domenica 29 maggio 2016

Carmine Crocco, un brigante nella grande storia


29 MAGGIO 2016 di Dino Messina
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Gli attenti lettori del “Corriere della sera” al nome di Corleto Perticara, paese lucano di 2500 abitanti, assoceranno subito il giacimento petrolifero di Tempa Rossa e l’inchiesta giudiziaria che la Procura di Potenza sta conducendo. Il Comune della val d’Agri su cui sono stati proiettati i riflettori nazionali in realtà ebbe un momento di notorietà ben più vasto e attrasse l’attenzione nientemeno che di Federico Engels, l’economista e filosofo collaboratore di Carlo Marx quando in un articolo apparso sul “New York Daily Tribune” il 21 settembre 1860, a commento della straordinaria spedizione dei Mille, definita “una delle più sensazionali imprese militari del secolo”, individuò in “Carletto Perticara” (sic!) il centro propulsore del movimento insurrezionale in Basilicata. Un movimento, dicono gli storici del Risorgimento, che fu determinante nell’alleggerire la pressione su Garibaldi, facilitarne lo sbarco di Calabria e accelerare la sua marcia nelle regioni continentali.
Questa pillola di erudizione è frutto della lettura della biografia che lo storico Ettore Cinnella ha dedicato a un personaggio che l’Unità nazionale la combatté: Carmine Crocco (1830-1905), il più temuto brigante dell’Ottocento, a capo di un esercito di oltre mille ribelli che nessun generale piemontese sapeva domare. Soltanto il tradimento di un suo compagno d’armi (Giuseppe Caruso) riuscì a sconfiggerlo.
La biografia scritta da Cinnella, che ha insegnato storia dell’Europa orientale all’università di Pisa e di solito si occupa di Rivoluzione russa e dintorni, torna ora per i tipi di Della Porta Editori in una versione arricchita di una postfazione, che pone alcune questioni di metodo e offre un’interpretazione complessiva del “brigantaggio”. Non fu semplicemente una reazione dei lealisti borbonici alla conquista regia sabauda; né soltanto un movimento armato con connotazioni di classe; né un’esplosione spontanea della plebe contro i soprusi e i provvedimenti drastici imposti dal governo piemontese, primo fra tutti la leva obbligatoria; o lo scioglimento dell’esercito garibaldino che spinse le camicie rosse del Nord a rientrare deluse al più presto alle attività domestiche e tanti combattenti del Sud, in un contesto sociale più difficile, a darsi alla macchia.
Carmine Crocco era già un bandito temuto nel 1860. Né si può confondere il suo nome con quello dei patrioti liberali, come Giacomo Racioppi, Michele Lacava, Carmine Senise, Emilio Petrucelli. Tuttavia sarebbe negare l’evidenza dei fatti se non si raccontasse che durante i moti risorgimentali, che culminarono il 18 agosto nella “liberazione” di Potenza, un ruolo militare importante lo ebbe anche il bandito di Rionero in Vulture, chiamato con i suoi compari a dare manforte all’insurrezione. Ne furono testimoni il grande meridionalista Giustino Fortunato, allora un ragazzo dodicenne, che vide “Crocco venire innanzi, alto magro e mobilissimo nella persona, con la fascia tricolore al fianco ed il berretto della guardia nazionale in campo”.
Anche un testimone al processo celebrato a Potenza contro il bandito nel 1872, il canonico Luigi Rubino, disse che Crocco “si mostrava con entusiasmo attaccato al Nazionale Risorgimento…”.
Qualcuno dei maggiorenti liberali gli aveva promesso che i suoi precedenti reati sarebbero stati condonati, ma le promesse non furono mantenute e dopo la denuncia di una guardia nazionale che era stata sequestrata dalla sua banda, Crocco si diede nuovamente alla macchia. Arrestato brevemente, riuscì ad evadere e dal 1861 cominciò la nuova carriera del brigante più temuto del Sud: nella sua banda acquartierata nei boschi attorno ai laghi di Monticchio confluirono sbandati dell’esercito borbonico, renitenti alla leva, altri fuorilegge.
Tra i figuri della banda Crocco, le cui imprese fanno parte dell’epica popolare locale, spiccano Vincenzo Mastronardi, Michele Larotonda e Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco-Nanco, rinomato per la ferocia.
Prima della comparsa in Basilicata di un gentiluomo bretone, Augustin Marie Olivier de Langlais, le macabre imprese della banda Crocco (sequestri, omicidi, assalti ai villaggi) non ebbero colorazione politica. Fu sotto la regìa di questo lealista francese che Carmine Crocco, a capo ormai di 43 bande e di oltre mille uomini, da semplice fuorilegge divenne “generale” al servizio dei Borbone, per riportare sul trono lo spodestato Francesco II.
Un altro personaggio cruciale nella carriera antirisorgimentale di Crocco fu il nobile spagnolo José Borges: fedele alla causa dei Borbone più del francese, cercò di prendere il comando delle bande di Crocco senza riuscirvi. Finì fucilato da un plotone piemontese mentre il Langlais, che era la vera mente delle insorgenze lealiste in Basilicata, cui Crocco faceva riferimento, riuscì a riparare in Francia.
Nell’agosto 1864, pressato dalla morsa predisposta dall’abile generale sabaudo Emilio Pallavicini di Priola, con il determinante aiuto del “traditore” Caruso, Carmine Crocco scappò nello Stato pontificio, dove credeva di poter vivere con i denari che aveva portato con sé. Ma venne arrestato a Roma. Rimase in carcere fino al 1867, quando, scrive Cinnella, “il governo pontificio tentò di liberarsene procurandogli un passaporto francese”. Ma a Marsiglia fu di nuovo arrestato e rimandato nello Stato pontificio: venne rinchiuso nella fortezza di Paliano, nei pressi di Frosinone, “dove rimase fino all’arrivo dell’esercito italiano nel 1870”.
Crocco tornò in Basilicata per la celebrazione del processo a Potenza nel 1872. La condanna a morte, per volere del re, gli venne commutata in ergastolo. Morì nel carcere di Portoferraio a 75 anni. Agli eredi lasciò 6 calze di cotone, una maglia di cotone e una di lana, due berretti da notte.
Il racconto di Cinnella, saggista dalla prosa nitida e coinvolgente, si ispira alla storiografia classica sul brigantaggio, da Pasquale Villari a Franco Molfese, ma soprattutto è basato sui documenti dell’epoca. Innanzitutto le varie autobiografie di Carmine Crocco (fondamentale la versione messa in italiano dal capitano Eugenio Massa) e le interviste che vari studiosi della scuola lombrosiana dedicarono ai vari briganti. Come lo storico di vaglia deve saper fare, Cinnella risale dalla foglia alla foresta. Partendo dalla descrizione della controversa vicenda umana di un pastore semianalfabeta del Sud più arretrato, l’autore ci offre un quadro d’insieme del fenomeno del brigantaggio meridionale.
Dino Messina

mercoledì 11 maggio 2016

Corrado Gini smonta Francesco Saverio Nitti

Francesco Saverio Nitti
Ricorre con relativa frequenza nella storiografia dilettantesca o nella pubblicistica il richiamo a quanto ebbe a scrivere Francesco Saverio Nitti in un suo saggio pubblicato nell’anno 1900, “Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897”, ripubblicato successivamente in “Scritti sulla questione meridionale”. Ciò che asseriva il Nitti è noto, cosicché non è necessario riprenderlo per esteso: in pratica egli sosteneva che il Mezzogiorno fosse stato svantaggiato dalle politiche economiche dello stato italiano per quasi un quarantennio, versando in tasse ed imposte più di quanto ricevesse come investimenti ed in generale risorse. Questa ipotesi era il cardine di quella, più ampia ed articolata, secondo cui la causa principale del dualismo economico nord/sud sarebbe stato proprio il drenaggio di risorse finanziarie dal mezzogiorno al settentrione.


Corrado Gini
Il sociologo, economista e statistico Corrado Gini, conosciuto in tutto il mondo per il suo “coefficiente di Gini” tutt’ora utilizzato per misurare le disuguaglianze socio-economiche, analizzò l’ipotesi di Nitti nel suo saggio “L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni”, pubblicato nel 1910. Il Gini esaminò e smontò, pezzo a pezzo e con argomentazioni serrate di ordine matematico, quanto aveva sostenuto il Nitti. Questo illustre statistico ebbe modo di provare inoltre che lo scritto dell’importante politico e storico meridionalista era stato viziato da manipolazioni, per non dire falsificazioni. In ogni caso, il Gini poteva concludere che, dati statistici alla mano, il Mezzogiorno non aveva ricevuto dallo stato meno di quanto avesse versato nel periodo 1862-1897, anzi era avvenuto il contrario.
Quanto sostenuto sul punto suddetto ne “L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni” non ricevette nessuna replica o contestazione, neppure dal Nitti stesso. Di fatto, chiuse la questione per quanto riguardava la distribuzione regionale delle risorse dello stato italiano nel suo primo quarantennio di vita. A distanza di oltre un secolo, si ritrovano però persone che riprendono i contenuti de “Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897”, ignorando del tutto il successivo studio del Gini del 1910.
Nicola Zitara
Zitara ad esempio, che è stato il tramite fra divulgatori puri e semplice quale Aprile o Del Boca ed il dibattito fra Nitti e Gini, si limitava ad osservare in modo sibillino (in “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”) che gli era difficile stabilire chi fra i due avesse ragione, perché l’argomento non era più stato ripreso da specialisti di storia delle finanze (sic!). Questo pubblicista gramsciano non si rendeva conto, o fingeva di non rendersi conto, che nessuno aveva più esaminato di nuovo la questione poiché il Gini aveva detto la parola definitiva, giacché i dati ed i calcoli da egli presentati sono apparsi umanamente incontestabili e difatti sono rimasti da allora incontestati.
di Marco VIgna

giovedì 3 marzo 2016

I giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862


Chi sostiene che i viaggi nel tempo non esistono non conosce Antonella Orefice. I suoi libri sono scrigni magici che superano ogni confine visibile, sono contenitori di memoria, odori, pensieri, intenzioni, lacrime, dolori, gioie, amori, sentimenti confusi e nascosti dallo scorrere inesorabile di un tempo frettoloso.
Con rispetto e in punta di piedi Antonella racconta pagina dopo pagina, in un libro che è il vero testamento delle tante esistenze dimenticate, sentimenti potenti e strazianti. Quanti giustiziati innocenti o spietatamente colpevoli …quanti pensieri…quanti segreti … quanti cuori battono ancora in quelle umide carte di archivio consultate e tradotte in silenzio e commozione dalla storica partenopea che regala, con passione e generosità, la sua voce a chi voce non ne ha più.

“Registro dopo registro, pagina dopo pagina, quelle anime si sono sprigionate, presentandosi al cospetto della storia dell’umanità con il loro drammatico vissuto, materializzando epoche, volti, emozioni. Sono tornate in punta di piedi, senza pretese, senza vanità, umili e ignude, sperando solo d’essere vestite di memoria. Da ogni nome si è levato uno sguardo, uno stralcio di vita, una voce afona capace di trasmettere mille pensieri in una manciata di parole…”.
E ti ritrovi, semplicemente girando la pagina di un libro, ad ascoltare e rivivere lo strazio di un frate gracile e mingherlino di cui ignoravi l’esistenza, Tommaso Pignatelli, la cui unica colpa era quella di essere seguace del filosofo Tommaso Campanella, pronto ad affrontare tortura e morte con dignità e dolcezza infinita solo perché ritenute giusta punizione per il suo peccato.
A piangere per la sua detenzione lunghissima e ingiusta passata in una fossa buia e profonda di Castel Nuovo e terminata con la morte avvenuta per strozzamento all’interno della stessa fossa per mano dei ministri di giustizia e davanti a guardie e preti commossi fino alle lacrime.
Ti ritrovi a respirare l’aria fetida della peste che nel 1656 invase Napoli impossessandosi di case e strade, di corpi e anime e a sdegnarti di fronte alla presunzione di un potere ottuso e sordo.
Ti ritrovi ad ascoltare i sussurri della congiura di Macchia e ad assistere alla persecuzione e uccisione di tanti nobili napoletani e alla decapitazione del marchese Carlo de Sangro che, impossibilitato a camminare perché nella fuga si era rotto i reni, affrontò il suo destino con dignità, “seduto su una sedia di paglia in giamberga da laccheo e sentimenti di vero cavaliere cristiano”
Ti ritrovi a scoprire una grande storia d’amore e di morte …quella di Giulia della Torre e Geronimo Esposito, nobile e plebeo, assassini per amore, che commosse e zittì preti e popolo. La loro fine viene descritta così dai pietosi Bianchi della Giustizia: “Fu appiccata prima la donna perché non pareva bene che l’altro la vedesse così pendente quando si giustiziava, giudicò il Padre Superiore che si calasse la donna prima che s’eseguisse la giustizia dell’huomo e così fu fatto e poi morto il secondo fu di nuovo appiccata la donna”
Ti ritrovi a visitare una terribile storia di peccato e violenza, quella di Giuditta Guastamacchia e del suo amante prete, che diabolicamente uccisero, senza il minimo pentimento, il giovanissimo sposo di lei, con l’istinto di voler chiudere gli occhi davanti a tanto orrore.
Ti ritrovi a sfiorare gli ultimi istanti di vita di troppe donne, giustamente o ingiustamente condannate, e a osservare, nella lunga fila di anime aiutate a “ben morire” dai frati, nomi sconosciuti di assassine come Geronima Ruta- Rebecca della Cava- Anna Mileto Montalto- Agnese Sorrentino- mischiarsi ai nomi delle uniche due donne ree di stato condannate alla pena capitale, Luigia Sanfelice e Eleonora Pimentel Fonseca.
Girando semplicemente le pagine di un libro ti ritrovi ad ascoltare il rumore potente di una moltitudine di voci, flebili e potenti, delicate e prepotenti, colpevoli e innocenti, fermate nella memoria da frati compassionevoli e raccontate con amore infinito da una donna che non dimentica mai di mettere il battito del suo cuore in ogni parola scritta.


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A. Orefice,  I giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862. Nella documentazione dei Bianchi della Giustizia, Prefaz. Antonio Illibato, M. D’Auria Editore, Napoli 2015, pp.370.
Il volume è stato pubblicato con il patrocinio dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli  in edizione limitata. Per info e richieste:
M. D'AURIA EDITORE s.a.s. - Calata Trinità Maggiore 52-53 - 80134 - Napoli (NA) - Italia
Tel: (+39) 081.5518963 - Fax: (+39) 081.19577695 –
Email: info@dauria.it 

martedì 23 febbraio 2016

Briganti nel carcere borbonico di S. Stefano


Carcere di S. StefanoL’isola di Santo Stefano, di fronte a quella di Ventotene e nell’arcipelago delle isole Pontine, fu adibita a carcere per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Questi aveva deciso di deportare gli ergastolani in colonie penali nettamente separate anche a livello geografico dal resto della popolazione. L’incarico di realizzarlo fu dato all’ufficiale del genio Antonio Winspeare ed all’architetto Francesco Carpi.

Il carcere fu ufficialmente inaugurato nel 1795 quando vi furono rinchiusi circa 200 ergastolani. Le dimensioni della colonia carceraria crebbero rapidamente, poiché già nel 1797 a santo Stefano si trovavano 600 detenuti, saliti quasi a mille nel secolo XIX.
Una minuziosa descrizione della vita nella prigione si ritrova nell’autobiografia “Ricordanze della mia vita” dell’intellettuale e politico Luigi Settembrini, che era stato incarcerato per motivi politici sotto Ferdinando II. A Santo Stefano i detenuti politici erano mescolati ai moltissimi comuni, fra cui si trovavano numerosi briganti, attivi sotto la dinastia borbonica.  Settembrini ne riporta vividi ritratti.
«C'è un vecchio di 89 anni, nato in Itri, seguace de’ briganti Pronio e fra Diavolo, condannato alla galera sin dal 1800, sta da trentadue anni nell'ergastolo: c'è un altro calabrese di 75 anni, stupratore ed omicida il 1797, brigante col cardinal Ruffo, dannato alla galera in vita il 1802, poi uscito per le vicende politiche, poi capo di scherani, infine gettato nell'ergastolo nel 1825; si vanta di avere uccisi trentacinque uomini. Ci sono molti altri antichi briganti, che ebbero parte ne' terribili fatti narrati dalla nostra storia; ed alcuni di essi portano ancora sui fieri volti e sui corpi le cicatrici avute nei combattimenti, i quali essi narrano a modo loro. Qui dove tutti hanno delitti, nessuno vergogna o teme di confessare i suoi, anzi li dice con orgoglio per mostrarsi maggiore degli altri.»

Costoro, racconta il Settembrini, «s'irritano e s'inviperiscono per la più lieve cagione, per uno sguardo, per una parola, per nulla: e decidono loro contese con le armi. Tutti hanno loro coltelli, che chiamano tagliapane, spesso lunghi quanto una spada».
Non vi erano però coraggio o lealtà: «I loro combattimenti non sono forti, e direi generosamente scellerati, ma traditori e vigliacchi: molti s'avventano su di uno che siede o che dorme, e lo feriscon di dietro; o mentre passa innanzi una porta gli cacciano un pugnale nel fianco.»
Questi briganti e criminali comuni si odiavano ferocemente fra di loro anche per pure rivalità regionali: «le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l'arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.»
La vendetta cadeva anche su uomini incolpevoli: «se un uomo della tua provincia, che tu neppure conosci, si rissa con un altro; costui ed i suoi paesani se per caso t'incontrano su la loggia, nel loro cieco furore, ti corrono addosso perché sei paesano del loro nemico, e ti uccidono.»
Fra questi delinquenti compariva anche tale Moscariello: «Questo brigante detto Moscariello, narra i suoi casi ridendo e schiettamente nel suo nasale ed ispido dialetto. Fu soldato, disertò, prese moglie, e lasciata la zappa si diede con altri a rubare».
La sua attività brigantesca non aveva naturalmente nessun carattere politico od ideale, consistendo unicamente in furti, rapine, sequestri di persona: «narra ad uno ad uno i furti che fece, le persone che egli spogliò, i denari e le robe che prese, e ritenne per sé o diede ai suoi protettori; come una volta essendo nascosto con altri in un macchione per attendere uno che dovevano svaligiare, un povero contadino per caso li vide e conobbe alcuni, i quali tosto lo presero, lo legarono, e condottolo sul monte, egli lo uccise per non essere scoperto; come altra volta uccise quelli che rubò»
Infatti Moscariello ricordava «come è bella la vita del brigante, padrone di tutto, temuto da tutti».
La professione di brigante aveva però i suoi inconvenienti, non ultimo la slealtà che si ritrovava fra i banditi. Moscariello fu infatti tradito da suoi compagni:  «come un dì egli dormiva in una grotta, e due compagni, sperando impunità, gli tirarono un colpo di fucile, che gli spezzò l'osso dell'omero sinistro e gli fece larga ferita su la mammella; come egli inseguì i traditori che fuggirono e non osarono finirlo; come stette sei giorni senza curar la ferita che lo ardeva; come ricoverato da un romito invece di vedere un chirurgo, vide i gendarmi che legatelo su di un asino, e messogli sul berretto un cartello dove era scritto “II famoso Moscariello”, lo menarono prigione in Cosenza.»
Anche se incarcerato, Moscariello conservava il suo carattere feroce: «Una mattina svegliandosi sa che la notte è stato ucciso un ergastolano, che gli aveva rubate alcune salsicce: egli si leva, e con feroce sorriso dice: “Ora manderò l'acquavite a chi lo ha ucciso; ed oggi io mi voglio ubbriacare”.»

Articolo scritto da Marco Vigna per il Nuovo Monitore Napoletano.

lunedì 25 gennaio 2016

Antonio Genovesi: il riformatore

Antonio Genovesi
Antonio Genovesi, maestro riconosciuto della Scuola di economia della seconda metà del Settecento, furono orientate ad affrontare e superare la piaga dell'arretratezza. Per favorire il benessere e l'aumento dei consumi, secondo il Genovesi, era necessario promuovere in ogni modo la cultura e la civiltà, perché tutti i progressi andavano di pari passo con l'autonomia della ragione e con l'affermazione della libertà. Bisognava diffondere la cultura anche e soprattutto nei ceti più bassi affinché potesse realizzarsi l'ordine e l'economia dapprima nelle famiglie, e poi nella civiltà in generale. A tal scopo esortava gli intellettuali ad approfondire "la cultura delle cose", evitando di perdersi in vane speculazioni metafisiche, che non potevano risolvere i problemi concreti della società. Genovesi attribuiva una notevole rilevanza al ruolo svolto dall'educazione per la formazione degli uomini proprio. A tal proposito riteneva fondamentale lo sviluppo delle scienze e delle arti, in aperta polemica con Rousseau, per il quale il cosiddetto "progresso" costituiva la fonte di tutti i mali umani. Genovesi esaltava anche l'importanza del lavoro per il bene dei singoli e della società, denunciando la presenza di un numero eccessivo di persone che vivevano esclusivamente di rendita.. La premessa alla ristampa del saggio di Ubaldo Montelatici, Ragionamento sopra i mezzi più necessari per far rifiorire l’agricoltura, segnò, nel 1753, il passaggio di Genovesi dagli studi filosofici agli studi di economia e di “Filosofia pratica”. Tramite l’amicizia con il toscano Bartolomeo Intieri, amministratore dei beni dei Corsini e del Medici, il Genovesi ottenne la cattedra di economia. Le sue lezioni riscossero un grande successo, attirando un gran numero di giovani, per i temi trattati che non erano usuali. La fusione tra temi filosofici e teologici e temi economici e di vita civile si delineava nell’opera Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze. Secondo il Genovesi “I primi filosofi furono in un tempo istesso i legislatori, i padri, i catechisti, i sacerdoti delle nazioni. La loro filosofia era tutta cose, e la vita era vita di cittadini persuasi che come partecipavano a’ comodi della società, così dovevano aver parte alle cure ed alle fatiche, o per lo ben pubblico o per lo ben domestico”. Ponendosi a mezza strada fra le posizioni di Broggia e Doria e quelle fisiocratiche del Verri, il Genovesi era vicino alle idee mercantiliste di Vincent de Gournay. Nel suo Discorso, insisteva sulla necessità di creare accademie agrarie per studiare il suolo, di educare i giovani a iniziare dall’agricoltura, di diffondere la nuova mentalità superando tutti i possibili ostacoli. La nuova strada intrapresa da Genovesi spostava l’interesse dai temi di una cultura metafisico-teologica a quelli pratici rivolti a studiare il mondo per appagare i bisogni delle popolazioni utilizzando gli apporti della rivoluzione scientifica operata da Bacone e da Galilei e tutte le invenzioni e tecniche che servivano a migliorare la condizione umana. La diffusione della nuova cultura e dell’istruzione, oltre ad ammodernare le attività produttive, avrebbe dovuto contribuire ad elevare lo stato sociale e civile del popolo. Solo la conoscenza dei bisogni degli individui e della società poteva suggerire i mezzi e i rimedi per migliorare gli stessi. Per attuare un piano di rinnovamento occorreva sviluppare la coscienza diretta delle necessità e delle risorse particolari per poter attuare la rigenerazione e l’affratellamento degli uomini. Il reame, “semenzaio di nobili e grandi ingegni”, poteva migliorare e diventare il faro di una risorgente civiltà italiana. “La ragione non è utile se non quanto diventa utile e pratica”, affermava Genovesi nelDiscorso, sostenendolo di averlo scritto “più con zelo dei veri vantaggi della Patria che con sapere e arte”. Il pensiero di Genovesi relativamente ai diritti dell’uomo nella società, appariva ispirato a un ideale di giustizia, ad una ‘egualità naturale’ da cui scaturiva il rispetto dei diritti del singolo. Ogni persona aveva ricevuto dalla natura un ‘diritto di esistere’, e per legge di natura ‘niuno in niuna maniera attenti ai diritti primitivi di niuno’. Nelle Lezioni di commercio o sia di economia civile, tenute nel 1757-1758 il commercio, nell’analisi del Genovesi rappresentava un fattore di benessere e di incivilimento, un’attività dell’uomo volta non solo al soddisfacimento dei suoi bisogni, ma allo sviluppo dei rapporti tra gli individui e i popoli. Dalle lezioni del Genovesi partirono tutte le idee di riforma e tutte le opere più significative del Settecento, da quelle del molisano Francesco Longano a quelle di Giuseppe Maria Galanti, da quelle di Domenico Grimaldi a quelle di Gaetano Filangieri. La ragione, oltre che a nutrire e perfezionare le scienze e le arti si rendeva “operatrice” per diffondersi nel costume e nelle arti in modo da costituire una “sovrana regola”. Dopo la pubblicazione dell’Esprit des lois nel 1748, iniziò una grande discussione, che assunse il carattere di critica tradotta dal Genovesi in una serie di postille apposte sul testo tra il 1760 ed il 1766. Il confronto con Montesquieu, per Genovesi, si poneva nel discorso attinente al lusso che richiamava le due opposte valutazioni contenute nella Favola delle Api di Mandeville e nell’Utopia di Morelly, ma era anche posto su un piano più moderato in quanto il lusso veniva visto come stimolo per uno sviluppo economico efficace. Ma è sul piano delle considerazioni dell’economia che l’opera del Genovesi acquistava tutto il suo vigore, perché non solo criticava l’ordine esistente, ma offriva uno stimolo per tutte le classi a modificare le condizioni economiche del Regno di Napoli. In tutti i suoi scritti Genovesi si preoccupava di fornire delle regole per dare la felicità agli uomini e, nel contempo, per dimostrare che cosa occorresse perché una nazione fosse felice e potente. Il testo, col quale sul piano dell’etica Genovesi riprese le discussioni con Montesquieu, Rousseau, Muratori, Hume, è Della diceosina, o sia della filosofia del giusto e dell’onesto per gli giovanetti, pubblicata ampliata con un manoscritto dell’autore nel 1777. Il lavoro ebbe una grande influenza, divenendo un testo base sui concetti del giusto e dell’onesto, con l’invito “ai giovanetti filosofi” ad avere una visione realistica di tutta la società. Genovesi affermava che il primo dovere del filosofo “si è di coltivar sua ragione non colle inutili ricerche, e colle contese di setta, ma colla scienza delle cose divine e umane”. Per quanto concerne la nascita delle “repubbliche, regni ed imperi, Genovesi precisava che esse “non han potuto nascere, né si conservano, che per un patto sociale, espresso o tacito, tra molte famiglie, pel quali si stringono fra loro e col capo”. L’accordo si basava sulla valutazione di un vantaggio comune. Per giovare oltre che a se stesso alla società di cui faceva parte, occorreva che l’individuo sentisse il dovere morale di esercitare un’attività. Genovesi non condivideva l’idea che dalla proprietà discendessero i mali e che lo stato di natura rappresentasse un vantaggio per i cittadini. Il diritto di cittadinanza si perdeva se la Repubblica veniva interamente rovesciata e distrutta. E precisava in seguito che “se un paese da Repubblica o regno diveniva vero dispotismo di botto tutti cessavano di essere cittadini, non già per veruna legge di giustizia, o per giusto diritto di guerra, ma per violenza, perché nel dispotismo ogni persona è schiava”. Nel Ragionamento sul Commercio in universale premesso alla Storia del Commercio dellaGran Brettagna di John Cary, Genovesi chiariva che il primo fine dell’economia politica era l’aumento della popolazione per cui era necessario da una parte eliminare “le cagioni spopolatrici”, siano esse fisiche che morali, dall’altra favorire le “cagioni aumentatrici”, consistenti nel promuovere lo sviluppo a vasto raggio. In tal modo, l’aumento della popolazione assumeva un significato non tanto di natura demografica, quanto di natura sociale ed economica, ma anche politica nell’accrescere la gloria, la sicurezza e il rispetto degli Stati vicini. L’uomo politico doveva conoscere anche le cause spopolatrici della popolazione per poterle rimuovere o limitarle, estirpando pestilenze, ma anche correggendo “ gli eccessi fiscali”, eseguendo lavori di bonifica e favorendo le varie arti. Genovesi ritieneva importante che la nazione non dovesse dipendere dalle altre perché ad una “minore dipendenza”, corrispondeva una maggiore ricchezza e una maggiore forza. Ogni classe doveva avere una sua funzione. “Il diritto di vivere è un diritto primitivo, e la terra un primitivo patrimonio di tutti; al quale diritto, e al quale patrimonio non si rinuncia per il patto delle genti se non quando si può vivere in altra maniera”.

giovedì 7 gennaio 2016

Ferdinando IV, Galiani e il regno di Gerusalemme

Ferdinando IV di Borbone fu il re più rozzo, volgare e ignorante che la storia ricordi”.

Così, Camillo Albanese, uno dei maggiori studiosi della storia, della cultura e delle tradizioni di Napoli, ha definito il monarca di casa Borbone, avvalorandone il  giudizio, attraverso quello di Benedetto Croce, secondo il quale, da Ferdinando IV in poi, il termine “borbonico” venne associato all’aggettivo “ignorante, per  il disprezzo manifestato da costui verso i  libri e le persone di cultura.

Ferdinando Galiani
Ferdinando IV cercò spesso di osteggiare l’illuminista Ferdinando Galiani, tentando di schernirlo davanti alla corte, ma l’eleganza dell’uomo di cultura sempre prevaleva sulla volgarità dell’ignorante. 
Come è noto, la cultura di Ferdinando Galiani era vastissima, andava dalla conoscenza della matematica, dalla linguistica alle scienze naturali, dalla filosofia al diritto, dall’economia alle scienze naturali. Di lui si diceva che racchiudesse la saggezza del satiro Sileno, l’intelletto di Platone, l’arguzia e l’allegria del Pulcinella e la raffinatezza delle Grazie. L’aspetto lasciava alquanto a desiderare in quanto era piccolo di statura e leggermente gibboso, ma la forza del suo parlare, la sua eloquenza, il suo spirito erano straordinari.
Un giorno, il re Ferdinando IV non sopportando per l’ennesima volta che il Galiani fosse ossequiato e attorniato da tanti e chiamato con il titolo di “abate”, pur sapendo che quello del Galiani fosse solo un titolo onorifico, dal momento che  non possedeva alcuna abbazia, a gran voce e per metterlo in difficoltà davanti a tutti, gli chiese: “Dove si trova la vostra abbazia?
Galiani,senza scomporsi, ripose  tirando fuori tutto il coraggio e l’arguzia di cui era capace:
Nel vostro regno di Gerusalemme, Maestà”. Seguì un silenzio imbarazzante, anche se in cuor loro i presenti plaudevano alla risposta del letterato. In effetti il regno di Gerusalemme, pur non essendo stato mai in possesso del re, compariva comunque nelle insegne reali.
L’origine di questo inesistente possesso risaliva al XIII secolo ma, seppur ostentata negli stendardi del Regno, non aveva mai avuto un reale riscontro.
La perspicace risposta del Galiani aveva saputo rintuzzare alla grande le provocazioni del re borbone, che tra i tanti presunti primati, annoverava la presuntuosa ignoranza.

lunedì 13 luglio 2015

Galasso: «Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica »

Il primo che incontriate per strada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. Risultato delle clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica (con poche eccezioni)


Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro. Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.
Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale».Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia.
Si potrebbe continuare, ma conta ben più ricordare che proprio il Mezzogiorno è stato il teatro di maggiore fortuna del nazionalismo italiano: un nazionalismo tanto forte che il partito delle «camicie azzurre» rimase per un bel po’ in piedi accanto al partito fascista prima di confluire in esso; e anche del fascismo rimase a lungo nel Mezzogiorno la traccia. Conta ricordare che il Mezzogiorno è stato la parte d’Italia con maggiore evidenza più legata alla causa monarchica e alla Casa di Savoia anche quando era ormai esclusa ogni possibilità di ritorno monarchico (e non si dica che i meridionali volevano difendere solo l’istituzione monarchica, perché non è vero: l’attaccamento ai Savoia fu manifestato a lungo in modo indubitabile).
Su questo metro, però, non si finirebbe più, e non serve neppure. Il corso delle cose sistema spesso questioni come questa senza quasi darlo a vedere. Ricordate le fiere proclamazioni secessionistiche della Lega Nord? Ora essa parla e si atteggia da forza nazionale, anche se nei confusi termini delle pasticciate velleità da «líder máximo» di Salvini. Il corso delle cose agirà anche sul piano culturale. Come sono passati il nazionalismo delle camicie azzurre e il fascismo, appoggiati dai maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, e culturalmente ben più forti e provveduti, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica.
La quale onda rivela, intanto, sempre più la sua macroscopica e inattesa incapacità di dar luogo a un qualsiasi serio movimento politico di qualche, sia pur minima, consistenza. E già questo dice quanto sia debole la sua spinta culturale, benché agiti temi tra i più orecchiabili e utilizzabili in chiave demagogica e tra i più ascoltati e utilizzati a sostegno dei movimenti di tipo «leghista» in Italia e altrove («conquista piemontese» e sue violenze, rapina e sfruttamento dello Stato unitario a danno del Sud, e così via). Da ultimo, poi, si è aggiunto il tema della «nazione napoletana», senza, peraltro, mostrare una sufficiente informazione sulla sua antica e complessa storia, e come se fosse una postuma scoperta di oggi, mentre è il tema di tutta la maggiore e migliore storiografia meridionale, da Angelo di Costanzo nel ‘500 a Giannone nel ‘700, e poi a Cuoco e a Croce, nonché ai continuatori della stessa tradizione.
Tutto a posto, dunque? Tutto si spiega e si vanifica? Evidentemente no. Se nel breve giro di un paio di decenni si diffonde a tal punto una certa moda culturale, sia pure senza capacità di riflessi politici, allora vuol dire che qualcosa non va sotto il nostro cielo. Vuol dire che ci dev’essere un perché più profondo dell’atteggiamento di moda. Le risposte possono essere molte: la sprezzante sfida nordista della Lega, che non poteva non provocare una reazione meridionale; o la progressiva scomparsa del Mezzogiorno dalla più immediata e importante agenda politica italiana; o la conseguente sensazione di un’estrema, definitiva difficoltà a trovare nello Stato italiano, come si era sperato soprattutto dal 1945 al 1990, un modo di compensare e superare le gravi negatività della politica italiana verso il Mezzogiorno dopo il 1860, da subito denunciate dal pensiero meridionalistico; o, ancora, le difficoltà dovute alla non ancora superata crisi di questo Stato, che sul Mezzogiorno per forza di cose si sono ripercosse in peggiore maniera e misura.
La ragione eminente pare, però, sempre più la crisi dello Stato e dell’idea nazionale, in corso dalla metà del ‘900 in tutta Europa, che l’Unione Europea non ha saputo finora superare e compensare in un nuovo quadro etico e politico di uguale forza ideale. Si è verificato così il paradosso di una realtà europea in cui la forza di un persistente nazionalismo degli Stati e delle opinioni pubbliche europee si accompagna a una crisi sempre più diffusa, politica e ideale, dello Stato e dei valori nazionali, che in alcuni paesi (Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Italia) è particolarmente forte.
È su questo fronte che appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno.
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