiabili e utilizzabili in chiave demagogica e tra i più ascoltati e utilizzati a sostegno dei movimenti di tipo «leghista» in Italia e altrove («conquista piemontese» e sue violenze, rapina e sfruttamento dello Stato unitario a danno del Sud, e così via). Da ultimo, poi, si è aggiunto il tema della «nazione napoletana», senza, peraltro, mostrare una sufficiente informazione sulla sua antica e complessa storia, e come se fosse una postuma scoperta di oggi, mentre è il tema di tutta la maggiore e migliore storiografia meridionale, da Angelo di Costanzo nel ‘500 a Giannone nel ‘700, e poi a Cuoco e a Croce, nonché ai continuatori della stessa tradizione.
Tutto a posto, dunque? Tutto si spiega e si vanifica? Evidentemente no. Se nel breve giro di un paio di decenni si diffonde a tal punto una certa moda culturale, sia pure senza capacità di riflessi politici, allora vuol dire che qualcosa non va sotto il nostro cielo. Vuol dire che ci dev’essere un perché più profondo dell’atteggiamento di moda. Le risposte possono essere molte: la sprezzante sfida nordista della Lega, che non poteva non provocare una reazione meridionale; o la progressiva scomparsa del Mezzogiorno dalla più immediata e importante agenda politica italiana; o la conseguente sensazione di un’estrema, definitiva difficoltà a trovare nello Stato italiano, come si era sperato soprattutto dal 1945 al 1990, un modo di compensare e superare le gravi negatività della politica italiana verso il Mezzogiorno dopo il 1860, da subito denunciate dal pensiero meridionalistico; o, ancora, le difficoltà dovute alla non ancora superata crisi di questo Stato, che sul Mezzogiorno per forza di cose si sono ripercosse in peggiore maniera e misura.
La ragione eminente pare, però, sempre più la crisi dello Stato e dell’idea nazionale, in corso dalla metà del ‘900 in tutta Europa, che l’Unione Europea non ha saputo finora superare e compensare in un nuovo quadro etico e politico di uguale forza ideale. Si è verificato così il paradosso di una realtà europea in cui la forza di un persistente nazionalismo degli Stati e delle opinioni pubbliche europee si accompagna a una crisi sempre più diffusa, politica e ideale, dello Stato e dei valori nazionali, che in alcuni paesi (Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Italia) è particolarmente forte.
È su questo fronte che appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno.
13 luglio 2015 | 10:57
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sabato 21 febbraio 2015
L’accusa di Engels ai Borbone: era sangue italiano sparso nel 1848 a Napoli
Scriveva Friedrich Engels nella lettera inviata a Karl Kautsky, datata 7 febbraio 1882:
"Fino a quando manca l'indipendenza nazionale, un grande popolo non è in grado sul piano storico nemmeno di discutere in modo più o meno serio queste o quelle questioni interne. Fino al 1859 di socialismo in Italia non se ne parlava nemmeno, persino i repubblicani erano pochi, anche se erano l'elemento più energico. I repubblicani sono cominciati a diffondersi solo dal 1861 e solo in seguito hanno dato le loro migliori energie ai socialisti."
L'interessamento di Marx ed Engels per le vicende del Risorgimento italiano fu notevole, soprattutto in relazione agli eventi rivoluzionari del 1848, anno di pubblicazione del loro Manifesto del Partito Comunista.
Riguardo alla vicenda della sollevazione di Napoli, fu Engels a fornirci una cronaca minuziosa di tali eventi in uno scritto del 31 maggio 1848, pubblicato sulla Neue Rheinische Zeitung n. 1, del 1° giugno 1848:
"Le Camere vengono convocate a Napoli. Il giorno dell'apertura deve servire alla battaglia decisiva contro la rivoluzione. Campobasso, uno dei capi della polizia del famigerato Del Carretto, viene richiamato di nascosto da Malta; gli sbirri, con i loro vecchi capì alla testa, ripercorrono per la prima volta dopo parecchio tempo via Toledo, armati e a gruppi, disarmano i cittadini, strappano loro gli abiti di dosso, li costringono a radersi i baffi.
Arriva il 14 maggio, giorno di apertura delle Camere. Il re pretende che le Camere s'impegnino sotto giuramento a non modificare la Costituzione da lui concessa. Le Camere rifiutano. La Guardia nazionale si dichiara solidale coi deputati. Si scende a tratte, il re cede, i ministri si dimettono. I deputati chiedono che il re renda pubbliche, con un suo proclama, le concessioni accordate. Il re promette il proclama per il giorno seguente.
Ma durante la notte tutte le truppe dei presidi vicini entrano a Napoli. La Guardia nazionale si accorge di essere stata tradita; innalza delle barricate, dietro le quali si schierano 5-6.000 uomini. Ma di fronte ad essi vi sono 20.000 soldati, in parte napoletani, in parte svizzeri, con 18 cannoni: fra gli uni e gli altri, per il momento neutrali, stanno i 20.000 lazzaroni di Napoli. Il 15 mattina gli svizzeri dichiarano ancora che essi non avrebbero attaccato il popolo.
Ma in via Toledo un agente di polizia, che si è mescolato al popolo, spara sui soldati; quasi contemporaneamente il Forte di Sant'Elmo inalbera la bandiera rossa e, a questo segnale, i soldati attaccano le barricate.
Ha inizio un'orribile carneficina; le Guardie nazionali sì difendono eroicamente contro forze quattro volte superiori e contro i cannoni dei soldati. Si combatte dalle 10 del mattino fino a mezzanotte; nonostante la grande preponderanza della soldatesca il popolo avrebbe vinto, se la condotta vergognosa dell'ammiraglio francese Baudin non avesse deciso i lazzaroni a unirsi al partito del re.
L'ammiraglio Baudin si trovava di fronte a Napoli con una squadra francese abbastanza forte. La semplice ma tempestiva minaccia di bombardare il Castello ed i forti avrebbe costretto Ferdinando a cedere.
Ma Baudin, vecchio servitore di Luigi Filippo, abituato ai tempi dell'entente cordiale in cui l'esistenza della flotta francese era appena tollerata, se ne restò tranquillo, e così decise i lazzaroni, che già stavano per abbracciare la causa popolare, a schierarsi a fianco delle truppe.
Con questo atto del Lumpenproletariat napoletano, la disfatta della rivoluzione era decisa. Guardie svizzere, soldati di linea napoletani e lazzaroni si gettarono tutti insieme sui combattenti delle barricate.
I palazzi della via Toledo, spazzata dalla mitraglia, rovinavano sotto le cannonate dei soldati; la banda furibonda dei vincitori si riversa per le case, trafigge gli uomini, infilza i bambini, violenta ed assassina le donne, saccheggia tutto ed abbandona alle fiamme le abitazioni devastate. I lazzaroni si dimostrarono qui i più rapaci, gli svizzeri i più brutali.
E’ impossibile descrivere le infamie e gli atti di barbarie che hanno accompagnato la vittoria dei mercenari borbonici, quattro volte più numerosi e meglio armati, e dei lazzaroni, che sono stati sempre sanfedisti, sulla Guardia nazionale di Napoli, che è stata quasi sterminata.
Alla fine, è stato troppo perfino per l'ammiraglio Baudin. Sempre nuovi fuggiaschi giungevano sulle sue navi, e raccontavano quel che accadeva in città. Il sangue francese dei suoi marinai ribolliva. E finalmente, quando la vittoria del re era già decisa, egli pensò al bombardamento.
A poco a poco il macello cessò: non si assassinava più nelle strade, ci si accontentava di rapine e di stupri; ma i prigionieri venivano condotti nei forti e senz'altro fucilati. A mezzanotte tutto era finito, il potere assoluto di Ferdinando era, di fatto, ristabilito, e l'onore della casa di Borbone lavato nel sangue italiano".
E' da rimarcare che Engels, se all'inizio del suo scritto attribuiva all'errore dell'ammiraglio francese Baudin il non intervento dei lazzaroni a fianco dei rivoluzionari napoletani nel corso degli eventi rivoluzionari del 1848, alla fine ha scritto che gli stessi lazzaroni furono di tradizione sanfedista, vittime di un sistema di potere, succubi di una vecchia egemonia conservatrice e reazionaria, senza una minima coscienza di classe tutta da conquistare negli anni a venire, per usare un linguaggio caro ad Engels. Lo stato di ignoranza e superstizione in cui erano stati tenuti da tanti anni aveva fatto sì che i lazzaroni, pur essendo scossi dalla forza dei rivoluzionari napoletani, avevano comunque un background di sudditanza "sanfedista", in cui erano stati inquadrati dal potere da tantissimi anni.
Ci si potrebbe meravigliare dell'espressione "lavato nel sangue italiano" che Engels usa senza esitazione. Chi conosce gli scritti di Engels sul Risorgimento Italiano, invece, è consapevole della valenza che Friedrich Engels attribuiva a quell'espressione. Possiamo dire che, se Metternich considerava l'Italia solo un'espressione geografica, Friedrich Engels era entusiasta della tradizione culturale che l'Italia, pur non essendo ancora Nazione, aveva espresso dal Medioevo.
Basta citare la prefazione al Manifesto del Partito Comunista nell'edizione italiana. In effetti si tratta di un proemio appositamente scritto da Friedrich Engels su richiesta di Filippo Turati, in occasione della prima edizione italiana del Manifesto di Marx e Engels del 1893.
Il “Manifesto”- scriveva Engels- riconosce appieno il ruolo rivoluzionario giocato nel passato dal capitalismo. La prima nazione capitalistica è stata l'Italia.
La conclusione del Medioevo feudale e l'inizio dell'era moderna capitalistica sono segnate da una figura grandiosa: è un italiano, Dante, l'ultimo poeta medievale e insieme il primo poeta della modernità. Come nel 1300, una nuova era è oggi in marcia. Sarà l'Italia a darci un nuovo Dante, che annuncerà la nascita di questa nuova era, l'era proletaria?
Con quell'espressione "sangue italiano" in relazione al sangue versato dai patrioti rivoluzionari napoletani nel 1848 Friedrich Engels intendeva comunicare ed esplicitare un concetto che lui riteneva scontato ed ovvio.
Riguardo alla vicenda della sollevazione di Napoli, fu Engels a fornirci una cronaca minuziosa di tali eventi in uno scritto del 31 maggio 1848, pubblicato sulla Neue Rheinische Zeitung n. 1, del 1° giugno 1848:
"Le Camere vengono convocate a Napoli. Il giorno dell'apertura deve servire alla battaglia decisiva contro la rivoluzione. Campobasso, uno dei capi della polizia del famigerato Del Carretto, viene richiamato di nascosto da Malta; gli sbirri, con i loro vecchi capì alla testa, ripercorrono per la prima volta dopo parecchio tempo via Toledo, armati e a gruppi, disarmano i cittadini, strappano loro gli abiti di dosso, li costringono a radersi i baffi.
Arriva il 14 maggio, giorno di apertura delle Camere. Il re pretende che le Camere s'impegnino sotto giuramento a non modificare la Costituzione da lui concessa. Le Camere rifiutano. La Guardia nazionale si dichiara solidale coi deputati. Si scende a tratte, il re cede, i ministri si dimettono. I deputati chiedono che il re renda pubbliche, con un suo proclama, le concessioni accordate. Il re promette il proclama per il giorno seguente.
Ma durante la notte tutte le truppe dei presidi vicini entrano a Napoli. La Guardia nazionale si accorge di essere stata tradita; innalza delle barricate, dietro le quali si schierano 5-6.000 uomini. Ma di fronte ad essi vi sono 20.000 soldati, in parte napoletani, in parte svizzeri, con 18 cannoni: fra gli uni e gli altri, per il momento neutrali, stanno i 20.000 lazzaroni di Napoli. Il 15 mattina gli svizzeri dichiarano ancora che essi non avrebbero attaccato il popolo.
Ma in via Toledo un agente di polizia, che si è mescolato al popolo, spara sui soldati; quasi contemporaneamente il Forte di Sant'Elmo inalbera la bandiera rossa e, a questo segnale, i soldati attaccano le barricate.
Ha inizio un'orribile carneficina; le Guardie nazionali sì difendono eroicamente contro forze quattro volte superiori e contro i cannoni dei soldati. Si combatte dalle 10 del mattino fino a mezzanotte; nonostante la grande preponderanza della soldatesca il popolo avrebbe vinto, se la condotta vergognosa dell'ammiraglio francese Baudin non avesse deciso i lazzaroni a unirsi al partito del re.
L'ammiraglio Baudin si trovava di fronte a Napoli con una squadra francese abbastanza forte. La semplice ma tempestiva minaccia di bombardare il Castello ed i forti avrebbe costretto Ferdinando a cedere.
Ma Baudin, vecchio servitore di Luigi Filippo, abituato ai tempi dell'entente cordiale in cui l'esistenza della flotta francese era appena tollerata, se ne restò tranquillo, e così decise i lazzaroni, che già stavano per abbracciare la causa popolare, a schierarsi a fianco delle truppe.
Con questo atto del Lumpenproletariat napoletano, la disfatta della rivoluzione era decisa. Guardie svizzere, soldati di linea napoletani e lazzaroni si gettarono tutti insieme sui combattenti delle barricate.
I palazzi della via Toledo, spazzata dalla mitraglia, rovinavano sotto le cannonate dei soldati; la banda furibonda dei vincitori si riversa per le case, trafigge gli uomini, infilza i bambini, violenta ed assassina le donne, saccheggia tutto ed abbandona alle fiamme le abitazioni devastate. I lazzaroni si dimostrarono qui i più rapaci, gli svizzeri i più brutali.
E’ impossibile descrivere le infamie e gli atti di barbarie che hanno accompagnato la vittoria dei mercenari borbonici, quattro volte più numerosi e meglio armati, e dei lazzaroni, che sono stati sempre sanfedisti, sulla Guardia nazionale di Napoli, che è stata quasi sterminata.
Alla fine, è stato troppo perfino per l'ammiraglio Baudin. Sempre nuovi fuggiaschi giungevano sulle sue navi, e raccontavano quel che accadeva in città. Il sangue francese dei suoi marinai ribolliva. E finalmente, quando la vittoria del re era già decisa, egli pensò al bombardamento.
A poco a poco il macello cessò: non si assassinava più nelle strade, ci si accontentava di rapine e di stupri; ma i prigionieri venivano condotti nei forti e senz'altro fucilati. A mezzanotte tutto era finito, il potere assoluto di Ferdinando era, di fatto, ristabilito, e l'onore della casa di Borbone lavato nel sangue italiano".
E' da rimarcare che Engels, se all'inizio del suo scritto attribuiva all'errore dell'ammiraglio francese Baudin il non intervento dei lazzaroni a fianco dei rivoluzionari napoletani nel corso degli eventi rivoluzionari del 1848, alla fine ha scritto che gli stessi lazzaroni furono di tradizione sanfedista, vittime di un sistema di potere, succubi di una vecchia egemonia conservatrice e reazionaria, senza una minima coscienza di classe tutta da conquistare negli anni a venire, per usare un linguaggio caro ad Engels. Lo stato di ignoranza e superstizione in cui erano stati tenuti da tanti anni aveva fatto sì che i lazzaroni, pur essendo scossi dalla forza dei rivoluzionari napoletani, avevano comunque un background di sudditanza "sanfedista", in cui erano stati inquadrati dal potere da tantissimi anni.
Ci si potrebbe meravigliare dell'espressione "lavato nel sangue italiano" che Engels usa senza esitazione. Chi conosce gli scritti di Engels sul Risorgimento Italiano, invece, è consapevole della valenza che Friedrich Engels attribuiva a quell'espressione. Possiamo dire che, se Metternich considerava l'Italia solo un'espressione geografica, Friedrich Engels era entusiasta della tradizione culturale che l'Italia, pur non essendo ancora Nazione, aveva espresso dal Medioevo.
Basta citare la prefazione al Manifesto del Partito Comunista nell'edizione italiana. In effetti si tratta di un proemio appositamente scritto da Friedrich Engels su richiesta di Filippo Turati, in occasione della prima edizione italiana del Manifesto di Marx e Engels del 1893.
Il “Manifesto”- scriveva Engels- riconosce appieno il ruolo rivoluzionario giocato nel passato dal capitalismo. La prima nazione capitalistica è stata l'Italia.
La conclusione del Medioevo feudale e l'inizio dell'era moderna capitalistica sono segnate da una figura grandiosa: è un italiano, Dante, l'ultimo poeta medievale e insieme il primo poeta della modernità. Come nel 1300, una nuova era è oggi in marcia. Sarà l'Italia a darci un nuovo Dante, che annuncerà la nascita di questa nuova era, l'era proletaria?
Con quell'espressione "sangue italiano" in relazione al sangue versato dai patrioti rivoluzionari napoletani nel 1848 Friedrich Engels intendeva comunicare ed esplicitare un concetto che lui riteneva scontato ed ovvio.
lunedì 9 febbraio 2015
Il "vietato pensare" negli anni dell'antico regime borbonico
Un errore rilevante che fecero i Borbone nel corso degli anni fu quello di estromettere dalla vita pubblica tutte le menti migliori che il Regno delle Due Sicilie esprimeva, e per molto di loro non si trattò di semplice estromissione, ma anni duri di detenzione in varie carceri del Regno, da quelle più noti di Montefusco, Procida, Santo Stefano, Ponza, Avellino, Foggia, Bari a quelle meno note di Marigliano, Baiano, Bovino, Cerignola, Barletta, Molfetta e Andria.
Intendiamo far riferimento ai due brevi momenti costituzionali, a partire dagli anni del 1820-1821 in cui fu data e poi revocata la Costituzione, che aveva espresso, quali rappresentanti, uomini quali Giuseppe Poerio, Galdi, Nicolai, Dragonetti, Arcovito, Netti, Matteo Imbriani, Berni, De Conciliis e tanti altri.
Nel 1848, la momentanea costituzione aveva espresso, quali rappresentanti, le menti brillanti di Carlo Poerio, di Scialoja, Spaventa, Paolo Imbriani, Mancini, Pisanelli, Conforti, Lanza, Blanch, Capitelli, Bonchi, Tupputi, Tarantini, Salvagnoli, Avossa, De Blasiis, Massari, Savarese, Del Re, Baldacchini, Pica, Saliceti, Dragoni e tanti altri, tra cui quelli più rivoluzionari di Zuppetta, Petruccelli, Musolino, Ricciardi, Barbarisi.
Un patrimonio di idee espresse dai tanti eletti dopo la concessione della Costituzione prima in seguito ai moti rivoluzionari del 1820-21 e soprattutto in seguito alla rivoluzione del 1848. Tali uomini furono tenuti lontani dalla vita politica, costretti all'esilio e la maggior parte di loro in stato di detenzione per tanti anni.
Di questa verità da rilanciare in anni in cui si tenta di dimenticare o meglio far finta di non ricordare che il Mezzogiorno fece parte a pieno titolo della graduale e lunga storia del Risorgimento, che dal Sud partirono le radici e gli ideali del Risorgimento, facciamo riferimento a quanto ha scritto al riguardo proprio uno storico borbonico, Giacinto De Sivo.
Scrivendo di Ferdinando II e del suo errore di non far tesoro dei grandi uomini che il Regno esprimeva, invece di costringerli all'esilio o incarcerarli, il De Sivo afferma:
“Temuti gli uomini di testa, s'andò cercando la mediocrità, perché più mogia; non si volle o non si seppe cercare i migliori e porli ai primi seggi. Per non fidarsi in nessuno e per non aver bisogno di intelletto, fu ridotta a macchina di amministrazione il governo. Si credeva così non s'avrebbe mestieri di pensare.”
Insomma durante il passato regime borbonico, secondo lo stesso storico borbonico De Sivo, si temevano le teste pensanti, non si gradiva avere a che fare con gente che pensava con la propria mente, e i nomi citati erano esempi di grandi pensatori, di uomini con la schiena dritta.
Era possibile che patrioti come i tenenti Morelli e Silvati, come Cesare Rosaroll, come i fratelli Poerio non pensassero con la propria testa? Si poteva chiedere a un Luigi Settembrini, ad un Francesco De Sanctis, per citare altri esempi di rinomati patrioti di non pensare con la loro mente?
Il “vietato pensare” dei Borbone provocò l'esilio nel migliore dei casi, e tanti anni di detenzione di uomini abituati a pensare e a sacrificarsi per le proprie idee, perché gli ideali liberali, rivoluzionari avevano scosso l'Europa, e la Costituzione garantiva la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di stampa e quanto siamo, noi uomini contemporanei, talmente abituati, assuefatti e a volte ci sembrano parole inutili solo perché nel tempo le abbiamo svuotate della loro essenza. Questo fu l'errore rilevante dei Borbone.
Tale fu la "protesta" di Luigi Settembrini, che uscì provato dal carcere di Santo Stefano solo agli inizi del 1859 per essere inizialmente imbarcato su una nave per New York, dopo otto anni nella prigione di Santo Stefano.
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